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Arthur Schopenhauer – Vita e pensiero

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 Vita

Schopenhauer nasce a Danzica nel febbraio del 1788. Entrambi i genitori sono due commercianti appartenenti al ceto alto borghese: il padre, Hienrich Floris (1747-1805) è un ricco uomo d’affari che gestisce traffici internazionali ed anche la madre Johanna Henriette Trosiener (1766-1838) è ben inserita nel mondo dei traffici mercantili ma è comunque meno potente del marito. Vivono a Danzica fino al 1793 quando la città viene conquistata dall’esercito prussiano e Hienrich Schopenhauer, per motivazioni ideologiche, egli era infatti un convinto repubblicano, decide di trasferirsi ad Amburgo.Nel 1797 nasce la sorella Louise Adelaide (1877-1849). Hienrich ha una idea precisa della vita che il figlio avrebbe dovuto compiere: progetta una brillante carriera commerciale. Ritiene dunque vantaggioso a tal fine far imparare al figlio diverse lingue. Così Arthur viene portato a casa di un amico della famiglia nella cittadina francese di Le Havre dove ha effettivamente modo di apprendere perfettamente la lingua. Stringe anche una amicizia con il figlio del padrone di casa. Qui rimane fino al 1799 quando torna ad Amburgo. Il padre, sempre seguendo coerentemente il suo progetto, iscrive il figlio nell’istituto Runge: una scuola ad indirizzo commerciale. Tuttavia inizia a manifestarsi quella voglia di apprendere tipica del filosofo: Arthur chiede il permesso al padre di concedergli la possibilità di studiare in un liceo, dove quindi potesse venire a contatto con la letteratura ed in generale le materie umanistiche. Tuttavia il padre rifiuta. Nel 1800 tutta la famiglia viaggia per la Germania. Una volta tornati ad Amburgo e quindi riprese le abitudini di tutti i giorni, Arthur tenta nuovamente di convincere il padre per poter studiare in liceo. Heinrich pone al figlio una scelta: o un viaggio per l’Europa o lo studio in un liceo. Arthur si decide per il viaggio. Nel biennio 1803-1804 Schopenhauer vede l’Inghilterra, e qui impara perfettamente l’inglese, la Francia, la Svizzera e l’Austria. Al suo ritorno riprende gli studi nell’istituto commerciale ed inizia il tirocinio nella ditta paterna. Nello stesso anno il padre muore (22 aprile) improvvisamente. La madre nel 1806 decide di trasferirsi a Weimar con Adelaide ma Arthur rimane ad Amburgo. Egli comunque vuole tener fede alla promessa fatta al padre ma Henriette, su consiglio dello scrittore Ludwig Fernow, concede al figlio la possibilità di studiare al liceo. Nell’anno immediatamente successivo Arthur studia finalmente i classici, in particolare la letteratura greca e latina, a Gotha sotto la direzione del latinista Wilhelm Doering e del grecista Friederich Jacobs. Prosegue i suoi studi a Weimar con Ludwic Passow. In questo periodo ha anche modo di rafforzare le sue vedute sul mondo culturale contemporaneo, infatti la madre lo introduce nei circoli culturali della città, all’epoca frequentati sia da Goethe che da Wieland, sia dai fratelli Schlegel che da Tieck. Si adopera molto in questo periodo così che non solo recupera il tempo perso ma si crea una ottima cultura basata sulla conoscenza dei classici. Nel 1809 si iscrive alla facoltà di medicina dell’università di Gotthinga, qui ha modo di studiare medicina, fisica, biologia, chimica, botanica ed anche etnografia. Ma non molto tempo dopo aver intrapreso gli studi scientifici li abbandona per studiare ciò che poi lo ha reso immortale: la filosofia. Negli anni che vanno dal 1811 al 1813 continua i suoi studi nell’università di Berlino nel periodo in cui Ficthe teneva le sue lezioni, inizialmente Schopenhauer apprezza il lavoro del filosofo idealista ma ben presto non solo ne prende le distanze ma lo giudica sprezzantemente e senza riserve. Si legge, da “L’arte di insultare” “Si rivela ben chiara la rozzezza filosofica di Fichte, come c’è da aspettarsi da un uomo al quale l’insegnamento non ha lasciato il tempo di imparare”. Nel mentre scoppia la guerra e il filosofo-studente si rifugia a  Rudostadt, cittadina tedesca vicina a Jena. In questo suo allontanamento dalla grande città egli scrive la sua famosa tesi di laurea “La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente” e la spedisce all’università di Jena la quale lo laurea in filosofia il 18 ottobre. Fin dalla morte del padre Schopenhauer critica aspramente la madre per la sua condotta di vita, secondo lui mondana e corrotta, e questi diverbi sfociano nell’allontanamento definitivo nel 1814. Per inquadrare brevemente il problema che Schopenhauer ha con la madre ricordiamo alcuni fatti: una volta morto il marito la madre si trasferisce a Weimar con la figlia. Qui oltre che impegnarsi attivamente nella ricostruzione di un centro culturale si adopera anche per trovare un po’ di felicità e di amore, così che non disdegna neanche la compagnia di giovani amanti. Tuttavia il giovane Arthur una volta scoperta la relazione della madre rimane profondamente turbato. Inizia oltre che una viva schermaglia verbale anche letteraria, infatti abbiamo diverse lettere in cui Schopenhauer scrive alla madre parole non molto gentili. Dal canto suo Henriette non era molto più comprensiva che il figlio, infatti non tollera il suo carattere “assolutamente malevolo”. Non c’è mai più stata una riconciliazione tra Arthur e la madre. Da questo rapporto piuttosto negativo con la figura materna si può ricondurre l’astio che Schopenhauer ha sempre riservato, con qualche rara eccezione, alle donne. Per avere una idea dell’amarezza che Schopenhauer provava nei confronti del gentilsesso si legga il seguente estratto preso da L’arte di trattare le donne “Già la figura femminile insegna che la donna non è destinata a grandi lavori né spirituali, né fisici. Essa sconta la colpa della vita non agendo, ma soffrendo con i dolori del parto, con la cura del bambino, con la sottomissione all’uomo, del quale dev’essere una compagna paziente e serena.” Oppure anche “Le donne sono destinate unicamente alla propagazione del genere umano e in ciò si esaurisce il loro compito (…) esse prendono a cuore assai più gli interessi della specie che quelli dell’individuo.”

Nel 1814 si trasferisce nella sua città natale. Dal 1814 al 1818 si dedica alla composizione di quella che è sicuramente la sua opera più importante: il mondo come volontà e rappresentazione (Die welt als wille und vostellung) edito l’anno successivo, nel 1819. Nel 1816 scrive e pubblica il trattato “sulla vista e sui colori”. Il fallimento editoriale del mondo è nettissimo, in un contesto culturale incentrato sulle figure degli idealisti, le idee di Schopenhauer stentano a crearsi il loro spazio. Nel 1818-1819 compie un nuovo viaggio in Italia ma, a causa del fallimento economico della ditta paterna, è costretto a ritornare in Germania. Qui dopo aver ripreso gli studi sul mondo commerciale riesce a salvare l’attività commerciale della famiglia, dimostrando di avere anche uno spiccato senso pratico. Dal 1820 al 1821 gli viene offerta la possibilità di insegnare filosofia a Berlino. Egli, sempre contestatore delle posizioni idealistiche, tiene le sue lezioni nelle stesse ore in cui Hegel teneva le proprie. Tuttavia il filosofo di Stoccarda sa interpretare meglio quello che era lo spirito dell’epoca, sia culturale che politico, e senza alcuna difficoltà oscura il rivale. Schopenhauer, in questo periodo poco fortunato sul piano intellettuale, conosce una delle figure femminili più importanti della sua vita: Caroline Richer. Con lei avrà una relazione che durerà circa dieci anni. Nel 1822 compie il secondo viaggio in Italia, trascorre due anni nell’esplorazione del suolo italico, gira completamente la penisola. Sempre durante le sue esplorazioni del mondo “classico” tesse una relazione con una nobildonna la quale riesce a rendere questo uno dei periodi più felici della vita di Schopenhauer. Interessante è citare il giudizio che l’astioso filosofo pronuncia ai danni del popolo che in quel momento lo ospitava, gli italiani: “Il tratto principale, nel carattere nazionale degli italiani è un’impudenza assoluta. Questa dipende dal fatto che essi da un lato non si sentono inferiori a nulla, sono quindi presuntuosi e sfacciati, dall’altro si ritengono buoni a nulla e quindi sono vili. Chi, viceversa, ha pudore è per certe cose troppo timido, per altre troppo fiero. L’italiano non è né una cosa né l’altra, ma, a seconda delle circostanze, è tutt’al più pusillanime o borioso.” Altri giudizi sono altrettanto severi e in ogni caso non si può negare l’efficacia e la chiarezza del linguaggio del filosofo. Per esempio è divertente il giudizio sui francesi “Le altre parti del mondo hanno le scimmie, l’Europa ha i francesi. La cosa si compensa.” Comunque Schopenhauer, da questo punto di vista, è un pensatore democratico, infatti giudizi di questo tipo li riserva un po’ per tutti i popoli, compreso quello tedesco.

Nel 1825 ritorna a Berlino, città non molto gradita al filosofo a cui fa ritorno solo per amore della Richter. Li rimane fino al 1831 quando è costretto a lasciare la dimora per una epidemia di colera che, per ironia della sorte, è la causa della morte di Hegel, evidentemente più lento negli spostamenti. Nel 1832-1833 Schopenhauer, dopo un breve soggiorno a Mannheim, si stabilisce definitivamente a Francoforte sul Meno. Riprende l’attività intellettuale e dopo lungo tempo pubblica un testo: “trattato sulla natura”. Nel 1838 muore la madre. Nel 1839 la reale società scientifica norvegese lo insigne del suo primo titolo ufficiale premiando il trattato “sulla libertà del volere umano”. Nel 1840 scrive un altro trattato, questo lo invia alla reale società delle scienze danesi ma non viene considerato meritevole di eccessiva considerazione. Nel 1844 da alle stampe la seconda edizione del mondo con l’aggiunta di cinquanta capitoli presi dall’opera integrativa al suo testo, “I supplementi”. Neanche questa volta l’opera riscuote il successo che gli spettava. Tre anni dopo, nel 1847 ristampa anche la sua tesi di laurea con risultati simili a quella della seconda edizione del mondo. Nel 1849 muore la sorella Adele. Nel 1851 pubblica i “Parega e Paralipomena” che lo salvano da un possibile oblio della sua attività di intellettuale nel suo tempo: l’opera ha un successo editoriale clamoroso. La successiva edizione del mondo ha un conseguente e pari successo. Nel 1854 una parte almeno del suo messaggio è stato assorbito dal mondo intellettuale e come riconoscimento Wagner compone l’Anello dei Nibelunghi. In questi ultimi anni gli viene anche offerta la possibilità di far parte dell’accademia delle scienze di Berlino, ma Schopenhauer rifiuta. Nel 1860 muore e sulla pietra tombale non vuole che vi sia scritta alcuna frase commemorativa ma solo il suo nome.

Il mondo come volontà e rappresentazione

Schopenhauer si situa ancora tra quei filosofi che cerca di dare una chiara interpretazione del reale mediante la costruzione di una metafisica in senso classico alla cui base ci sia una realtà autogiustificata e autogiustificante da cui si procede fino al completo disvelamento della realtà e quindi la comprensione di ciò che è vero da ciò che è falso. Tuttavia non bisogna nemmeno pensare che il pensatore di Danzica sia un idealista. Egli si pone in conflitto molto radicalmente nei confronti di tutte quelle filosofie che pretendevano una spiegazione in ciò che viene al di là di questo mondo e le definisce con quel suo tipico tono pungente come “ciarlatanerie”. Questo suo contrasto con le posizioni tipiche della sua epoca e anche la relativa incomprensione dei contemporanei lo portò inizialmente ad abbandonare l’insegnamento accademico, da un lato, dall’altro ad una profonda insoddisfazione personale tanto da non pubblicare nulla per diversi anni. La battaglia che ingaggiò con Hegel è diventata ormai celebre. Le posizioni proposte erano di difficile accettazione anche sotto un profilo storico: l’opera fu pubblicata in un periodo in cui le idee della rivoluzione francese e dell’ottimismo illuminista erano molto forti e il radicale pessimismo delle tesi schopenhaueriane non era di facile assimilazione. Solo in un periodo di profonda insoddisfazione come quello caratterizzato dalla restaurazione dell’aristocrazia e il ritorno dell’ancien regime potevano creare il giusto clima per l’accettazione delle proposte di Schopenhauer.

Anche la formazione del filosofo ha una certo carattere anomalo: studia i classici greci e latini, si iscrive in medicina e si concentra soprattutto sullo studio fisiologico degli esseri viventi, si laurea in filosofia e da subito sente una certa vicinanza con la filosofia kantiana di cui però da una personale rilettura e non è di poca importanza la sua passione per le filosofie o religioni orientali, in particolare per il Buddismo.

Di notevole importanza è anche l’intento che Schopenhauer si propone: il problema della difficile relazione uomo-morte. Il Filosofo ha il problema di capire in profondità la domanda esistenziale umana e cercarne una spiegazione, la ricerca di una vita che possa portare una serena accettazione della propria morte. Schopenhauer non parte da posizioni astratte per problemi di natura intellettuale ma proprio dal punto che sta più caro all’uomo.

Schopenhauer inizia così il mondo “il mondo è una mia rappresentazione” immediatamente dichiara la sua scelta di rilettura del kantismo. Kant tuttavia nega nella critica della ragion pura, nell’edizione dell’87, ogni possibile conoscenza del noumeno, il limite massimo ed invalicabile della conoscenza. Schopenhauer invece non accetta tale limite e sostiene che il mondo sia una finzione costruita dal soggetto e che si possa andare oltre il mondo fenomenico per scoprire la vera natura delle cose. La relazione che intercorre tra il noumeno e il fenomeno risiede nel corpo dello stesso soggetto: questo prima di tutto coglie la propria natura a partire dal proprio corpo. Tuttavia il corpo non è intelletto ma è l’espressione della volontà oggettivata. La volontà infatti si esprime mediante il corpo e fa pressioni sulla coscienza. La volontà è volontà di vivere e si esprime costantemente attraverso i bisogni, l’uomo coglie questo aspetto direttamente dalle esperienze di vita più comuni: la fame e la sessualità. La volontà dunque si presenta come forza costante e continua, Schopenhauer la descrive con tratti tipici della ontologia classica ma con alcune differenze molto forti: la volontà è si infinita, autoriproduttiva e autogiustificata ma è anche una forza cieca priva di ragione e agisce indipendentemente da ogni singolo essere al fine solo di riprodurre se stessa. Questa forza è duplice, è sia forza generatrice del tutto, l’archè, che forza che si autogenera, essere in quanto tale. La volontà è dunque l’oggetto primo a partire dal quale tutto agisce. Infatti il Filosofo procede prima ad una messa in evidenza della volontà umana, poi animale e poi estende il principio della volontà a tutto l’essente. Per cui tutto esiste come espressione della volontà. Più volte vengono interpretati fenomeni naturali generati da forze diverse accomunati nel loro accadere dalla volontà ultima della volontà di vita, come il prodursi di cristalli e l’evoluzione degli animali.  La volontà, come essere primo, è precedente all’intelletto, il quale è solo una sua rappresentazione. La coscienza quindi non è altro che ciò da cui parte la nostra conoscenza fenomenica ma è priva di quel carattere assoluto e primitivo che i pensatori precedenti gli attribuivano, non è in relazione con la volontà ma con il corpo. Egli di fatto riduce l’intelletto a puro spettatore delle successioni di eventi che la volontà genera. Si legge nel suo scritto postumo, Il primato della volontà, “L’intelletto, invece, si mostra da un lato come secondario e spettatore di azioni altrui –che esso cerca supplice di sottoporre a direttive, accompagnandole con sterili note di lode o biasimo-, dall’altro come determinabile dall’esterno, dato che redige e muta le sue direttive in base al dettato dell’esperienza, rivelando così la sua mancanza di autonomia e il suo essere qualcosa di subordinato che esiste e opera solo in relazione all’altro.” E ancora sulla differenza tra intelletto e volontà “La coscienza è condizionata dall’intelletto, però l’intelletto è puro accidente della nostra essenza, una funzione di quel cervello che, con il midollo spinale e suoi nervi, è un mero frutto o prodotto dell’organismo, il quale a sua volta è pura visibilità della volontà (…) La sostanza dell’uomo è la volontà, l’accidente è l’intelletto. L’intelletto è fenomeno meramente secondario, essendo il prodotto dell’organismo, che è fenomeno primario, l’apparenza immediata della volontà, quindi della cosa in se.”  Più volte Schopenhauer per descrivere intuitivamente la sua idea di intelletto usa l’immagine dello specchio parabolico “L’intelletto è per l’appunto solo il prodotto del cervello, proprio come l’immagine apparentemente reale sospesa in aria è un prodotto dello specchio parabolico.” Il Filosofo più volte utilizza i suoi studi di fisiologia come riferimento delle sue interpretazioni della realtà. La visione del mondo del Filosofo è profondamente pessimista: l’essere assoluto è di per se privo di ragione, è impossibile da gestire non solo perché al di là di noi ma anche perché noi siamo controllati dalla quella forza ultima. La volontà di vita è un incessante riproporsi di bisogni che gravano sul corpo. Il desiderio è il volere ciò che non si ha e quindi la condizione umana di sofferenza, causata proprio dall’impossibilità di appagare tutti i bisogni, è incessante. Da questa base radicalmente antiottimistica se ne ricava una visione negativa della storia come luogo di eventi caotici e incontrollabili dove l’unica costante è la continua azione ostile della volontà a scapito dei singoli esseri viventi. Anche per questa concezione così lontana dalle posizioni sia illuministe che idealiste Schopenhauer inizialmente non riscosse tanti successi e solo dopo approvazione successiva e la ripresa di alcuni importanti filosofi posteriori si è riusciti ad accettare almeno in parte il messaggio schopenhaueriano.

Schopenhauer scrive prima del mondo la quadruplice radice del principio di ragion sufficiente (1813), tesi di laurea, dalla quale, a partire dalla riduzione delle dodici categorie kantiane ad una sola, quella di causa, parte per spiegare come il soggetto costruisca a priori il suo mondo. Esiste un soggetto che applica al fenomeno le forme a priori della ragione e crea il proprio mondo a partire dalle relazioni che coglie tra i vari oggetti. Schopenhauer riprende il concetto Leibniziano del principio di ragion sufficiente: tutto ciò che avviene accade per almeno una precisa ragione indicabile e senza la quale il dato evento non accadrebbe. La prima radice interpreta logicamente il divenire dei corpi naturali (principium rationis sufficintis fiendi) attraverso la necessità fisica: il primo principio è la descrizione della determinazione del mondo naturale nei suoi fenomeni meccanici, il classico principio di causa. La seconda radice descrive il comportamento umano come comportamento logico ovvero la necessità della costruzione del ragionamento il quale ha sempre una premessa e una conseguenza. Il secondo “postulato” di Schopenhauer non è altro che la trasposizione della causalità fisica alla causalità logica. Quindi il mondo e l’uomo hanno dei tratti in comune e questo fa si che il soggetto possa ricostruirsi il mondo a partire proprio dalla  somiglianza dei principi che regolano il soggetto stesso e l’oggetto. La terza radice del principio (principium rationis sufficientis essendi) riduce la matematica e la geometria a funzioni puramente logiche e quindi regolate dallo stesso gruppo di leggi della fisica e del ragionamento; spiega l’essere come definito nei rapporti di spazio e tempo. In questo Schopenhauer riprende esplicitamente il modello Kantiano delle forme a priori della ragione e le ingloba nel principio di ragion sufficiente. Il quarto “postulato” (principium rationis sufficientis agendi) sostiene la necessità causale delle azioni dell’uomo: anche nel suo essere morale l’uomo non agisce a caso, da intendersi come in maniera indipendente dalle sue relazioni con l’esterno ma esisterà sempre una ragione perché una determinata scelta sia stata fatta. Si capisce chiaramente l’intento di Schopenhauer: ogni evento che accade, a prescindere dalla sua natura, e lui distingue quattro livelli diversi, uno per ogni radice, avviene per una ragione precisa e non eliminabile dal fatto, se si togliesse allora non avremo più quel fatto ma un altro. La necessità di azione, come fatto che ha una sua causa e un relativo effetto, è ciò che caratterizza il mondo nella sua realtà di essere che diviene.

La volontà genera il soggetto, dotato di coscienza e di intelletto. Il soggetto costruisce il fenomeno applicando la sua struttura al mondo. Il mondo è la volontà che si cela. Il soggetto conosce il mondo che egli stesso costruisce.

Come si è detto il mondo del fenomeno è per Schopenhauer un mascheramento della volontà di vita. La conoscenza del fenomeno, la scienza, non è però del tutto inutile: infatti se l’uomo non conoscesse il mondo fisico non lo potrebbe neanche controllare. Ancora una volta il Filosofo di Danzica mostra la sua visione pessimista della natura: la natura è un mondo caotico e cattivo nelle sue manifestazioni rispetto all’uomo, è indifferente rispetto al singolo essere, ma è controllabile perché regolata dal principio di causalità. L’uomo dunque può, e deve, gestire e non essere assoggettato. Tuttavia il mondo scientifico non riuscirà mai nel suo studio ad arrivare a cogliere la vera natura della realtà: la volontà come essenza primitiva, originaria è in conoscibile mediante il metodo scientifico. Così a riguardo si legge nel Primato della volontà “La corretta conoscenza delle cose e delle loro relazioni è infatti l’unica arma che ci possa proteggere nel mondo esterno e senza la quale siamo perduti”. Schopenhauer utilizza l’immagine del velo di Maja, immagine ripresa dalla religione buddista, per indicare come il fenomeno nasconda la volontà e per vedere la volontà bisogna rompere il velo creato dal fenomeno. In questo Schopenhauer, come Leopardi, prende le distanze da tutta quella visione della natura di una parte del movimento romantico contemporaneo, si pensi per esempio a quella di Schelling oppure del poeta neoplatonico inglese Coleridge e in generale di tutti quei pensatori che identificavano l’universo con la divinità, divinità per altro benevola. Lo stesso Hegel, per quanto concepisca il mondo fisico come negazione prima dello spirito, concepisce la natura come essere indispensabile per la realizzazione di Dio.

Come si è detto l’uomo può arrivare a cogliere la vera natura della volontà come ciò che forma il mondo nella sua essenza. Ma una volta che si è compreso fino in fondo la triste condizione in cui ogni uomo si trova come si può reagire? Schopenhauer ha escluso, nel momento in cui subordina l’intelletto e la sua conoscenza alla volontà, ogni possibilità di azione positiva del soggetto sulla volontà irrazionale e onnipotente. I bisogni comunque saranno sempre presenti perché la volontà spinge sempre tutti gli esseri alla riproduzione della vita. Schopenhauer mostra una doppia possibile salvezza per l’uomo: il percorso estetico-artistico e il percorso etico-morale. Se la volontà è una forza che vincola a se il corpo costringendolo a soddisfare ogni bisogno che la volontà esprime allora l’unico modo di eliminare il problema alla radice sta proprio nell’eliminazione dei bisogni stessi e sostituire questi alla contemplazione delle idee. Le idee sono i modelli immutabili ed eterni delle cose sensibili, che esistono sempre e necessariamente. Infatti tutto ciò che esiste nel mondo è in continuo divenire ma non è mai in una condizione definitiva e quindi non ontologica. Esiste nella struttura delle idee una precisa organizzazione gerarchica al cui capo sta l’idea di uomo, a differenza del mondo dell’iperuranio di Platone. Il Filosofo, grande ammiratore di Platone e di Kant, prende le distanze sia dal primo che dal secondo. Kant e Platone erano entrambi consci della dimensione fittizia della realtà fenomenica ma Kant definisce come conoscibile solo il fenomeno ed esclude la conoscenza della cosa in se e Platone concepisce il mondo delle idee come mondo vero ma non le definisce come forme determinate ed immobili in cui la volontà si oggettivizza. L’artista è colui che a partire dalla contemplazione della natura riesce a cogliere la volontà oggettivata, coglie cioè il mondo così come esso è. Questa operazione è simile a quella che il bambino compie nei primi anni di vita. Non a caso infatti l’uomo si evolve molto velocemente nella prima infanzia. Così si esprime Schopenhauer “In generale l’intuizione estetica è soppressione della volontà tramite la conoscenza, l’affetto è soppressione della conoscenza tramite la volontà.” Il genio artistico riesce ad andare oltre il velo di Maja perché egli si pone in modo completamente disinteressato rispetto al mondo, egli non si fa influenzare dal bisogno e dalle pressioni a cui è sottoposto dalla volontà. Il genio è obbiettivo nella sua ricostruzione. Così ogni arte ha un suo diretto campo di analisi specifico: la scultura si occupa soprattutto di ricostruire il fascino e la forza che la figura umana nella sua perfezione riesce a trasmettere. La pittura riproduce l’espressività del volto umano come qualcosa capace di suscitare moti di spirito ed emozioni. Nella pittura non è il soggetto che conta ma la sua capacità di trasmettere delle passioni ed anche il brutto può essere soggetto della pittura. La letteratura è anch’essa una importante forma d’arte che coglie il mondo nella sua processualità ma solo come intuizione, infatti qualsiasi letteratura volta a dimostrare una tesi è per Schopenhauer priva di valore perché perde la sua concretezza. L’arte, nel suo percepire l’idea immediatamente, non lavora con i concetti e quindi non opera nessuna astrazione e se un artista volesse convincere non produrrebbe più arte. Alla musica è riservato un posto particolare nella visione artistica di Schopenhauer perché questa, a parere del Filosofo, non cerca di rappresentare niente se non la pura volontà di vita. Il musicista riesce a cogliere la volontà e la scrive in termini musicali. Questa capacità di esprimere più oggettivamente di tutte le altre arti la volontà di vita da parte della musica fa dire a Schopenhauer che questa esisterebbe anche se il mondo non ci fosse. La musica ha quasi un campo proprio di esistenza.

Tuttavia il processo di ascesi e distacco da parte del genio artistico, e dei fruitori dell’arte, è non l’unico modo per giungere alla liberazione dai bisogni, anche colui che compie un preciso percorso individuale di conoscenza morale arriva alla liberazione dal dolore. Il primo livello è quello della ricerca della giustizia ovvero il porsi rispetto agli altri in modo da non causare un maggiore danno ai propri simili. Una volta compreso il valore universale della giustizia, cioè che tra colpa e dolore c’è la giusta compensazione e che quindi la loro differenza è solo apparente, allora ogni azione diventa impossibile da giudicare da un punto di vista di ciò che è giusto e ciò che non lo è, quindi si deve rinnegare la volontà di vita come ciò che genera tutto il male esistente. Successivamente si arriva a comprendere come la condizione umana sia simile: tutti sono posti nella condizione di continua sofferenza e allora ci si pone come consapevoli della pena universale e partecipi a questa e non più solo spettatori. Infine si ha l’ascesi: il momento in cui viene accettata la morte come conclusione dei mali e l’assenza del bisogno. La negazione della volontà porta il pensatore a concepire il mondo in maniera nuova e più autentica ma che è anche indescrivibile, come si vuole nelle tradizioni mistiche, e diviene descrivibile solo in termini negativi. Schopenhauer così si esprime sulla assurdità della morte umana “Quel che sopravvive alla morte non è la coscienza, bensì ciò da cui la coscienza è prodotta, che non è nemmeno la vita, bensì il principio della vita, ciò di cui la vita è apparenza. Per quanto poco io possa concepire, anche solo per ipotesi, un esistenza di me stesso dopo la morte, ciò non è comunque più inconcepibile del modo in cui il mio esistere attuale sia nato e venuto alla realtà. Entrambe le cose rientrano nel medesimo ambito. Alla domanda. Dopo la distruzione di questo corpo, come arriverò a una nuova esistenza? La risposta sarebbe: esattamente come sei arrivato a questa. (…)

Schopenhauer si presenta quindi più che un filosofo che vuole disegnare la realtà con meticolosa precisione come un uomo che si pone il problema dell’accettazione della propria fine e cerca di darsene una ragione. Invece di costruire una metafisica astratta e lontana dalla condizione di sofferenza dell’uomo, come l’idealismo hegeliano che non affronta in alcun modo il problema esistenziale proprio perché la singola esistenza è di fatto inesistente ed ininfluente di fronte alla realizzazione dello spirito, il Filosofo di Danzica ricerca proprio un modo per fuoriuscire dalle pene che la vita di tutti i giorni ci pone. Lungi dall’essere una personalità ottimista, egli propone innanzi tutto una realtà profondamente negativa e irrazionale dalla quale appunto solo con il distacco, o artistico, o morale, si può fuggire. Tuttavia la filosofia schopenhaueriane non è propriamente democratica: solo il genio artistico coglie l’idea e la rappresenta e solo l’uomo asceta riesce ad essere sufficientemente distaccato per comprendere il malessere di tutta l’umanità. Come Schopenhauer sono stati in pochi a dedicare una attenzione tanto profonda alla condizione morale dell’uomo. Infatti Schopenhauer indica come la moralità dia la capacità di liberare l’uomo dalla sua sofferenza.

L’influenza di Schopenhauer nelle generazioni, non solo di filosofi, successive è immensa: tutta la cultura dell’irrazionalismo, le influenze sul mondo letterario, musicale e di tutte le arti sono impossibili da quantificare. Nietzsche è uno dei più importanti filosofi di tutti i tempi e parte le sue analisi proprio dall’eredità schopenhaueriane.

Schopenhauer, oltre alle sue opere principali che danno origine a tutto il suo impianto di pensiero, ci ha lasciato una serie di scritti, per lo più pubblicati postumi, che, oltre a riprendere temi già sviluppati, offrono chiarimenti, approfondimenti ed anche la possibilità di conoscere più da vicino la personalità burbera del filosofo. L’utilizzo dello  scritto aforistico o del saggio brevissimo sono tipici di questi brevi componimenti. Il Filosofo fu piuttosto prolifico e ci ha lasciato una vasta quantità di giudizi, idee o pensieri su una grande vastità di temi. Lo stile è sempre molto espressivo e l’uso di metafore aiuta spesso a capire meglio i discorsi complessi ma anche l’estrema asciuttezza di linguaggio, completamente privo di parole inutili o di ridondanze, rende i testi particolarmente apprezzabili. L’ironia pungente, il sarcasmo, a volte una ricerca anche esagerata della critica pungente e distruttiva, rendono questi estratti particolarmente curiosi.

Chi mi vorrà superare potrà andare in larghezza, ma non in profondità.

Arthur Schopenhauer.

 


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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