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I banditi – Il banditismo sociale nell’età moderna – Eric Hobsbawn

Difficile ammettere il fatto che quanto più un bandito si avvicina all’ideale popolare del fuorilegge gentiluomo, e cioè il difensore socialmente consapevole dei diritti dei diseredati, tanto meno l’autorità è disposta ad aprirgli le braccia. Anzi è molto più pronta a trattarlo come un rivoluzionario sociale e a dargli una caccia spietata, fino all’eliminazione.

E’ evidente, comunque, che si tratta di qualcosa di più di un’esplosione di crudeltà manifestatamente gratuita. Si possono dare due spiegazioni possibili, se pure con una certa esitazione, perché la psicologia sociale è una giungla dove solo un insensato può avventurarsi cautamente.

Hobsbawn.

I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna è un libro di difficile collocazione di genere. Esso attinge alla storia sociale dell’età moderna per dipingere il quadro di una figura difficile da fissare, così si avvale di riflessioni antropologiche, economiche e sociali.

Il primo capitolo “Che cos’è il banditismo sociale?” risponde alla domanda principale: la definizione del ruolo del bandito all’interno della sua società di riferimento. Hobsbawn considera esclusivamente il caso del bandito nelle società rurali, non limitate all’Occidente. Egli, cioè, non parla dei fenomeni del banditismo cittadino o delle forme di associazione a delinquere, diventate, per altro, famose e centrali dopo la pubblicazione del libro (ancora nel 1969 il fenomeno della mafia non era ben studiato, come puntualmente osserva lo stesso Hobsbawn nel libro).

Il secondo capitolo “Chi diventa bandito?” tratta delle persone che, in linea di principio, sono i principali candidati a divenire banditi nelle società contadine.

Il terzo capitolo tratta dell’interessante rapporto che intercorre tra la figura reale del bandito e il suo mito e, soprattutto, delle ragioni stesse della necessità di una figura tra il leggendario e il reale.

Il quarto capitolo parla dei giustizieri, cioè coloro che si danno al banditismo per ragioni di rivolta sociale, più o meno radicale, che, però, non sfocia mai in rivoluzione per l’assenza di un’ideologia che tenda a concepire “una nuova società e un nuovo mondo”.

Il quinto capitolo tratta degli aiduchi, figure delle zone calde di confine.

Il sesto capitolo parla dell’economia che ruota attorno al bandito e di come, in fondo, non solo sia marginale, ma non sia realmente un motore di sviluppo di ricchezza all’interno della società in cui il bandito vive a margine.

Il settimo capitolo tratta analiticamente dei rapporti tra i banditi e le rivoluzioni tra ottocento e novecento.

L’ottavo capitolo parla dei “requisitori”, cioè di coloro che sottraevano allo stato i beni per sostentare attività rivoluzionarie.

Il nono e ultimo capitolo tratta del “bandito come simbolo”, cioè della valenza antropologica del bandito all’interno della sua società di riferimento e di come, in ultima analisi, egli sia comunque costretto a perdere nella sua sfida contro il potere costituito, anche all’interno della storia culturale, che lo condanna presto all’oblio, a differenza di chi, forte di eserciti e di leggi inique ma istituzionalmente effettive, ha ucciso e distrutto e depredato intere regioni.

Il centro dell’analisi de I banditi è la figura storica di quell’individuo che rifiuta l’ordine costituito solo in misura parziale, solo nella misura in cui quell’ordine si configura come ingiusto ai danni del più debole o dei più deboli. La trattazione, come detto, non intende considerare tutte le varie forme di illegalità, sia essa di un singolo o di un gruppo, ma solo quella figura peculiare che è identificata con il bandito delle campagne. Il bandito è, in genere, una persona come tutte le altre, che nasce in un contesto ben preciso e sviluppa il suo orizzonte degli eventi all’interno di un contesto sociale definito.

Però esistono sempre dei gruppi a cui la situazione sociale consente l’indispensabile libertà d’azione. Il più importante è costituito dai contadini maschi che si trovano nell’età tra la pubertà e il matrimonio, prima cioè che il peso della responsabilità familiari li costringa a curvare la schiena. (A quanto mi risulta, nei paesi in cui il divorzio unilaterale è accordato con facilità, il periodo che va dal ripudio di una moglie a un nuovo matrimonio costituisce un altro momento di libertà relativa, tuttavia, come nel caso analogo dei vedovi, ciò è vero solo se non ci sono figli in tenera età a cui badare o se li si possono affidare a parenti). Anche nelle società contadine, la giovinezza rappresenta una fase di indipendenza e di rivolta potenziale. I giovani, spesso uniti in bande regolari o irregolari di coetanei, passano facilmente da un lavoro all’altro, poi alle scorrerie e al vagabondaggio.[1]

In generale, le persone si piegano a quello che è l’ordine, assunto, generalmente, con lo status quo. E’ sempre rischioso mettere la propria vita contro l’ordine, in qualunque epoca: la devianza dal potere dominante è sempre un rischio, in genere considerato come l’ultima spiaggia. Il potenziale bandito non è mai un facoltoso uomo di affari, né un nobile di alto rango, dalle grandi ricchezze. Il bandito è, generalmente, o un contadino riottoso, che ha subito ingiustizie e incapace di sostentarsi esclusivamente con i proventi dei raccolti; oppure appartiene alle classi dedite al mestiere delle armi, siano nobili decaduti o ex militari. La condizione economica del potenziale bandito non è quella dell’instabilità economica, è quella della certezza della povertà, povertà unita all’abbandono sociale, al degrado e alla carità. Le condizioni sociali, grazie alle quali può nascere un bandito, sono accomunate dalla presenza di un ordine tradizionale maltollerato dalla popolazione locale. Il malcontento, generato dal peso fiscale e dall’incapacità del governo di operare azioni politiche virtuose nel territorio, si esprime in duplice senso: da un lato, genera l’esigenza di un riscatto sociale, che pareggi il bilancio delle ingiustizie; da un altro lato, genera le condizioni materiali per cui alcuni individui sono costretti a darsi alla macchia, ora per ragioni economiche, ora per ragioni morali, ora per ragioni sociali.

La prima fonte di brigantaggio, e probabilmente la più importante, va cercata in quelle forme di economia o di ambiente rurale che hanno una richiesta di manodopera relativamente scarsa o che sono troppo povere per dare lavoro a tutti gli uomini validi; in altre parole, nelle popolazioni rurali che sono in eccedenza. Le economie di tipo pastorale, e le zone di montagna e di terreno poco fertile, cose che spesso vanno assieme, presentano un’eccedenza costante di popolazione, che tende a crearsi i propri sbocchi istituzionalizzati nelle società tradizionali: l’emigrazione stagionale (sia dalle Alpi sia dai monti della Cabilia), l’arruolamento come soldati (in Svizzera, in Albania, in Corsica e nel Nepal), e finalmente le scorrerie e il brigantaggio.[2]

E più oltre:

“E’ probabile che l’unità di banditi tipica delle zone montuose sia costituita da pastori giovani, da braccianti senza terre e da ex soldati, ed è improbabile che ne facciano parte uomini sposati con figli o artigiani”. Formule come queste non esauriscono il problema, ma valgono per una parte straordinariamente vasta del campo. Per esempio, fra i capi di bande dell’Italia meridionale tra il 1860 e il ’70, di cui è indicata la professione, si contano ventotto tra “pastori”, “mandriani”, “ex militari”, “braccianti senza terra”, e “guardie campestri” (o combinazioni di queste occupazioni) e cinque soltanto di tipo diverso. Esiste, nondimeno, un’altra categoria di banditi sociali (…) essa è costituita dagli uomini che non accettano il ruolo sociale passivo e umile del contadino sottoposto; sono i ribelli individualisti, riottosi e non disposti a chinare la testa. Sono, secondo la classica e ben nota definizione contadina, “quelli che sanno farsi rispettare”. Non sono molti, in una normale società rurale, i tipi del genere, ma se ne trova sempre qualcuno.[3]

Il punto rimarchevole dell’analisi di Hobsbawn, qui al livello dei suoi vertici storiografici (come ne Il secolo breve), è quello di riuscire a mostrare come il bandito sia in tutto e per tutto una figura in continuità con il suo contesto sociale, il quale non è da identificare come un rivoluzionario o un dissidente politico. Il bandito si situa, spesso, tra i difensori dell’ordine costituito, ma rivendica la necessità di pareggiare i torti subiti dalla giustizia ingiusta, ingiusta nell’esecuzione ma non nel principio: il problema diventa individuale e personale, cioè è il singolo magistrato o politico ad essere corrotto e malvagio, ma non è visto il sistema stesso come fautore della corruzione politica. Il bandito, però, assolve anche ad un’altra funzione sociale, che non è solo quella di pareggiare i conti: egli è portatore di quella speranza, altrimenti frustrata, di tutti i contadini, avvinghiati alla terra, che devono tollerare ogni iniquità, sia essa giudiziaria, fiscale o politica. Il bandito è la speranza della popolazione locale, senza il cui appoggio, del resto, il bandito stesso non potrebbe fare a meno. Le atrocità compiute dal bandito sono tollerate e, addirittura, riconosciute come legittime, se la violenza è perpetrata ai danni di quelli che sono considerati i mali della società, come, ad esempio, il controllo poliziesco della zona. Il bandito, da questo punto di vista, è tenuta in grande considerazione, come colui che ha fatto ciò che gli altri “non hanno il coraggio di fare”. Questo dimostra pienamente che il senso di obbedienza e di rispetto di un ordine, quale che sia, sia molto più forte della volontà di rivolta degli uomini. In genere, dunque, perché una società abbia dei crolli strutturali occorre la presenza di innumerevoli fattori che conduca la maggioranza, composta, in buona sostanza, di uomini proni al potere costituito, a costringerli alla ribellione: gli uomini devono sentirsi più protetti nella rivolta che nell’obbedienza, cosa che, com’è ovvio, è una condizione che capita di rado. La realtà è che il fascismo, come condizione dell’uomo che soggiace ad un potere arbitrario, è una componente basilare delle società umane, costituite da materiale sociale stabile, stabile perché capace di sopportare qualunque cosa, ma capaci, nella loro incoerenza, di ammirare coloro che, pur nella violenza, violenza che è alla portata della comprensione di tutti gli intelletti, si rifiutano di seguire l’ordine costituito:

 Il “bandito gentiluomo” tradizionale rappresenta una forma estremamente primitiva di protesta sociale, anzi, forse, la più primitiva che ci sia. Il brigante è un individuo che si rifiuta di piegare la schiena, tutto qui. La maggior parte dei tipi come lui saranno tentati, prima o poi, trovandosi in situazioni non rivoluzionarie, d’infilare la strada facile del delinquente comune che rapina indifferentemente poveri e ricchi (fatta eccezione, forse, per quelli del paese natio), o di farsi sgherro del signore, membro di squadracce armate, pronto a venire a patti con le strutture del ptoere ufficiale. Perciò i pochi che non si piegano o che si pensa siano rimasti puri, sono fatti oggetto di un’ammirazione sconfinata, appassionata e duratura. essi non possono abolire l’oppressione, ma stanno a dimostrare che la giustizia è possibile, che i diseredati non è necessario che siano umili, impotenti, mansueti.[4]

Se è vero che il bandito rappresenta nella mitologia sociale l’uomo duro, capace di usare la violenza per sopravvivere e imporre un pareggio dei conti, è anche vero che il bandito è riconosciuto, per lo più, come virtuoso nella misura in cui riesce a intessere rapporti positivi con la popolazione locale. D’altra parte, il sistema sociale impone degli insiemi di simboli grazie ai quali deve essere sempre possibile identificare i membri di un sottogruppo di una parte della comunità. I briganti, in tutte le loro forme, sono sempre identificabili (basti pensare a quanti aneddoti sui mafiosi circolano sul loro modo di vestire, di parlare, di mangiare…): Sono i duri, che ostentano la loro forza nel modo di camminare e di portare il fucile, i bastoni o le mazze anche quando la consuetudine vuole che i contadini non vadano armati, nel costume volutamente trascurato e disinvolto e negli atteggiamenti che sono il simbolo della loro guapperia.[5] Se il bandito è, comunque, tollerato, nei limiti del possibile, dalla società di riferimento; è proprio perché è ben identificabile, riconoscibile e, in ultima istanza, capace di seguire un codice d’onore, più o meno chiaro. Ad esempio, è noto che i banditi non violentassero le donne… in linea di massima, anche perché, a quanto pare, le donne erano molto attirate dal loro carisma e dalla loro figura affascinante. In tal senso, Hobsbawn riporta dei mirabili esempi, tra i quali quello di una donna che, saputo della presenza dei banditi, li ha raggiunti per scopi di amore non coniugale. Molto probabilmente, anche per questo aspetto caratteristico e puntualmente riportato dalle leggende popolari (basti pensare al caso di Lady Marion in Robin Hood) il carisma del bandito è notevole. Per citare esempi meno idilliaci, il Becchi nel suo Caccia grossa parla esplicitamente dello straordinario fascino sulle donne esercitato dai banditi (in contrapposizione allo scarso prestigio di cui gode egli stesso di fronte alla popolazione, egli che faceva parte del corpo dei carabinieri; a tal proposito, facciamo qui osservare che il libro del Becchi, così ingenuo, è, però, una straordinaria prova a conferma di gran parte delle tesi del libro di Hobsbawn):

Appena arrivo, il collega del distaccamento, un toscanino ridente e roseo, mi conduce a visitare il posto dove hanno fatto l’ultima grassazione. – Non ti posso mostrare altro, – mi dice, – è l’unica specialità del paese. E qui di fatti ne menano vanto come di un’impresa guerresca. Ci vanno anche i benestanti e i sindaci e i parroci per guadagnarsi popolarità, e i giovanotti per farsene una gloria con le belle e… per trovar moglie. Eì il loro modo di  correr la gualdana, di spezzare una lancia, di conquistarsi un cuore. Le ragazze alle feste se li ammiccano tra di loro, dandosi nel gomito. – Quel lì, vedi, ha tre, quattro bardane   [abigeati]. Lo dicono un uomo abile. [11]

La popolazione mantiene relazioni sociali con il bandito sia perché riesce a strappare prezzi migliori a chi deve dimostrare di essere ancora utile e all’interno del tessuto sociale, sebbene ai suoi margini, sia perché, comunque, deve vigilarne la pericolosità.

E’ un errore, dunque, immaginare i banditi come primitivi figli della natura, intenti a arrostire capretti nel folto del bosco. Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Anzi, nelle regioni economicamente arretrate il suo mestiere lo mette alla pari di coloro che viaggiano, comprano e vendono. I sensali di bovini o di suoni dei Balcani sono spesso anche capi banditi, esattamente come i comandanti dei vascelli mercantili dell’epoca preindustriale si dilettavano un po’ di pirateria (o viceversa), anche quando non ricorrono ai buoni uffici dei governi per diventare corsari, cioè pirati legittimi. (…) Economicamente parlando, il bandito non è una figura molto interessante, e per quanto valga la pena di riservargli una o due note a più di pagina in uno studio sullo sviluppo economico, non merita probabilmente di più.[6]

Anche qui vogliamo riportare il caso dei banditi sardi, più volte citati dallo stesso Hobsbawn, nel romanzo già citato del Becchi:

Avere un bandito in famiglia era più e meglio che avere uno senatore o ministro. I piccoli  lo temevano, i potenti lo spalleggiavano; un tacito patto solidale legava la macchia al villaggio, alla città. -Io aiuto te latitante, purché tu aiuti me a procacciarmi potere e ricchezze -. E si vedevano allora tante sostanze venir su come i funghi dopo un acquazzone d’estate; gente che era in piazza all’elemosina trovarsi in qualche anno con delle terre al sole e del bestiame ai pascoli. E la famiglia del latitante, sulla quale si riversava principalmente tanta manna del cielo, era il perno su cui girava il meccanismo  diabolico del brigantaggio. Ma ora succede a rovescio [dopo che imposero la confisca di tutti i beni dei familiari dei latitanti]: la famiglia è la prima ad essere tassata, sequestrata  come ostaggio, e il bandito viene così a trovarsi allo scoperto. Anzi sono gli stessi parenti, i quali ora lo spingono alla resa.[12]

D’altra parte, Hobsbawn molto acutamente mostra che il bandito, per quanto possa rapinare i viaggiatori di una regione, non riesce ad accumulare ricchezza e, dunque, a farsi carico dello sviluppo economico locale perché in gran parte è costretto a spendere molto più del normale per poter sopravvivere, proprio perché al bandito vengono fatti prezzi molto svantaggiosi sulla merce, per le ragioni addette sopra: “Dove c’è un forte divario tra l’economia locale e le zone turistiche, buona parte del denaro portato dai turisti se ne va per pagare i consumi dei turisti, per esempio motoscafi di lusso, champagne e sci d’acqua, che vengono procurati con valuta straniera. allo stesso modo un capo brigante che rapina i commercianti mentre attraversano la sua regione e acquista monili e munizioni e spade molto lavorate con il provento della rapina, o lo spende per vivere lussuosamente nella capitale, porta soltanto un contributo marginale alle entrate del paese“.[7]

La diffusione del banditismo è influenzata sia dalla geografia, sia dalle pressioni sociali che dalle spinte economiche. I banditi proliferano nelle zone di frontiera (come dimostra il caso degli aiduchi), nelle zone inaccessibili delle montagne (come dimostra il caso dell’Italia meridionale e della Sardegna in particolare), nelle zone in cui le vessazioni arbitrarie dell’autorità costituita sono particolarmente gravose ai danni della popolazione.

L’economia rurale, comunque, permette diverse attività che non rientrano nel consueto lavoro dei campi e sfuggono alla sfera immediata del controllo sociale, sia da parte di chi comanda che da parte dell’opinione pubblica di chi è governato. Troviamo, una volta di più, i pastori, soli o con altri come loro – un gruppo speciale, a volte segreto – che si incontrano sugli alti pascoli nei mesi d’estate o si spostano, a gruppi seminomadi, attraverso le grandi pianure. Poi ci sono le guardie armate, le guardie campestri, che non lavorano la terra, i mandriani, i carrettieri, i contrabbandieri, i bardi e così via. Questi uomini non sono controllati, anzi sono loro a controllare gli altri. Quasi sempre la montagna costituisce il loro mondo comune, dove i padroni di terre e gli agricoltori non penetrano e dove non si parla troppo di ciò che si vede.[8]

D’altra parte, i briganti aumentano di numero, laddove un’economia precedentemente sufficiente a dar lavoro a tutta la popolazione, cessa di poter fornire la base di sussistenza a tutta la popolazione. Così, all’aumentare della povertà, aumentano anche le persone disposte ad uscire dalla legalità. Si osservi come la professione del bandito è sempre molto rischiosa, nonostante le apparenze. In primo luogo, c’è sempre la possibilità che l’autorità costituita decida di porre fine alla vita del bandito, la cui durata di vita, una volta braccato, è in media di due anni, dato che viene riportato da Hobsbawn. In secondo luogo, se la congiuntura economica sfavorevole alla comunità locale incomincia a migliorare, anche le ragioni di esistenza del brigante di fronte alla società incominciano a scemare e, con esse, l’appoggio degli indigeni e, di conseguenza, delle persone disposte a difendere o tollerare lo stato di violenza che comporta la presenza di un bandito, specie se aggregato in una banda: come detto più volte, il bandito che non gode dell’approvazione indiretta della popolazione locale ha vita breve. In terzo luogo, c’è sempre il rischio che avvengano dei tradimenti da parte di amici stretti che, per svariate ragioni, possono decidere di “tradire” il capo banda. Stando all’analisi di Hobsbawn, sempre molto puntuale e precisa, le persone tendono ad accettare le regole sociali, per le più svariate ragioni. In altre parole, il bandito è raramente una figura che si fa portavoce del malcontento della comunità per ragioni politiche, ma è quasi sempre costretto da ragioni sociali o da ragioni economiche. Egli è, in realtà, un isolato, un uomo che ha rifiutato di piegare la propria volontà all’arbitrio dell’ingiustizia, che è meno ingiusta perché perpetrata con il nome della legge.

Questo non vuol dire, naturalmente, che la maggioranza dei banditi fosse simile ai Robin Hood, di cui tanto si è sentito parlare. Molto spesso sono uomini spregiudicati, pronti a tutto, capaci di imporsi con la violenza, talvolta anche estrema e parossistica (come il caso di quei briganti venezuelani che, durante i rivolgimenti politici del paese, sventrarono donne gravide per infilargli al posto del feto un gallo), incapaci di portare avanti un progetto politico di rivolgimento sociale. Sul terrore e sulla violenza, cioè sulla capacità di “far valere il proprio diritto più elevato sulla legge iniqua” si fonda il mito del bandito, concepito come un uomo bruto in senso buono, nell’idea che, talvolta, il fine giustifica i mezzi. Nelle leggende popolari raramente il bandito inizia la sua carriera di fuori legge per ragioni ingiuste. Egli è, quasi sempre, la vittima di un sopruso al quale “reagisce male”… cioè reagisce. A quel punto, l’unica possibilità di salvarsi la vita è quella di darsi alla macchia. Ma non del tutto: egli deve pur sempre avere contatti con la popolazione locale, che deve tacerne i nascondigli e vendergli le vettovaglie. D’altra parte, esistettero dei casi di “banditi gentiluomini”, che prendevano ai “ricchi” e ridistribuivano il bottino a tutta la popolazione.

Ma il bandito rimane solo la pagliuzza nella bilancia della giustizia terrena dei poveri e dei contadini. Niente di più. Essi non sono nutriti di idee rivoluzionarie, essi non sono imbevuti di ideologia politica. Il bandito è, in genere, un tradizionalista, fedele ai dettami della religione del luogo: Egli [il bandito gentiluomo] tenta di stabilire o di ristabilire la giustizia o le “vecchie usanze”, vale a dire dei rapporti giusti all’interno di una società oppressiva. Il bandito raddrizza i torti. Non cerca di creare una società fondata sulla libertà e l’uguaglianza. Le storie che si raccontano sul suo conto registrano vittorie modeste: la proprietà di una vedova salvata, l’uccisione del tiranno locale, la liberazione di un prigioniero, una morte ingiusta vendicata.[9] Egli farebbe a meno di darsi alla macchia, ma, non potendo sottrarsi, si impone con la forza.

Quelli “che sanno farsi rispettare” non diventano automaticamente dei banditi, o per lo meno non diventano banditi sociali. A volte escono dal gregge degli altri contadini e si fanno guardie o sgherri del signore o soldati (e cioè banditi di vario genere, ma riconosciuti ufficialmente). Quando sanno badare ai casi propri costituiscono una borghesia rurale dal pugno di ferro, sul tipo dei mafiosi siciliani. Oppure diventano i fuorilegge intorno a cui fioriscono le ballate: i campioni dei diseredati, gli eroi, i giustizieri. La loro è una ribellione individuale, minata tanto socialmente quanto politicamente e che in condizioni normali – cioè non rivoluzionarie – non rappresenta l’avanguardia di una rivolta di massa, ma piuttosto il prodotto e il complemento della passività generale dei poveri. Sono, insomma, l’eccezione che conferma la regola.[10]

Così, i banditi, che hanno fatto parte delle rivoluzioni, non sono stati degli esempi rimarchevoli di politici, ma solo di uomini utili alla causa, ingaggiati fino a che la lotta politica non ha assunto una linea più chiara e più istituzionale. Emblematici, in questo senso, sono i casi della Russia, prima, e Unione Sovietica, poi; e della Spagna prima e dopo i rivolgimenti politici e la guerriglia urbana degli anni trenta. I banditi, dunque, assumono un ruolo anche all’interno degli scontri politici del XX secolo, ma non diventano mai delle figure rilevanti all’interno dei quadri dirigenti proprio perché uomini d’azione, uomini capaci di usare le armi con sangue freddo e portare vantaggi fino a che gli svantaggi non diventano ingestibili, cosa che puntualmente avviene e puntualmente il bandito, fino ad allora seguito, diviene martire della causa politica.

I banditi è un libro denso e interessante, nel quale si può ripercorrere, senza molti giri di parole, la strada della criminalità non organizzata fino a tempi recenti. Il lavoro dello Storico ha portata antropologica. Lo scopo dell’opera si potrebbe indicare nella chiara identificazione di una categoria di individui condannati dalla società ad un destino nobile ma effimero, violento ma indispensabile, condannati all’oblio per colpa delle forze storiche dominanti. Solo gli intellettuali, nei disparati campi del sapere, hanno riportato alla luce quella che è una realtà fondamentale e simbolica, quella di tutta l’umanità abbandonata, sfruttata e dalla quale e non per la quale sono state fatte le guerre da quei banditi che si fanno chiamare re. E’ evidente in ogni parte, ma specie nell’ultima, tutta la partecipazione e indiretta ammirazione dell’autore per i banditi sociali, gli unici che con il coraggio della forza hanno aiutato concretamente i poveri ad avere una speranza più concreta che non le forze celesti.


HOBSBAWN ERIC J.

I BANDITI. IL BANDITISMO SOCIALE NELL’ETA’ MORDERNA

LATERZA

PAGINE: 224.

EURO: 18,00.


[1] Hobsbawn, E., J. (1969), I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, Laterza, Roma-Bari, 1975, p. 26.

[2] Ivi, Cit., p. 25.

[3] Ivi, Cit., p. 29.

[4] Ivi., Cit., p. 50.

[5] Ivi., Cit., p. 30.

[6] Ivi., Cit., p. 81.

[7] Ivi., Cit., p. 82. Nota.

[8] Ivi, Cit., p. 28.

[9] Ivi., Cit., p. 49.

[10] Ivi., Cit., pp. 30-31.

[11] Becchi G., Caccia grossa, Unione Sarda, 2003, p. 66.

[12] Ivi., Cit., pp. 56-57.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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