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I promessi sposi – Alessandro Manzoni

Lucia Mondella e Lorenzo Tramaglino sono due giovani di un paese vicino al lago di Como, non distante dal monte Resegone. I due si amano, così si dice. Come i pinguini vogliono unirsi in vincolo per covare entrambi lo stesso nido e le stesse uova, così, spinti dalla natura e dal buon costume, Renzo e Lucia vogliono sposarsi.

Don Abbondio, il curato del paese, Pastore delle due “pecorelle”, dovrebbe sposarli, se non fosse costretto dalle circostanze a rifiutare: due bravi, loschi figuri incaricati dal dispotico signorotto locale, don Rodrigo, spiegano a don Abbondio che questo matrimonio non si deve celebrare. Don Rodrigo aveva scommesso con don Attilio, suo cugino, che avrebbe impedito il matrimonio dei due giovani. Il perché, poi, non è così chiaro: neppure supponendo che don Rodrigo fosse malvagio al punto giusto, si riesce a capire un gesto che, come noterà il temuto e potente conte zio, ha dell’assurdo. Comunque, don Abbondio non si oppone per via della sua intrinseca natura timorosa di fronte alle minacce dei mortali più che di Dio.

Renzo scopre che il curato si rifiuta di adempiere ai suoi compiti e racconta il fatto ad Agnese, la madre di Lucia.

Costei propone subito un sistema per raggirare il pusillanime prete, ma Lucia si oppone, sostenendo l’irrefutabile argomento secondo cui Dio non vuole che se gli altri sbaglino, sbagliamo a nostra volta! Sebbene nessuno sia molto convinto, ha più presa la seconda grande trovata di Lucia di aspettare e consigliarsi con il padre Cristoforo. Cappuccino per necessità e per vocazione, Cristoforo è un uomo impegnato nella difesa dei più deboli perché predisposto dalla sua natura focosa stessa che l’aveva condotto, quand’ancora era un signorotto, ad uccidere un suo pari. Fra Cristoforo, pentitosi, si fa frate cappuccino sia come segno di perdono del proprio grave misfatto, sia per dare un aiuto ancor più sostanzioso alla causa dei deboli.

Lucia racconta la storia al cappuccino che subito si avvede del grave problema: don Rodrigo, uomo dispotico e malvagio senza buone ragioni (se ne aveva Manzoni non ce le dice), non è il tipo d’uomo da lasciarsi impietosire dalle giuste cause.

Così, frate Cristoforo tenta una mediazione con il cattivo senza avere buoni risultati: egli va alla sua tavola ed ascolta insulsi discorsi. Al banchetto in casa di don Rodrigo c’è anche l’avvocato, l’Azzecca Garbugli, che aveva precedentemente sconsigliato Renzo dall’intraprendere azioni legali contro il più potente nobile. Una volta in disparte, Cristoforo cerca di prender per le buone don Rodrigo che non vuole sentire ragioni. Passato alle minacce divine, di un fosco futuro di fiamme diaboliche e di zolfo infernale, Cristoforo è quasi cacciato malamente dal castello del signorotto. A dirla tutta, il buon frate era più ispirato dai buoni sentimenti che non dalla ragione e, infatti, non comprende a fondo né la psicologica di Rodrigo né il modo migliore per persuaderlo: riesce solo a far indispettire ancora di più il don. Con costoro, infatti, bisogna raggirarli secondo lo schema: “cerca di capire…, dimmi tu come risolvere questo problema, ché io son troppo tardo di mente per riuscirci”, appellandosi, cioè, alla ragione. Assumendo che Rodrigo non abbia che sentimenti malvagi, come si potrebbe convincerlo con discorsi sulla bontà? In secondo luogo, come si può minacciare qualcuno che non riconosce che solo il potere temporale con mezzi di spirituale (presunta)? E’ chiaro che il buon frate aveva preso un abbaglio argomentativo.

Nel frattempo che il buon cappuccino trovava il modo migliore per non ottenere lo scopo, Agnese, esempio chiaro di donna di paese religiosa, sì, ma pratica abbastanza da usare la fede come sistema legale per giustificare le proprie azioni, consiglia i due giovani: richiamandosi alla sua esperienza navigata della vita, sostiene che, per maritarsi, basta andare dal prete e dire le parole “questo è mio marito” e “questa è mia moglie”. Il prete non può far nulla, se non acconsentire. Lucia, si capisce, incomincia a frignare come un agnello prima della macellazione imminente e sostiene nuovi argomenti di natura teologica per dir che tutto s’aggiusta ma non compiendo il male. Renzo, dal canto suo, ha un sentimento di frustrazione nei confronti della situazione, ma ritiene sensata la proposta d’Agnese e, se non fosse stato un galantuomo, o avrebbe lasciato lì a piangere l’intollerabile Lucia, comprendendo che una donna sì lamentosa non val la pena d’esser moglie di alcuno che non di Dio, oppure avrebbe potuto prenderla a schiaffi, ottenendo una soddisfazione terrena, ma non per questo meno densa di significati simbolici. La mazzata finale arriva dalla bocca stessa di fra Cristoforo, che, giunto a casa di Lucia, racconta il mediocre risultato della sua mediazione. Egli se ne va, consigliando di attendere sue nuove notizie. Comunque sia, quando tre cervelli ne fanno mezzo, il gruppo tende a seguire quelle possibilità che vedono più facili da raggiungere. Renzo, Lucia e Agnese, armati di buona volontà più che di grande acutezza e di buoni piani, tentano la sortita: maritarsi attraverso la furbata.

La perpetua, donna sola per costrizione ma non per convinzione, viene distratta da Agnese che la stuzzica per il suo debole: i pettegolezzi. Renzo e Lucia si recano la sera in compagnia di due testimoni, delle cui qualità umane e mentali è lecito non parlare perché, come farebbe Manzoni, è giusto lasciare all’immaginazione i difetti dei “buoni”.

Don Rodrigo, nel frattempo, parlotta con don Attilio e, per esser sicuro di vincere la sua scommessa, decide di far rapire la timorosa Lucia, per esser sicuro, ma proprio sicuro, che non riuscisse a sposare Renzo. Così manda il Griso, suo braccio destro, a prelevare la giovane. Siccome Rodrigo è un rapitore di vergini, ma galantuomo nel suo lavoro di malvagio, si premura di specificare al suo uomo di non torcere un capello alla gentil dama. Il Griso cerca di spiegare le sue ragioni: non si può rapire qualcuno senza sballottarlo un poco, che diamine!, ognuno pensi al suo lavoro! Ma Rodrigo è categorico perché i cattivi sono molto più costanti che i buoni: i buoni, infatti, sono talvolta cattivi ma, in fondo in fondo, lo fanno comunque per propria imperfezione, mentre i cattivi sono cattivi in modo perfetto.  Con le parole di don Abbondio:  “coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perché hanno quel canchero che li rode.”[1]

Renzo e Lucia non riescono a sposarsi perché il loro astutissimo piano fallisce. E questo fallimento ha del miracoloso, visto lo studio approfondito e rigoroso del piano generale. Di fatti Lucia, non paga di aver pianto come vitello, reclama per sé l’evidenza dei fatti: Dio non vuole matrimoni in questo modo! Il paese è in subbuglio: il pavido don Abbondio ha fatto suonare le campane per salvarsi così tutti accorrono alla chiesa. Il trio delle meraviglie se ne torna a casa, chi arrabbiato, chi tremolante come un budino, chi scoraggiato. A casa di Lucia e Agnese stanno il Griso e i compari ad attenderli. Tuttavia, come son sulla strada di casa, i tre vengono intercettati da fra Cristoforo che, nel mentre, era venuto a sapere delle intenzioni di Rodrigo di far rapire la piccola madonnina piangente e tremolante. Renzo giura vendetta, come tutti i deboli che cercano di placare il proprio animo impotente, mentre Lucia si mette a piangere ma non c’era manco bisogno di dirlo. Cristoforo consiglia ai tre di lasciare il paese, finché sono in tempo. Lucia e Agnese sarebbero andate a Monza, dove avrebbero trovato riparo al monastero. Mentre Renzo poteva andare a trovare un suo cugino, abitante del bergamasco.

Le strade dei due giovani si separano per lungo tempo. La narrazione si sdoppia in due, se non in tre: il racconto delle vicende di Renzo, quelle di Lucia e la ricostruzione storica che, in alcuni punti, fa storia a sé. In mezzo a tutto ciò, Manzoni ci racconta le vicende di tutti i personaggi secondari che, in un modo o nell’altro, finiscono per coincidere con “i buoni”: non c’è tempo per parlare di tutti, nonostante le quasi settecento pagine della nostra edizione, e i cattivi non meritano di essere compresi nemmeno un po’.

Senza star qui a riportare tutta la storia, basti dire che alla fine Renzo e Lucia si sposano, dopo venti mesi di traversie, peste ivi compresa! I promessi sposi… si sposano, chi l’avrebbe mai detto!

Al di là dell’ironia, necessaria quando non si voglia essere sarcastici, I promessi sposi sono senza dubbio un capolavoro della narrativa. Sebbene siano un testo idolatrato soprattutto per l’ideologia religiosa sottostante e per la strumentalità didascalica e didattica, grazie al quale è riuscito nell’intento difficile di essere uno dei libri più odiati dell’intera letteratura italiana, nonostante tutto ciò, risulta bello da un punto di vista stilistico, bello da un punto di vista narrativo e bello e perfettamente congeniato dal punto di vista artistico.

Innanzi tutto, parliamo dei personaggi. In generale, i ritratti umani sono di qualità notevole. L’aspetto psicologico è mostrato sia attraverso l’esplicita descrizione del loro carattere, sia attraverso la messinscena dei loro comportamenti. Il personaggio è introdotto sempre all’interno di una vicenda, esso diviene così parte di un tutto all’interno del quale fa parte a sé. La natura dell’ideologia di Manzoni conduce ad una visione manichea della realtà umana: non a caso, vengono raccontate le ragioni psicologiche e comportamentali solo dei “buoni” mentre i “cattivi” non sono degni delle medesime attenzioni. Nessuna eccezione: l’Innominato e Gertrude sono cattivi solo fino alla “rivoluzione interiore”. Essi, infatti, lungi dal percorrere il normale corso di eventi mentali, escluso dall’arbitrarismo di fondo del cattolicesimo, non seguono un andamento costante fino alla rivoluzione: Gertrude si ravvede alla fine, inchiodata da un pressante discorso “del cardinale”, mentre l’Innominato, che costituisce una parziale eccezione al nostro discorso, cambia visione del mondo quasi nel giro di una notte.

Renzo è un uomo di buoni sentimenti, se non provocato. Egli reagisce alle circostanze con quel poco di arguzia che una mente standard sa avere nelle circostanze avverse, non brilla di ingegno ma sa imparare dalla sua esperienza, il che, in tempi di carestia di cervelli, è pur sempre una grande qualità. La sua vicenda segue, infatti, un corso di eventi abbastanza sensato: egli prende delle decisioni sul suo destino e cerca, comunque, di cambiare il mondo a suo favore.

Lucia è l’immagine della donna totalmente schiava della superstizione. Non è in discussione il valore della religione, piuttosto dell’individuo simbolico rappresentato da Lucia: la ragazza è incapace di prendere decisioni per sé e, se proprio vi è costretta, lo fa sempre attraverso le idee vaghe che ha della religione. In tutto il romanzo, Lucia lascia sempre che le decisioni vengano prese dagli altri che o dagli eventi, genericamente intesi: Lucia chiama questa passività “Provvidenza”. La ragazza, infatti, ha una visione della vita totalmente subordinata alla religione cattolica: crede di più nell’aldilà che nel mondo, ma questo non la rende meno egoista di chi, come don Rodrigo, è fedele ad un egoismo, diciamo, più materialista. Lucia, infatti, fa appello ad un’utilità di natura non materiale, ma non per questo meno “utilitarista”: la differenza tra Lucia e don Rodrigo sta nella diversa concezione dell’utile, del fine, ma non della propria egocentricità. A dimostrazione di ciò, basterà un esempio significativo: quando Lucia ha paura di quel che potrebbe capitarle al castello dell’Innominato, si affida alla Madonna alla quale sacrifica la sua verginità in cambio della sua salvezza. Già questa richiesta è di carattere propriamente autoreferenziale e volta alla sua incolumità. Salvatasi, a suo parere proprio grazie al voto contratto, dopo essersi ricongiunta alla madre, cerca di non pensare più a Renzo perché, secondo il suo parere, la provvidenza li ha destinati ad essere separati. Quando Agnese le chiede se la sorte di Renzo non le stesse a cuore proprio per nulla, Lucia risponde:

“E Renzo?” disse Agnese, tentennando il capo.

“Ah!” esclamò Lucia, roscotendosi, “io non ci devo pensar più a quel poverino. Già si vede che non era destinato… Vedete come pare che il Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa…? Ma no, no: l’avrà preservato Lui da’ pericoli, e lo farà esser fortunato anche di più senza di me.”

“Ma intanto,” riprese la madre, “se non fosse che ti sei legata per sempre, a tutto il resto, quando Renzo non gli sia accaduta qualche disgrazia, con que’ danari io ci avevo trovato rimedio.”

“Ma que’ danari,” replicò Lucia, “ci sarebbero venuti, s’io non avessi passata quella notte? E’ il Signore che ha voluto che tutto andasse così: sia fatta la sua volontà.” E la parola morì nel pianto.[2]

In generale, il comportamento di Lucia lascia pensare che a questo matrimonio tenesse fino ad un certo punto. Tanto è vero che si può ben dire che a tutto preghi, tranne che al suo Renzo e alla loro unione. Il personaggio di Lucia è, a ben guardare, assai problematico: se doveva essere l’immagine stessa della santità, totalmente vincolata alla Provvidenza, allora le manca sia la forza d’animo per dimostrarlo che la serenità. Infatti, i martiri hanno fama di esser morti felici e non da pusillanimi: per quanto sia lecito dubitare delle storie dei santi, non è dubbio che essi siano ricostruiti come entità perennemente felici, forti, tutti d’un pezzo e con “abilità speciali”. Lucia, invece, è un personaggio pavido, incapace di reagire e abile solo a trovare delle giustificazioni per ciò che accade: tutto è dovuto alla Provvidenza, ma non si comprende perché tale Provvidenza giustifichi tanto il bene quanto il male. Insomma, il progetto divino serve solo a lasciare intatto ciò che c’è, senza rendere giustificabile qualunque cambiamento.

I suoi disegni [di Lucia] eran ben diversi da quelli della madre, o, per dir meglio, non n’aveva; s’era abbandonata alla Provvidenza. Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o diceva, in termini generali, di non aver più speranza, né desiderio di cosa di questo mondo, fuorché di poter presto riunirsi con sua madre; le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le sue parole.[3]

In queste parole, l’essenza del personaggio. D’altra parte, potrebbe darsi che Manzoni volesse presentare Lucia non come modello di donna da maritare ma come ideale negativo femminile, immagine della schiavitù stessa: in fondo, Manzoni presenta Lucia come incapace di qualunque azione degna di nota e, di fatti, non compie alcun gesto rilevante per la propria vita e, soprattutto, per quella di Renzo. E quando si tratta di pregare, ella ricorda sempre che lo si fa per un’utilità di natura superiore. Non a caso, quando cerca di persuadere l’Innominato, Lucia non usa argomenti quali “l’amore per Dio e l’umanità”, “la felicità materiale di chi vive in nome della carità” ma che “Dio renderà merito alle azioni buone”, azioni che, ben inteso, ella stessa giudica come buone (incorrendo in svariate contraddizioni). Di conseguenza, il suo argomento non è di carattere disinteressato né in senso materiale né in senso assoluto: lei vuole essere salvata e preservata la sua incolumità fisica, del resto poco importa; inoltre, il suo argomento fa appello all’egoismo dell’Innominato perché l’utilità egoistica è solo spostata nell’aldilà. Dio è come Babbo Natale che dispensa doni o punizioni in base al comportamento (o, anche peggio) in base alle sole intenzioni. D’altra parte, c’è da dubitare che Manzoni volesse presentare Lucia come un personaggio negativo, ma, anzi, è più probabile che la proponesse come l’idea della donna pia ma adatta al matrimonio. Tuttavia, proprio la figura di questa donna ideale risulta claudicante perché non risulta plausibile né sul piano della credibilità né sul piano del valore che rappresenta. Alla fin fine, neanche una donna cristiana può ambire ad essere così passiva come Lucia che, per comportamenti, non si discosta poi molto da un oggetto semovente. Inoltre, se Lucia si può immaginarla bene nei panni di una suora, meno la si pensa come sposa che adempie ai suoi doveri coniugali. Se non fosse per la sua facilità ad incendiar le gote, se toccata nella sua pudicizia dell’animo anche solo alla lontana, si dubiterebbe che in lei germogli una qualche passione amorosa di tipo più concreto la quale, per esser precisi, è una base da non sottovalutare in un rapporto a lungo termine.

Agnese rappresenta la saggezza e benevolenza paesana, l’immagine stessa dell’uomo qualunque di un’epoca passata ma permanente nell’essenza. Agnese, infatti, non è del tutto passiva come Lucia e cerca in molti modi di modificare il corso degli eventi, anche con aggiustamenti sul piano legale. La madre della promessa sposa rappresenta perfettamente l’immagine della donna pratica, capace di farsi tornare sempre i conti, facendo appello, quando giocasse sporco, ai fini: il fine buono giustifica qualche azione mediocre. Si tratta di un personaggio estremamente costante, come tutti quelli del romanzo, eccezion fatta per l’Innominato. Il suo amore per la figlia e per Renzo la conducono ad essere “il terzo protagonista” del lavoro.

I personaggi totalmente positivi sono Federigo Borromeo e fra Cristoforo, ai quali viene perdonata qualsiasi mancanza, in nome del loro comportamento cristiano esemplare. Essi sono i riparatori dei danni, compiuti dagli uomini o dalla sorte. Questi personaggi risultano credibili, ma con l’ombra del dubbio della loro quasi assoluta perfezione sul piano delle intenzioni.

D’altra parte, è un tratto caratteristico della visione del mondo di Manzoni, quella di presentare i buoni assolutamente perfetti sul piano delle intenzioni, come i cattivi assolutamente malvagi. La differenza sostanziale, però, risiede nell’assurdità di concepire in tal modo la natura umana: sembra che i buoni siano tali non perché moralmente razionali o, almeno, ispirati da sentimenti di altruismo ma, viceversa, perché perfettamente ligi al dovere divino. In altre parole, così come il bene nasce dalla volontà di Dio, così il male nasce dalla volontà umana. Di fatti, non c’è un solo personaggio positivo che non sia anche profondamente religioso, anzi, si può dire che simbolicamente l’uomo è tanto più buono tanto meno lo è. In questo senso, non c’è la visione di una umanismo ma di un nichilismo implicito nella storia dell’umanità, sia essa storia del singolo che del popolo. La massa è tratteggiata come un insieme di folli, incapace di pensare ma in grado di distruggere. Mentre, i singoli uomini sono costantemente traviati dall’interesse materiale. Don Rodrigo, il conte zio, don Attilio, il Griso e i “bravi” sono l’insieme dei cattivi puri, quelli che, in nome dell’utilità personale, fanno letteralmente ciò che vogliono.

Quelli che fanno il bene, lo fanno all’ingrosso: quand’hanno provata quella soddisfazione n’hanno abbastanza, e non si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perché hanno quel canchero che li rode.[4]

Le parole di don Abbondio chiariscono bene la visione di Manzoni sui “cattivi”: essi sono costanti, implacabili, insonni nel loro pensar male e agire male, a differenza dei buoni che, quasi sempre, si fermano non appena hanno raggiunto il “lieto fine”, senza indugiare a controllarne tutte le conseguenze. In fondo, i malvagi, per Manzoni, sono perfettamente giustificati nell’agire e, grazie all’intrinseco egoismo materiale, sono estremamente costanti perché guidati da obbiettivi chiari e sempre presenti. Un’idea simile, ma laica, l’ha il Conrad de Nostromo. I cattivi, poi, farebbero quasi bene ad agire come agiscono, se non fosse che Dio ha imposto un’utilità più alta, cioè immateriale: questa utilità è la salvezza dell’anima. Ma questa concezione mostra chiaramente come Manzoni ritenga che l’umanità sia, in sostanza, senza principi morali, destinata a vivere come porci perché, al pari di quelli, è solo in grado di fare del male. Il correttivo, le leggi divine, non sono altro che un ripiego per una bestia incapace. Il nichilismo, però, non è eliminato: fare del bene, vuol dire fare un passo di più verso la propria salvezza. Fare del bene vuol dire essere ubbidienti alla volontà giusta, coincidente con la volontà di Dio che, guarda caso, è conosciuta da una sola parte. I buoni conoscono la volontà divina arrogandosi il diritto di essere interpreti della Provvidenza e dei suoi voleri, in contraddizione con ciò che essi stessi professano. Così, il buon cristiano è l’egoista giustificato da un’utilità superiore: aiuto gli altri per aiutare me stesso. Ma il nichilismo cristiano si manifesta nella sua essenza pura in ciò: Dio è inconoscibile, essendo Egli infinito, ma noi dobbiamo seguire i suoi voleri. Il problema è il contenuto di tali voleri: a noi è precluso e, per tanto, ci risulta inqualificabile. Come Abramo obbedisce ciecamente, così dovrebbero far tutti, senza star lì a vedere se un’azione è giusta oppure no, in base a criteri ulteriori che non sia l’obbedienza. Ma questo svuota e non riempie la nostra vita di significato!

La visione della storia di Manzoni è il riflesso della sua visione ideologica: non c’è salvezza nell’umanità ma solo nel progetto divino. Gli uomini sbagliano, da un punto di vista dell’utilità materiale (come testimonia il caso della peste), e sono condotti dalle loro passioni irragionevoli ad agire a caso o per il peggio: non c’è un solo caso di buona azione compiuta grazie alla discussione collettiva, grazie alla ragione senza religione, ma sempre e solo da una volontà animata dall’adozione delle presunte leggi divine.

Le piccole vicende degli uomini si intrecciano con la grande storia. Si può dire, che il racconto storico è centrale all’interno dell’opera almeno quanto la narrazione delle vicende dei protagonisti. Manzoni sembra tracciare in modo netto un pessimismo antropologico e storico radicale, sebbene si possa pensare ad una qualche forma di redenzione, a patto di non concepirla né in termini di vicende umane né in termini di vicende storiche. Gli individui non hanno riscatto, se non nella loro stessa negazione cioè attraverso il loro stesso sacrificio per una vita futura. Se ciò non è nichilismo in senso teorico, lo è, però, in senso profondamente pratico. D’altra parte, c’è almeno un passo che suggerisce il pessimismo di sapore nichilistico di Manzoni nei confronti della vita. Quando fra Cristoforo sta per salutare Renzo, ché deve andare via dal lazzaretto, lo implora di pregare per lui e gli dice queste parole:

qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità; quel pane, di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche loro, per il povero frate.[5]

Non ci sono parole più adeguate per descrivere l’idea che il mondo sia una valle di lacrime senza speranza. C’è da chiedersi cosa dovrebbe spingere due persone sane di mente, che credano queste cose sul serio, a mettere al mondo dei figli: per farli vivere in “un tristo mondo” in “tristi tempi” in mezzo a gentaglia malvagia, pronta a fare del male. Insomma, mettere al mondo delle persone nella convinzione che il loro mondo sarà anche il loro inferno. Manzoni risponderebbe che metter al mondo pargoli è un dovere di un buon cristiano: ma come si fa ad amare un Dio che ti comanda di mettere al mondo dei figli in un simile posto?

Altra prova a sostegno dell’implicita fallimentarità dell’essere umano senza Dio, o che cerca di risolvere la sua vita con i suoi soli mezzi, è presentata dall’immagine stessa della cultura, anche in senso elevato, che Manzoni ci propone: all’interno del romanzo ci sono solo tre figure di “intellettuali”, in senso lato. Il primo è Federigo Borromeo, il secondo è l’Azzecca Garbugli, il terzo è don Ferrante. La cultura, e in generale la conoscenza, è incapace di risolvere in positivo i problemi della vita, come dimostrano sia l’Azzecca Garbugli che don Ferrante (ma anche il Tadino che, se non altro, predica nel vuoto, cioè risulta inefficace). L’avvocato non serve ad altro che a procurare ulteriori problemi rispetto a quelli che ci sono già, mentre don Ferrante è un povero sciocco, chiuso all’interno del proprio sapere sterile, addirittura incapace di riconoscere la peste e le sue cause, in grado solo di legittimare, parzialmente, l’opinione volgare del popolo. Don Ferrante, uomo colto ma inutile, rappresenta l’immagine dell’intellettuale senza ragion d’essere, chiuso all’interno del cerchio della conoscenza, dove solo essa ha importanza: non può fare il bene perché la conoscenza lo inchina sui libri invece di fargli alzare lo sguardo al cielo. Quanto la visione di Manzoni sulle opere umane possa essere nichilista in senso ben maggiore rispetto alla più modesta presentazione di Nietzsche, è palese. Infatti, il filosofo tedesco aveva ragione, nel sostenere l’idea che il cristianesimo sia, nell’essenza, solo una moltiplicazione del vuoto: invece di uno, ce ne sono due. I promessi sposi sono una testimonianza di questa verità, là dove, per l’umanità in sé stessa, non c’è speranza.   Federigo         Borromeo        è presentato più come un uomo pratico che come intellettuale e, anzi, quando Manzoni parla della sua produzione culturale, lascia cadere l’argomento perché non se ne poteva parlare bene, giacché di un uomo buono non si può dir male di nulla come dell’uomo malvagio non si può parlar bene.

Altra traccia di pessimismo è lo scetticismo, diciamo pure ben giustificato, nei confronti del buon senso o del senso comune. Manzoni, infatti, mostra come le credenze collettive siano il frutto di idee del tutto inadeguate, sciocche e superficiali. Il popolo agisce collettivamente male a seguito di un pensiero condiviso irrazionale. Per farsi un’idea basti citare questo bellissimo brano:

In principio, dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci si è attaccata un’altra idea, l’idea di un venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.[6]

A questo genere di superstizione popolare non c’è rimedio giacché, come detto, l’intellettuale è incapace, la conoscenza insufficiente. Manzoni sembra essere a tal punto pessimista che addirittura lascia intendere che neppure i santi prelati, come Federigo Borromeo, possano nulla contro ciò: infatti, il cardinale e il frate Cristoforo non intervengono mai sulle masse ma sempre sugli individui, facendo leva solo sul loro istinto religioso o sulla loro utilità assoluta (cioè la salvezza spirituale). Ma la Storia, condottiero arcionato sulla popolazione, si muove solo a partire dalle masse ed esse non hanno padrone né destino.

Il didascalismo manzoniano è stato una delle ragioni della sua imperitura odiosità. In realtà, esso è meno presente di quanto non sia lecito aspettarsi dalle opinioni di chi parla, generalmente, del romanzo. Se è lecito parlare di “insegnamento moraleggiante” di Manzoni, ciò è vero solo in superficie e solo in certi punti perché, suo malgrado, Manzoni rimane un miglior romanziere che religioso. Infatti, il libro si legge con gusto e velocità anche quando si abbia una visione molto diversa delle persone e delle cose rispetto a quella dell’autore. Infatti, se fosse stato diversamente, Manzoni avrebbe scritto un’opera di propaganda, ma ciò gli fu impossibile (ammesso che questa fosse la sua intenzione) perché era abbastanza scettico egli stesso per non riuscire a mostrare la sua intelligenza (tutta umana e laica), suo malgrado: in diversi punti del libro Manzoni va ben al di là dei suoi precetti religiosi e ci regala dei momenti di maestria letteraria e di grandiosità artistica. Senza dubbio, in alcuni punti si ricade nel didascalismo paragonabile alle morali spicciole delle fiabe, ma, tutto sommato, se si è dei lettori intelligenti, si è in grado di passarci sopra.
Per concludere, vorremmo parlare del “lieto fine”. Manzoni, parlando della monaca di Monza, dice:

E’ una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se  al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto alla prepotenza, e dà una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saggezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. E’ una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine.[7]

La nostra cultura, per quel di cristiano che ha radicato in sé, concepisce la realtà intenzionale come determinata da buone o cattive intenzioni. Le buone intenzioni servono a giustificare qualunque cosa, indipendentemente dai risultati che ciò implica: da buoni atti non possono seguire che buone conseguenze. Tuttavia, non è prescritto quali siano i mezzi idonei per raggiungere il lieto fine. E non è un caso che assai spesso noi siamo inclini a giustificare le conseguenze negative di atti ritenuti buoni proprio in vista del fine da cui essi sono posti. Le parole stesse di Manzoni ci confermano questa ipotesi: la monaca di Monza avrebbe potuto esser felice ad esser monaca, perché la religione, anche quando imposta con la forza, riserba delle bontà tali da essere irrefutabili. Il fine (la clausura) scusa, per non dire giustifica, il mezzo (la costrizione). In fin dei conti, c’è del buono in sé nella costrizione di una volontà non santa, soprattutto, quando la si rende santa! Di conseguenza, la peste è un bene perché l’ha voluta la Provvidenza e se i promessi sposi si sono congiunti così tardi è perché, in fondo, le difficoltà li hanno arricchiti. Insomma, il fine giustifica qualunque cosa. Tutto si può giustificare a posteriori, basta crederci!

In conclusione, la bellezza del romanzo è indubbia, sebbene l’amore ad un tale libro è accessibile solo a colui che, in fondo, la pensa come Manzoni. Infatti, se il piacere artistico e il godimento del bello siano delle ottime motivazioni per leggere l’opera più celebre della letteratura italiana, risulta acre la visione del mondo di Manzoni, con tutte le sue svariate implicazioni. Un’opera d’arte di rilievo, un’opera d’arte difficile da amare fino in fondo.


MANZONI ALESSANDRO

I PROMESSI SPOSI

MONDADORI

PAGINE 673

EURO 8,40


[1] Ivi. p. 408.

[2] Manzoni A., I promessi sposi, Mondadori, Milano, 1990, p. 453.

[3] Ivi. p. 433.

[4] Ivi. p. 408.

[5] Ivi. p 638. Corsivo mio.

[6] Ivi. p. 442.

[7] Ivi. p. 182.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

One Comment

  1. MarzioMarzio agosto 7, 2014

    Ottimo riassunto! Vi segnalo anche i a href=”http://www.orlandofurioso.com/riassunto-per-capitoli-del-romanzo-i-promessi-sposi/” title=”Promessi Sposi”>riassunti per capitoli dei Promessi sposi pubblicati sul sito Orlando Furioso!

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