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Carl Von Clausewitz – Analisi di filosofia della guerra

Abstract

Carl Von Clausewitz. Analisi di filosofia della guerra intende ricostruire il pensiero dell’uomo d’arme, storico e pensatore del warfare Carl Von Clausewitz. L’analisi è partizionata secondo una distinzione tematica dei principali nuclei del pensiero di Clausewitz in relazione alla dottrina pura della guerra. L’analisi critica condotta ha garantito la possibilità di approfondire singoli punti tematici particolarmente rilevanti in sede di dottrina del warfare, in particolare abbiamo privilegiato l’aspetto epistemologico della teoria di Clausewitz rispetto ad aspetti più propriamente interessanti per la pratica militare. In particolare, l’epistemologia clausewitziana è stata ricostruita sulla base di alcune semplici assunzioni dell’epistemologia analitica contemporanea per meglio mettere in luce tutte le sfaccettature, altrimenti incoglibili nella sua integralità, dello straordinario pensiero filosofico di Clausewitz.


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Struttura dell’articolo

1. La definizione di ‘guerra’

2. La guerra come mezzo della politica e la gerarchia del warfare

3. La guerra in se stessa scissa dalla relazione diretta con la politica

4. Epistemologia di guerra: il realismo epistemologico di Clausewitz

5. Stili di guerra: tipi e tipologie

6. La funzione della Storia e le tre prospettive del warfare

1. La definizione di ‘guerra’

Carl Von Clausewitz è noto per la celebre definizione della guerra, come politica attuata con altri mezzi. Sebbene ciò costituisca indubbiamente il merito più grande di Clausewitz alla dottrina pura del warfare, più per le sue implicazioni che per la giù lodevole chiarificazione concettuale, rimane il fatto che così come vien presentata, la definizione nove volte su dieci, oltre a mostrare la presunta erudizione di chi la dice, non chiarisce né l’oggetto né il concetto di se stessa. C’è una seconda obiezione ad un genere di approccio banalistico al pensiero di Clausewitz e, allo stesso tempo, a quella succitata abusata definizione: che egli non dà una sola definizione di ‘guerra’, ma più d’una (ad esempio: “La guerra è dunque un atto di violenza per costringere l’avversario a seguire la nostra volontà”[1]). Anzi, Clausewitz presenta l’importante definizione di guerra, come peculiare forma della lotta politica, nella sua introduzione e più che per ragioni dottrinarie, egli introduce il concetto per focalizzare la prospettiva di lettura del fenomeno della guerra all’interno della sua peculiare visione, e non come una definizione che fa capo alla chiarificazione dei termini di un assioma:

Oltre a questa differenza di fatto esistente nelle guerre, va stabilito in modo esplicito e preciso anche il punto di vista – pure praticamente necessario – secondo cui la guerra non è niente altro che la politica dello Stato proseguita con altri mezzi. Questo punto di vista, tenuto ben fermo dappertutto, darà unità alla trattazione – e tutto sarà quindi più facile da districare.[2]

E’ questo il primo passo in cui compare la famosa definizione. Questo solo per mostrare come di per sé essa non ci dica molto né sulla guerra, né sulla politica, né sulla relazione vigente tra politica e guerra. Ed è appunto in quest’ultima relazione che dobbiamo soffermare la nostra attenzione e solo perché attraverso la sua chiarificazione si dà la possibilità di interpretare correttamente la famosa definizione in modo che disveli con chiarezza tutta la sua profondità.

“La guerra non è niente altro che la politica dello Stato proseguita con altri mezzi”. Questa frase può essere compressa:

(W) “La guerra è la politica dello Stato proseguita con altri mezzi”.

Adotteremmo da adesso in poi la versione (W) della definizione clausewitziana. Per ammettere che la definizione non sia vuota, bisogna specificare che “la politica dello stato proseguita con altri mezzi” sia un predicato la cui conoscenza non è supposta presunta con il termine ‘guerra’. Procedendo, per comprendere la seconda parte della definizione bisogna comprendere che sussiste una precisa relazione tra la politica di uno Stato e i mezzi con cui essa agisce effettivamente nel mondo. Sicché il centro della definizione ruota attorno al concetto stesso di ‘politica’. Clausewitz in diversi punti tratta della natura del conflitto e di come la guerra non sia che una sua specifica parte. La politica è, a sua volta, un sottoinsieme del dominio degli ambiti a conflitto di interesse, sicché tanto la politica che la guerra fanno capo ad una medesima più generale categoria che ha entrambi come sottoinsiemi propri. Se la guerra è una parte della politica, in quanto suo proseguimento allora la politica segue gli stessi obiettivi della guerra, pur utilizzando sistemi diversi per raggiungere l’obbiettivo.

Diciamo dunque che la guerra non appartiene all’ambito delle arti o delle scienze ma all’ambito della vita sociale. E’ un conflitto di grandi interessi che si risolve nel sangue – e soltanto in questo si differenzia dagli altri. Meglio che con qualsiasi arte la guerra potrebbe essere paragonata al commercio, che pure è un conflitto di interessi e di attività umane. Ma molto più vicino alla guerra sta la politica che da parte sua può essere vista di nuovo come una specie di commercio di dimensioni più grandi. Oltre a ciò la politica è il grembo in cui si sviluppa la guerra; in essa si trovano abbozzati in modo embrionale i lineamenti della guerra come le proprietà delle creature viventi nel loro embrione.[3]

Centrando il nostro pensiero sulla politica, per poi passare alla guerra, è necessario soffermarsi su questo punto. La politica è un conflitto di interessi, si fonda su di essi e si basa su rapporti di forza, vale a dire su rapporti tra individui che pensano e agiscono in modo da raggiungere i loro scopi. Sicché si può divergere per almeno due ragioni: si diverge sul fine o si diverge sul mezzo, o su entrambi (la forma più forte di divergenza). La politica ammette diversificazione di partiti non solo in virtù dello scopo finale, cioè un peculiare ordinamento sociale o economico, ma pure sui mezzi attraverso cui raggiungere lo scopo. I comunisti e i socialisti non avevano grandi distinzioni in merito ai fini, ma grandi differenze sussistevano nella concezione dei mezzi attraverso cui raggiungere gli scopi. La politica, allora, non è altro che la gestione dell’esistente, cose e persone, al fine di raggiungere uno scopo sociale prefissato la cui realizzazione implica delle conseguenze sull’organizzazione sociale. Per questo la politica è molto vicina alla guerra sul piano astratto, anzi, si può dire che la guerra e la politica sul piano astratto, cioè privi della discriminante dei mezzi, siano esattamente la stessa cosa. Se la politica e la guerra si effettuassero con le medesime tecniche (cioè l’utilizzo dei mezzi in modo consono alla loro tipologia), verrebbero a collassare l’una con l’altra divenendo indistinguibili. Non è un caso che in alcune epoche storiche, periodi particolarmente tormentati in alcune società, si assista ad una inestricabile serie di attentati a sfondo politico: le guerre civili romane, le trame e i sotterfugi del periodo rinascimentale italiano, gli attentati al potere di ogni genere di resistenza del periodo postcoloniale algerino o vietnamita (ad esempio), non sono altro che fenomeni specifici di una realtà in cui la politica è fatta principalmente con i mezzi della guerra, pur senza arrivare ad uno scontro tra forze armate equipaggiate per una campagna militare.

Dunque, la politica è la pianificazione di una strategia per raggiungere alcuni scopi, ritenuti fondamentali. Gli scopi politici sono definiti da condizioni di interesse permanenti nei gruppi politici attivi. Tali scopi definiscono l’interesse e l’ambito dell’azione politica. La politica, come ogni attività che preveda il conflitto di interessi, ha un elemento resistente, perché ogni attore politico ammette tre generi di relazioni con un altro attore politico: alleanza, indifferenza, ostilità. Nel caso in cui le due parti in contrapposizione non trovino alcun genere di accordo possibile né sui fini da raggiungere, né sui mezzi, e sono propensi a darsi battaglia per ottenere la vittoria sull’altro (volontà di combattere), si giunge al conflitto. Se il conflitto è di natura sociale, si parla di lotta politica; se il conflitto è di natura armata, si parla di guerra. Politica e guerra sono solo due casi particolari della logica del conflitto e la guerra è, a sua volta, una peculiare forma della politica. Perché è solo l’interesse politico a determinare la volontà di combattere per mezzo delle armi.

Se, per tornare alla questione principale, è vero che in un tipo di guerra la politica sembra scomparire del tutto, mentre nell’altro viene fuori in modo molto determinato, si può tuttavia affermare che un tipo di guerra è politico quanto l’altro. Se si considera infatti la politica come l’intelligenza dello Stato personificato, devono poter essere comprese, sotto tutte le costellazioni calcolabili, anche quelle guerre in cui la natura dei rapporti impone il primo tipo.[4]

Lo scopo di ogni guerra, dunque, è propriamente uno scopo politico e, se cambia, è perché è cambiata la politica all’interno di uno stato. Se da una guerra di conquista si passa ad una guerra volta a stabilizzare solo una parte del territorio acquisito non è perché ciò è dovuto alla natura di quella guerra, ma perché è cambiata l’opinione della classe dirigente in merito ai fini che quella guerra deve raggiungere. I generali sono solo degli esecutori degli ordini di un sovrano, sia esso un monarca o un parlamento, sia esso stesso il sovrano della nazione, come Giulio Cesare o Napoleone. Ma Giulio Cesare e Napoleone, in realtà, sono solo degli esempi di generali che conoscono bene gli scopi da raggiungere proprio perché essi stessi li definiscono e li concepiscono con chiarezza.

Dunque (W) “La guerra è la politica dello Stato proseguita con altri mezzi” indica che la guerra non è che un peculiare mezzo della politica di uno Stato, vale a dire uno strumento nelle mani dei politici per ottenere gli scopi loro o della nazione. I mezzi della guerra sono quelli utilizzati in un combattimento:

Vediamo dunque: primo, dobbiamo concepire la guerra in ogni circostanza non come una realtà indipendente ma come uno strumento politico. Soltanto con questa concezione è possibile non entrare in contraddizione con l’intera storia della guerra. Essa soltanto apre il grande libro a una lettura intelligente. Secondo, questa prospettiva ci mostra quanto diverse debbano essere le guerre, a seconda della natura dei loro motivi e delle situazioni da cui nascono. Il primo, il più grande e decisivo atto di giudizio che l’uomo di Stato e capo militare compie è quello di riconoscere correttamente sotto questo riguardo la guerra che intraprende, di non prenderla o volerne fare qualcosa che non può essere per la natura dei suoi rapporti. Questa è dunque la prima, la più comprensiva di tutte le questioni strategiche…[5]

La natura della guerra è, dunque, dipendente da due fattori decisivi: gli scopi politici e i mezzi militari. In base alla natura degli scopi si definiranno anche i mezzi adeguati per raggiungerli. Allo stesso tempo, con l’avanzare della tecnica e delle conoscenze scientifiche le guerre cambiano di strumenti, ma non di sostanza, laddove essa è fornita dalle finalità politiche di un determinato Stato o nazione. In questo senso, la guerra, non solo nel suo farsi ma anche nel suo concetto, è di natura permanentemente multiforme. Essa cambia nei mezzi e negli scopi, cioè muta totalmente di forma. E’ la forma della guerra, non le sue ragioni profonde, ad essere la ragione della diversità dei conflitti armati della storia. Eppure, a partire dalla comprensione della guerra nel suo ruolo di strumento politico, si nota una lunga linea di continuità tra i vari fenomeni bellici.

La guerra è dunque non solo un vero camaleonte perché in ogni suo caso concreto cambia un po’ la sua natura, ma nel suo manifestarsi complessivo e nelle sue tendenze dominanti si mostra come uno strano trilatero, composta dalla violenza originaria del suo elemento, l’odio e l’ostilità, da considerarsi come un cieco impulso naturale; dal gioco delle probabilità e del caso, che la fanno una libera attività dello spirito, e dalla natura subordinata di strumento politico, con cui essa si affida alla semplice ragione.[6]

Ancora ritorniamo alla (W) “La guerra è la politica dello Stato proseguita con altri mezzi”. Solo adesso siamo in grado di comprendere più affondo la natura e la profondità di tale definizione, perché abbiamo chiarito la natura della politica (quel tanto che basta a questo riguardo), la natura del mezzo e la peculiarità della guerra. La guerra, dunque, è solo una peculiare forma della più generale lotta politica, politica che è da Clausewitz pensata esclusivamente nei termini dello Stato; forma di lotta che prevede la sopraffazione dell’avversario, nel caso in cui gli obbiettivi delle due parti in lotta siano diametralmente antitetici. Ad esempio, nella seconda guerra mondiale Hitler non aveva ben compreso che l’Inghilterra non avrebbe mai accettato una pace o una tregua, nonostante fosse giunta al limite delle sue possibilità di resistenza. E non l’avrebbe mai accettata perché in gioco c’era la volontà di distruggere l’avversario o di essere distrutti da esso, e ogni obiettivo mediano non sarebbe risultato sufficiente a spegnere la volontà di combattere degli inglesi, che, come lo stesso Hitler sapeva bene, era superiore a quella di qualunque altro popolo, con l’eccezione, forse, dei russi.[7]

Prima di chiudere questo paragrafo, un’osservazione da tenere a mente. Lo scopo della guerra non è semplicemente quella di tagliare teste, fosse anche quelle dei capi militari o del governo. Lo scopo della guerra è ottenere un obiettivo politico, con il che, nella maggioranza dei casi, non significa che bisogna eliminare fisicamente una parte degli individui preposti al comando, ma semplicemente che bisogna mettere l’avversario nelle condizioni in cui continuare lo stato di guerra è svantaggioso o distruttivo. La guerra totale prevede la distruzione del nemico, per quanto insensato possa essere questo genere di guerra (come il secondo conflitto mondiale); ma questo genere di guerra rimane indubbiamente la minoranza dei casi, sia nel tempo che nello spazio. Ad esempio, tutte le guerre successive alla seconda guerra mondiale non furono guerre totali, ad iniziare dalle guerre postcoloniali, per finire alle guerre recenti degli Stati Uniti in Afganistan e in Iraq o le guerre israeliane. In questo genere di guerre quello che conta è mettere il nemico nelle condizioni di smettere di combattere, sia esso perché glielo si impedisce fisicamente, togliendogli i mezzi, sia esso perché gli si toglie la volontà di combattere. Ma rimane sempre il dato finale: lo scopo è quello di ottenere un obbiettivo specifico, non di distruggere per il puro gusto di farlo.

2. La guerra come mezzo della politica e la gerarchia del warfare

La guerra è l’esecuzione di una precisa strategia politica, che mira ad ottenere determinati obiettivi politici. La politica demanda alla guerra il compito di raggiungere gli scopi mediante l’uso della forza: “La guerra è dunque un atto di violenza per costringere l’avversario a seguire la nostra volontà”[8]. L’uso della forza è imposto dalle esigenze politiche, le quali hanno ritirato i loro strumenti per far posto a quelli della guerra, cioè l’utilizzo della forza armata. Si noti che con questa definizione si palesa un fatto importante: esiste almeno un obiettivo politico che non è raggiungibile mediante strumenti dissimili da quelli della guerra. Sicché quando si dice che la guerra è sempre sostituibile con i mezzi della politica, si dice il falso. Precisazione che vale solo a livello di filosofia politica e di warfare, dalla quale non si devono trarre avventate conclusioni morali. Ma, per capire la natura della guerra e della politica e della loro relazione, è bene aver ben chiaro il fatto che non è sempre possibile utilizzare i mezzi degli scontri sociali.

L’obbiettivo generale della guerra consiste nel ridurre l’avversario all’impotenza, cioè renderlo impossibilitato a combattere e, conseguentemente, a seguire la nostra volontà. Lo scopo della guerra, allora, può essere ridefinito come quello di imporre, per mezzo di atti di violenza (potenza esercitata contro una volontà), la sostituzione della volontà dell’avversario con la nostra. Per raggiungere lo scopo, è necessario rendere il nemico incapace di combattere: “Se dunque un avversario deve essere ridotto alla nostra volontà con un atto di guerra, dobbiamo renderlo inerme di fatto o metterlo in una condizione tale da essere sempre il disarmo o l’abbattimento del nemico, come lo si vuole chiamare”.[9]

Ci sono due generi distinti di obbiettivi di guerra: lo scopo generale è quello appena definito, uno scopo più specifico può essere quello di conquistare una regione del territorio nemico per poterlo riusare in sede di trattativa di pace per ottenere delle condizioni politiche vantaggiose. Anche in questo secondo tipo di obiettivo meno assoluto si nota quanto la guerra non sia che una particolare forma di disputa politica, la quale viene qualificata in base alla sua capacità di ottenere particolari vantaggi, vantaggi che devono essere traducibili su un piano politico. Non è un caso, infatti, che Basil Liddell Hart sottolinea nel suo La prima guerra mondiale il fatto che i politici inglesi avrebbero dovuto definire in modo più preciso ciò che si voleva ottenere dai generali, proprio perché, in tal modo, i generali avrebbero saputo cosa cercare di ottenere. Questo punto, non facile da comprendere sul piano delle intuizioni correnti sulla guerra, è però veramente fondamentale. Un generale non ha semplicemente il compito di portare avanti una tattica che conduca alla vittoria locale, ma deve anche elaborare complesse strategie su tutto il teatro di guerra. In una dimensione così generale, allora, la differenza tra politica e guerra diventa molto sfuggente: “Ma anche a questo proposito [cogliere le forze spirituali che sono in gioco] le complicazioni intellettuali e la grande varietà delle grandezze e delle relazioni sono da ricercare soltanto nelle sfere più alte della strategia, là dove la strategia confina con la politica e con l’arte dello Stato o piuttosto diventa entrambe le cose“.[10] Ad esempio, la conquista di Parigi da parte dei tedeschi nella seconda guerra mondiale non fu importante tanto sul piano militare, quanto sul piano politico (e solo come conseguenza di ciò fu importante sul piano militare), perché disintegrò immediatamente un avversario. La cessazione della volontà politica di un popolo significa averlo ricondotto in buona parte sotto il proprio controllo. Ma Napoleone, quando raggiunse Mosca, ottenne un risultato militare importante, ma non sortì alcun beneficio politico, che era il suo obiettivo (come proprio Clausewitz sostiene con acutezza): lo scopo era quello di conquistare la capitale di un popolo e farlo capitolare, com’era accaduto per gli altri stati. Ma i russi si spostarono più in dentro, compresi tutti gli apparati esecutivi, politici e militari. Abbandonarono a se stessa la capitale, la quale cessò di essere un obiettivo strategico politico e militare. A seguito dell’abbandono dei centri di potere e di organizzazione militare Mosca non diventò più importante di una mosca! E fu per questo che Napoleone dovette ritirarsi.

La guerra ammette una partizione in mezzi e scopi. All’interno degli scopi è possibile stabilire una parte esclusivamente emotiva, che fa capo alle intenzioni e alle emozioni. Nel campo delle intenzioni sta la volontà di combattere. Nel campo dei mezzi stanno gli equipaggiamenti e gli strumenti propri del combattimento:

Se vogliamo abbattere il nostro avversario dobbiamo commisurare il nostro sforzo alla sua forza di resistenza. Questa si esprime nel prodotto di due fattori che non sono separabili: la grandezza dei mezzi disponibili e la forza di volontà. La grandezza dei mezzi disponibili potrebbe essere calcolata poiché poggia su grandezze numeriche, ma l’intensità della forza di volontà si lascia determinare molto meno e si lascia stimare soltanto con l’intensità della motivazione.[11]

Ogni guerra, dunque, ammette degli obiettivi strategici generali che sono definiti dagli obiettivi politici. Gli obiettivi strategici definiscono, a loro volta, gli obiettivi tattici. Sicché sussiste una gerarchia che ordina i fini in base al loro posto nella categoria a cui appartengono: gli scopi della politica determinano gli obiettivi strategici che definiscono quelli tattici.

Clausewitz definisce i termini fondamentali della pianificazione della guerra, vale a dire la ‘strategia’ e la ‘tattica’: “La tattica è dunque la dottrina dell’impiego delle forze armate nel combattimento, la strategia è la dottrina nell’uso dei combattimenti per lo scopo della guerra“.[12] Un combattimento è l’esecuzione stessa dell’atto di guerra, vale a dire ciò che sostanzia e differenzia la guerra da altri ambiti della logica del conflitto. La strategia stabilisce la pianificazione dei combattimenti, mentre la tattica è l’esecuzione dell’ordine strategico.

La guerra, dunque, ammette diversi piani che hanno una loro dimensione propria e dipendente allo stesso tempo, sebbene tanto la base quanto la sommità siano reciprocamente autonomi. La sommità è, dunque, la definizione degli scopi politici, che determina la valutazione degli obiettivi strategici. Il rapporto tra elementi politici e elementi strategici è strettissima e considerare un obiettivo politico o strategico dipende più dalla prospettiva con cui si guarda l’oggetto che non dalla natura dello stesso. Acquisire un importante obiettivo strategico è di per sé aver ottenuto un importante successo politico tanto che un successo strategico può essere convertito in un chiaro vantaggio politico da far valere in sede di trattativa di pace. La strategia stabilisce l’azione pratica, la cui esecuzione è determinata dalle leggi pratiche, cioè dalla tattica. La tattica è la buona esecuzione degli ordini strategici impartiti, che devono essere tradotti correttamente sul piano dell’azione. L’azione militare, il singolo combattimento, prevede l’esecuzione di ordini che sono definiti a livello strategico, ma la natura stessa di tale esecuzione non ha a che fare minimamente con quanto definito nel livello gerarchicamente superiore. Se l’obiettivo strategico è quello di distruggere un’industria di proiettili, la tattica del combattimento indica la strada per raggiungere lo scopo strategico e l’esecuzione del piano è la traduzione tattica nel combattimento.

Abbiamo distinto quattro livelli del warfare: livello politico, strategico, tattico e azione di combattimento. Tutti i livelli sono gerarchicamente ordinati dove il primo (il livello politico) stabilisce i confini dell’azione militare ma non ne determina in alcun modo la natura (azione di combattimento). Solo quando l’obiettivo politico deve essere acquisito in modi specifici la politica entra dentro la guerra nel senso che usualmente potremmo immaginare: quando si disse che su Bagdad piovevano “solo bombe intelligenti” era chiaramente un metodo tattico che collimava con precisi interessi politici, cioè salvaguardare l’idea che fosse combattuta una guerra “pulita”, per ottenere come scopo il mantenimento di un’opinione pubblica almeno tollerante nei confronti dell’azione di violenza in corso. In tutti gli altri casi la politica non influenza il piano tattico o l’azione concreta del combattimento.

Ogni livello della gerarchia del warfare ammette una sua indipendenza dal livello superiore e ha come risultato quello di stabilire i limiti e gli scopi del livello immediatamente successivo e sottostante. La politica indica le linee guida per l’elaborazione dei piani strategici, la strategia definisce i confini delle singole azioni di combattimento e la tattica impone degli obiettivi e definisce i mezzi delle azioni militari.

Per ogni categoria della gerarchia sussiste un piano normativo, un piano descrittivo e un piano prescrittivo. Si osservi che per ogni livello sussiste una disamina normativa, descrittiva e prescrittiva diversa dal livello precedente, e questo mostra ancora di più la loro reciproca autonomia e la loro relativa dipendenza. Il livello politico ammette una descrizione degli eventi abbastanza diversa rispetto a quelli propri della strategia. In un caso avremmo i discorsi parlamentari, le disamine degli interessi economici e sociali in gioco; nell’altro avremmo considerazioni sulla natura del teatro di guerra, dell’obbiettivo strategico da raggiungere, la definizione delle armate e l’elaborazione dei sistemi di equipaggiamento e mantenimento dell’esercito. La differenza non è solo di natura formale, cioè della definizione del funzionamento dell’apparato politico rispetto a quello militare, ma pure rispetto agli elementi propri della politica rispetto a quelli della strategia, piuttosto che della tattica: in un caso si parlerà di forze sociali in atto in un altro si parlerà delle barriere naturali e delle forze armate. La natura dei livelli è anche, dunque, di tipo ontologico: esse prevedono distinte entità e distinte leggi in gioco, ma le entità del livello gerarchico superiore determinano le regole dell’evoluzione delle entità del livello immediatamente inferiore. Sicché il primo ministro determina l’evoluzione delle decisioni del generale, che impone delle conseguenze sui suoi comandanti, i quali influenzano i loro soldati.

Viceversa, le variazioni nelle dislocazioni e nell’esistenza delle entità gerarchicamente sottodeterminate a loro volta impone una variazione nell’esistenza delle entità sovradeterminate, giacché ciò che costituisce la base ontologica del livello superiore è un insieme che comprende anche le entità del livello immediatamente inferiore. La distruzione di un’unità di combattimento impone una variazione del piano tattico, che a sua volta può condurre ad una ridefinizione dell’obbiettivo strategico e, al massimo, anche del piano politico. La distruzione dell’esercito si fonda sull’eliminazione delle singole entità. Una volta distrutto l’esercito, la strategia cambia e si trasforma, imponendo una variazione anche negli obbiettivi politici.

Il buon funzionamento dei vari livelli della gerarchia è a sua volta autonomo, laddove ogni piano del warfare si fonda su entità parzialmente diverse con leggi specifiche. Sicché l’esecuzione dei compiti relativamente alla definizione dei fini è, naturalmente, autonoma quanto tutto il resto. Sicché una buona strategia è indipendente dalla buona esecuzione tattica di essa. Per questo è fondamentale distinguere i piani, proprio perché, assai spesso, in guerra si riesce a capire come si produca un buon piano e come esso possa fallire o, viceversa, come si possa determinare un cattivo piano e possa riuscire. Questo perché i livelli sono scissi.

Ogni livello avrà un suo peculiare catechismo, laddove ogni singola categoria deve tradurre in concreto quelle che sono le norme specifiche che definiscono le azioni buone da quelle cattive, la buona politica da quella cattiva, la buona strategia da quella cattiva e così via. Ma si noti come, in questa visione, la guerra sia giudicabile solo limitatamente dalla prospettiva politica e, viceversa, come la politica sia analizzabile solo limitatamente sotto il profilo della guerra. Clausewitz dice esplicitamente che: “Sin qui la questione sarebbe soltanto di sapere se la nuova intensificazione dell’elemento bellico sia benefica o no per l’umanità: una questione cui dovremmo rispondere in modo analogo a quella della guerra stessa. Le lasciamo entrambe ai filosofi”.[13] Si badi che in Clausewitz non c’è alcuna forma di spregio per la filosofia e per i filosofi, sicché il passo ci dice semplicemente che dal punto di vista della guerra non è lecito uscire fuori di essa, perché, una volta fatto, non si sta più ragionando di guerra ma sulla guerra, cioè si sta entrando in una dimensione normativa di livello superiore, diverso e più generale, cioè nell’etica o, più in basso, nella politica. Ma questa disamina normativa di quinto livello (perché starebbe sopra la politica) non riguarda la guerra e la sua natura, sicché uno studioso del warfare non ha interesse a definirne i confini e le legittimità di fronte al tribunale dell’umanità. Questo livello normativo non è quello che stabilisce l’insieme di norme per cui si può parlare di azione di combattimento buona, di strategia buona, giacché si capisce chiaramente che da quel punto di vista ci sarebbe molto da discutere sulla “bontà”. Ma qui l’ambiguità sta nella parola “buono”, che in un caso significa “buono per gli scopi di tutta l’umanità”, là sta per “gli scopi di una strategia vincente“.

3. La guerra in se stessa scissa dalla relazione diretta con la politica

La guerra è un’attività della logica del conflitto che si distingue per il suo mezzo: la violenza. La violenza è una potenza che agisce su di una volontà e le impone di seguire una via piuttosto che un’altra. In questo senso, lo scopo della guerra è quella di vincolare una volontà, sia essa individuale o di un popolo, a seguire una certa strada piuttosto che un’altra. Clausewitz definisce così lo scopo puro della guerra: “Se, per cominciare, ci atteniamo di nuovo al puro concetto della guerra, dobbiamo dire che lo scopo politico sta propriamente fuori dal suo ambito. Infatti se la guerra è un atto di violenza per costringere l’avversario a sottostare alla nostra volontà, allora si dovrebbe sempre e soltanto abbattere l’avversario ovvero disarmarlo”.[14] Lo scopo puro della guerra è qui inteso l’obbiettivo generale dell’atto di forza, a prescindere dal preciso obbiettivo politico da cui è determinato. Vale a dire che quale che sia l’obbiettivo politico particolare, una volta che la macchina bellica è messa in moto, essa avrà come scopo quello di costringere l’avversario a seguire la nostra volontà, il che si può fare solo ed esclusivamente mediante il combattimento, la lotta. Con il che non significa necessariamente che tale combattimento debba prevedere la distruzione del nemico, quanto il fatto che esso sia costretto a fare ciò che noi vogliamo fargli fare. In questo Clausewitz è meno esplicito di Sun Tzu. Sun Tzu, infatti, ci dice in più che la massima virtù consiste nel conquistare intero e intatto il nemico, non nell’annientarlo. In Clausewitz la questione è meno chiara, laddove l’annientamento sembra far parte della logica della guerra, almeno in parte. Ma lo stesso Clausewitz osserva in più di un punto che quel che realmente è importante, è annientare la volontà di combattere nell’avversario, più che disarmarlo, sebbene, assai spesso, per distruggere tale volontà sia necessario renderlo incapace di offenderlo: “[L]a guerra, cioè la tensione ostile e l’azione di forze ostili, non può considerarsi finita sin tanto che non è domata la volontà del nemico, ovvero il suo governo e i suoi alleati non sono stati indotti alla pace o il popolo alla sottomissione”.[15]

L’abbattimento della volontà di combattere è una questione che attiene al morale e, in quanto tale, non può essere definita o quantificata a priori. Un nemico che ha un’alta volontà di combattere sarà domato attraverso un uso più costante e sistematico della violenza. Clausewitz mette in relazione la volontà di combattere del nemico con lo scopo politico: tanto è maggiore l’intensità della volontà politica di ottenere un certo risultato, tanto maggiore questo risultato è desiderato dall’intero esercito e dai suoi comandanti (soprattutto da questi ultimi) e tanto più la volontà di combattere è elevata. La volontà di combattere, dunque, non è slegata né dai fattori politici né dai fattori materiali contingenti, ma, in questa sede, prendiamo in considerazione esclusivamente lo “scopo puro” della guerra.

La volontà di combattere può essere piegata solo se la nostra determinazione a vincere è almeno altrettanto ampia. In caso contrario, la nostra volontà potrebbe non essere sufficiente per giungere allo scopo. Il caso della guerra del Vietnam è emblematico: gli Stati Uniti avevano molto meno interesse del Vietnam a combattere, il che non toglie che si siano impegnati in una guerra di durata quasi decennale, se non si includono anche gli anni in cui gli USA hanno finanziato direttamente la Francia per difendere il loro dominio coloniale in Indocina ma il Karnow mostra chiaramente che i vietnamiti fossero ben più disposti a combattere fino all’esaurimento, proprio perché condotti all’alternativa di combattere o morire.

Per raggiungere l’obbiettivo puro della guerra bisogna organizzare gli eserciti ed, in generale, gli eserciti stessi vengono equipaggiati proprio per raggiungere questo scopo decisivo.

La strategia è l’impiego del combattimento per raggiungere lo scopo della guerra. Essa ha a che fare soltanto con il combattimento, ma la sua teoria deve prendere in considerazione il soggetto di questa attività specifica, la forza armata, in sé e nelle sue relazioni principali. Il combattimento infatti è il prodotto da esse e su di esse manifesta innanzi tutto i suoi effetti. La teoria strategica deve conoscere il combattimento in rapporto alle sue possibili conseguenze e alle forze dello spirito e del sentimento che sono le più importanti nell’impiego del combattimento stesso.[16]

La conoscenza degli elementi del combattimento è, dunque, imprescindibile per una buona pianificazione strategica. La strategia, dunque, non solo fa da linea guida per l’intera conduzione della guerra, non soltanto fornisce le istruzioni in sede tattica, ma si inscrive nel processo epistemologico della guerra, laddove la conoscenza degli elementi ultimi della stessa costituisce una base essenziale per la conduzione dell’avvenimento bellico in se stesso. Gli elementi della guerra, che Clausewitz concepisce come fondamentali, sono: il teatro di guerra, le armate, la campagna, il generale e il sovrano.

“Con teatro di guerra si intende un settore dello spazio complessivo in cui ha luogo una guerra, che ha lati protetti e quindi consente una certa autonomia. Questa protezione può consistere in fortificazioni, in grandi ostacoli naturali o anche in una considerevole lontananza da altri luoghi del conflitto. Questo settore non è semplicemente un pezzo del tutto, ma un piccolo tutto che si trova più o meno in una condizione tale per cui i mutamenti che si verificano nel restante spazio della guerra non hanno su di esso un’influenza diretta ma solo indiretta”.[17] Il teatro di guerra, dunque, è una regione di spazio nel quale si dislocano le forze combattenti e nel quale tali forze agiscono. Essa non è semplicemente una definizione geografica, ma dipende essenzialmente dall’attività delle truppe e dagli elementi territoriali e militari in esso presenti. Clausewitz, dunque, concepisce l’elemento spaziale in funzione di ciò che in esso si può effettivamente fare e in funzione di ciò che in esso effettivamente accade. Si noti, in questa sede, come Clausewitz si impegni in una definizione più particolareggiata, ma meno generale, rispetto alla definizione di “Terra” data da Sun Tzu. Anche Lasker è vicino alla posizione di Sun Tzu, in quanto anche lui concepisce uno spazio generale di combattimento ogni porzione di spazio definito dal combattimento, e non fa dipendere la definizione del combattimento dalla natura del territorio. Questo perché Clausewitz è meno impegnato in una disamina universale della guerra, sia rispetto al combattimento (Lasker) sia rispetto alle condizioni assolute della lotta (Sun Tzu). Questo sarà chiaro dalla definizione, riportata più sotto, di armata.

“Con l’aiuto del concetto di teatro di guerra è facile definire un’armata come la massa combattente che si trova in un determinato teatro”.[18] In questo passo è chiarito quanto detto sopra: l’armata si definisce in relazione allo spazio che gli è proprio e nel quale agisce, non viceversa. In questo senso, l’elemento spaziale sembra essere più fondamentale dell’armata stessa, laddove anche la definizione dell’una segue dall’altra ma non viceversa.

L’elemento temporale assoluto è anch’esso un elemento complesso, secondo la concezione clausewitziana della guerra, perché dipende tanto dal territorio che dall’armata che si trova ad agire all’interno del territorio stesso: “Anche se molto spesso si definiscono come campagna gli eventi bellici che accadono in un anno in tutti i teatri di guerra, è più normale e preciso intendere con tale nome gli avvenimenti di un solo teatro di guerra”.[19] Ma Clausewitz stesso si rende conto delle limitazioni di tale definizione, giacché include un tempo estremamente limitato per qualcosa che, invece, prevede anche tutto ciò che accade durante il tempo di attesa e l’attesa, come si sa da tempo, fa parte del warfare. Gli eserciti, infatti, manovrano meno e meno incisivamente durante l’inverno, periodo dell’anno in cui le azioni militari si fanno più diradate, ciò, almeno, fino a tempi recenti e prima dell’avvento della guerra motorizzata. Clausewitz, subito dopo, precisa che con “campagna” va inteso l’intero arco temporale che inscrive in sé tutti gli eventi di una armata in un teatro di guerra, compresi i periodi di pausa. In sostanza, la campagna è l’intera durata dell’azione militare di un’armata in un preciso teatro di guerra.

Gli altri elementi coinvolti nelle azioni militari, che non discuteremo in questa sede, sono: il popolo, il sovrano e il generale.

Nella visione clausewitziana della guerra l’elemento della concentrazione delle truppe è fondamentale, perché in Clausewitz domina l’idea che la vittoria si consegue nell’eliminazione della forza combattente del nemico: essa, infatti, costituisce l’elemento ostile e contrapposto del nostro schieramento. Alla nostra forza si contrappone sempre una uguale e contraria, secondo il principio di massima tensione: “[L]a guerra è un atto della violenza e non c’è limite alcuno al suo impiego. Dal momento che ognuno impone all’altro questa legge, ne nasce un’interazione che concettualmente conduce necessariamente all’estremo”.[20] L’esempio della corsa agli armamenti, tanto nella prima che nella seconda guerra mondiale, piuttosto che nella guerra fredda è utile per comprendere il punto. Supponendo che l’altro voglia distruggerci con un cannone, noi cercheremo di averne due, sicché anche l’altro si comporterà di conseguenza e così via. A questa condizione generale dello sforzo bellico si contrappongono dei “correttivi”, ma la logica è sempre la medesima e si sviluppa su tale binario.

Sicché alla concentrazione di una grande massa combattente ne segue una altrettanto grande nel nemico. Per tanto, la guerra si traduce in scontri di battaglie campali. “Ogni battaglia è un tutto in cui i singoli combattimenti confluiscono in un risultato finale complessivo”.[21] Se la battaglia è un avvenimento centrale della guerra, sia sotto il profilo strategico che tattico (da un lato, infatti, determinerà le nostre chance di vittoria; da un altro lato la vittoria si consegue attraverso l’azione stessa del combattimento) allora lo scontro armato decisivo  si giocherà in un momento particolare nel quale le due forze contrapposte si mettono in gioco in modo tale che la vittoria o la sconfitta risulterà decisiva per l’andamento della guerra, nonostante che la guerra non necessariamente terminerà in quel momento: “Che cos’è la battaglia principale? Una lotta delle forze principali – non una lotta di poco rilievo per uno scopo marginale, un mero tentativo che viene abbandonato non appena ci si rende conto che il suo scopo è difficilmente raggiungibile – ma una lotta con l’impegno totale per una vittoria reale”.[22] Ma, chiaramente, con la dissoluzione dell’esercito nemico la capacità di combattere e, conseguentemente, la volontà di combattere del nemico ne riuscirà fortemente ridimensionata.

Per capire questa visione, che è, nel complesso, relativamente limitata al momento storico di Clausewitz, e che rende anche la visione della questione parzialmente datata, bisogna tenere bene a mente quanto detto prima: la volontà di combattere del nemico sarà ridotta se ne distruggiamo le forze.

L’andamento delle battaglie seguirà alcuni principi particolari, con i quali chiudiamo il paragrafo:

Il risultato della battaglia generale sta nella somma dei risultati dei combattimenti parziali; questi ultimi si fissano in tre diversi elementi. Il primo è la mera forza morale nella coscienza del comandante supremo. Quando un generale di divisone ha visto quanto inferiori sono i suoi battaglioni, questo influirà sul suo comportamento e sui suoi messaggi e questi influiranno a loro volta sulle iniziative dei comandanti superiori. Ne sono coinvolti anche quei combattimenti parziali che si erano apparentemente risolti e le impressioni si assommano nell’animo del comandante, persino contro la sua volontà. In secondo luogo il rapido confondersi delle nostre truppe che si lascia facilmente misurare con il procedere lento, poco aggressivo dei nostri combattimenti. In terzo luogo il terreno perduto.[23]

4. Epistemologia di guerra: il realismo epistemologico di Clausewitz

In guerra sussistono solo fatti, non interpretazioni. Per meglio dire, il problema principale di chi è coinvolto nelle azioni militari, sia in chi comanda, sia in chi esegue gli ordini, è quello di pervenire alla conoscenza dei fatti. Un fatto può essere inteso alla Wittgenstein, come una configurazione di stati di cose. A determinati stati di cose corrispondono proposizioni, le quali se corrispondono alla realtà saranno vere, altrimenti false. Abbiamo iniziato con una inversione di una nota frase di Nietzsche che è oggi molto apprezzata da tanti filosofi contemporanei, specialmente sul versante continentale. Clausewitz sarebbe del tutto esterrefatto da tale affermazione per delle ragioni principalmente pragmatiche e non filosofiche. Nel proseguo del paragrafo cercheremo di spiegare il perché.

La guerra è stata definita come un camaleonte (paragrafo 1), perché la sua natura è cangiante, non è possibile esaurirla a priori. In generale, le configurazioni degli stati di cose e degli uomini è tale che la storia della guerra del passato sia necessariamente diversa dal presente e dal futuro. Gli uomini cambiano, così la scienza; e con la scienza i mezzi e con i mezzi le cose che possono farsi; in fine cambiano gli scopi. In poche parole, solo a livello generale ed astratto la guerra si muove su binari continui, ma nel concreto è sempre diversa. Sicché è necessario investigare sulle condizioni contingenti per giungere alla conoscenza della realtà. Per massimizzare la probabilità di riuscire a pervenire a informazioni certe sulla realtà bisogna usare il buon senso e la teoria della probabilità: “In questo modo tutto l’atto di guerra si sottrae alla legge rigorosa delle forze spinte all’estremo. Se l’estremo non è più temuto né ricercato, tocca al giudizio stabilire i limiti degli sforzi. E questo può avvenire soltanto secondo le leggi della probabilità a partire dai fatti forniti dal mondo reale”.[24] Il passo è molto importante, in particolare perché si dice esplicitamente che la conoscenza, anche sulla base di un calcolo, si gioca sulla conoscenza dei fatti. In sostanza, se si vuole conoscere (e quindi prevedere, dunque prendere decisioni corrette) è assolutamente necessario conoscere la realtà, supponendo che in essa sussistano dei fatti, che tali fatti siano indipendenti dalla mia immaginazione e dalla mia volontà, la cui conoscenza, viceversa, sta nell’adeguamento dell’intelletto alla cosa, sotto supposizione che questa cosa esista.

La conoscenza è credenza vera giustificata, almeno. Questa è la definizione invalsa, con ottime ragioni, dall’epistemologia analitica contemporanea. Clausewitz l’avrebbe adottata e in tutto il suo scritto si potrebbero trovare delle tracce che confermano questa idea. Innanzi tutto, la conoscenza, considerandola solamente sul versante proposizionale, si fonda sulla corrispondenza della credenza di una proposizione con un fatto. L’assunzione della presenza dei fatti è già stata mostrata. Le credenze sui fatti sono semplicemente delle proposizioni credute da un soggetto. L’intera attività della guerra si sostanzia su credenze o su credenze giustificate e conoscenze. Come già Sun Tzu osservava, la conoscenza della realtà determina la possibilità di prendere decisioni corrette, senza la quale è addirittura impensabile essere dei validi generali. Clausewitz mantiene lo stesso atteggiamento, e precisa che in guerra l’elemento aleatorio è preponderante. In altre parole, le decisioni in condizioni di incertezza sono la maggioranza.

Sul versante epistemologico propriamente inteso, possiamo dire che in guerra la conoscenza è rara e i soggetti si formano più spesso credenze giustificate. La giustificazione, in genere, fondata su elementi di teoria della probabilità, come abbiamo accennato. Il problema fondamentale della guerra è che le informazioni sui fatti arrivano al generale solo mediatamente (attraverso spie, ad esempio) e il generale stesso non è sempre in grado di capire l’attendibilità delle informazioni che gli vengono passate; ciò perché le richieste di affidabilità di un’informazione sono ben più ampie che quelle usuali. Ad esempio, sapere l’ora in guerra può voler dire non morire per il fuoco della propria artiglieria; ma normalmente se un passante ci comunica l’orario sbagliato non temiamo di saltare in aria. Ecco che la necessità di avere informazioni esatte, cioè credenze vere, diventa evidente: “Abbiamo visto quanto la natura oggettiva della guerra la renda un calcolo di probabilità. Per farne ora un gioco occorre soltanto un elemento che certamente non le manca: il caso. Non c’è attività umana che stia in contatto così costante e generale con il caso quanto la guerra. Ma con il caso prende grande spazio in essa l’incertezza e con essa la fortuna”.[25]

In questo denso passo, nel quale si adombra la possibilità (poi negata) di paragonare la guerra ad un gioco a informazione incompleta (come poi può essere considerata con la recente game theory), si dice esplicitamente che la guerra si fonda su elementi intrinsecamente aleatori, sicché il metodo migliore per massimizzare la verità sulla falsità consiste nel seguire calcoli di probabilità. Clausewitz non ci dice, naturalmente, di che tipo di teoria della probabilità ci dovremmo servire (anche perché non tutte ancora elaborate) ma probabilmente si tratta del modello bayesiano, laddove i generali devono attenersi alle proprie stime sulla probabilità degli eventi per trarne giudizio affidabile, cioè la formazione di una credenza la cui formazione è seguita ad una elaborazione che produce più verità che falsità. Parlando delle virtù del generale, Clausewitz entra più nello specifico: “Per poter superare con successo questo scontro continuo con l’inatteso, sono indispensabili due qualità: un’intelligenza che anche in questa accresciuta oscurità è dotata di sprazzi di luce interiore che la conducono verso la verità…”[26]. Sottolineiamo il punto, per rimarcarlo con la dovuta chiarezza: “…che la conducono verso la verità…”. La verità è indispensabile per sapere come agire, perché dobbiamo prendere decisioni e per prendere decisioni corrette dobbiamo sapere come stanno le cose, cioè avere credenze vere. Se volessimo bombardare una linea trincerata, e non sapessimo le sue coordinate rischieremmo di buttare le bombe sul nostro campo, determinando uno sfacelo! Immaginiamo il generale chiamato a rispondere delle sue scelte. Se egli dicesse che aveva agito sulla base di informazioni altamente improbabili o nulle non saremmo disposti a condannarlo? Sicché si torna alla probabilità. Se un generale si scusa dicendo che sulla base di tutte le sue informazioni e sulla base di quanto egli sapeva aveva preso una determinata decisione, che gli pareva fondata sulle conseguenze più probabili delle sue credenze egli non sarebbe più condannabile. La probabilità, dunque, è indispensabile proprio per massimizzare la verità sulla falsità:

Poiché la molteplicità e i confini indeterminati di tutte le situazioni portano a prendere in considerazione una grande quantità di fattori, poiché la maggioranza di questi fattori possono essere valutati soltanto secondo le leggi della probabilità, se l’attore non coglie tutto questo con il colpo d’occhio di uno spirito che presagisce dovunque la verità, ne nasce un intrico di considerazioni e punti di vista da cui il giudizio potrebbe non tirarsi più fuori.[27]

Il punto è ancora più chiaro. Lo spirito del grande generale (subito dopo Clausewitz citerà Napoleone) deve “presagire dovunque la verità”, semplicemente perché non avrebbe altrimenti senso la ricerca stessa della buona azione militare. Si tirerebbe a indovinare, tanto più che il rischio è concreto: molto spesso, per indecisione, i generali vengono condotti a non agire per la paura di non essere sicuri di avere le informazioni corrette, come dimostra il caso del generale Mcclelland nella guerra di secessione americana. Cioè, è tale la paura di non sapere come stanno le cose, che si preferisce non agire piuttosto che provocare perdite gravi al proprio schieramento. Clausewitz è esplicito in più di una circostanza su questo punto: i grandi intelletti, che considerano più fatti e condizioni, si lasciano spesso ottenebrare la mente dalla paura del rischio e finiscono per essere troppo conservativi in sede pratica. Dal punto di vista dell’azione il correttivo è l’attitudine al rischio e il coraggio nelle condizioni di incertezza, correttivi caratteriali e motivazionali, non epistemici. Dal punto di vista epistemico (cioè quello che considera esclusivamente la prospettiva della conoscenza in relazione alla verità delle credenze e non di altre forme di assunzione di credenza), l’unica strada perseguibile è quella di fondare le proprie valutazioni esclusivamente sui sistemi per produrre credenze più vere che false, in una parola: più affidabili. In caso di dubbio deve sopraggiungere il buon senso: “Qui spesso non serve altro che un principio regolatore che, posto fuori dal pensiero, lo domina: è il principio dell’attenersi in tutti i casi dubbi all’opinione primitiva e non allontanarsi da essa sinché non vi si è costretti da un nuovo chiaro convincimento. Si deve rimanere saldi nel credere alla migliore verità di principi ben provati e in presenza della vivacità di fenomeni momentanei non dimenticare che la loro verità è di stampo inferiore”.[28] Per non rischiare di cambiare continuamente opinione sui fatti, è bene non sopravvalutare le credenze con gradi inferiori di probabilità, ma mantenere salda la credenza prodotta da sistemi che garantiscano un buon grado di affidabilità. Dobbiamo, dunque, fidarci delle nostre credenze sin tanto che non abbiamo delle credenze che le negano, tali che esse siano più affidabili delle altre.

L’oggetto della conoscenza è ben definito da Clausewitz: “Con informazione designiamo la conoscenza complessiva che abbiamo del nemico e del suo territorio”.[29] Saper massimizzare la conoscenza del nemico è indispensabile per aumentare la nostra capacità di comprendere la situazione, cioè di avere un insieme di credenze coerenti capaci di produrre nuove credenze, giustificate sulla base della loro formazione su processi cognitivi affidabili. Il principio appena enunciato è particolarmente importante perché: “Una grande parte delle informazioni che si ottengono in guerra è contraddittoria, una parte ancora più grande è falsa e la parte di gran lunga maggiore è incerta”.[30] Inevitabilmente, le informazioni sul nemico e sul territorio vengono ingigantite dall’immaginazione perché siamo continuamente sottopressione e sotto pericolo di vita, sicché il rischio di lasciarci ingannare e cedere alle credenze psicologicamente forti ma epistemologicamente non giustificate è molto alto: “Di regola si tende a credere più alla notizia cattiva che a quella buona; si tende a esagerare ciò che è negativo e i pericoli che in esso sono segnalati, anche se si dissolvono come le onde del mare: ma proprio come queste ultime i pericoli ricompaiono di nuovo ogni volta senza apparente motivo”.[31] Non c’è bisogno di essere stati in guerra per immaginare quanto l’aspetto psicologico sia decisivo per le prese di decisione in casi di incertezza, giacché sono disponibili interi studi di psicologia cognitiva e neuroscienze che attestano proprio il fatto che il rischio, la paura di rimetterci, e il fattore tempo influenzano in modo decisivo le nostre credenze sul mondo e come queste siano spesso determinate in base alle aspettative e ai nostri desideri più che sui dati di fatto incontrovertibili. Ad esempio, capita piuttosto spesso di avere paura di investire il proprio denaro, specialmente se molto o quanto possediamo, per dei guadagni con alto tasso di rischio, anche qualora ciò violi i principi dell’utilità attesa.

E allora è necessario cercare di massimizzare le proprie conoscenze mediante il freddo calcolo della probabilità su credenze a loro volta affidabili: “Quello che si può chiedere a un ufficiale è una certa capacità di discernimento che può essere data soltanto dalla conoscenza degli uomini e delle cose oltre che dal suo giudizio. Lo deve guidare la legge della probabilità”.[32]

L’epistemologia contemporanea ha sempre privilegiato l’aspetto individualistico della conoscenza, in particolare ha cercato di trovare le condizioni per definire la conoscenza. Di recente è emerso un nuovo ambito che sta diventando sempre più centrale nel dibattito epistemologico: l’epistemologia sociale. L’epistemologia sociale indaga la distribuzione della conoscenza su reti sociali, siano esse istituzionali o orizzontali. Clausewitz nel suo scritto mostra di avere una sensibilità epistemologica e teorica sufficiente a far emergere entrambi gli aspetti. L’epistemologia individuale, dunque, lo vede un difensore dell’idea che il soggetto bellico (il generale) debba cercare di formarsi credenze giustificate mediante l’adozione di metodi di formazione di credenze affidabili (coerenza e probabilità su tutti gli altri). Sul piano dell’epistemologia sociale Clausewitz mostra che l’aspetto combinato delle informazioni individuali unite a quelle reperite da terzi sia centrale:

Vogliamo qui evidenziare un punto che è molto importante per la guerra: le informazioni. Non parliamo di specifici, grandi, importanti rapporti informativi di base ma dell’innumerevole massa di piccoli contatti, in cui si muove quotidianamente con incertezza un esercito. La più piccola pattuglia, ogni posto di guardia, ogni ufficiale in missione con il loro bisogno di informazioni sul nemico e sull’amico sono affidati agli abitanti del Paese. Qui l’intesa con gli abitanti mette in generale il difensore in condizioni di superiorità rispetto all’occupante.[33]

In guerra i vari soggetti agenti si formano una quantità enorme di credenze che veicolano nello spazio sociale, considerando l’esercito come un sottoinsieme proprio dell’insieme della società di cui fa parte. Sicché un esercito non funziona diversamente da una società, essendolo a sua volta, di conseguenza produce continuamente credenze sul mondo che verranno immesse nello spazio sociale. La formazione di tali credenze è spontanea e impossibile da evitare. Il problema sta nel massimizzarne l’attendibilità. Sun Tzu dedica un intero capitolo (il tredicesimo) alla disamina dell’utilizzo delle spie, proprio perché la conoscenza passa anche attraverso terzi e sapere di avere garanzie sull’attendibilità di questi è assolutamente fondamentale per garantire la maggiore probabilità di formarsi credenze vere piuttosto che false sulla base della testimonianza, della quale è impossibile, in guerra come in tutto il resto, fare a meno: “Questo tatto del giudizio consiste inconstestabilmente in una sorta di confronto di tutti i dati per cui vengono accantonati quelli lontani e irrilevanti e fatti emergere i più vicini e importanti in modo più rapido di quanto non accadrebbe mediante rigorose deduzioni”.[34]

Per concludere possiamo tornare alla frase iniziale del paragrafo: in guerra non esistono interpretazioni, solo fatti. Clausewitz considera l’esistenza dei fatti come stati di cose indipendenti dalla mente del soggetto, che costituiscono l’oggetto stesso dell’indagine epistemica in chiave bellica. Per massimizzare la probabilità di prendere decisioni giuste, che è la vera preoccupazione del generale, è necessario fondare le proprie decisioni su credenze vere. In assenza di certezza, cioè di vera e propria conoscenza intesa come credenza vera giustificata accessibile al soggetto, è necessario utilizzare dei sistemi di formazione di credenze affidabili di primo livello (come direbbe Goldman) tali che esse poi passino al livello di elaborazione successivo (di secondo livello) la cui elaborazione aumenta il grado di affidabilità della credenza stessa. Questi metodi in grado di massimizzare la verità sulla falsità sono il calcolo della probabilità supposto bayesiano, e la coerenza del sistema complessivo di credenze del soggetto. In presenza totale di incertezza l’unico correttivo è di tipo pratico: non cambiare opinione (cioè non formare una credenza alternativa a quella precedentemente assunta) se non di fronte ad una opposta tale che il grado di affidabilità di quest’ultima sia maggiore della precedente.

Immaginiamo che le cose non stiano così. Immaginiamo che non esistano fatti ma solo interpretazioni. Immaginiamo che un generale prenda la decisione sbagliata (ma sulla base di che si può dire che qualcosa sia sbagliato se non si fa riferimento almeno implicitamente ad una oggettività di base?) e bombardi il proprio schieramento determinando la morte di un intero battaglione. Se durante il processo egli si difendesse adducendo come ragione il fatto che non esistono fatti ma solo interpretazioni, costui non sarebbe probabilmente fucilato, perché sarebbe semplicemente considerato un folle. Perché solo un folle prenderebbe decisioni che prevedono la vita di un intero esercito sulla base di “interpretazioni”.

Clausewitz è un realista, ritiene che esistano fatti oggettivi la cui conoscenza è alla portata dei generali. La stessa conoscenza non è mai negata, solamente non è sempre possibile ottenerla. Ma il problema non sta, allora, nell’idea di principio, sta nella possibilità di realizzarla ogni qual volta sia possibile.

5. Stili di guerra: tipi e tipologie

Clausewitz distingue vari tipi di “stili” di guerra, sia inteso nel farsi della guerra, sia inteso nella tipologia della guerra. Si danno due tipi generali di guerra: l’attacco e la difesa. Si danno tre tipologie di guerra: totale, parziale e di popolo. Parleremo prima degli stili del farsi e solo dopo della tipologia.

Qual è lo scopo della difesa? Conservare. Conservare è più facile che conquistare; già da questo deriva che a parità di mezzi la difesa è più facile dell’offensiva. Ma dove sta la maggiore facilità del conservare e del mantenere? Nel fatto che tutto il tempo non utilizzato dall’attaccante pesa sul piatto della bilancia del difensore. Raccoglie quello che non ha seminato. Ogni omissione dell’attaccante imputabile a falsa valutazione, a paura o a trascuratezza va a vantaggio del difensore.[35]

Un esercito che si difende ha interesse esclusivamente nel mantenere le sue posizioni, non retrocedere e non farsi distruggere. Il resto lo fa l’attaccante. Ma se l’attaccante si getta a capofitto contro il difensore e quest’ultimo non arretra, la difesa trae vantaggio dalla necessaria fatica e dispendio di forze che ha dovuto impiegare l’attaccante per tentare il suo colpo. In questo senso, l’attrito offerto dalle forze della difesa è superiore a quello posto dall’attacco. Il fattore tempo gioca a favore della difesa perché ogni colpo non andato a segno, ogni tempo che l’attaccante ha impiegato torna a favore di chi aspetta il momento buono per riaversi. Clausewitz, infatti, difende strenuamente il ruolo del difensore all’interno del warfare perché sostiene che se con “difesa” si intende una resistenza attiva alle forze attaccanti, allora si vede chiaramente che la difesa ha un buon margine di manovra che si concretizzerà con il contrattacco, giocato al momento di riflusso delle forze attaccanti. Una difesa puramente passiva non è la vera difesa, ma solo una forma di resistenza. La difesa attiva, invece, prevede anche il colpo di offesa giocato contro il punto debole dell’attaccante.

L’attaccante, invece, deve cercare di avere forze preponderanti in generale, sia perché di per sé l’attrito offerto dalla difesa è più efficace delle sue forze; sia perché il farsi stesso dell’attacco conduce ad una dilatazione delle forze, a differenza della difesa, che tende invece a concentrarle. In particolare, abbiamo già parlato del principio di escalation, sicché in genere il numero delle forze dell’attaccante finisce per essere circa pari a quello della difesa. Con il che, naturalmente, l’attaccante deve cercare di formarsi un esercito più numeroso di quello che si difende (il rapporto di due a uno è suggerito dallo stesso Clausewitz). L’arma più efficace a disposizione dell’attaccante è l’effetto sorpresa, cioè la capacità di dislocare più truppe in un punto in cui il difensore ne ha di meno determinando uno squilibrio locale che può condurre al cedimento della linea difensiva: “La sorpresa si rivela efficace per il fatto che in un punto determinato si mettono contro al nemico più truppe di quante non si aspettava”.[36] Gli altri elementi favorevoli all’attacco sono: il vantaggio dell’ambiente e l’attacco su più lati.

Le tipologie di guerra sono: totale, parziale, di popolo. Una guerra totale è una guerra condotta con lo scopo di abbattere un intero Stato o una intera nazione. La distinzione si gioca sul fine. Le guerre mondiali sono state guerre totali. La guerra dei sette anni è stata una guerra parziale, perché gli stati si proponevano di controllare alcuni territori non interni ai confini nazionali (l’America del nord e l’India). Una guerra parziale può trasformarsi in una guerra totale e viceversa. La prima guerra mondiale iniziò per ragioni di vantaggi territoriali ma si trasformò ben presto in una guerra totale, il cui fraintendimento è ben illustrato da Basil Liddell Hart nel suo La prima guerra mondiale, laddove i generali e i governi non capirono che erano di fronte ad una più generale guerra, la guerra totale tra popoli. La guerra tra popoli non è necessariamente una guerra totale, ma riguarda una particolare versione dello scontro armato che prevede un esercito di occupazione o straniero contro una intera popolazione: Clausewitz porta ad esempio la guerra che napoleonica in Spagna. Più recentemente una guerra di popolo è stata condotta in Vietnam e in Algeria.

6. La funzione della Storia e le tre prospettive del warfare

L’aspetto propriamente teorico del warfare non può in alcun modo prescindere dalla Storia, sia in senso ampio (Storia dei popoli), sia in senso stretto (Storia militare). Questo perché la descrizione dei fatti passati consente una ricostruzione degli avvenimenti sulla cui base si possono considerare delle possibili valutazioni, tali che esse mostrino come un’azione militare dovesse essere compiuta. In assenza di vere guerre, e per comprendere la loro natura, per quanto siano esse il risultato di particolari contingenze, non c’è migliore base di apprendimento che lo studio della storia militare e dei popoli (da ora solo Storia).

Abbiamo visto come i livelli del warfare siano diversi e gerarchicamente determinati. L’analisi storica di un avvenimento bellico dovrebbe prendere in considerazione tutti i livelli nella loro relativa indipendenza e nella loro reciproca relazione. Questo con lo scopo di poter far emergere una disamina critica di ciò che è accaduto. Ci interessano i fatti per capire lo svolgimento, così da poter trarre giudizio sugli avvenimenti, con lo scopo di avere una disamina normativa che possa tradursi in un utile giudizio pratico. La Storia svolge, dunque, un ruolo fondamentale nel warfare in quanto fonda la capacità di apprendimento del nuovo dal vecchio. Il ruolo dello Storico deve essere quello di fornire la base attraverso cui la nuova generazione costituisce il proprio sapere teorico sulla guerra, in modo tale che possa fondarsi su una base attendibili di fatti e valutazioni. In particolare, è fondamentale apprendere l’uso della capacità critica: “L’influenza che le verità teoriche hanno sulla vita pratica si esercita sempre più tramite la critica che non tramite la dottrina. Dal momento che la critica è l’applicazione della verità teorica ad avvenimenti reali, essa non solo le avvicina alla vita ma abitua l’intelligenza a tali verità con il costante ripetersi delle loro applicazioni”.[37] La capacità critica, dunque, svolge l’importante ruolo di ponte tra la teoria pura della guerra e la sua realizzazione pratica. Abituare la mente alla presenza di elementi perduranti nelle attività di guerra è fondamentale per poter prendere decisioni assennate nel momento della verità.

La ricostruzione storica degli avvenimenti bellici non è priva di problemi, ma Clausewitz fornisce un metodo assai chiaro e rigoroso per tale fondamentale operazione, magistralmente tradotta in pratica dagli straordinari lavori di Basil Liddell Hart:

Nella narrazione critica sono presenti tre diverse attività dell’intelligenza. La prima è la constatazione e l’accertamento di fatti dubbi. E’ la ricerca storica in senso stretto e non ha nulla in comune con la teoria. La seconda è la deduzione dell’effetto dalle cause: questa è la vera e propria ricerca critica. Essa è indispensabile per la teoria perché tutto ciò che deve essere stabilito tramite l’esperienza o sostenuto o anche solo discusso nella teoria, può essere acquisito solo per questa via. La terza è l’esame dei mezzi applicati.  Questa è la critica propriamente detta che contiene l’approvazione e la disapprovazione. Qui è la teoria che serve alla storia o piuttosto all’insegnamento che se ne trae.[38]

Il metodo è, dunque, tripartito. In primo luogo bisogna accertare i fatti, solo dopo averne ricostruito la successione temporale e la natura è possibile fornire una intelaiatura causale all’intero edificio storico; in terzo luogo bisogna procedere nella valutazione della narrazione. In questo senso, a ben vedere, i passi della costruzione storica ai fini del warfare sono quattro: ricostruzione della successione temporale degli avvenimenti, accertamento dei fatti, ricostruzione causale, valutazione della vicenda. Si tenga ben presente che la quarta condizione non è illecita, laddove essa segue dai principi normativi generali dell’arte del conflitto, principi che sostengono il buon agire delle azioni militari. Ad ogni livello della gerarchia del warfare si può accertare se un fatto sia bene inserito all’interno del processo funzionale militare. Se un’azione ha condotto a più vantaggi che svantaggi si potrà definire buona, ad esempio. E’ evidente che questa valutazione può essere stilata solo successivamente alla ricostruzione della successione temporale dei fatti e delle cause, altrimenti si parla a vuoto, come Clausewitz ci dice esplicitamente in più punti.

Il principale ostacolo alla ricostruzione storica è dovuta all’oblio di tanti fattori determinanti che vanno irrimediabilmente perduti in sede di analisi:

Per quanto attiene alla deduzione dell’effetto dalle cause, essa incontra spesso una difficoltà insuperabile: il fatto di non conoscere le vere cause. In nessun’altra situazione della vita come nella guerra accade di conoscere completamente gli accadimenti ma non i motivi che sono tenuti intenzionalmente nascosti dagli attori oppure possono andare perduti per la storia, se erano transitori e contingenti. Di conseguenza la narrazione critica deve procedere di pari passo con la ricerca storica.[39]

L’andamento di una battaglia può giocarsi su piccoli passi, su interventi di singole squadre d’azione e, addirittura, di singoli individui. Ma ad un livello così basso della descrizione fattuale interviene spesso l’inconoscibilità delle condizioni materiali, perché i fatti di piccolo dettaglio vengono difficilmente conservati. Non c’è bisogno di portare esempi per chiarire il punto, laddove nessuno ricorda mai l’intervento di un plotone durante lo sbarco alleato in Sicilia più di quanto si conserva solamente il risultato ad alto livello: lo sbarco effettuato dall’esercito statunitense e britannico. Il problema è, però, che a volte le battaglie si giocano su dettagli apparentemente di poco rilievo, sull’azione di singoli individui o di piccole unità.

La ricostruzione causale ha un problema aggiuntivo. Non tutte le cause hanno lo stesso rilievo all’interno della medesima vicenda. Non è sempre facile fornire una buona ricostruzione causale dell’evento, giacché, appunto, in sede storica bisogna discernere le cause rilevanti da quelle meno rilevanti da quelle del tutto irrilevanti e fuorvianti. Ad esempio, il ruolo giocato dagli insetti nella guerra del Vietnam potrebbe non essere irrilevante, ma potrebbe anche non essere così importante come altri fattori: “Oltre a questa difficoltà la ricerca critica ne ha ancora una interna molto seria: in guerra gli effetti raramente nascono da una sola semplice causa bensì da molte combinate. Non basta quindi risalire senza pregiudizio: è importante attribuire a ognuna delle cause il suo peso”.[40] La disamina critica del ruolo causale nelle ricostruzioni storiche è fondamentale. La Storia è nulla senza una adeguata ricostruzione causale, ma non è neppure sufficiente fornire una qualunque ricostruzione causale, ma quella che rispecchia maggiormente lo stato di cose per come fu nella sua realtà.

In sede di analisi valutativa della storia rifulge per importanza il ruolo dell’esempio storico, che deve giungere ad un grado di dettaglio sufficiente da consentire una possibile disamina critica dell’avvenimento non in quanto specifico ma per la sua valenza generalizzabile:

Quando si esamina più da vicino l’uso dell’esempio storico, emergono quattro punti di vista. In primo luogo lo si può usare come semplice illustrazione del proprio pensiero. In ogni spiegazione astratta infatti è molto facile essere capiti male o per niente. Quando un autore teme questo, si serve di un esempio storico per dare al suo pensiero la chiarezza che gli manca e per assicurarsi che autore e lettore si intendano. In secondo luogo, può servire come applicazione del pensiero perché con un esempio si ha l’opportunità di mostrare quelle piccole circostanze che non possono essere colte tutte nell’esposizione generale di un’idea; in questo sta la differenza tra teoria ed esperienza. In terzo luogo ci si può riferire a un fatto storico per sostenere quello che si è detto.  (…) In quarto luogo infine dalla presentazione circostanziata di un accadimento storico e dalla raccolta di molti episodi si può trarre una lezione che trova la sua vera prova in questa testimonianza.[41]

La natura della guerra prevede tre possibili punti di vista: prima persona (singolare e plurale), terza persona (singolare), terza persona plurale. La prospettiva in prima persona riguarda ciò che si fa direttamente, come persona o come parte di un tutto. In essa si considerano solo le informazioni che giungono a portata della nostra coscienza (intesa sempre nel duplice senso di prima persona singolare e plurale). In una partita a scacchi la prospettiva in prima persona attiene a ciò che pensiamo che faremo noi e ciò che crediamo farà l’avversario. La prospettiva in terza persona riguarda ciò che pensiamo farà il nostro avversario, ciò che pensa e ciò che fa in base a quanto sappiamo egli faccia. La prospettiva radicale della terza persona è semplicemente l’altra parte della barricata. Le due prospettive nella disamina storica della guerra convergono e si fondono, e solo da questa fusione è possibile una ricostruzione attendibile e completa del fenomeno bellico. Ma l’analisi in prima e terza persona non esaurisce tutte le possibilità. Lasker parlava di un giudice esterno capace di valutare dall’alto le azioni di entrambi gli schieramenti, in base a ciò che sa di entrambi. Questo ruolo è giocato dallo Storico del warfare che deve, in fine, stilare una valutazione su norme del processo considerato. Anche in sede di analisi singolare, quando si è immersi in una sfida, è fondamentale (per quanto affatto ovvio) cercare di ergersi su entrambi gli schieramenti e pensare al proprio combattimento, congiunto con l’avversario, non più in prima persona, non più in terza persona ma dalla prospettiva esterna ed estranea della terza persona plurale, vale a dire la valutazione di sé e dell’altro mediante un occhio oggettivo e privo delle passioni che ci coinvolgono per vedere la realtà nella sua essenza. La prospettiva dell’insieme, del tutto, ottenuta mediante la considerazione dell’interazione delle due parti e delle loro forze, è lo sguardo più imparziale a nostra disposizione, fondamentale tanto in sede di analisi storica quanto in pratica.

Concludendo il paragrafo, Clausewitz fornisce non solo una dottrina della valutazione della Storia e del suo ruolo nel warfare ma pure un metodo rigoroso per valutare la qualità della ricostruzione storica. La sua analisi si impernia sull’idea che la storia non solo deve mostrare le strade possibili ma pure deve essere l’oggetto della comprensione delle leggi generali del conflitto, in modo tale che sia maestra di vita e maestra di se stessa.


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[1] Clausewitz C. (1837), Della guerra, Einaudi, Torino, p. 18.

[2] Ivi., Cit., p. 9.

[3] Ivi., Cit., pp. 94-95. Corsivo nostro.

[4] Ivi, Cit., p. 40.

[5] Ivi., Cit., p. 41.

[6] Ivi., Cit., p. 41.

[7] Su questo tema: Liddell Hart B., La storia militare della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano. Liddell Hart tratteggia questo argomento con estrema precisione.

[8] Clausewitz C., (1837), Della guerra, Einaudi, Torino, p. 18.

[9] Ivi., Cit., p. 21.

[10] Ivi., Cit., p. 118.

[11] Ivi., Cit., p. 22.

[12] Ivi., Cit., p. 80. Corsivo non nostro.

[13] Ivi., Cit., p. 183.

[14] Ivi., Cit., p. 43.

[15] Ivi., Cit., p. 44.

[16] Ivi., Cit., p. 117.

[17] Ivi., Cit., p. 157.

[18] Ivi., Cit., p. 157.

[19] Ivi., Cit., p. 158.

[20] Ivi., Cit., p. 20.

[21] Ivi., Cit., p. 141.

[22] Ivi., Cit., p. 143.

[23] Ivi., Cit., p. 146.

[24] Ivi., Cit., p. 26.

[25] Ivi., Cit., p. 35.

[26] Ivi., Cit., p. 57.

[27] Ivi., Cit., p. 61. Corsivo Nostro.

[28] Ivi., Cit., p. 60.

[29] Ivi., Cit., p. 68.

[30] Ivi., Cit., p. 68.

[31] Ivi., Cit., p. 69.

[32] Ivi., Cit., p. 68.

[33] Ivi., Cit., pp. 177-178.

[34] Ivi., Cit., p. 214.

[35] Ivi., Cit., p. 170.

[36] Ivi., Cit., p. 172.

[37] Ivi., Cit., p. 100.

[38] Ivi., Cit., p. 100.

[39] Ivi., Cit., p. 101.

[40] Ivi., Cit., p. 101.

[41] Ivi., Cit., p. 113.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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