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Capire l’individuo premoderno del mondo moderno – Dove stava Nietzsche?

Di Gustav-Adolf Schultze (d. 1897) – Nietzsche by Walter Kaufmann, Princeton Paperbacks, Fourth Edition. ISBN 0-691-01983-5, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95963

Introduzione

In una recente conversazione siamo finiti a parlare dei movimenti di estrema destra attivi in Italia nel XX secolo. Essi erano costituiti da una compagine relativamente eterogenea di persone sparse in diverse organizzazioni più o meno ufficiali. La conversazione verteva sulla mia personale difficoltà a comprendere la natura concettuale e politica di questi movimenti e persone.

È sempre stato di moda associare valutazioni indipendentemente dalla comprensione dei fatti, se oltre duemila anni fa un tale di nome Gesù ammoniva di non giudicare per non essere giudicati. Non so quanto questo principio abbia senso, visto che lega la necessità del non valutare moralmente in funzione del non essere a nostra volta valutati. Tuttavia, mostra chiaramente che la moda non è legata ai social media contemporanei, che sembrano forzare questo istinto. La mente umana tende ad associare una valutazione indipendentemente dalla nostra volontà. Ma questa ‘naturale tendenza’ della mente umana, come altre tendenze ‘naturali’ non sembra infatti giustificata dalla ragione. Quindi capire, conoscere i fatti nelle loro relazioni causali, sembra lo stadio preliminare per qualsiasi valutazione, anche di ciò che non piace. Infatti, a scanso di equivoci per chiunque leggerà questo articolo: nulla è più alieno a me che il fascismo e i principi della destra di ispirazione fascista.

Ciò detto, però, una cosa è capire i principi, una cosa è spiegare il comportamento di persone e un’altra cosa ancora è comprendere concreti avvenimenti storici. Vaghezze filosofiche si applicano fino ad un certo punto. Per capire bisogna essere rigorosi e saper discriminare l’esistente dalla fantasia. E soprattutto, se si vuol comprendere una persona, che per quanto fallace sia un essere umano, esattamente come me, bisogna fare uno sforzo di sospensione del giudizio (morale, politico e sociale).

Per tale ragione, nella chiacchierata con la persona in questione abbiamo esplorato varie possibili spiegazioni per capire chi agiva secondo alcuni principi che potremmo dire genericamente “fascisti”. Tentativamente, la persona in questione ha postulato la possibile ascendenza del pensiero nietzschiano sui movimenti di estrema destra e, sia chiaro, non la destra moderata di stampo conservatore italiano (ma che non ha molto di liberale comunque) ispirata ai valori tipici della famiglia, patria e possibilmente cristiano-cattolica. Istintivamente, ho detto in effetti che Nietzsche avrebbe aborrito questa ‘gente’ per diversi motivi. A mente fredda, però, ho deciso di scrivere un’analisi per me stesso. È vero che Nietzsche non c’entra niente?

L’individuo fascista – Un premoderno

Per capire la storia umana bisogna prima di tutto capire gli esseri umani. E gli esseri umani non vivono né senza corpo né senza pensiero. E il pensiero è composto principalmente da idee, ovvero stati mentali capaci di orientare il comportamento. Come direbbe Von Mises, economista di tradizione austriaca – naturalmente misconosciuto al di sotto delle Alpi come tutto il pensiero liberale classico; l’essere umano determina l’azione in funzione di scopi la cui definizione rimanda necessariamente alla volontà, sia essa determinata dall’esterno o meno. Quindi, per comprendere gli esseri umani bisogna capirne i motivi, le intenzioni e ciò che rende motivi e intenzioni possibili.

Avendo avuto accesso indirettamente a chi effettivamente si considerava un ‘vero fascista’ (vedremo come questa dicitura sia impropria), mi sono immediatamente posto il problema di spiegare il comportamento di persone la cui vita mi risulta così difficilmente comprensibile da essermi quasi inaccessibile. Ma il quasi qui è dovuto alla mia lontananza comportamentale e alla mancanza di sforzo sufficiente. Non c’è nulla che non si possa capire, a meno che, naturalmente, non si voglia fare lo sforzo o altre e più urgenti cose non ci distolgano. La mia chiave di lettura sarà immediatamente chiara.

La mia idea, che potrebbe essere parzialmente sbagliata, è che riguardo al fascismo, come anche del resto ad altre correnti di estrema destra, l’errore è partire dalle idee invece che dai fatti. Ovvero, l’individuo fascista è colui che agisce solo ed esclusivamente in funzione di un proprio interesse che intende risolvere nel più breve tempo possibile e con qualsiasi mezzo. Per comprendere meglio cosa intendo, farò un esempio e poi un contrasto.

Se un individuo fascista pensa che egli voglia mangiare una pizza, allora pensa che sia legittimo ottenere ciò che vuole in funzione dei mezzi che egli ha a disposizione. Non esiste giudizio sui mezzi né sui fini perché i fini sono arbitrari mentre i mezzi sono direttamente determinati dai fini. Tra i mezzi c’è l’impiego della forza e di stratagemmi per rendersi capaci di ottenere il proprio obiettivo. Sia chiaro che qui non stiamo parlando della (presunta) filosofia della storia di tipo fascista. Qui stiamo soltanto mostrando come un individuo fascista si predispone all’azione.

Da questa semplicissima constatazione concettuale ne segue che la forza fisica, in quanto mezzo fondamentale per ottenere ciò che si vuole, diventa anche una discriminante di potere e di capacità di imporsi. In questo senso, vorrei quasi dire, che la violenza fisica e psicologica non è un principio fascista ma una necessaria conseguenza. Se per una indolore e non-violenta magia (che infatti un Hitler apprezzava) si potesse realizzare il proprio scopo, evidentemente essa sarebbe perfetta allo scopo. Però, in pratica, esiste una competizione permanente che va risolta. Il modo di risolverla è spesso violento, ovvero una forza deve premere su una volontà contraria. E la volontà si può piegare o fisicamente o psicologicamente. Come avrebbe detto Adolf Hitler, il potere si esercita (e, secondo lui, si deve esercitare) mediante una combinazione di terrore fisico e psicologico.

Ora il contrasto. Tutto questo non potrebbe essere più lontano dall’approccio liberale (in senso stretto, non italiano). Il liberale riconosce all’individuo la preminenza morale secondo cui ogni persona ha dei diritti inalienabili per natura e sostiene che tali diritti (tra cui il diritto alla vita, la libertà di pensiero e parola etc.) siano inviolabili quale che sia la situazione e contesto. Per tutto il pensiero liberale, non esiste alcun principio di validazione dell’uso della forza (fisica e psicologica) che possa annullare il diritto all’esistenza e al libero pensiero per qualsivoglia motivo. Ovvero, la forza deve essere impiegata nella sola limitazione di ripristino della condizione di generale equità in cui gli individui possano agire liberamente. E nell’applicazione si deve sempre minimizzarne l’uso al minimo possibile. Ma questo, come vedremo subito, è negato dal pensiero fascista proprio per la “prima conseguenza necessaria” dell’agire fascista.

Infatti, l’unico limite all’impiego della forza è dettato da un altro individuo che è in grado di limitarla o annullarla. Combattere contro uno più forte più essere un atto suicida, che in quanto annulla la nostra forza, è anche senza senso. Naturalmente, dato il principio di imperscrutabilità dei fini, anche un atto suicida può assumere un senso – come alcuni atti di fascisti storici vorrebbero testimoniare chiaramente. Ma questa forma neo-idealista dell’agire fascista non solo è molto limitata nella forma ma è anche di fatto la copertura che serve agli altri per fare ciò che vogliono. In questo senso, allora, esiste una gerarchia di fatto che è determinata dalla logica di potere secondo cui esisterà qualcuno più o meno forte. E dato il fatto che la forza è legittima, e unica arbitra dell’azione individuale, allora la gerarchia di forze risultati sarà riconosciuta come pienamente legittima ex post, come fatto “naturale”, che naturalmente può cambiare in funzione di nuovi rapporti di forza.

Tutto questo, naturalmente, può sembrare assurdo, se ci si pensa abbastanza. Ed è infatti per questo che sostengo che il fascismo si capisce meglio dall’attitudine all’azione che tramite ragionamenti su una presunta filosofia della storia o morale (che, molto verosimilmente, non c’è). Nel momento in cui non esiste alcuna limitazione alla forza contro altri esseri umani, la stessa nozione di ‘essere umano’ diventa impalpabile, se non proprio intrinsecamente aleatoria. Essi sono solo dei segnaposto che possono essere utili se mezzi idonei a raggiungere un risultato, inutili se neutrali e dannosi se resistenti. In un simile panorama, l’uomo diventa un mezzo e, come tale, inesistente.

Per questi motivi, dunque, l’unico paragone culturale che sono riuscito a trovare è l’individuo greco per come emerge nelle leggende e miti. Sia chiaro, dunque, non l’individuo elaborato dalla filosofia greca classica e alessandrina, ma l’uomo per come veniva presentato nell’immaginario popolare che, da sempre, offre una visione molto stilizzata e semplificata di ogni possibile comprensione. Infatti, ancora oggi i mafiosi – e analoghi – godono di una grande popolarità (in termini mediatici) proprio per le stesse ragioni. Ovvero, l’uomo greco popolare ideale era colui che era capace di sostenere grandi fatiche fisiche, coraggioso, ambizioso e spregiudicato ma capace di prudenza. Insomma, colui che riesce a sconfiggere le avversità della vita e trarne vantaggio, quale che ne sia la forma, ma più tipicamente materiale/economica, sessuale e di prestigio. Li possiamo ammantare di tutta la nostalgia possibile, ma l’individuo dell’antica Grecia non era nulla di quello che oggi riconosciamo come moralmente buono e, più ancora, sensato. A parte alcune eccezioni, infatti.

Queste eccezioni sono di coloro che pensano che tutto questo sia la spontanea condizione umana e, per tale ragione, tutto il resto è menzogna. La parola stessa è utile solo come forma di violenza fisica o persuasione psicologica, non di argomentazione. E infatti l’individuo fascista è premoderno anche in questo: egli non deve argomentare perché non c’è nulla né da giustificare né da spiegare. Naturalmente, in quanto essere umano, è sia incline a parlare e ad argomentare, ma non crede né nell’una né nell’altra cosa, naturalmente se ha almeno intenzione di essere coerente – ma in una simile cornice, cosa non è negoziabile? Come gli uomini premoderni nell’immaginazione popolare, la parola è solo finzione e utile mezzo solo in quanto forma di coercizione.

Da tutto questo ne emerge quella (molto limitata) visione della storia che vuole esistano persone meglio posizionate di altre che devono ‘guidare’ (che, a ben vedere, non significa niente se non arricchiamo questo succinto panorama concettuale con qualcosa in più). Naturalmente, queste ‘guide’ non hanno alcun tipo di preminenza se non il fatto di essere in grado di farlo. Nell’esatto momento in cui l’insieme degli eventi storici determini che altri siano più forti di loro, un’ulteriore contesa si stabilisce e, letteralmente, che vinca il più forte. Tuttavia, ancora, questa è una sorta di ricostruzione a posteriori. Un vero individuo del genere non è neppure interessato a questo se non in una misura molto limitata. Nel momento in cui non deve spiegazioni e tutto si giustifica a posteriori (posticciamente), la storia serve soltanto a tagliare l’individuo dal passato, così che possa di volta in volta riaffermare la preminenza della sua volontà rispetto a quella degli altri, sistematicamente. E il gioco incessante delle volontà ricomincia.

Tutto questo non è poi così lontano da alcune interpretazioni del marxismo, per quanto naturalmente le parole possano cambiare. In ultima analisi non si può non constatare, invece, la totale lontananza con il pensiero liberale. Ma questo ci porterebbe lontano. Qui mi limiterò a mostrare quanto questo modo di vedere le cose possa essere paradossale.

Innanzi tutto, non si tratta di un modo di vedere assolutamente niente. Infatti, nella misura in cui non esiste null’altro che il gioco di potere, in cui si risolve tutto nella dimensione puramente fisica, questa è anche l’unica cosa da capire e da cui tutto segue.

In secondo luogo, si pensi seriamente: l’individuo fascista è colui che agisce solo ed esclusivamente in funzione di un proprio interesse che intende risolvere nel più breve tempo possibile e con qualsiasi mezzo. Imperscrutabilità dei fini significa che non esiste alcuna forma morale, neppure la più primordiale. Cioè significa che non riconosco gli altri neppure come parvenza, perché i miei scopi sono incommensurabili con quelli di tutti gli altri con la sola limitazione della forza altrui (ma che, però, non ha nulla a che fare con la comprensione delle intuizioni alla base delle azioni altrui). Questo significa anche che le altre persone non vanno capite perché non v’è nulla da capire, di nuovo. Perfetta legittimità di ogni mezzo significa ancora che non esiste alcun limite tra me e un altro segnaposto (persona). L’unico limite è imposto dalla resistenza dell’altro oppure dal voler lui raggiungere un comune scopo con me.

In ultima analisi, questa considerazione del fascismo si risolve solamente nell’annullamento del pensiero in quanto tale. Ogni altra considerazione è superflua. Ma soprattutto, è paradossale non solo in teoria ma anche in pratica. Anche i fascisti sono degli uomini in carne e ossa e, come tali, sono come gli altri. Anche loro hanno paura, anche loro sono ben poca cosa in confronto all’universo e alla potenza esterna della realtà. Anche loro vorrebbero essere seguiti, se non capiti. Anche loro vogliono parlare e vogliono essere ascoltati, pur nei loro strani modi di comunicare. Anche loro vogliono spesso avere una famiglia, indipendentemente dal fatto che la famiglia sia poi una giungla nella giungla – fatto questo del tutto secondario e, nella (il)logica, completamente ovvio. Non esistono amici, esistono solo interessi che, se è vero, si annulla da solo perché o è un’ovvietà (altrimenti la frase non è informativa), o è incomprensibile (io dovrei almeno essere amico di me stesso). Per chi piace può suonar bene “siamo quelli che sanno fare le cose – i veri duri”, che naturalmente non vuol dir nulla. Ma la verità è mettersi nelle condizioni di una vita impossibile, contraddittoria e, dunque, già destinata a fallire. Naturalmente, tra un fallimento e un altro e il massimo possibile (buttar via la propria vita) ci passa del tempo in cui c’è molto spazio fare danni.

Questa visione primordiale non è sparita. A mio giudizio, la persona ordinaria è in gran parte esattamente questo. Soltanto non ha la forza, lo stomaco e costanza, nonché onestà intellettuale, per andare fino in fondo. E questo almeno lo pone nell’ambiguità di chi almeno ogni tanto vive come un essere umano. Questo argomento l’ho già presentato nell’analisi a La banalità del male di Anna Arendt. Infatti, basta ritarare un poco le regole di interazione sociale e le istituzioni politiche dei vari Paesi cosiddetti occidentali per ritornare laddove alcuni di quelli sono già stati. In un posto in cui i vaccinati sono stati solo alcuni privilegiati apparati statali, in barba a logiche di maggiore beneficio globale (i fattorini ad esempio), non ci si può permettere di farsi grandi illusioni in tal senso.

Non c’è bisogno di andare nel XX secolo, invece, per ricordarci cosa vite più estreme in numero sufficiente sono in grado di fare. Mi sia consentita una osservazione: non riesco ad immaginare una vita peggiore per un essere umano. Per ribaltare Spinoza all’incontrario, niente di peggio esiste per l’uomo di un simile marchingegno umanoide. Questi che pensano di essere forti, o a quelli che l’hanno pensato, valga la sola e semplice osservazione che non c’è nulla di più difficile di vivere una vita buona, in cui si cerca di fare il bene per sé e per gli altri riconoscendo l’egual valore di tutti. Ma questo è un esercizio costoso, che si impara con grande sforzo sia ragionando sia applicando i principi alla vita e riconoscendo che tutti viviamo in un inferno. Niente di più lontano dall’ordine spontaneo di chi viene al mondo e gli sembra già un grande risultato sopravvivere, possibilmente, a scapito di altri.

Era dunque Nietzsche un fascista?

Ho sempre interpretato Nietzsche come un filosofo morale, non come un metafisico, come una vasta tradizione di illustri scribacchini lo ha voluto intendere – non senza indubbie ragioni e qualità. Nietzsche, di base, non aveva molto da proporre di chiaro e, come tale, non va preso molto sul serio. Egli, però, era uno di quelli che non si faceva illusioni sulle filosofie che privilegiavano i poveri di spirito come i paladini della salvezza umana. Questo è fuori di dubbio, siano essi di origine cristiana o di origine marxista.

Tuttavia, nella (poca) parte costruttiva del suo pensiero, egli riconosceva indubbiamente alcune qualità dell’individuo premoderno, tra le quali la ‘legittimità’ dell’individuo ad imporre la sua volontà anche a scapito di chi ne incapace. Esistono due possibili interpretazioni di questa asserzione, una moderata e una estrema. La versione moderata è quella mitigabile con il pensiero liberale, ovvero la legittimità dell’individuo ad essere quello che è. Come disse nella bellissima gemma: diventa te stesso. Nella misura in cui si è se stessi per diventare se stessi, se essere se stessi significa anche essere capaci di riconoscere gli altri “se stessi” non solo non c’è una concezione prevaricatrice ma solamente positiva dell’individuo il quale deve essere incurante delle forze resistenti per cercare di ottenere il massimo dalla propria vita. Tuttavia, esiste anche la versione estrema di questo principio, ovvero quella che potrebbe sostenere che infatti non esiste limite all’uso della forza per imporre se stessi indipendentemente dagli altri.

L’oltreuomo nietzschiano, a mio giudizio, è colui che è in grado di andare al di là del dolore e della negatività della vita per conseguire il massimo per se stesso. Ma naturalmente, senza mitigazione morale o liberale, anche questo può facilmente degenerare in forme premoderne e neofasciste di pensiero.

Quindi, in conclusione, non c’è dubbio che Nietzsche avrebbe avuto qualcosa da ridire tanto dei movimenti fascisti che, soprattutto, del nazismo per come essi sono stati nella storia. Tuttavia, era Nietzsche completamente al di là del primordiale modo di pensare del premoderno? Ammetto di aver letto Nietzsche quando non mi interessava rispondere a questi interrogativi e ormai sono passati troppi anni. E son cose che mi riguardano tangenzialmente, avendo ormai consolidato argomenti a favore del pensiero liberale classico, illuministico e kantiano, che nulla possono avere di simile a tutto questo. La domanda rimane, ma esistono domande che si possono non rispondere una volta che si è compreso ciò che v’era da comprendere.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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