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Tag: filosofia orientale

Zen e Koan

water-321847_640I modi di approccio alla realtà sono diversi e occorre prender atto dell’esistenza di concezioni, differenti da quelle di matrice occidentale, le quali, spesso, sono caratterizzate dalla frammentazione della realtà in componenti distinte. Oriente e Occidente dovrebbero considerarsi come complementari e familiarizzare con la filosofia zen può essere utile per sedimentare tale convinzione.

“Zen” è la traslitterazione giapponese del termine cinese “cham”, deriva dal sanscrito “dhyåna”, “meditazione”. Si tratta di un approccio orientato alla valorizzazione della vita attimo per attimo, approccio orientato al superamento dei condizionamenti e gli attaccamenti. Appare fuorviante etichettare lo zen come filosofia o religione. Può considerarsi una metodologia per orientare la propria mente, alla quale può aderirsi in qualunque tempo e in qualunque luogo, in quanto non esiste la possibilità di “confinare” siffatta concezione entro un criterio storicamente e geograficamente relativo.

La forma. Il quarto capitolo de L’arte della guerra

L’arte della guerra si basa sull’inganno e sulla capacità di sfruttare gli errori del nemico, perché l’errore implica la presenza della debolezza da sfruttare. La possibilità di non perdere dipende dalle nostre sole forze, mentre la vittoria dipendente congiuntamente dalla nostra capacità e dalla debolezza dell’avversario. La difesa è in vantaggio sull’attacco perché può essere inattaccabile mentre l’attacco è costretto a prendersi dei rischi per attaccare. Prendersi dei rischi significa concedere debolezze e avere debolezze significa esser caduti in fallo, così che l’attacco ha molte più probabilità di sbagliare che non la difesa, per questo “Se ti difendi sei più forte, se attacchi sei più debole”. La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente e la vera abilità non è vincere cento battaglie: la suprema arte sta nell’abbattere un nemico già sconfitto. Il metodo della forma consiste di cinque condizioni: calcolare la lunghezza,  calcolare il volume, calcolare il numero degli elementi coinvolti, confrontare le parti e raggiungere la vittoria. Il territorio genera la lunghezza, la lunghezza il calcolo, il calcolo il confronto, il confronto la vittoria. Così si può concludere che “l’operazione militare vittoriosa è come cento grammi contrapposte a una piuma”.

Strategia di attacco – Il terzo capitolo de L’arte della guerra


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Lo scopo di un combattimento non è quello di distruggere un nemico ma è quello di ridurlo all’impotenza per conquistarlo intatto. Un nemico distrutto non è più niente, un nemico impotente è costretto a eseguire gli ordini del vincitore. Attività di suprema importanza per vincere il conflitto: sconvolgere la strategia del nemico, spezzare le alleanze, attaccare il suo esercito, non assediare le sue città fortificate. La presa di una città fortificata ha un costo dispendioso in termini di tempo ed energie, per tanto, l’attacco ad una fortezza è quasi sempre privo di grande utilità. Il comandante abile è colui che assume come fine la vittoria suprema e non si discosta da tale direttiva, sicché la massima abilità è nella conquista senza combattere. Le condizioni della vittoria sono le seguenti: il sovrano non deve interferire con le decisioni del generale e il generale deve essere capace; tutti gli uomini dell’esercito sono animati dal medesimo scopo; bisogna sapere quando è il momento di attaccare e quando non lo è; bisogna saper comandare un esercito, piccolo o grande che sia; bisogna essere preparati ad ogni imprevisto. Conosci te stesso, e il nemico non potrà mai batterti: conosci te stesso e il nemico, e sarai invincibile.

Operazioni belliche – Il secondo capitolo de L’arte della Guerra


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La guerra trae la sua possibilità dai mezzi materiali che si posseggono. La durata di uno scontro dipende dalla propria capacità di reggere lo sforzo fisico richiesto per sostenerlo. Lo sforzo bellico, qualche che sia la sua natura, richiede energie prolungate per il suo mantenimento e il consumo delle energie abbatte le forze e il morale, sicché laddove non c’è una mente salda, non c’è braccio che funzioni. La conoscenza dei problemi inerenti al confitto mostrano chiaramente il prezzo per cui si combatte e lo rendono quantificabile. In questo senso, la rapidità in guerra è una duplice virtù: rende minimo il consumo di energie vitali e raggiunge l’obbiettivo.

Il secondo capitolo de L’arte della guerra tratta delle ripercussioni dell’economia di guerra, intesa in senso più ampio del solo dispendio economico. Sun Tzu mette in evidenza la necessità di pensare al conflitto come ad una condizione di perpetuo e perdurante consumo di risorse materiali ed energie psichiche e fisiche. La catena che lega l’esercito alla madrepatria alimenta un circolo vizioso di impoverimento fisico ed economico e, conseguentemente, morale, ciò inteso nella dimensione emotiva della parola. Un esercito deve cercare di sostenersi esclusivamente sul territorio nemico, così da ridurre la forza dell’avversario senza imporre il pericoloso circolo vizioso. Questo è espresso con tutta l’acutezza e profondità delle parole di Sun Tzu:

Valutazioni strategiche – Il primo capitolo de L’arte della guerra

By vlasta2, bluefootedbooby on flickr.com – https://www.flickr.com/photos/bluefootedbooby/370458424/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1616406

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Il primo capitolo de L’arte della guerra parla delle valutazioni strategiche e dei sistemi di valutazione del generale. Esso è rivolto al sovrano, colui che ha in mano le decisioni di uno Stato.

Un sovrano virtuoso sa far assumere il Tao (la Via) alle sue truppe, vale a dire che egli sa trasmettere il proprio scopo a tutti coloro che devono partecipare alla sua realizzazione, così che un pugno di uomini possa agire come un sol uomo: “Il Tao è ciò che induce il popolo a condividere lo stesso obbiettivo del governante al punto di non darsi pena di vita o morte per non deluderlo”.[1] Sun Tzu assume la sussistenza di un principio unificante e agente in modo che non si dia una dissipazione di energia nel contenere le singole spinte individuali o di sottogruppi, spinte che costituirebbero delle forze non perfettamente indirizzate verso un unico obbiettivo. Se questa condizione è violata, allora il generale avrebbe a che fare con dei problemi di sedizione interna, così che ciascuna componente dell’esercito costituirebbe un elemento ostile a se stesso, in quanto parte di un insieme, imponendo, così immediate difficoltà pratiche nella realizzazione delle operazioni militari: “Se impieghi un generale che segue le mie valutazioni, egli sarà sicuramente vittorioso. Fallo dunque rimanere. Se impieghi un generale che non segue le mie valutazioni egli sarà sicuramente sconfitto. Allontanalo”.[2] Il generale, dunque, deve essere valutato in base alle sue capacità relative a quanto detto.

Capitolo 4 – Preludio: il primo passaggio

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Consigliamo – Filosofia e psicologia di Francesco Margoni e I veda – Capitolo 1


È venuto il tempo di chiarire in un sommario il piano dell’opera. L’antologia è suddivisa in sei parti, così chiamate: I. Aurora e nascita; II. Germinazione e crescita; III. Fioritura e pienezza; IV. Tramonto e declino; V. Morte e dissoluzione; VI. Nuova vita e libertà. Come si intuirà dai titoli delle parti, l’antologia organizza i testi all’interno di una struttura che si compone in analogia a quella, lineare, presente nel processo di crescita e sviluppo dell’essere vivente.

Cominciamo senz’altro dalla prima parte: aurora e nascita, la quale è suddivisa a sua volta in cinque parti: I. Preludio (alla nascita dell’Essere); II. La Parola; III. Gli elementi; IV. Il Signore; V. L’emergere della vita. Ogni parte è composta da diversi testi, che presenteremo in maniera autonoma. Il preludio consta di otto parti, le quali, perlopiù, sono composte ognuna da poche unità di passi, e tratta di ciò che viene prima della realtà, ovvero del suo fondamento. I passi sono raccolti, ad ogni livello di raggruppamento, secondo la logica dell’analogia del contenuto; dunque è possibile discutere di passi provenienti da diverse fonti (pur sempre all’interno dell’offerta dei Veda), ma costantemente nell’ottica di chiarire un unico (o pochi e tra loro legati) problema, contenuto o aspetto del discorso generale dei Veda.

Il testo di apertura del preludio appartiene alla Taittiriya-brahmana (II,2,9,1-2). È la descrizione del primo passaggio, ovvero del passaggio dal nonessere all’essere.

Al principio, è certo, nulla esisteva, / né il cielo, né la terra, né lo spazio fra i due. / Allora il Nonessere, avendo deciso di essere, divenne spirito e / disse: «Possa io essere.» Riscaldò se stesso / e da questo calore nacque il fuoco. Si scaldò ancora di più / e da questo calore nacque la luce.

Capitolo 3 – La Gayatri

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Consigliamo – Filosofia e psicologia di Francesco Margoni e I veda – Capitolo 1


Meditiamo sullo splendore glorioso / del divino Vivificatore. / Possa egli illuminare le nostre menti.

La Gayatri è uno dei mantra vedici più conosciuti (il suo nome deriva dal metro con cui è stata composta), anch’esso appartenente alla Samitha Rg-veda (III,62,10). Si tratta di una preghiera da recitarsi ogni giorno all’aurora e al tramonto; infatti il dio a cui è rivolta è il Sole, Savitr.

Capitolo 2 – Il primo mantra

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Consigliamo – Filosofia e psicologia di Francesco Margoni e I veda – Capitolo 1


Lo scopo della prossima pubblicazione di una serie di articoli, già iniziata con un articolo di introduzione generale volto a rispondere brevemente alla domanda cosa sono i Veda, è quello di presentare al lettore un percorso riflessivo sviluppatosi durante la lettura d’un antologia di testi Veda (scelti da R. Panikkar, edizione italiana BUR a cura di M.C. Pavan). Ogni articolo si soffermerà a commentare o presentare, sinteticamente e nell’ordine stabilito dall’edizione antologica della BUR, generalmente una raccolta di poche unità di passi vedici, raccolti attorno ad un tema comune. Ogni pubblicazione aiuterà a capire meglio e progressivamente l’insegnamento che è possibile trarre dai Veda, il quale, ne sono convinto, possa essere recepito non esclusivamente dagli iniziati; ma soprattutto avrà lo scopo di presentare in termini chiari e semplici il contenuto dei testi. Non si tratterà tuttavia di un commento accademico al testo, anche se, pur sempre e prima di tutto, di riflessioni condotte e presentate nel rispetto dell’obbiettività e della precisione, ma personali, in quanto la parola contenuta nei testi vedici è parola viva solamente quando, per così dire, ruminata dal lettore, il quale con essa compie un percorso di trasformazione interiore e comunque personale. Intendo dunque condividere questo percorso, poiché credo possa essere fonte di stimolo o anche solo di intrattenimento, oltre che di chiarificazione complessiva e di promozione d’un contenuto culturale e modo di pensare per lo più ignorato. Il lettore si prepari ad un lungo viaggio.

Capitolo 1 – Essenziale introduzione ai Veda

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Consigliamo – Filosofia e psicologia di Francesco Margoni e I veda – Capitolo 27


I Veda sono un insieme di testi composti all’incirca tra la metà del secondo millennio e la metà del primo millennio a.C. Un fatto curioso è relativo a questi testi e ai loro tramandatori: non esiste alcun elemento materiale o reperto archeologico rilevante che permetta di ricostruire il periodo storico di formazione dei Veda. Pertanto tutto quello che possiamo sapere sul periodo storico, sulla cultura e sulle popolazioni che ci tramandarono questi testi, lo dobbiamo inferire dalle fonti scritte a nostra disposizione, ovvero, nel caso, dai Veda. Questo significa anche che non ci sono fatti materiali esterni al testo su cui sia possibile appoggiarsi per analizzarlo per così dire da fuori, e che, dunque, l’analisi del testo deve appoggiarsi sul testo stesso. La popolazione di riferimento è comunque quella degli Indo-ariani, i quali erano una popolazione nomade, originaria dell’odierna regione settentrionale dell’Afganistan, dunque dell’Asia centrale, e spostatasi, verso il secondo millennio a.C., nel Subcontinente indiano.