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La giungla di asfalto – William Burnett

Un gruppo di delinquenti, guidati da un criminale astutissimo di origine tedesca, Erwin Riemenschneider, noto nel giro come “il dottore”, tenta il colpo grosso ad una gioielleria. Il delitto viene finanziato dal signor Emmerich, un avvocato della malavita della città, a corto di soldi per via di Angela, una “bella rossa” che gli prosciuga le finanze. Lo scassinatore è Luis Bellini, più conosciuto con il nome di Schemer. Egli è un uomo cambiato, un uomo che ha trovato la sua ragione di vita, dopo aver sposato Maria, una bella donna mediterranea di origine italiana, che gli ha fatto dono di un bambino, il piccolo Luis jr.. Luis non è più un uomo d’azione, o meglio, con il tempo è diventato più prudente e non spende tutti i soldi in… be’, lo potete immaginare. Ora mette ogni dollaro da parte. Dix è il sicario, assoldato perché nella vita non si è mai troppo al sicuro. Dix, all’anagrafe Handley, era un duro, uno “cento per cento”, di quelli che sa come sparare senza perdere la testa. Egli ha una donna, una signora bassottina e grassoccia, il cui misero stipendio non le consente di comprarsi vestiti nuovi, così costretta a vivere in un tugurio e indossare panni sudici. Dix l’avrebbe voluta mollare, ma qualcosa nel suo cuore di pietra non lo consente. Dix sogna di ritornare alla sua fattoria, tramandata da padre in figlio per svariate generazioni. Egli è stufo di quella “giungla d’asfalto” che è la città ma sa che deve ancora aspettare, ancora un po’. Per il colpo vengono coinvolti anche personaggi minori, tra cui uno sporco investigatore privato in cerca di facili guadagni, assoldato dal disperato Emmerich. Il colpo riesce, la mente del dottore è ancora quella di una volta. Ma la sorte dei ladri è già segnata. La conclusione non concede speranze per questo manipolo di uomini il cui destino è quello di morire nella polvere.

Un capolavoro noir, per un libro che verrà trasposto in pellicola da John Huston che firmerà la regia di uno dei più bei film del genere. Anche Piccolo cesare è un film tratto dall’omonimo romanzo di Burnett, interpretato dal grande E. G. Robinson.

Il libro inizia con la presentazione della “città” attraverso gli occhi e le orecchie della polizia. Il nuovo capo delle forze dell’ordine è un uomo implacabile, intelligente, con a casa una moglie tenera ed apprensiva, di fronte alla quale anch’egli, un uomo tutto d’un pezzo e dal cuore di pietra, non può che sciogliersi. Hardy, il capo della polizia, è il contraltare di Dix, il sicario romantico, stanco di questo mondo urbano che non lascia spazio né al respiro né alla speranza. A seguire vengono riportate le storie dei vari personaggi, presentati in tutta la loro umanità: non semplici manichini (tipici del genere del giallo “classico”) ma veri e propri individui dotati di storie e particolarità uniche.

Il vero protagonista del libro è la “città”, un’entità definita da tutto ciò che c’è di disumano: rumori, violenza, ammasso di corpi, insieme infinito di oggetti. All’interno di questo mondo artificiale non c’è spazio per i sogni, siano essi quelli di un romantico criminale (Dix), siano essi quelli di un avvocato della malavita (Emmerich), siano essi quelli di un padre di famiglia (Louis) che quelli di una donna alla ricerca di un compagno fedele (Doll). Non si può sognare in un mondo grigio, il cui tetto è fatto di cemento armato. La città, nonostante la sua mirabile grandezza, non consente all’immaginazione il varco per una possibile liberazione: Doll non sapeva neanche dove iniziava quel tutto compatto artificiale. Si delinea, così, uno spazio claustrofobico a cielo aperto, un luogo nel quale non si può guardare in alto perché, tanto, non c’è proprio nulla da vedere. E la terra non concede più l’amore, essa è solo un altro spazio già cancellato dall’intelletto umano, che preferisce un artefatto simile all’antro dell’inferno, piuttosto che il caos naturale, pur sempre violento ma capace di dar pace all’animo umano (come lascia intravedere Dix, nei suoi sogni di un ritorno alla vita agreste). Ma chi entra nella città è destinato a rimanerci per sempre: o si muore o si rimane, e se si vive allora bisogna accettare l’immobilità, l’assenza di ogni possibilità, di ogni speranza.

I personaggi del libro non sono propriamente dei nichilisti, si può dire, piuttosto, il contrario. Nonostante siano dei miserabili, tutti lottano per vivere, non sopravvivere. C’è chi lotta per una “bella rossa” e per la moglie malata a casa, c’è chi combatte per la fattoria dei padri, c’è chi lotta per il proprio uomo e chi per la famiglia ma nessuno è tanto solo o indifferente per cercare di salvare solo la propria pelle. Non solo. Non è vero che siamo nel regno hobbesiano del homo homini lupus, come qualcuno ha detto, ma c’è spazio per l’onore e per i sentimenti umani di solidarietà: come mostrano bene il caso di Dix e del dottore, di Dix e di Doll. In realtà, c’è molta empatia vicendevole tra gli uomini, nei limiti, d’altronde, delle possibilità della vita. Questo aspetto, così delicato e così importante, sottolinea lo sguardo acuto, disincantato ma non arrabbiato di Burnett, che non si limita all’ovvia considerazione attuale (purtroppo) che gli uomini si mangiano a vicenda come avvoltoi. Tale messaggio non è suggerito né molto né poco dalle magnifiche descrizioni dei comportamenti dei vari protagonisti. Inoltre,  tale aspetto è mostrato dalle azioni e dai pensieri dei personaggi, tratteggiati con cupezza da Burnett, che lascia intendere una più ampia visione dell’uomo. Tutti gli uomini ancora capaci di sognare, non del tutto rassegnati alla loro miseria (economica ed umana) sono condotti dal destino ad un fallimento terribile, se non fosse per la loro intrinseca eroicità: solo un dio può vivere (felice o infelice) in un mondo così violento e così assurdo, gli uomini devono accontentarsi di molto meno.

Nonostante il colpo abbia successo, ciascun uomo andrà incontro ad una tragica fine che non consente nessuna esorcizzazione della realtà. E la polizia non nient’altro che la violenza di un ordine umano non intelligente, semplicemente imposto che ristabilisce la piattezza ad un’increspatura di possibilità. Come il ferro da stiro appiana ogni piega, senza porsi il problema del prezzo che paga, così la polizia riporta la dirittura inumana della calma senza scopo. La polizia è solo il l’altra faccia della medaglia, una medaglia, per altro, senza alcuna qualità.

Il libro inizia con la descrizione dell’insediamento del nuovo capo della polizia e della sua conferenza stampa. I giornalisti, sempre pronti a servirsi dei fallimenti dei tutori dell’ordine per scrivere polemici mediocri articoli, vengono omaggiati di un bello spettacolo: viene accesa la radio della polizia e gli vien fatto ascoltare un quarto d’ora della vita pulsante. Crimini di ogni genere, chiamate inutili, storie di ubriachi… così fino a che Hardy non decide di interrompere l’infinito flusso d’informazioni, “e questo è solo un quarto d’ora”.

La violenza è un fatto naturale del mondo umano, talmente endemica da non lasciare spazio a utopistiche visioni antropologiche. La verità è che l’uomo è un essere violento, odioso e capace solo di creare attrito al proprio simile. Ciò perché la vita, a cui è costretto nella grande città, lo rende schiavo di ogni oggetto che lo conduca ad un minuto di oblio. Per rendersi conto di quanto antico sia il problema dell’alcool, basta leggere La giungla d’asfalto per farsi un’idea di come questo fenomeno sia radicato nella nostra società. Non c’è altro sistema per stare in pace con il mondo, in un mondo in cui, d’altra parte, si sopravvive per sbaglio o per necessità. Ogni personaggio, infatti, ha il suo oscuro oggetto del desiderio che riesce a riscattarlo dal nulla più assoluto, ognuno di loro ha una giustificazione, non illusoria, ma capace di portarli all’autodistruzione: il caso del dottore è emblematico.

Burnett lascia ammutolito il lettore per la sua maestria letteraria, capace di riportare in vita personaggi, ambientazioni e sentimenti propri della nostra epoca urbana. Egli è uno spettatore disincantato della realtà disprezzabile che nessuno vuole vedere. Tuttavia, senza morbosità, senza accanimento per il dettaglio macabro dozzinale, e non senza una certa acutezza d’animo, egli riesce nel delicato tentativo di rappresentare i sentimenti di un intero mondo: quello della giungla d’asfalto.


William BURNETT

LA GIUNGLA D’ASFALTO

SELLERIO

PAGINE: 357.

EURO 11,00


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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