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Wallenstein – La tragedia di un generale della guerra dei trent’anni – Sergio Valzania

Ascesa e caduta di uno dei più grandi faccendieri della guerra e della storia, abile uomo, svelto di ingegno, rapido nell’agire, duro e irreprensibile nei modi. Wallenstein è una delle figure centrali delle prime due fasi della guerra dei trent’anni, iniziata con la defenestrazione di Praga nel 1618 e terminata nel 1648. Uno degli avvenimenti storici che sconvolse il centro Europa a tal punto che la memoria storica della guerra sarà preservata immutata nel tempo, fino alla prima guerra mondiale. La brutalità degli eventi, come il saccheggio e la distruzione di Magdeburbo, rendono questa guerra uno degli avvenimenti più cruenti dell’intera storia europea, fatta di scontri fratricidi e continue rivalse vicendevoli.

Wallenstein non era un nobile importante, apparteneva alla piccola nobiltà boema, egli si conquista il titolo di duca di Friedland per il merito di aver aiutato l’imperatore, Ferdinando, nei difficili momenti successivi alla rivolta dei sudditi che non volevano abbracciare il cattolicesimo che era stato imposto come religione di stato da Ferdinando II. Wallestein era un uomo taciturno, sistematico e odiava il rumore. Era un uomo che aveva degli obbiettivi ben chiari: farsi strada tra la classe chiusa della nobiltà, a furia di atti meritevoli. Era suo modo comandare in modo che i meritevoli fossero beneficiati abbondantemente e riconosciuti, mentre elargiva delle feroci pene a tutti coloro che non svolgevano il loro dovere. Premi e punizioni puntuali, un’immagine che dominerà tutti i secoli successivi, fino ai nostri giorni. Dopo aver ottenuto il comando del ducato di Friedland, Wallestein si ingegna in ogni modo per rendere più efficiente il proprio dominio, battendo moneta, imponendo un rivoluzionario sistema di leggi, adottando un efficiente sistema scolastico e accettando la tolleranza religiosa. Egli era, soprattutto, un efficiente uomo di organizzazione, capace di sistemare e migliorare l’esistente. Ed era uno dei suoi caratteri dominanti e propri, differente, in questo, da gran parte della nobiltà d’alto rango, a iniziare dall’incapace Ferdinando II, passando per l’esuberante Gustavo Adolfo, re di Svezia, per concludere con il duca di Baviera. Per chi credesse che la vita di Wallestein fosse facile e ben riconosciuta, uno dei politici più intelligenti del suo tempo, deve sapere che egli fu osteggiato continuamente dalla nobiltà, perché timorosa di perdere i suoi possessi e perché vedeva in lui la capacità e intelligenza di chi sa fare, indipendentemente dai privilegi di casta. Ad esempio, il duca di Baviera, Massimiliano, sarà uno che caldeggerà la morte del Wallenstein, per ragioni di odio personale e sfiducia nel “generalissimo”. Eppure, quando Gustavo Adolfo penetrerà con i suoi eserciti svedesi dal nord della Germania, istigato da un’ambizione sconfinata e non giustificata, per un amore folle per la guerra, amante dello sperimentalismo militare, per cui sarà noto ai posteri come uno dei più grandi generali della storia, sarà il Wallenstein a volgere le sorti a favore dell’impero. Wallestein era un uomo che odiava lo sporco, la confusione, la guerra. Egli, alla fine della sua carriera, quando ormai la gotta l’aveva distrutto, la gotta, una malattia delle articolazioni che rende ogni minimo movimento dolorosissimo; a quel punto cercherà di instaurare una pace, sebbene nessuno la volesse. L’imperatore Ferdinando II ordinerà l’esecuzione del suo uomo migliore, perché non più in linea con le sue direttive. E così Wallenstein morirà, ucciso dal suo stesso sovrano.

Il libro Wallenstein. La tragedia di un generale nella guerra dei trent’anni è una valida ricostruzione della vita di uno degli uomini migliori del suo tempo, la cui tragedia sta, appunto, nel non essere nato a capo di un grande stato. L’iniquità della condizione dell’uomo che deve stare sotto un ordine imposto dallo stato di cose umane, risalta bene dal lavoro dello storico Valzania. La descrizione psicologica del Wallestein rimane impressa e viene giustamente messa in risalto, anche di fronte alle difficoltà di chiarire oggettivamente chi fosse costui, un uomo la cui leggenda ha trasfigurato quasi totalmente la realtà dei fatti. Si diceva che fosse una sorta di mago, di astrologo ed effettivamente egli era molto legato ai pareri degli astrologi. Di fatto, rimane che Wallestein era senza dubbio un uomo estremamente razionale, e ciò si può giudicare dai risultati, sia in faccende di guerra che nell’organizzazione generale delle infrastrutture, arte nella quale primeggiava. La sua razionalità emerge anche dai suoi tratti compulsivi, come l’odio del rumore, dello sporco e della confusione, manie di chi, in generale, si sforza di preordinare qualunque azione e pesare con la forza della mente ogni gesto. E anche l’idea che gli uomini si gestiscano sulla base di premi e punizioni è un indice chiaro della sua razionalità. Così come lo sono le leggende, quelle di un uomo incapace di amare, incapace di perdere il controllo, di accettare forme di socialità canonizzate dagli usi e costumi di allora: egli rifiutava di partecipare ai “festini” della nobiltà, che finivano in grandi bevute e, possibilmente, in grandi raduni di donne. Wallestein ordinava grandi portate e grandi quantità di vini per i suoi convitati, ma rifiutava di apparire in simili convivi, accettando una sobria esistenza, la cui unica soddisfazione era la realizzazione del progetto razionale. Per questo risulta, alla fine, un uomo difficile da amare, passibile di stima, forse, di rispetto, anche, ma non di viva partecipazione umana. Così sono note le sue punizioni esemplari, nelle quali fa decapitare da un solo boia diverse centinaia di persone, le cui teste verranno esposte per ricordare a tutti cosa significa trasgredire alle direttive del Wallenstein. La sua razionalità è evidente anche dalla sua volontà di risalire la china in una società rafferma, nella quale la meritocrazia è, quasi, sostanzialmente esclusa per la stessa struttura della società e delle istituzioni. Ferdinando II ordinerà al Wallenstein di rinunciare alla carica di generale, quando egli era l’unico in Germania a disporre di centomila uomini, ben organizzati e pagati, pur di far diminuire il potere di un uomo della “piccola nobiltà”. Fu il momento della decadenza di Wallenstein.

Nel libro emergono altri tratti importanti del periodo storico, in particolare, vengono tratteggiate le caratteristiche dell’epoca: la guerra, il barocchismo, l’arte dei sotterfugi.

La guerra, nel 1600, costituiva l’area di principale interesse della nobiltà e di tutti gli uomini che ambivano a costruirsi una solida immagine sociale. Essa era l’unico sistema per migliorare la propria condizione economica e per migliorare il proprio prestigio sociale. Il soldato veniva stipendiato, sebbene attraverso sistemi insicuri, e gli veniva offerta l’opportunità di arricchirsi durante i saccheggi. L’idea della depredazione, della razzia era uno dei moventi dominanti nei soldati, giacché costituiva il momento, l’unico, nel quale tutti potevano arricchirsi. Nelle campagne militari della guerra dei trent’anni, sarà la Germania a pagar le spese di questo sistema d’imprenditoria militare. I contadini dovranno sopportare prezzi immani, sia in termini economici che in termini umani. I contadini ma anche i cittadini delle città distrutte. I generali, uomini come Andrea Gallasso, come Piccolomini o come lo stesso Wallestein, vedevano nella guerra l’unica impresa sociale aperta in cui far valere i propri intelletti, giacché bisogna pur vincere, per guadagnare. Ciò non toglie, naturalmente, che la stupidità, le esigenze di protezione della casta dominante, non si trascinino anche laddove ci si aspetterebbe che, invece, debba regnare solo la meritocrazia e l’intelligenza, non fosse altro che per ragioni puramente economiche: perdere uomini e città ha un costo. Così la guerra è come tutte le altre cose della storia umana: il dominio della stupidità, dell’irrazionalità, nonostante l’inutiltà, la sconvenienza, l’assurdità intrinseca di ciò. I monarchi, in fine, come il resto della nobiltà, erano interessati a mantenere lo stato di guerra perché era il modo attraverso cui impostare la politica e di guadagnare ulteriore prestigio e potere, mediante la conquista di possedimenti. All’epoca, dunque, erano gli interessi economici a dominare la scena politica e nessuno se ne faceva mistero né meraviglia. L’interesse materiale, la convenienza economica, la capacità di imporsi con la forza erano le caratteristiche di quest’epoca storica nella quale non c’era neppure la voglia di mascherare tutto questo. Opportunismo, sotterfugi, i meccanismi normali di questo sistema. In sostanza, la natura umana non può dirsi troppo cambiata né, purtroppo, la morale che vi si costruisce sopra.

Il barocchismo non era solo il tratto dominante dell’arte del seicento, era, secondo il Valzania, un’espressione generale dello spirito dell’epoca, improntata alla manifestazione dell’esteriorità, alla magnificenza dello stile di vita, dell’assenza di sobrietà nell’ospitalità. Wallestein imposterà la sua reggia quasi fosse un monarca, perché era il modo per manifestare chiaramente la propria forza politica ed economica. L’ostentazione, dunque, era il modo di ottenere l’agognato riconoscimento sociale, sintomo di un sistema normativo sociale improntato su una classe di lavoratori poveri, sostanzialmente aggiogati alla loro sussistenza e di una classe politica la quale impostava i rapporti di potere sulla base della pura capacità di ostentare oltremodo la propria signoria. L’unico problema, per il Wallenstein, era che questo sistema, oltre a richiedere smisurati mezzi economici, imponeva che il riconoscimento venisse pagato in termini di disuguaglianza di trattamento giacché un uomo della piccola nobiltà, capace di pagarsi una vita da monarca, non può essere accettato di buon grado dalla classe dominante, fatta di figli di uomini la cui educazione era impostata sul riconoscimento della normale diseguaglianza tra i vari esseri umani, in base al diritto divino, codificato nella legge.

D’altronde, il sistema del “barocco”, come modello sociale condiviso, impone una formalità regolare e sistematizzata a livello di immagine, dunque, l’adozione di una serie di norme di galanteria e di comunicazione, da un lato. Dall’altro, invece, rende necessarie forme di sotterfugi, di raggiro delle norme stesse, chiaramente troppo rigide e inadeguate. Ecco perché un’epoca in cui l’esteriorità impone delle regole ben precise per fornire etichette alle persone, si pone come necessità primaria quella di usare sistemi per aggirare i problemi di un sistema sociale così rigido.

Ci sono molti particolari che vengono a galla, tra gli altri, il sistema di diffusione dell’informazione nel seicento. Venivano scritte una marea di lettere, il principale mezzo di comunicazione tra i vari signori. Wallenstein, ad esempio, poteva scrivere sei o sette lettere al giorno ad uno dei suoi più fidi collaboratori. Ma ne scriveva centinaia e così come lui, tanti altri. Le informazioni viaggiavano con la velocità dei cavalli, quando andavano rapide, ma passavano anche di bocca in bocca, con rallentamenti ulteriori. Gli ordini, i consigli, i ragionamenti, le consegne viaggiavano tutte a cavallo, per mano di corrieri insicuri. In questo senso, si deve immaginare l’opulento impero spagnolo come immenso e burocraticamente pesantissimo, così attanagliato dalla lentezza dei dispacci e delle conoscenze sui suoi propri possedimenti, da rimanere continuamente in scacco contro le forze di regni più piccoli ma più ristretti in termini spaziali: è il caso delle Fiandre e della Francia, i due rivali storici del periodo del grande impero spagnolo, i due nemici di cui non avrà mai ragione.

Salvo qualche perplessità, indotta da considerazioni poco degne di un grande storico, come l’idea secondo cui esistono dei movimenti “misteriosi” inspiegabili nella Storia, movimenti che eccedono le capacità di “qualunque” storico, rimane un buon lavoro, nel quale si trova, in una prosa divertente, una buona immagine del periodo storico e del suo protagonista in senso stretto.


SERGIO VALZANIA

WALLENSTEIN. LA TRAGEDIA DI UN GENERALE DELLA GUERRA DEI TRENT’ANNI.

MONDADORI

PAGINE: 256.

EURO: 10,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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