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Lo scontro armato – Il settimo capitolo de L’arte della guerra


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Passi per la determinazione delle azioni militari: deliberazione del fine, pianificazione dei mezzi, dislocazione delle forze e esecuzione degli ordini. Il problema dello scontro: seguire lo Shih, sicché prima confondi il nemico formando false tracce e prospettagli vantaggi che, saranno, invece, la causa delle sue ferite mortali. La pianificazione dello scontro implica la pianificazione delle risorse necessarie allo scontro futuro: “E così, nelle operazioni militari ci si basa sull’astuzia, si agisce a seconda delle circostanze; si operano trasformazioni dividendo e unendo”. Saper agire diretti versi un solo scopo è il principale problema sul piano individuale.

Il primo passo nella pianificazione dello scontro deve essere la determinazione di uno scopo preciso in base al quale procedere nella pianificazione e scelta delle risorse necessarie. Il terzo passo consiste nella dislocazione delle risorse e, in fine, bisogna passare al piano tattico:

Il generale riceve gli ordini dal sovrano,

Recluta e raduna le truppe, le organizza e le fa accampare.

Niente è più difficile dello scontro armato.[1]

Come abbiamo visto, proprio nell’intrinseca aleatorietà dello scontro armato sta la chiave per comprendere la sua insensatezza, se non in condizioni in cui la vittoria è già segnata. Combattere per cercare di vincere è essere entrati in battaglia con il piede sbagliato (parte II, capitolo 4). Prima ci si deve assicurare l’insieme delle condizioni necessarie per vincere e solo dopo si può concretizzare questo vantaggio, possibilmente senza combattere.

La violazione di questo procedimento virtuoso ha, come sempre, una moltitudine di risultati disastrosi, determinati dalla nostra impreparazione o avventatezza nello scontro. Per questo è assolutamente indispensabile evitare lo scontro armato se non quando le condizioni formali (forma) e materiali (Shih) sono propizie:

Uno scontro armato è vantaggioso, ma anche pericoloso.

Se cerchi lo scontro con un esercito pienamente equipaggiato, marcerai lentamente e rischierai di non arrivare in tempo.

Se cerchi lo scontro con un esercito decimato, rischi il fallimento per scarsità di equipaggiamento.

Di conseguenza, se procedi con l’equipaggiamento essenziale, affrettandoti a prendere una posizione vantaggiosa, marciando, giorno e notte, senza accamparti, al doppio del passo normale, per raggiungere un vantaggio che sta cento li più avanti –

Il comandante sarà catturato.

Prima arriveranno gli uomini più forti, poi i più deboli e solo un decimo dell’esercito arriverà a destinazione.

Nel contendersi il vantaggio, con una marcia forzata cinquanta li

Il comandante dell’avanguardia cadrà

E solo la metà delle truppe arriverà alla meta.

Nel contendersi il vantaggio, con una marcia forzata di trenta li

Arriveranno a destinazione i due terzi degli uomini.

Perciò –

Un esercito senza equipaggiamento è perduto,

Senza grano e cibo è perduto,

Senza rifornimenti è perduto.[2]

Per queste ragioni sostanziali è fondamentale conoscere la forma e le circostanze contingenti, per questo è necessario avere la conoscenza di sé e del nemico per avere il dominio totale sul campo di battaglia, che richiede sia la consapevolezza del pieno e del vuoto, sia la piena comprensione dell’insieme delle condizioni che rendono possibile la vittoria. Ma senza queste analisi preliminari e senza la pianificazione corrispondente, l’azione militare è destinata al fallimento, si è entrati nel campo di battaglia per tentarsela, non si è, piuttosto, entrati già vincenti:

Se non conosci i piani dei sovrani vicini,

Non puoi stringere alleanze con loro.

Se non consoci la forma delle montagne e delle foreste, dei burroni e delle gole, delle paludi e degli acquitrini,

non puoi mobilitare l’esercito.

Se non ricorri alle guide locali,

Non puoi sfruttare il vantaggio del terreno.

E così, nelle operazioni militari ci si basa sull’astuzia,

Si agisce a seconda delle circostanze,

Si operano trasformazioni dividendo e unendo.[3]

Gestire le forze significa imporre dei segnali visibili in modo tale da poter comunicare gli ordini a tutti gli uomini così che possano agire come un sul uomo. Questo è richiesto dalla stessa natura della guerra: “Non riuscendo a intendere le voci che impartivano gli ordini, costruirono tamburi e campane. Non riuscendo a vedersi, costruirono bandiere e stendardi”.[4] Sun Tzu enunciava questi principi come già assunti dalla prassi militare cinese del suo tempo. Nell’Occidente questa codifica necessaria in segnali di varia natura (sonora, luminosa, geometrica etc.) fu adottata per la prima volta dagli spartani contro gli ateniesi durante la guerra del Peloponneso, scontro riportato magistralmente da Tucidide, episodio reso celebre proprio per la sua unicità.

Ad ogni evento causato dal nostro contingente corrisponde una sua possibile lettura da parte del nemico. E’ particolarmente importante riuscire a minimizzare il rischio di essere visti impartire gli ordini e, viceversa, è particolarmente importante osservare i segnali del nemico per poterne anticipare le manovre. Ancora una volta, l’organizzazione strutturale dell’esercito richiede necessariamente i segnali, che costituiscono la base del “caos”, generato sempre dall’ordine: non si può credere che ad una forma di organizzazione non seguano una serie di difetti. Questo perché la natura delle cose, e delle cose umane in particolare, è profondamente ambigua e non si può cadere vittima del fenomeno “della scissione delle proprietà”:[5] un’entità ha delle proprietà che in alcuni contesti sono virtuose, in altre viziose e sulla stessa medesima base può essere di vantaggio o di svantaggio. Essere alti significa avere un vantaggio in termini di forza, ma si è più lenti negli spostamenti. Essere belli può significare avere un vantaggio su chi è più brutto, ma spesso rallenta la capacità di autocritica e l’intelligenza ne viene meno stimolata. Gli eserciti possono essere ben equipaggiati, ben riforniti, ma possono essere più facilmente umiliati se perdono e hanno molto più da perdere quando combattono, come fu il caso dei marines in Vietnam: essi combattevano contro un nemico che non aveva più nulla da perdere, così lottava fino allo strenuo delle forze; viceversa, i soldati americani erano abituati ad una vita ben più ricca di amenità, per non vivere peggio che l’inferno.

Così, non si può prescindere dall’osservare la compenetrazione dei motivi per cui talora abbiamo un vantaggio a seguito di una certa proprietà e, in un’altra circostanza, abbiamo uno svantaggio  per la stessa proprietà. Per questo bisogna sempre seguire lo Shih e mai dimenticare quest’importante lezione:

Con l’ordine affronta il disordine.

Con la calma affronta l’irruenza.

Questa è l’arte di padroneggiare la mente.

Attendi vicino al campo di battaglia chi è ancora lontano.

Attendi riposato chi si sta affaticando.

Attendi ben sazio chi giunge affamato.

Questa è l’arte di padroneggiare la forza.

Astieniti dal colpire chi avanza con i vessilli ben allineati

E dall’attaccare formazioni imponenti.

Questa è l’arte di sapersi adattare.[6]

A livello individuale bisogna procedere allo stesso modo, cioè ponderare un unico scopo e concentrarsi su quello, in modo tale accumulare l’energia da concentrare e sfogare su un unico punto di massima debolezza: per sfruttare al pieno lo Shih è necessario concentrare e rilasciare la forza.

Nello scontro armato la virtù è quella di concentrarsi sulle debolezze dell’altro per trovare il massimo profitto. Per questo bisogna essere forti nelle membra ma, allo stesso tempo, saldi nella mente per essere capaci di rendere le proprie idee e intuizioni applicabili al contesto attuale. Un nemico cadrà nella prostrazione quando non capisce le tue mosse, quando vede la tua volontà incrollabile e crede le tue energie inesauribili. Dominare la mente e la volontà dell’avversario significa averlo in pugno.


[1] Ivi., Cit., p. 28.

[2] Ivi., Cit., p. 29.

[3] Ivi., Cit., p. 29.

[4] Ivi., Cit., p. 30.

[5] Per una descrizione del principio, rimandiamo a Pili G. (2012), Un mistero in bianco e nero. La filosofia degli scacchi, Le due torri, Bologna.

[6] Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2003, Cit., p. 31.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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