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Un anno sull’Altipiano – Emilio Lussu

Un anno sull’altipiano (1945) tratta delle vicende di un battaglione di fanteria coinvolto nei combattimenti montani nella prima guerra mondiale, da cui trae ragione il titolo. Il libro è, secondo le intenzioni dell’autore, niente più di una raccolta asistematica dei ricordi di guerra. Per tale ragione, non si tratta di un romanzo in senso stretto, con una trama chiara che si dipana nello svolgersi delle azioni dei protagonisti; si tratta di un flusso narrativo imperniato sulle annotazioni di una coscienza.

Le vicende di guerra sono narrate in tutto il loro spettro, coprendo, più o meno, tutto ciò che un lettore, a conoscenza delle vicende della grande guerra, si aspetterebbe di trovare: il rapporto dei soldati e degli ufficiali con l’alcool, la difficoltà della guerra di trincea, l’assurdità della guerra, l’impreparazione materiale dell’esercito italiano, il normale eroismo della gente comune e l’inettitudine degli alti comandi, gli ammutinamenti dei soldati, l’umanità degli ufficiali vicini alla truppa, le storie della madre lasciata a casa e del padre senza speranze, i racconti sull’amata a valle da difendere… Ci sarebbe il materiale per un libro immortale su uno dei fatti più spiacevoli della storia dell’Italia unita e dell’Europa dopo la guerra dei trent’anni, eppure sembra che, da molti punti di vista, il libro disattenda gran parte della sua ingiustificata fama.

La fama di questo libro è eminentemente pratica e si assomiglia, in questo, ai più temuti I promessi sposi: Un anno sull’altipiano viene puntualmente consigliato nelle scuole italiane, quando non viene proprio imposto all’attenzione dei giovani. La giustificazione nasce da ragioni patriottiche, sebbene di un patriottismo tutto italiano: l’Italia non ha un buon rapporto con se stessa e ama odiarsi e amarsi allo stesso tempo. Infatti, in Un anno sull’altipiano si mostrano tutte le contraddizioni di uno Stato senza Nazione, nel quale si ritrova l’odio verso la gerarchia ma l’amore verso il “combattimento giusto” (nel romanzo ci sono riportati molti casi in cui la truppa mostra un senso di onore e orgoglio di appartenenza al battaglione, come dimostra il caso emblematico del soldato Giuseppe Marrasi pp. 149-155), riuscendo, così, a dimostrare allo stesso tempo odio e amore verso la patria. Molto probabilmente non esistono casi analoghi nell’Europa, l’Italia può vantare, dunque, non soltanto una scadente coscienza di sé ma anche una cattiva coscienza in generale. A questo punto, si può dire, che questa “cattiva coscienza superficiale” sia un fatto della storia, della nostra storia. E la cosa strabiliante è la capacità degli italiani, in questo fedeli ad un’ideale spirito di corpo, di rispecchiarsi in questa caratteristica tutta nostra.

Si capisce, dunque, come un’accozzaglia disunita di ricordi, senza uno spirito ideologico chiaro, sia nell’etica che nell’estetica, riesca ancora ad essere promossi all’interno delle scuole superiori. Che si tratti di un’accozzaglia di ricordi è detto esplicitamente dall’autore: “Il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati ad un anno…” (p. 9). Che non siamo di fronte ad uno spirito ideologico chiaro è mostrato dal fatto che l’Io narrante (in prima persona che, si osservi, non sarebbe stato necessario e va inserito tra le scelte stilistiche, come dimostra il caso della Guerra Gallica) non si fa mai carico di una posizione chiara in merito ai fatti che si svolgono. Chi voglia dimostrare che Lussu abbia un intento, per così dire, fotografico o puramente documentaristico, scusandolo, così, del mancato piano normativo di sfondo, avrà un bel da fare: molto spesso si pongono dei punti ideologici nel romanzo nel quale il punto di vista del protagonista non è mai chiaro (in questo senso sono rilevanti (1) il caso dei due dialoghi tra il protagonista e i due generali, (2) il caso dell’ammutinamento  dei battaglioni e la relativa discussione sulla giustificazione di ciò da parte di Ottolenghi, (3) l’esplicito riconoscimento della “necessità di una guerra di difesa” e dell’assolvimento dei “doveri” del soldato [per inciso, la guerra italiana non fu una guerra di difesa perché l’Italia entrò in guerra (a) quando si avvide della possibilità di conquistare i territori “italiani” non ancora parte dello stato italiano, (b) quando sembrava imminente la vittoria alleata sugli imperi centrali, apparenza totalmente disattesa: in un passo del libro vien detto che si combatteva per ragioni di difesa “per non far marciare le truppe del Kaiser Guglielmo in Roma!”, il che è falso, sotto un profilo storico]): il punto di vista oscilla sempre tra la constatazione dell’assurdità dello stato di cose, da un lato, e l’accettazione di un’ideologia moderatamente a favore della guerra. Il fatto è che l’ideologia di fondo non è ben chiarita ma non consente di tratteggiare una realtà né puramente oggettiva (assenza di una partecipazione ideologica ai fatti della guerra) né puramente soggettiva (ricostruzione dell’esperienza della guerra come flusso di coscienza, come nei primi capitoli del ben più grande Viaggio al termine della notte). Ma non c’è neanche una chiara ricerca a livello estetico, laddove lo stile, in generale realista, non riesce mai a decollare sia sul piano sintattico che sul piano semantico: l’uso della lingua è piuttosto semplice e rispecchia, alla fin dei conti, quello che è lo stile “medio” dell’approccio all’argomento.

Le descrizioni della guerra sono molto vicine alla descrizione di un uccello da parte di un ornitologo inesperto e non perché Lussu non dimostri, qua e là, di sapere di cosa stia trattando (d’altra parte, per un ufficiale che è arrivato al grado di comandante non si può presumere che non sappia di che stia parlando): un ornitologo esperto parlerebbe di tutti i dettagli dell’uccello, dei minimi termini. Lussu, invece, non parla che raramente dei “dettagli” e rimane sempre molto sul generale. Riportiamo un esempio: “L’8 giugno, gli austriaci, prevedendo l’offensiva, fecero brillare la mina sotto Casara Zebio, quella per cui noi avevamo passato la notte di Natale in linea. La mina distrusse le trincee, seppellì i reparti che le presidiavano, insieme con gli ufficiali di un reggimento che vi si erano fermati durante una ricognizione. La posizione fu occupata dal nemico. L’avvenimento fu considerato come un cattivo presagio (p. 194)”. In che senso la mina “distrusse le trincee?” Quali trincee? Come? Dov’era piazzata questa mina? Come veniva piazzato un simile ordigno? I “seppelliti” venivano recuperati o si dava per scontato che rimanessero lì? Probabilmente non sono cose importanti. Ma cos’è importante? Che cosa ci dice, in questo passo, l’autore? Molto sommariamente ciò che è capitato. Ecco, il grado di dettaglio della descrizione degli avvenimenti di guerra è di questo livello. Ed è il classico livello di dettaglio sostenibile dalle maestrine delle scuole elementari, l’unico in grado di non offendere nessuno, sia esso un graduato, un soldato semplice o un cappellano militare. Certamente c’è anche qualche descrizione dell’inumanità della guerra, come dell’ufficiale che impazzisce e tira sui suoi uomini e, a seguito di ciò, viene fatto fuori. Ma, d’altra parte, il tenore generale del libro è quello di una misericordia laica, nella quale l’umanità e la semplicità del mondo di vivere della guerra risalta per la sua normalità. E’ noto che la guerra fu particolarmente difficile per il rapporto tra gli ufficiali, specie in alto grado, e la truppa. Si contano illustri esempi sia nella letteratura, sia nei film a tema, sia nei libri di Storia (per ciò si veda: La grande storia della prima guerra mondiale, Viaggio al termine della notte, Orizzonti di gloria). Eppure ne Un anno sull’altipiano c’è sempre una mediazione del buon senso: “Il reggimento era risalito in trincea. Il comandante del corpo d’armata aveva seguito il parere del comandante della brigata e respinto la proposta d’applicare pene capitali. Solo sette, fra graduati e soldati, erano stati deferiti al tribunale militare e condannati alla reclusione. Era stato poi loro concesso di prestare servizio in altri reggimenti di prima linea per poter ottenere, con una buona condotta, il condono della pena. I turni di trincea e di riposo continuarono come prima (p. 184)”. I soldati condannati alla “reclusione” vengono “risparmiati” e, in fondo, erano solo sette (ma ben diversi sono i casi maggioritari, come dimostra il metafisico Orizzonti di gloria o certi fatti riportati nel già citato La grande storia della prima guerra mondiale). Non viene detto chiaramente che furono condannati ingiustamente perché, alla fin fine, erano nel torto: anche se le condizioni di vita erano inumane, cosa conta di fronte al dovere del soldato? E così il delicato tema sfugge in questo modo all’attenzione, ma viene riportato, come chi dice di aver mentito al prete e il prete, senza ascoltarlo, lo assolve: così ci si sente tutti bene, sia chi sente di dover riportare alcune sgradevoli parti della vita del fronte e chi accoglie tale circostanza con benevolenza: fatti che capitano.

Sebbene questo libro, difficile da collocare all’interno di un genere letterario, abbia degli indiscutibili meriti, il più grande dei quali è quello di costituire, comunque, una testimonianza di una delle guerre più atroci della storia, non si può difendere né sul piano della realizzazione degli intenti, né sul piano dello stile. Disattende in tutto, soprattutto in relazione alle aspettative che un lettore non digiuno di storia della guerra può nutrire. Adatto alle scuole? Si, se si ha una visione abbastanza mediocre dei cervelli contenuti nelle classi. Mediocrità italiana, un marchio del nostro paese che sarebbe ora di superare, sia sul piano della coscienza storica che sul piano della coscienza istituzionale. Ma, se c’è qualcosa che la storia dei singoli e della nostra strana nazione ci ha insegnato, è che nessun popolo come il nostro ha saputo trovare i sistemi per mentire a se stesso e preservare la propria mediocrità (per questo, si veda l’introduzione all’ottimo Le guerre coloniali del fascismo). Forse abbiamo una visione troppo elevata della letteratura, dell’arte e dell’essere umano, ma come accostare anche solo lontanamente questo libro ai grandi capolavori?


EMILIO LUSSU

UN ANNO SULL’ALTIPIANO

EINAUDI

PAGINE: 212.

EURO: 10,50.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

4 Comments

  1. OrsoOrso giugno 15, 2014

    Il blogger pretenderebbe da Lussu una precisa presa di posizione “ideologica”, e con ciò dimostra di non avere colto il senso del libro (come di moltissime altre opere di analogo respiro e intento), che esiste per dimostrare cosa resti delle ideologie dopo un anno di guerra di posizione in trincea.
    Il blogger, che si autodefinisce “non digiuno di storia della guerra”, (a) non capisce la struttura di una forza armata: dice trattarsi della “storia di un battaglione”, mentre semmai è quella della brigata Sassari (una delle grandi unità più decorate della Prima Guerra mondiale) e della divisione in cui essa era inquadrata: i rispettivi generali comandanti, infatti, sono personaggi non secondari, e a tratti preminenti, del libro; (b) ignora che “il grado di comandante” non esiste.
    Non stupisce, pertanto, che il nostro blogger non capisca un libro sulla guerra che è bottom-up come le pagine di Fabrizio a Waterloo nella Chartreuse (solo, con molti più dettagli).
    Forse, se il nostro blogger avesse svolto il servizio militare, sia pure anche solo in tempo di pace, avrebbe tratto qualcosa dall’opera di Lussu, asciutta e scarna ma illuminante circa un importante episodio storico come la I G.M.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili giugno 15, 2014

      Gentilissimo,

      La ringrazio per il lungo e articolato commento perché si tratta del primo spunto di riflessione critica lanciata da qualche lettore. Al di là del fatto che si può condividere o meno quanto uno scrive (tanto del sottoscritto quanto del commentatore) rimane molto utile avere un confronto, anche critico, su un libro, saggio e quant’altro.
      Venendo al suo interessante commento: può darsi che io non abbia colto il senso del libro. Ma bisogna dire che, personalmente, da uno scrittore non pretendo affatto una posizione ideologica (che egli creda). Ma una posizione “estetica”, cioè un impegno letterario che vada oltre il semplice intento descrittivo (altrimenti perché non leggere un libro di storia? Oppure perché leggere quel libro e non la mole di lettere dal fronte?). Il che comporta una certa forma di impegno sia nella ricerca dello stile che nel piano programmatico degli intenti (come, per altro, ho cercato di segnalare in più punti). Ci sono molti lavori che rispettano questi intenti e mi pare di averlo segnalato nei casi in cui mi sono imbattuto.
      I punti (a) e (b) che Lei segnala sono così importanti per una discriminante? Non saprei. In una recensione è importante che un lettore colga quanto è il contenuto del libro e la prospettiva critica che si vuole difendere. Se quanto Lei dice riguardo alla recensione è vero, non sono in grado di giudicare. Se poi, ogni lettore di un libro di guerra dovesse aver svolto il servizio militare per capirlo, temo proprio che interesserebbe ad una sempre più ristretta minoranza, essendo stata eliminata la leva militare obbligatoria (non solo nel nostro paese, temo…). E così un argomento simile sarebbe che un romanzo di fantascienza o un giallo classico sia comprensibile solo ad un marziano piuttosto che ad un ladro o criminale perché i libri di fantascienza parlano di mondi futuri e i gialli di delitti. Aggiungerei anche che l’essere non digiuno di storia non fa di me uno storico. E francamente non mi interessa. Né mi pare di averlo detto. Anche perché dire di “non essere digiuno” non significa voler dire di “essere un cuoco”. Quindi, le eventuali imprecisioni (di cui ringrazio comunque per la segnalazione) mi sembrano importanti solo in senso puntiforme. In fine, la sua critica alla mia recensione, condivisibile (immagino) e rispettabile, non mi fa cambiare idea perché, tutto considerato, non ha portato degli argomenti che mi inducano a ripensarci, se non delle critiche relativamente individuali. Perciò, la ringrazio, appunto, di aver sollevato delle critiche ma ciò nonostante a me pare che, rispetto al fatto che la maggior parte delle persone la vede in un solo modo (cioè in modo acritico ed entusiasmaticamente, e non mi sto riferendo a Lei ma a diversi altri) io preferisco stimolare la riflessione altrui (e la mia) rispetto che adeguarmi a quella che è la normale e canonica interpretazione dell’opera: un capolavoro sulla storia della prima guerra mondiale. A me è parso un libro interessante, ma niente di più. Mi pare che nella recensione abbia esplicitamente detto che il libro ha delle indubbie qualità e vari meriti. Ma per essere un bravo scienziato (per esempio) bisogna avere delle virtù diverse di un semplice curioso. Non perché la curiosità non sia importante, ma semplicemente perché non è sufficiente. Così perché un libro sia un capolavoro non basta che sia interessante. E questa è la mia opinione, da lettore che non pretende né di avere l’ultima parola né di avere la verità in tasca. La ringrazio, infine, per aver contribuito ad una analisi critica sia sul lavoro di Lussu sia sulla recensione.

  2. OrsoOrso giugno 18, 2014

    Io non ho mai pensato all’Altipiano di Lussu come a un capolavoro. Ho anche il sospetto che non l’abbia pensato alcun altro recensore di minima cultura, e che lei ne abbia amplificato le lodi con un artificio retorico solo per stendere il suo infiammato post.
    Avranno forse detto che si tratta di un documento molto importante (e ben circostanziato, a differenza dell’imprecisione che lei gli attribuiva nel post) per comprendere cosa sia stata la 1a GM, e lo strame al quale le trincee possono ridurre le ideologie (erst kommt das Fressen, dann die Moral…).
    Un saluto cordiale.

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili giugno 18, 2014

      Allora siamo più d’accordo, di quanto non traspaia. La ringrazio nuovamente per gli interventi.

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