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Operazioni belliche – Il secondo capitolo de L’arte della Guerra


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La guerra trae la sua possibilità dai mezzi materiali che si posseggono. La durata di uno scontro dipende dalla propria capacità di reggere lo sforzo fisico richiesto per sostenerlo. Lo sforzo bellico, qualche che sia la sua natura, richiede energie prolungate per il suo mantenimento e il consumo delle energie abbatte le forze e il morale, sicché laddove non c’è una mente salda, non c’è braccio che funzioni. La conoscenza dei problemi inerenti al confitto mostrano chiaramente il prezzo per cui si combatte e lo rendono quantificabile. In questo senso, la rapidità in guerra è una duplice virtù: rende minimo il consumo di energie vitali e raggiunge l’obbiettivo.

Il secondo capitolo de L’arte della guerra tratta delle ripercussioni dell’economia di guerra, intesa in senso più ampio del solo dispendio economico. Sun Tzu mette in evidenza la necessità di pensare al conflitto come ad una condizione di perpetuo e perdurante consumo di risorse materiali ed energie psichiche e fisiche. La catena che lega l’esercito alla madrepatria alimenta un circolo vizioso di impoverimento fisico ed economico e, conseguentemente, morale, ciò inteso nella dimensione emotiva della parola. Un esercito deve cercare di sostenersi esclusivamente sul territorio nemico, così da ridurre la forza dell’avversario senza imporre il pericoloso circolo vizioso. Questo è espresso con tutta l’acutezza e profondità delle parole di Sun Tzu:

Uno Stato si impoverisce a causa dei suoi soldati –

Quando essi sono lontani e per il loro approvvigionamento le merci devono viaggiare a lungo.

Quando essi sono lontani e il trasporto delle vettovaglie su lunghe distanze impoverisce le famiglie nobili.

Dove si trova un esercito, i prezzi delle merci salgono

E con il rincaro, le ricchezze si esauriscono.

Quando le ricchezze si esauriscono, il popolo è immancabilmente oppresso da pensante tassazioni.

E con questa perdita di sostanze e ricchezze nel cuore stesso del paese,

Le famiglie si impoveriscono,

I sei decimi delle risorse delle famiglie nobili vanno in fumo.

E per quanto riguarda le risorse della famiglia regnante –

Per sostituire carri rotti, cavalli sfiniti

Armature, elmi, frecce, balestre,

Alabarde, scudi, lance, scudi trasportabili,

E carri da trasporti trainati da buoi –

I sette decimi sono già svaniti.

Perciò il generale saggio va in cerca di cibo in mezzo al nemico.

Ogni staio di cibo nemico equivale a venti del mio.

Ogni fienile di foraggio equivale a venti del mio.[1]

Questo passo ci fa capire molto del modo di pensare e ragionare di Sun Tzu. Da un lato, egli mette in evidenza come la realtà sia un insieme di oggetti interconnessi, laddove la conoscenza consiste nel considerare i singoli elementi (uomini, carri, armamenti, economia) nelle loro vicendevoli relazioni. Gli elementi sono relazionati in duplice modo: essi impongono vincoli causali tali per cui se si verifica un evento, quest’ultimo è causa di una molteplicità di effetti. In secondo luogo, gli elementi si influenzano in relazione alla loro tipologia, vale a dire che sussistono fenomeni economici, militari, sociali che intervengono in modo distinto ma concomitante in modo tale che la realtà sia l’insieme di tutti gli elementi considerati sia dal profilo categoriale (forma) sia dal profilo causale (causa/effetto). Quel che Sun Tzu vuole insegnarci è proprio che la miopia non paga: bisogna considerare tutti gli eventi simultaneamente nelle loro singole reciproche interazioni perché solo dalla considerazione di ciò scaturisce la comprensione globale.

La lotta, infatti, va considerata in questo duplice senso, laddove non si può sottovalutare un aspetto, perché un elemento influenza tutti gli altri. Una decisione militare ha gravi conseguenze su tutto il resto che, a sua volta, comporta delle ripercussioni sul piano militare. Il circolo argomentativo, qui, rimarca la struttura causale a “retroattività” (feedback), piuttosto che una logica circolare: non c’è paradosso laddove si sottolinea la linearità della struttura causale rispetto alla sua ritorsione su quegli stessi eventi che, indirettamente, finiscono per imporre degli effetti su se stessi. Combattere un nemico comporta una spesa ingente, la quale inasprisce i rapporti sociali ed impoverisce i rapporti economici alla base dell’azione militare stessa, così che un’azione prolungata non può produrre vantaggi tali da compensare sufficientemente lo sforzo della lotta. Sebbene l’Inghilterra abbia preso la strada giusta nel combattere la Germania Nazista, essa ne uscì distrutta dal conflitto, quasi come se fosse stata invasa, come la Francia (anzi, la Francia ne risultò meno danneggiata economicamente rispetto all’Inghilterra, come si prodiga intelligentemente a mostrare il Judt nel monumentale Dopoguerra): sei anni di lotte gli comportarono il dissolvimento di un impero che aveva formato nei precedenti tre secoli e mezzo. Questo, in controluce, potrebbe essere il motivo:

Quando si è impegnati in un conflitto –

Se la vittoria tarda ad arrivare, il morale dei soldati si abbatte e le loro armi si spuntano.

Se poi si assediano città fortificate, si rischia di esaurire le proprie forze.

Se la campagna militare si protrae, le risorse dello Stato finiranno per non bastare.

Quando il morale dei soldati si abbatte, le loro armi si spuntano,

Le proprie forze e le proprie risorse finanziarie si esauriscono,

Allora i sovrani vicini approfitteranno delle tue difficoltà e ti attaccheranno.

Neppure un saggio consigliere potrà allora salvarti dall’inevitabile.[2]

Più ancora che l’Inghilterra, questa importante lezione è stata imparata a sue spese (e alle spese del Vietnam) dagli Stati Uniti: la vittoria tardava ad arrivare, il morale dei soldati si abbatteva abbastanza da richiedere l’uso cospicuo di stupefacenti (come attesta il Karnow ne Storia della guerra del Vietnam), così che la loro incisività ne risultava sempre più deteriorata; la loro campagna militare si protraeva e le risorse dello Stato americano (che spendeva una percentuale cospicua del proprio PIL per i costi della guerra) non bastavano e gli attacchi pubblici e politici dei contrari alla guerra si facevano sempre più intensi. Un’amara lezione, questa, se si pensa che Sun Tzu scrisse il suo libro nel IV secolo prima di Cristo, quando i B52 non erano neppure nei peggiori incubi dell’umanità.

Così, il nemico deve essere depredato e colpito con estrema precisione e rapidità: la rapidità è una virtù essenziale dell’arte del conflitto. Rapidità non significa avventatezza, ma assenza di indecisione e capacità di concentrazione dei mezzi rilasciati contro la debolezza avversaria così da trarre il massimo vantaggio: se sai dove colpire, colpisci e non esitare; se conosci il punto debole, muovi il tuo esercito e inchioda il nemico: “Perciò, se ho udito di azioni maldestre riuscite grazie alla rapidità, mai ho visto riuscire un’abile operazione che fosse anche prolungata”.[3] Un esempio divertente di questo potrebbe essere il matto del barbiere: esso è maldestro, ma è rapido e consegue perfettamente all’obbiettivo. L’arte del conflitto non richiede mai ostentazione, essa è un’arte molto sobria, parca, come Sun Tzu dice esplicitamente più volte, in particolare quando enumera le virtù del generale (che ricerca il vantaggio e la vittoria e giammai la gloria personale).

Anche su questo punto L’arte della guerra offre una chiave di lettura a vantaggio del singolo individuo, proprio perché dalla visione di fondo di Sun Tzu emerge che il tutto può essere considerato come la parte e la parte come il tutto: governare cento uomini è come governare un sul uomo, si tratta di contare e comparare (capitolo 5). A livello individuale, possiamo sempre sostenere che qualunque scontro non sostenibile dalle proprie risorse è uno scontro da evitare, per quanto giusto possa essere. Così è inutile dissipare le proprie energie contro nemici che non possono essere battuti. La dissipazione inutile delle proprie energie devasta il fisico, poi lo spirito e, conseguentemente, la propria capacità di combattere. E allora, laddove si profila un combattimento, là bisogna mantenere intatte le risorse e muoversi massicciamente sul punto di rottura, quello che Emanuel Lasker chiama “punto di massima pressione”.[4] La logica del conflitto è identica su piccola e su vasta scala perché laddove si fa capo a elementi semplici simili anche la logica del complesso sarà analoga.


[1] Ivi., cit., p. 10.

[2] Ivi., Cit., pp. 8-9.

[3] Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2003, p. 9.

[4] Lasker E., La lotta, Scacchi e Scienze Applicate, Venezia, 2006.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' il fondatore di Scuola Filosofica in cui è editore, redatore e autore. Dalla data di fondazione del portale nel 2009, per SF ha scritto oltre 800 post. Egli è autore di numerosi saggi e articoli in riviste internazionali su tematiche legate all'intelligence, sicurezza e guerra. In lingua italiana ha pubblicato numerosi libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is an expert in intelligence and international security, war and philosophy. He is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) amateurish movie maker.

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