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Capire “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper

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“La società aperta e i suoi nemici” una introduzione

In questo testo presentiamo al lettore il capolavoro della filosofia politica di Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, che, insieme a L’origine delle specie e Moby Dick, tutti dicono di aver letto e capito ma in realtà ben pochi lo hanno letto, figurarsi capito. Attacchi da ogni parte arrivano alla visione di Popper, che nonostante tutto lo sforzo, continua ad essere un faro di intelligenza e speranza per un mondo in cui, vien da dire, i veri vincitori ideologici della guerra fredda sono stati i vinti, realizzando così una condizione di rovesciamento simile a quella considerata da Philip Dick ne La svastica sul sole.

In questo breve testo cercheremo solamente di capire quale era il pensiero di Popper, non di difenderlo, sebbene è opinione di chi scrive che esso non abbisogna di alcuna difesa se non da chi ne parla senza sapere. Per chiunque abbia l’occasione di leggere La società aperta, e vincerne le inevitabili difficoltà di un testo godibile ma solo molto superficialmente accessibile, non c’è bisogno d’altro. Per questo consigliamo la lettura del lavoro di Popper. Ma per chi non possa, qui troverà una spiegazione, si spera, accessibile.

La visione di Popper è tipica di quella liberale classica, che non va confusa affatto con l’assurdo uso della parola che ne viene fatto nel gergo politico italiano, che di fatto equipara il liberale ad un conservatore possibilmente cattolico. Il liberale classico difende la libertà di pensiero come ultimo fondamento dell’agire individuale in contesto sociale. La libertà di pensiero implica come conseguenza diretta la libertà d’azione e parola e, dunque, economica. Ma non si tratta né di una volontà assoluta né di una libertà illimitata e, per questo, non suppone l’anarchia ma solo la presenza di uno stato minimo, che sia solo ed esclusivamente capace di mantenere intatta la singola libertà dei cittadini, considerati liberi ed eguali tra di loro, ma a cui non comanda nessuno scopo positivo. Ognuno deve essere libero di perseguire la personale inclinazione e, se non ne ha, nessuno ha il diritto di costringerlo a far qualcosa. Da tutto questo segue che la forma ideale di governo dello stato liberale è la democrazia, in quanto garantisce il mantenimento della libertà individuale in campo politico con il limite della non violazione della libertà altrui.

Quanto tutto ciò possa essere lontano dalla nostra vita quotidiana, vien da dire, sembra neppure necessario a discutersi. Ma forse questo curioso paradosso sarà tanto più chiaro al lettore dopo aver intrapreso la lettura di questo testo in cui si mostra perché chi crediamo di aver sconfitto, di fatto, ha vinto. Questo è vero in molti paesi europei e, sicuramente, in Italia. Ma il futuro non è scritto e, dunque, è nostro dovere conoscere i nostri nemici, nella misura in cui è lecito sperare giacché resistere ad uno stato di cose ingiusto è dovere di ognuno di noi e nessuno è escluso.

La giustificazione fondamentale per la società aperta

Karl Popper scrisse La società aperta e i suoi nemici principalmente per affrontare quelle che pensava fossero le ideologie più pericolose del suo tempo, principalmente fascismo a destra e comunismo a sinistra. Anche se quelli sono i due nemici principali, data la loro forza in quel momento storico, ci sono altri alleati minori, ma potenti, di quei due nemici. I peggiori di tutti sono i cosiddetti irrazionalisti che credono che la ragione non sia e non debba essere la principale valore sia a livello individuale che sociale. Tuttavia, come fanno tutti i grandi filosofi, Popper non è realmente interessato ai piccoli dettagli. Un grande filosofo cerca di distinguersi affrontando il vero problema.

Il vero problema è ciò che può risolvere una volta per tutte un enigma filosofico, quando è effettivamente affrontato correttamente. Il grande filosofo è come un segugio che cerca la preda. Non è interessato al sangue liberato dalla preda braccata e ferita. Vuole catturare la cosa reale e non si fermerà finché non la troverà. In questo caso, ciò che Popper vuole inchiodare sono le radici filosofiche di tutti gli oppositori al principio di base di quella che lui chiama la “società aperta”, che è libertà. La nozione di libertà che Popper ha in mente è fondamentalmente ereditata dalla classica teoria liberale. “La ragione, come la scienza, cresce attraverso la critica reciproca; l’unico modo ragionevole per pianificare la sua crescita è sviluppare quelle istituzioni che salvaguardano la libertà di questa critica, cioè la libertà di pensiero”. (Popper, 1945, Vol.2, 215). Allora, cos’è la libertà e come la definisce Popper?

Libertà e metodo antianalitico sulle definizioni

Curiosamente, la grande domanda “cos’è la libertà?” non ha una risposta chiara. Invece di lottare per una comprensione filosofica che alla fine potrebbe portare alla delucidazione della nozione stessa, Popper non ci prova nemmeno. Non ci dà una definizione assoluta e definitiva di libertà. Ma non spiega perché egli non ci provi nemmeno. Egli, infatti, si oppone esplicitamente a una sorta di metodo analitico per risolvere problemi filosofici, vale a dire per dare una definizione astratta, generale e universale di una parola. Infatti, egli sostiene, non è così che funziona la scienza, e, nella misura in cui la scienza è il modo migliore sviluppato per conoscere il mondo, noi dobbiamo imitarne il funzionamento quando fa il suo lavoro. Imitare il processo scientifico è il modo attraverso cui valorizzare il processo filosofico. Popper non sostiene di ridurre la filosofia alla scienza. Non sostiene di fondere la filosofia nella scienza, come se la scienza fosse un modo diverso e migliore di fare filosofia. Afferma di imitare la coerenza scientifica verso i fatti invece che verso le parole.

Per dirlo in modo diverso, il mondo viene prima dell’argomento, i fatti sono più importanti di come li crediamo e li esprimiamo. Quindi, come sottolinea Popper, gli scienziati non perdono tempo in sterili controversie sulle definizioni dei termini. Si impegnano in misure, esperimenti e calcoli che sfruttano la natura vaga e intrinseca del linguaggio naturale umano. Dopo tutto, questo era un argomento già classico proposto da Immanuel Kant contro la stagnazione della metafisica rispetto alla fisica, e ciò che chiamiamo oggi la scienza in senso più ampio (il che è persino difficile da definire). Era già un argomento classico, sebbene oggi stia già rinnovando lo stesso approccio predetto dallo stesso Kant nella sua prima critica. Niente di particolarmente nuovo, a parte il fatto che Popper è stato uno dei pochi sostenitori di questa tesi, ancora minoritaria tra i filosofi analitici. In effetti, e curiosamente, Popper iniziò dove arrivò il defunto Wittgenstein (Wittgenstein, 1953). Riconobbe esplicitamente l’inefficacia della soluzione analitica, a priori, alla filosofia. Questo è un punto importante da capire, quindi consideriamolo nel suo rispetto, perché è fondamentale capire cos’è la libertà all’interno della cornice concettuale di Popper.

Scienza, linguaggio ordinario e falsificabilità

Popper sostiene due tesi. Primo, il linguaggio della scienza è fondamentalmente il linguaggio ordinario. La scienza si occupa molto di più dell’applicazione della matematica alla realtà che dell’uso del linguaggio per definire com’è la realtà. La realtà è come la descrive la scienza. La scienza descrive la realtà attraverso azioni attive (gli esperimenti) i cui risultati sono catalogati, registrati e poi commentati, eventualmente reiterati e possibilmente finalmente compresi. Sono sempre reversibili. La reversibilità è infatti la caratteristica principale e più importante della prassi scientifica. Pertanto, la scienza non riguarda mai argomenti a priori.

Tutto nella scienza può essere testato e, come tale, cambiato. In secondo luogo, non ha senso cercare di riformare il linguaggio. A questo proposito, ironia della sorte, i grandi padri della filosofia analitica che hanno cercato di raggiungere erano destinati a fallire o ad essere semplicemente inutili, ad esempio soprattutto Bertrand Russell e Gottlob Frege. In effetti, secondo Popper, non c’è modo di evitare la penombra della vaghezza del linguaggio ordinario. Il sorite è completamente abbracciato da Popper senza esitazione. Ma dove Russell e gli altri primi filosofi e logici analitici videro un pericoloso difetto, Popper si oppose immediatamente alla concezione catastrofista della filosofia come un modo per riparare i buchi lasciati dall’uso improprio del linguaggio. In effetti, secondo lui, questo è uno sforzo impossibile, necessariamente destinato a fallire. L’argomento è classico.

Se vuoi aggiustare il linguaggio, non puoi farlo dall’interno, perché ciò richiederebbe un presunto linguaggio diverso per ripulire l’altro (il linguaggio ordinario). Ma poi abbiamo bisogno di un altro meta-meta-linguaggio per fondare il meta-linguaggio per pulire la lingua. Questa regressione all’infinito non è (solo) impossibile. E questo non sarebbe l’unico argomento possibile né il più convincente. Questa regressione è inutile. Non ha senso farla. Prendiamo di nuovo la scienza.

La scienza migliora costantemente nel tempo e sfrutta il linguaggio ordinario come un ragionevole punto di partenza in cui le parole non sono fissate una volta per tutte. Sono solo gli strumenti attraverso i quali gli scienziati iniziano a elaborare le loro idee. Quindi, essi testano semplicemente le ipotesi, dopo una traduzione appropriata in assunzioni verificabili, che hanno una forma matematica ma un carattere fattuale – cioè, possono e devono essere sempre testabili dall’esperienza e, in ultima analisi, dagli esperimenti. Questo è il significato della falsificabilità, vale a dire che una proposizione scientifica può essere sempre testata e, se sbagliata, modificata. E se non c’è modo di provarlo, allora non è una dichiarazione scientifica perché è al di là di ciò che la scienza può effettivamente risolvere. Non è uno stato di cose, una legge di natura. Sarebbe qualcosa di diverso. Qualcosa al di fuori della scienza.

Filosofia e libertà, un paio di concetti popperiani

Quindi, secondo questa posizione, la filosofia non può essere vincolata a un processo logicamente difettoso e senza scopo al di fuori del linguaggio. Popper ha una chiara concezione della filosofia come un modo di pensare prima di agire, quindi di agire secondo qualcosa di elaborato dalla mente. Se la filosofia di per sé è inutile, allora la filosofia di per sé non esisterebbe. Una pura analisi filosofica senza un possibile impatto semplicemente non lo è filosofia o, almeno, risulta una versione degenerata di qualcosa di più alto e migliore. In definitiva, la filosofia è comprendere la realtà per cambiarla o guidarla. Infine, e questo è un punto molto importante, un diverso approccio alla filosofia porta a fissare le parole stesse, e quindi anche la libertà in quanto tale. Questo è un modo per creare una visione unica della realtà, che non cambia nel tempo e quindi si risolve in un metodo per limitare il pensiero annullando la libertà stessa. E questo è chiaramente inaccettabile, secondo Popper.

Da queste premesse, è logicamente ovvio che definire la libertà è inutile. Prima di tutto, la libertà non sembra essere un dato di fatto. Almeno, non appare come una pietra, la legge di gravità e altri fatti naturali. Quindi, in secondo luogo, non è facile capire come si possa falsificare l’affermazione “Gli esseri umani sono liberi”. Non è un dato di fatto, quindi non si indaga attraverso esperimenti.

Pertanto, sembra che la libertà sia un concetto lontano dall’essere un’ipotesi scientificamente verificabile. Tuttavia, come ha detto Popper in molti passaggi, la libertà può essere compatibile con la scienza così come viene presentata oggi. Questo argomento rappresenta la “resistenza” scientifica della libertà sulla scienza. Ma per quanto riguarda la filosofia? La filosofia è in una posizione migliore per definire la libertà?

Contro l’idealismo implicito

Anche la sola idea di trovare una definizione univoca è inutile, dato che la libertà fa davvero parte del linguaggio ordinario e non c’è modo di risolverla una volta per tutte. Inoltre, e questo è di maggiore importanza, Popper diffida di un “approccio sistematico” alla filosofia, intendo un’analisi linguistica definitiva del linguaggio per “risolvere” qualcosa al di fuori della lingua. Sotto la superficie, penso sia giusto dire che Popper non si fida dell’idealismo implicito, che è comune a tanti filosofi. L’ ‘idealismo implicito’ è la visione secondo cui le parole e le teorie potrebbero fornire la risposta definitiva a questioni cruciali della vita quotidiana e della vita in generale. Quindi, ad esempio, un resoconto perfetto di una teoria della giustizia sarebbe sufficiente per risolvere il problema della giustizia stessa. Da quella teoria (perfetta), tutto dovrebbe (pacificamente) seguire in modo definitivo. La realtà viene quindi ridotta ad un’appendice del pensiero, dove una mente può accogliere ogni cosa attraverso il suo potere di immaginazione. Questo può essere vero in alcuni regni matematici e, forse, in fisica teorica (un bel nome per la filosofia naturale, che è, secondo me, ancora più appropriato per definirla). Popper diffida di questa posizione in tutti i possibili regni.

La conoscenza si basa sui processi, che sono in definitiva un modo per plasmare la realtà in un modo in cui la mente può digerirla. La conoscenza è un particolare stato di cose parte della realtà ed è garantito da specifici vincoli materiali posti alla mente umana. La politica si basa sulla verifica dei valori e della loro efficacia su basi umane. L’economia è fondamentalmente un processo continuo per scoprire come rendere produttiva la realtà. Tutto è processuale, mutevole e alla fine non definito né definitivo. La conoscenza (umana), la politica (umana) e l’economia (umana) sono tutte fondate sulla libertà, che è il concetto fondante dell’architettura filosofica di Popper.

Pertanto, per quanto la libertà sia un aspetto concreto della vita umana, per non dir di tutta la vita basata sulla mente e sulla razionalità, non esiste un modo significativo per limitarla al linguaggio. Pertanto, la libertà può essere descritta solo per fondare un argomento che richiede un’introduzione a ciò che la libertà dovrebbe essere. Infatti, come ci ricorda la citazione sopra considerata, Popper ci fornisce una serie di nozioni contestuali di libertà.

Primo, la libertà è una relazione tra volontà, mente e realtà. Secondo lui, la libertà è la capacità di pensare senza il rischio di essere attaccati, accusati o uccisi. La libertà di pensiero è la forma di libertà più fondamentale e cruciale. Tuttavia, come conseguenza del libero pensiero, segue immediatamente la libertà di parola e, con essa, la libertà di azione. Popper non è molto interessato a disegnare le linee del limite della libertà di fronte all’interazione di altre azioni libere. Dopo tutto, una volta che ammettiamo il pensiero e l’azione in relazione a categorie della vita umana correlate in modo causale, distinguendo tra libertà di pensiero dalle sue conseguenze è inutile. La libertà di pensiero è l’ultima forma di libertà di azione e di parola, in cui la parola è solo un modo molto particolare di agire. Quindi, l’unico vincolo da porre deve essere solo quello che garantisce la libertà di pensiero. Una volta eliminate le barriere alla libertà di pensiero, anche i limiti alla libertà di azione dovrebbero essere rimossi di conseguenza. In effetti, La società aperta è principalmente una grandiosa lotta contro gli oppositori della libertà di pensiero che è, come già visto, la base della libertà in quanto tale. Quindi, da grande filosofo, Popper affronta direttamente il problema alla radice, cioè la difesa della libertà di pensiero (e quindi…) contro tutte le sue controargomentazioni.

L’autonomia della mente

La giustificazione interna del saggio è proprio la necessità di invertire una tendenza che Popper vede nel suo presente, quello che intendeva come una forma tribalista di collettivismo. La libertà è un attributo della mente e, in ultima analisi, di un individuo (umano). In effetti, la mente è il luogo della volontà, che si pensa sia indipendente dalla realtà (sociale e materiale). Popper spende molte parole su questo punto specifico. Anche se non dà conto di cosa sia la mente, che sia o meno divisa dal corpo (ecc.), è abbastanza chiaro che ritenga la mente e, più specificamente, la volontà siano effettivamente in grado di determinare una linea di condotta indipendentemente dalle cause precedenti.

Sotto questo aspetto la mente è autonoma dal corpo nel senso preciso che la mente è governata da leggi diverse da quella del corpo. È inutile applicare la legge di gravità a un pensiero. Non riuscirà mai a prevedere né a spiegare quale sarà il prossimo pensiero. Inoltre, le leggi della natura sembrano essere inutili per prevedere il passato e il futuro della volontà in relazione al comportamento, come risultato della scelta. Questa tesi viene ripetuta più e più volte nel testo. Costituisce una caratteristica importante del pensiero di Popper.

Quindi, concessa l’indipendenza logica della mente dal mondo esterno, Popper si schiera a favore della nozione di responsabilità dell’individuo sulla società proprio perché la società, comunque intesa, è imprevedibile rispetto all’applicazione delle leggi della natura su di essa, così che esse sembrano essere inutili per prevedere il passato e il futuro della volontà in relazione al comportamento, come risultato della scelta libera. Questa tesi viene ripetuta più e più volte nel testo. Costituisce una caratteristica importante del pensiero di Popper.

Quindi, concessa l’indipendenza logica della mente dal mondo esterno, Popper si schiera a favore della nozione di responsabilità dell’individuo sulla società proprio perché la società, comunque intesa, non è in grado di costringere l’individuo ad agire. Sotto questo aspetto, indubbiamente influenza la volontà, ma non elimina la libertà umana dagli esseri umani. La difesa di questa posizione generale è il primo e più importante obiettivo di La società aperta in quanto tale.

E i nemici

A questo proposito, il titolo del libro è del tutto fedele e trasparente considerando ciò che Popper cerca di ottenere. In effetti, l’obiettivo positivo del libro è duplice. Da un lato, Popper vuole difendere (a) la libertà di pensiero e tutte le sue conseguenze, e (b) una cornice politica in cui (a) sia possibile. Anche se il saggio è considerato un classico per la visione liberale della società e della politica, (b) è ancora al margine dell’enigma filosofico che Popper vuole affrontare, che è la difesa della libertà di pensiero. Solo per questo egli è così sistematico nei suoi attacchi contro tutti i “nemici”, che sono platonici (e Platone), hegeliani (e Hegel), marxisti (e Marx, ma decisamente meno di Platone ed Hegel) e irrazionalisti. La lista individua quattro posizioni unite da un’idea comune, secondo Popper.

Tribalismo

Il tribalismo è descritto come un modo per creare un sottogruppo di umani che definisce, identifica e pensa a se stesso come diverso o migliore di chiunque altro. In altre parole, il tribalismo è una sorta di metafisica degli esseri umani tale che, alla fine, essa raggiunge sempre il medesimo risultato, ovvero una divisione dicotomica della realtà sociale. Ci sono sempre due gruppi, i governanti e i governati, i legittimati a controllare e comandare e tutti gli altri. I governanti sono intoccabili, più saggi o, almeno, meglio riconosciuti, e messi nella posizione di guidare qualunque cosa essi facciano, dicano o pensino. Essi non devono giustificare eventuali cambi di opinione nel momento in cui essi non hanno neppure il dovere di spiegare. Il loro unico compito esclusivo è comandare. Popper ci tiene a descrivere il procedimento generale attraverso il quale i tribalisti procedono nell’(auto)distinguersi dal resto “della massa sociale”, e del resto della società, già considerata composta da entità umane inferiori.

In primo luogo, i tribalisti elaborano un resoconto di tutti i difetti di una data società. Considerano l’insufficienza dell’attuale ordinamento sociale come il responsabile ultimo della non libertà umana e (cosa importante) dell’infelicità individuale. Ovvero, per qualsiasi dramma individuale, esso ha sempre la radice nella sua condizione di illibertà la quale è anche causa di ogni suo male.

In secondo luogo, essi introducono la nozione di egoismo, come forma di default di individualismo, vale a dire che l’individuo è un egoista naturale e quindi lui/lei deve essere biasimato per aver causato tanto dolore e così tanti errori. L’individuo, dunque, ha come primo schiavo esso stesso nel momento in cui egli è un egoista, ovvero non pensa che a se stesso e al suo piccolo bene, lontano da un altro, superiore e più fondamentale. L’argomento funziona come segue. Un individuo ha un punto di vista unico, che per alcuni motivi è spinto a realizzare ciò che percepisce come il meglio per lui/lei; questa percezione è fondata su un principio egoistico-morale che quindi ne determina la sua illibertà che si unisce alla condizione di soggetto da parte di tutti gli altri.

Non solo egli è vittima del suo egoismo, egli è anche vittima di quello degli altri. Diverse forme di tribalismo tendono a identificare diverse ragioni per spiegare perché le cose stiano così. Ma, cosa interessante, tutti cercano di ridurre l’individuo a ciò che lo ha indotto ad agire. In questo senso, l’individuo è solo un incidente, un segnaposto che non significa nulla. Lui/lei è un punto dell’universo, che è già mosso da altre cause oltre alla sua volontà/mente o altro. L’ego è appunto nient’altro che un risultato senza significato delle cause antecedenti ai suoi atti. Per dare un esempio da strada, ma molto chiaro, da poco ho sentito una persona dire “Non è colpa di questi ragazzi, ma dei loro genitori”. Supponiamo che questi ragazzi avessero bastonato un cane per divertimento. L’esempio suppone che i ragazzi non fossero in alcun modo responsabili in quanto essi stessi non sono che degli intermediari tra l’azione (il bastonamento del cane) e cause precedenti (i genitori). Naturalmente, l’argomento si può reiterare a piacere sino a scoprire che infatti tutti sono colpevoli senza saperlo (ovviamente viene da chiedersi se chi asserisce questo applichi lo stesso ragionamento a se stesso, cosa evidentemente impossibile).

A questo proposito, tutti i tribalisti, che sono tutti collettivisti, concepiscono la mente come assolutamente vincolata a qualcosa di esterno ad essa e, in definitiva, vinta da circostanze esterne. Pertanto, una volta che l’individuo è ridotto a cause precedenti, una volta che le cause sono concepite come tutte esterne all’individuo, allora l’individuo è completamente ridotto a un vettore, guidato da qualcos’altro verso un obiettivo che è, per definizione, estrinseco ed esternamente determinato . Questo obiettivo è solitamente identificato come l’egoismo stesso, che è qualcosa di estremamente difficile da definire ma può essere facilmente pensato come un termine dato, elementare e quindi non necessario di definizione. I tribalisti di solito non caratterizzano cosa sia l’ego , ma sono pronti a mostrare tutte le sue presunte conseguenze che sono associate direttamente a colpe che, stando all’argomento, sono impensabili, essendo infatti la morale riservata solo a collettivi e non ad individui specifici.

A questo punto abbiamo una fusione di individualismo ed egoismo, che è già concepito come condizione patologica dell’esistenza umana. L’interazione tra individui diversi crea il palcoscenico per il male e la degenerazione. Pertanto, i tribalisti unificano morale e politica nella misura in cui la prima è la causa della decadenza nella seconda. Fondamentalmente, la politica è una forma di morale in cui la morale scompare nella sua purezza perché ha già liberato la responsabilità individuale ad altre cause esterne, di solito la società.

Tuttavia, curiosamente, secondo i tribalisti, il rimedio non può essere trovato in una morale individualista, qualunque essa sia. Niente centrato sul soggetto individuale può essere un rimedio di alcun genere per l’individuo che soccombe sempre e comunque all’infinito postogli prima della sua azione e pensiero. La loro sfiducia nei confronti dell’individuo è tale che anche la posizione normativa di Immanuel Kant sull’etica sarebbe semplicemente esclusa non perché sbagliata nello spirito (rimuovere l’egoismo e, verosimilmente, l’individualità dalla morale), ma semplicemente perché impossibile in linea di principio.

Kant ha cercato di bandire l’egoismo (e fondamentalmente l’Io) dall’individuo, introducendo regole della ragione per costringere l’entità razionale limitata dalle proprie debolezze, principalmente causate dalle emozioni e dall’interesse personale. Ma, secondo i tribalisti, Kant è colpevole di dare una possibilità all’individuo. L’individuo è il fulcro della visione morale di Kant. In effetti, l’etica è davvero possibile solo grazie alla ragione e alla volontà (e alla libertà, che è considerata un postulato (!) della morale kantiana). Questo postulato deve essere accompagnato dalla capacità della volontà di seguire le regole della ragione. I tribalisti, quindi, avrebbero accarezzato la testa di Kant: avrebbe avuto ragione se solo fosse stato possibile. Il problema è proprio questa possibilità, che è esattamente ciò che i tribalisti negano. Negano semplicemente ogni possibilità all’individuo, poiché è dominato da qualcos’altro e, prima di tutto, dal suo interesse personale. Allora, qual è la soluzione tribalista?

La soluzione dei tribalisti al problema morale

Se la soluzione non può essere trovata nell’individuo, e quindi in nessuno in particolare, significa che se c’è una soluzionedeve essere trovata nella società. Il salto è finalmente raggiunto e la società viene presentata come ultimo salvatore dell’umanità che è, per essere chiari, intesa nel suo insieme e non come somma di individui. La società è un tutto indivisibile, inteso quindi come soggetto attivo nella storia, qualsiasi cosa ciò possa significare.

Guardando da vicino l’argomento, come ha fatto Popper, diventa evidente che il salto dall’individuo alla società, società quindi intesa come tutto indivisibile, non sia affatto un argomento. È solo una serie di balzi verso una visione metafisica a priori indipendente dalla realtà, almeno per come la concepiamo ordinariamente. Primo, perché l’individualismo e l’egoismo sono due cose abbastanza diverse. Confondere il primo con il secondo è un errore fondamentale. Ad esempio, una persona che veda un suo simile in difficoltà, svenuto a terra, e lo aiuti a rialzarsi o lo soccorra non è un’azione rivolta al proprio persona guadagno, per quanto sia determinata dalla sua volontà individuale. Egoismo potrebbe definirsi l’atteggiamento in cui in qualsiasi azione e per qualsiasi mezzo l’unico ed esclusivo beneficiario è l’individuo stesso. Ridurre ogni azione umana ad una realizzazione in cui l’unico vantaggio è esclusivamente rivolto a se stesso non solo è contro l’esperienza ordinaria, ma è anche contro ciò che la storia del passato suggerisce. L’individualismo sostiene solamente che ogni azione umana ha, come causa parziale, la volontà libera di un soggetto razionale umano. E quindi è un concetto di minimo, che sancisce solamente che l’individuo è padrone del suo destino in una certa misura. Talvolta l’individuo assume motivi puramente egoistici come movente per l’azione, ma non necessariamente sempre o la maggioranza delle volte. I tribalisti semplicemente negano proprio questo: un individuo è un punto di convergenza di cause esterne che lo conducono sempre e comunque ad essere egosita.

In secondo luogo, tornando all’argomento tribalsita che salta dall’individuo alla società come agente della storia, esso è fallace perché non vi è alcun modo di individuare una “mente sociale” e una volontà unica come risultato di essa. Solo gli individui hanno una mente, le società no se non in senso chiaramente metaforico che non può equivalersi allo stato di cose. Un gruppo di individui non ha una mente comune con un’unicità di intenzione, convinzione e volontà capace di tradursi coerentemente in un’azione. Pertanto, non esiste una cosa come la “società”, nel suo insieme, metafisicamente parlando. Popper vede la società come un convenzionalista concepirebbe gli insiemi: sono (molto utili e potenti) invenzioni della nostra immaginazione, ma niente di più. Non esiste un’agenzia storica al di là degli individui. Ma questo non ha importanza per i tribalisti che tendono a portare avanti la seconda fase del loro progetto: l’utopia.

L’utopia tribalista

Dopo aver incolpato gli individui e il loro intrinseco egoismo, i tribalisti devono descrivere una versione alternativa della realtà. Questa mossa è necessaria perché, altrimenti, essi si ridurrebbero a sterili critici, come i predicatori o lamentatori dell’epoca medioevale o della prima età moderna, ovvero in grado di piangere ma incapaci di filosofare e, quindi, di essere presi sul serio. Dopo tutto, anche dopo la critica di Popper, Platone, Hegel e Marx rimangono ancora grandi pensatori, anche se erronei. D’altra parte, se Popper la pensasse altrimenti, come potrebbe egli dedicare due volumi per attaccare questo modo di concepire il mondo?

L’utopia dunque. Il passo successivo è la descrizione di una possibile società diversa in cui, in fondo, tutti sono felici. Non ci vuole molto sforzo per capire perché la descrizione di un mondo possibile diverso è così eccitante e suggestiva, non è vero? L’utopia è fondamentalmente un mondo possibile che assomiglia molto al nostro, ma è migliore in tutto ciò che conta. E le persone sono più felici. Pertanto, sembra che dovrebbe essere razionale essere disposti a perseguirlo. Come Kant notoriamente dichiarò nel suo progetto politico, la pace è possibile, pertanto è nostro dovere perseguirla per quanto e il più possibile. In questa stessa affermazione sta il distillato perfetto di tutte le utopie.

La caratteristica utopica principale è la natura stessa del rapporto di rovesciamento tra la realtà e l’utopia. I tribalisti sono molto dettagliati nel capovolgere tutti i mali e gli errori della società attuale in mondo in cui tutto funziona come vorremmo che fosse e, quindi, “tutti” ne beneficiano. Allo stesso tempo, gli stessi tribalisti non sembrano molto interessati a fornire i mezzi attraverso i quali i loro obiettivi utopici possono essere raggiunti. Da un certo punto di vista, gli utopisti sono molto attenti nel sezionare l’attuale imperfezione sociale ma tralasciano facilmente il futuro alternativo e i mezzi per raggiungerlo. In questo, la versione più in voga negli ultimi due secoli è un esempio clamoroso, ovvero il comunismo di stampo marxista. Essi, dunque, si focalizzano esclusivamente sulle storture, come se queste rivelassero automaticamente la giusta direzione e soluzione.

Per fare un esempio agile da comprendersi, è come se un operaio edile fosse molto dettagliato nel descrivere cosa c’è che non va nella casa e, nello specifico, nel tetto. Egli arriva alla conclusione che il progetto stesso dell’abitazione è infondato. Ma si ferma qui. Egli non dà alcun conto su come risolvere i problemi individuati e quindi suggerisce di costruire una casa completamente diversa, la cui natura è semplice da descrivere: “la migliore!” Poi, quanto ci vuole in denaro e tempo non è importante. L’importante è lavorare proprio su questa casa senza dati o motivi, perché le parole indicano che essa è una casa, essa è dunque possibile e quindi va costruita. Il resto non segue affatto di conseguenza, ma si tratta di dettagli secondari ai suoi occhi.

Tornando di nuovo al mondo possibile, i tribalisti utopici non sono molto bravi nel fornire le condizioni di accessibilità del loro mondo possibile (utopico). Una volta che descrivono la loro visione, tendono a dare per scontata la condizione di accessibilità. Per mostrare quanto possa essere ingenuo questo ragionamento, semplificando e non rendendo piena giustizia a Platone o Marx, voglio fare un altro esempio.

Godzilla è possibile? Godzilla è una sorta di gigante coccodrillo così grande che è praticamente alto come una torre. Esso è possibile? Ovviamente è! Lo posso pensare. Secondo le regole dell’immaginazione, che tendono a rispecchiare ciò che concepiamo possibile, è perfettamente possibile che possa esistere Godzilla. Ci sono infiniti mondi possibili in cui Godzilla è vivo e in salute e, forse, sta lottando con o contro di noi! Come possibilità logica, come mero fatto possibile concepibile dalla logica del pensiero, Godzilla è possibile, il che significa che Godzilla non può essere escluso dal regno delle cose esistenti. Va bene. Ma si può star certi che poche persone scommetterebbero davvero sulla sua esistenza in questo mondo, anche se in passato gli umani tendono a credere negli spiriti, nelle divinità e in altre creature che, probabilmente, erano ancora più improbabili di Godzilla. (Basti pensare ad Atlante, che era il sorreggitore del mondo! O alla mitologia cristiana del diavolo, che si vedeva ovunque sulla Terra ecc.) Tuttavia, per strani motivi dovuti alle nostre leggi della fisica, alla legge delle proporzioni ecc. Godzilla è impossibile! Pur essendo immaginabile, egli non può esistere. E questo va bene. Allora, dov’è il trucco?

Supponiamo che invece di considerare il nome proprio “Godzilla” avessi usato una descrizione di un’utopia tribalista, come “La società perfetta e senza infelicità”. Quale sarebbe stato il risultato? Il risultato sarebbe stato solo la descrizione di una concezione alternativa della società ispirata da una possibile alternativa, la cui natura è fondamentalmente la rimozione di tutti i mali e le malefatte dell’attuale società antiutopica. Questo è l’utopia. Da una mera possibilità di principio si passa ad una visione di un mondo reale supposto possibile pur partendo soltanto da una formulazione a priori di un mondo alternativo.

La società ideale

I tribalisti descrivono un’utopia, letteralmente un modello perfetto della società ideale. Questo modello perfetto è concepito come una possibilità lontana nel tempo o nello spazio, ma ancora accessibile alla società umana prima o poi. Per quanto riguarda l’utopia tribalista, la parte principale della loro proposta è basata sulla società come agente ultimo della storia. L’obiettivo finale è infatti quello di mostrare come la società possa liberare se stessa e gli esseri umani, che finalmente arriveranno alla perfezione pur rimanendo completamente determinati e vincolati dalle regole sociali. Di nuovo, non si tratta di una nozione individuale di perfezione o felicità, ma una concezione collettivista del buon ordine in cui “tutto funziona”.

La narrazione è tipicamente elaborata su miti (come in Platone) o nelle predizioni (come in Hegel e Marx), cioè su speculazioni immaginarie fondate su associazioni di idee e postulati a priori. Al centro del racconto c’è la nozione di divisione tra due componenti della società. Secondo Popper, tribalismo è essenzialmente un uniforme metodo per dividere l’umanità in gruppi, in cui un gruppo domina tutti gli altri per delle presunte ragioni a priori e, dunque, di principio. Pertanto, platonici, hegelisti e marxisti sono tre formulazioni possibili basate sugli stessi errori. Il tribalista

(a) … considera l’individualità umana come guidata dall’egoismo e quindi la fonte di tutto il male;

(b) … concepire la mente interamente determinata dalle cause precedenti;

(c) … pensa che la società sia l’unico agente storico;

(d) … conclude che la libertà umana è illusoria e, in ultima analisi, causa indiretta di comportamenti scorretti rispetto al tutto (che è la società).

(e) … descrive o prevede un futuro in cui la società si sbarazza dell’individualità umana e così diventa finalmente libera di lavorare bene e per il bene, raggiungendo così la perfezione.

Una comune visione del destino umano

Quindi, tutte le forme di tribalismo sono unite in una concezione del destino umano. Variano abbastanza nella forma ma non nell’idea comune che l’umanità sia guidata dal destino, che in definitiva è un piano razionale. Non è necessario che la razionalità si basi davvero su un soggetto razionale che plasma il mondo (Dio). In effetti, delle quattro forme di tribalismo (platonismo, hegelismo, marxismo e irrazionalismo) solo la versione di Hegel considera un posto per Dio. Platone non considera molto dio, anche in una concezione inferiore di esso (entità di potere limitato).

E la versione di Marx

Marx nega semplicemente un posto confortevole alla religione e, fondamentalmente, a qualsiasi cosa ad essa vicina. La storia ha una sua razionalità e, quindi, non c’è bisogno del salvataggio di Dio. Tuttavia, ciò non significa che Marx smentisca l’idea che ci sia qualcosa di “più alto” dell’individuo. In questo senso, Marx è più vicino agli stoici che agli epicurei (sebbene abbia scritto la sua tesi sulla teoria del movimento e delle meteore di Epicuro). In effetti, lo sviluppo della storia è intrinsecamente razionale. Tende a conferire potere all’umanità, nel suo insieme, tramite tecnologia, scienza e mezzi di produzione. Quindi, la storia è razionale nel senso che porta all’aumento della libertà (sociale). La società umana migliora con l’evoluzione del tempo e, alla fine, dovrebbe raggiungere la sua destinazione finale (il comunismo).

Il comunismo è pensato, in modo interessante, molto vagamente come una condizione sociale umana senza regole dirette dallo stato e, allo stesso tempo, libero dai vincoli posti dalle differenze economiche. Marx, prima di Lenin, era davvero tanto contro lo stato quanto contro i capitalisti (ma non contro il capitalismo in sé). Lo sviluppo della storia è intrinsecamente razionale. Tende a potenziare l’umanità, nel suo insieme, con la tecnologia, la scienza e i mezzi di produzione. Quindi, la storia è razionale nel senso che porta all’aumento della libertà (sociale). La società umana migliora con l’evoluzione del tempo e, alla fine, dovrebbe raggiungere la sua destinazione finale (il comunismo).

Il comunismo è pensato, curiosamente, molto vagamente come una condizione sociale umana senza regole dirette dallo stato e, allo stesso tempo, libero dai vincoli posti dalle differenze economiche. Marx prima di Lenin era davvero tanto contro lo stato quanto contro i capitalisti (ma non contro il capitalismo in sé). Lo sviluppo della storia è intrinsecamente razionale. Tende a conferire potere all’umanità, nel suo insieme, tramite tecnologia, scienza e mezzi di produzione. Quindi, la storia è razionale nel senso che porta all’aumento della libertà (sociale). La società umana migliora con l’evoluzione del tempo e, alla fine, dovrebbe raggiungere la sua destinazione finale (il comunismo).

Gli irrazionalisti

Invece, gli irrazionalisti non hanno una concezione unica del destino umano. Sono un insieme di filosofie diverse unite dalla sfiducia della ragione come fine, cioè la razionalità non è e non deve essere l’unico e più importante motore dell’azione umana, soprattutto considerando le interazioni sociali. Tuttavia, c’è ancora spazio per la razionalità, vale a dire che ne difendono una concezione strumentale. La uso perché ne ho bisogno, la ragione è uno strumento per raggiungere uno scopo irrazionale, non perché essa sia la cosa migliore possibile o un obiettivo in sé (con buona pace di Aristotele!)

Ecco perché alcune forme di irrazionalismo portano al fascismo e al nazismo. In effetti, il fascismo si basa sulla fede del popolo in un leader in grado di liberarlo dalla necessità storica (il passato). Laddove la razionalità è effettivamente fondata sui fatti, e quindi limitata a essi e da essi, gli irrazionalisti fingono di essere più liberi proprio perché non sono limitati alla pura realtà in quanto tale. Pertanto, pensano di essere nella posizione giusta per andare oltre, dove la razionalità umana non può andare. Peccato che il fascismo, nelle sue varie forme, porti ad una non equilibrata concezione delle società stesse. Esso è antitetico alle idee fondanti (ad esempio) delle Nazioni Unite, annullando il riconoscimento dell’unità del valore umano a scapito delle sue differenze. In effetti, questa universalità richiede la razionalità come metro di confronto per sapere cosa ha diritti e cosa no.

Cambiamento come avversione fondamentale dei tribalisti

Quindi, i tribalisti sono uniti dall’idea comune che l’umanità abbia un destino. Questo destino ha la peculiare proprietà di essere una condizione definitiva della società umana. Da Platone a Marx, i tribalisti sono tutti convinti che la società in effetti non è in buona salute visto che cambia nel tempo. Diffidano del cambiamento in quanto tale, perché lo interpretano come un chiaro segno di decadenza. In effetti, il cambiamento è visto come un modo per mescolare tutte le carte dove non c’è motivo. In questo senso, il cambiamento è considerato il sintomo di qualcosa che non funziona correttamente. Probabilmente, questa concezione del cambiamento è collegata alla consueta percezione negativa del tempo, come espressione dell’aumento dell’entropia. Ma l’analisi di questa tendenza filosofica ci porterebbe troppo lontano. Quindi, concentrandosi sul cambiamento, tutti i tribalisti lo vedono come uno stato di pericolo, un male morale e letteralmente un disastro sociale (come abbiamo già visto, tutto ciò che conta è effettivamente a livello sociale).

Questo è sicuramente il caso di Platone, che concepì una società ideale il cui obiettivo principale è, in effetti, rimanere dove si è… per sempre. Come già osservato, i tribalisti, e Platone con loro, fondano la loro critica all’individuo che fonde moralità, politica e socialità. Per questo motivo, usano le stesse parole morali in modo non individualistico applicandole alla società. Questo porta alle espressioni paradossali in cui i tribalisti giudicano l’individuo come se la società fosse l’unico agente (che è ancora un altro paradosso, dato che se l’unico agente è la società, quindi l’individuo è una parte non separabile di esso e quindi alla fine non è moralmente responsabile di alcun male, ma neanche individuabile come agente responsabile).

Popper non considera questi dettagli ma li inquadra in un modo molto più diretto: “Platone divenne così il pioniere dei molti propagandisti che svilupparono la tecnica di appellarsi a sentimenti morali, umanitari, per scopi anti-umanitari e immorali”. Popper (1945), V.1, 175. Platone ha una visione retrospettiva dell’ideale positivo, poiché si basa su un passato idealizzato. Tuttavia, questo modo di pensare funziona perfettamente anche per coloro che pensano che l’utopia sia nel lontano futuro. Sono anche storicisti (come vedremo più avanti, individui che credono che la storia umana abbia un destino già scritto e necessario e quindi significativo in quanto il suo significato dipende dalla sua necessità e dalla sua natura). Quindi, consideriamo le versioni dello storicismo di Hegel e Marx.

 Lo storicismo come fede contro il cambiamento

Sembra che Hegel e Marx vedano il destino come qualcosa di diverso, nella misura in cui lo immaginano come un futuro in cui l’umanità è finalmente liberata dalle società imperfette. Tuttavia, sono entrambi platonici nel senso che il loro ideale comune è raggiungere “la fine della storia“, per usare il titolo accattivante di Francis Fukuyama.

La “fine della storia” è il risultato finale in cui la società non si evolve più perché è già perfetta, anche se si può discutere se questa nozione di perfezione come immobilità sia effettivamente coerente o abbia un senso. Popper ovviamente lo nega con forza. Questo è il comunismo, secondo Marx; e questo è lo Stato nazionale europeo (prussiano) per Hegel. Se Hegel ha avuto il piacere di vivere la sua fine della storia – come ha vissuto l’esperienza di far parte dello Stato prussiano “razionale”, Marx non ebbe la stessa sorte, ma sperava per il meglio.

Quindi, i tribalisti interpretano la fine della storia in due modi diversi. La prima è la fine come risultato finale, il luogo in cui il cambiamento è congelato dalla perfezione. La perfezione è la stabilità sociale delle persone la cui struttura e ordine non possono essere ulteriormente migliorate e, proprio per questo, devono essere bloccate da possibili influenze esterne o decadenza. Niente di più deve essere ottenuto. È la fine dei tempi, in un certo senso, ecco perché Fukuyama deve essere preso sul serio quando ha detto di essere stato fortemente ispirato da Hegel.

Il secondo modo per interpretare la fine della storia è, infatti, la sua stessa inevitabilità. Dopotutto, se è il destino umano il realizzarsi nella storia, come potrebbe essere diverso da quello che è e sarà? Quindi, i tribalisti fondamentalmente sfruttano l’argomento dello status quo: l’utopia sarà comunque reale, quindi in un certo senso è già lo status quo ex post! Quindi, è conveniente solo essere nella parte giusta della storia (per beneficiare da una prospettiva individuale. Dopo tutto abbiamo già detto che, secondo i tribalisti, gli individui sono semplicemente guidati da ispirazioni egoistiche immediate). Anche se si basa su un inevitabile (possibile) futuro, sostengono che la fine è inevitabile. È possibile ma non contingente, vale a dire che è pensabile e necessario allo stesso tempo. A questo proposito, essi confondono la nozione di possibilità con la necessità, arrivando alla conclusione che la loro visione del futuro è la visione del futuro che verrà.

Questo è sicuramente il caso dei pensatori post-illuministi come Hegel e Marx. Platone era più cauto riguardo al successo e al destino (dopotutto, un vero greco, com’era, può solo essere diffidente nei confronti della materia come sostanza inaffidabile della vita), ma non era meno sicuro dell’immutabilità della società perfetta, come la migliore possibile esito sociale umano, e come condizione finale e definitiva dell’esistenza umana sulla Terra. Così, Popper chiama questa visione della storia come una forma di possibilità non contingente verso un risultato necessario “storicismo”.

Che cos’è lo storicismo

Lo storicismo è l’idea che la storia sia già impostata una volta per tutte da un regolamento a priori. Hegel concepisce la storia come basata sull’evoluzione dello spirito (Geist), che è fondamentalmente l’istanza dell’evoluzione delle idee che si realizzano nell’universo. Quindi, la realtà è plasmata dall’evoluzione dell’idea che viene estratta dall’evoluzione dialettica della società. A questo proposito, l’idea diventa sempre più realtà nel tempo, il che significa che si trasferisce nel mondo. L’apice del processo è realizzato dallo Stato, che è la combinazione delle persone e delle sue regole. La concezione di Hegel dell’evoluzione umana è completamente esaurita dalle semplici regole che la determinano. Gli individui sono considerati come “punti” in un’immagine. Non sono responsabili di nulla in quanto l’unico “agente” nella storia è una data società. Poi, Hegel accetta la guerra come una componente necessaria dell’evoluzione dello spirito, che fondamentalmente si basa su una dura competizione tra società diverse il cui risultato è tanto sacrosanto quanto definitivo. In questo senso, non c’è buono o cattivo, che sono probabilmente solo caratteristiche inessenziali delle componenti delle società (cioè gli esseri umani). La visione di Hegel dello storicismo è imitata dal materialismo dialettico di Marx, che fondamentalmente inverte lo spirito con la componente materiale della società.

L’agente della storia è, ancora una volta, l’insieme delle società. Tuttavia, la loro evoluzione non è basata sulla realizzazione storica di (all’inizio) un’idea astratta. Si basa sulla rozza necessità della lotta umana per sopravvivere. Il puro sforzo di essere vivi genera l’economia come lo spazio in cui gli esseri umani ottengono ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. Quindi, Marx ha immaginato una concezione molto ampia di “economia” in quanto tutto ne fa parte. La natura dello scambio di merci e la creazione dei mezzi di produzione determinano le condizioni dell’evoluzione della storia in quanto tale.

In questo senso, Marx accetta lo storicismo di Hegel con l’importante distinzione che laddove Hegel fonda tutto sulle idee, Marx le abbassa al suolo invertendo l’ordine di causa-effetto: le idee sono il risultato dell’interazione sociale per definire i mezzi di produzione più confacenti.

Infine, gli irrazionalisti non sono guidati da una visione comune del futuro, da un obiettivo finale, né un mezzo sufficiente per risolvere tutti i problemi umani. Essi asseriscono che non vi sia nessuna spiegazione ulteriore rispetto all’autodeterminazione di un fine che, come abbiam visto, è di natura razionale. Date queste premesse, mostrano una curiosa tendenza verso un futuro senza senso e senza limiti, dove il futuro è già deciso ma non da una razionalità esterna. È solo un risultato del caso. Quindi, secondo Popper, lo storicismo è il nemico finale e le sue premesse i suoi soldati. La società aperta è infatti interamente dedicata allo scioglimento di tutte le basi filosofiche di qualsiasi filosofia che possa essere definita storicismo. Allora, qual è la visione di Popper?

Conclusione

La società aperta, tolta dei suoi nemici, è semplice a delinearsi. Tutto è fondato sull’individuo, il quale ha una volontà libera che può determinare le sue azioni in conformità con gli scopi che la mente le dà. In questo senso, la ragione è strumento, sicuramente, ma può essere anche un fine in sé nella misura in cui la libertà e la volontà possono essere determinate verso la ragione stessa e prendersi cura di essa. L’individualismo libertario consegue a fondare la libertà di pensiero e, come logiche conseguenze, la libertà di parola e azione, individuate come tre modi di concepire una sola e stessa cosa.

Da questo ne segue logicamente la libertà economica, nel momento in cui la negazione della libertà economica sarebbe una negazione indiretta della libertà di parola e pensiero, e sarebbe una negazione diretta della libertà d’azione. Il limite è sancito dal principio classico secondo cui tutto è legittimo nella misura in cui non consegue in danno fisico e coercizione. Quindi, come disse un giudice americano, la libertà di movimento del mio pugno è limitata dalla presenza del naso di un altro.

Gli individui devono essere liberi di perseguire positivamente i loro fini sin tanto che, appunto, ciò sia all’interno del principio regolativo di legittimità. All’interno di questo contesto, il cambiamento è un fatto inevitabile dell’interazione umana che è fondata su individui che operano in un contesto per raggiungere scopi comuni, possibilmente, o risolvono conflitti mediante regole e accordi. Per tanto, il miglior sistema politico è la democrazia non in quanto perfetto, ma proprio in quanto imperfetto ma capace di non dar vita a spargimenti di sangue nella competizione politica che, come si è visto, è un requisito indispensabile per la visione di Popper. Non un’utopia ma una concezione perfettibile di una realtà sociale in perpetuo cambiamento la cui conoscenza è anch’essa limitata e transitoria ed è per questo, dunque, che Popper difende il principio secondo cui solo una democrazia si può avere il pieno sviluppo della scienza e della tecnica, almeno nel senso che esse sono il risultato della libertà umana dispiegata concretamente nel regno del sapere e del fare.

Karl Popper ricorda i limiti delle istituzioni correnti e della tendenza, già allora galoppante, di ridurre la società all’azione dello stato, la cui tendenza accentratrice e uniformante era evidente già allora. Egli è tanto avverso alle storture della storia all’interno delle democrazie occidentali quanto rispetto al resto dei “nemici” della società aperta. E nonostante tutti i tentativi mediocri di ridurre Popper e La società aperta ad una giustificazione dell’ineguaglianza, rimane l’evidente scomodità, profondità e attualità di un modo di pensare che è avverso ad ogni principio che voglia far dell’uomo una mera pedina di un destino già scritto e i cui unici beneficiari sono coloro che comandano. Che possono raccontare quello che vogliono delle loro buone intenzioni, ma rimangono in ultima analisi proni al potere e a un modo di pensare non solo pre-illuminista e antidemocratico, ma in ultima istanza antiumano.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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