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A cosa serve la filosofia?

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Quelle cose che noi desideriamo in vista di qualcos’altro, e senza le quali non è possibile vivere, le chiamiamo necessarie e concause; ciò, invece, che desideriamo per se stesso, anche se non ci procura null’altro, lo chiamiamo bene in senso proprio. (Aristotele, Protreptico) 

Abstract: Domandarsi a cosa serve la filosofia presuppone una risposta filosofica: non si deve filosofare? Allora, ci dice Aristotele, si deve filosofare! Anche questa domanda, come molte altre, trova la sua risposta nella storia del pensiero occidentale, perchè è il pensiero filosofico il luogo entro cui tutte le categorie che hanno caratterizzato l’evolversi della civiltà occidentale sono state elaborate. La filosofia è l’origine del nostro ordinamento politico ed economico, del nostro senso dell’etica e dell’arte, dei nostri scopi e valori. L’avvento della società scientifico-tecnologica ci pone di fronte al problema dell’utilità, proprio perchè essa stessa risulta da un confronto filosofico in cui la certezza viene a coincidere con la prassi, lasciando cadere sullo sfondo la pura ricerca della verità.

Il destino della filosofia

La parabola storica della filosofia occidentale appare ormai da tempo, alla luce delle affermazioni degli stessi filosofi, una curva discendente. Un fenomeno storico di portata millenaria che di fronte alla certezza e alle conseguenze pratiche della scienza moderna, si riduce nel migliore dei casi, ad un insieme spaiato di commenti autorevoli e colti sulla vita e sul senso del mondo, mentre nel peggiore dei casi nulla vieta di considerarla come un infinito dibattito su pseudo-problemi, temi di nessuna utilità che si basano su soluzioni verbali prive di consistenza logica.

Il positivismo scientista

Sotto il faro di un certo positivismo la filosofia è mera espressione di desideri e sentimenti. Ricorderei a tal proposito Bertrand Russell, il Circolo di Vienna e L. Wittgenstein che il termine “pseudo-problemi” hanno voluto coniare apposta per definire i problemi metafisici ed etici. Studiati questi come mere espressioni linguistiche con i nuovi metodi dell’analisi matematico-linguistica inaugurata da Frege e dello sperimentalismo inteso come unico criterio di razionalità. Lo sperimentalismo si oggettivava nel celebre principio di verificazione elaborato dai circolisti di Vienna che pretendevano determinare una demarcazione tra enunciati dotati di senso ed enunciati senza senso. Solo gli enunciati passibili di essere verificati sperimentalmente potevano essere considerati dotati di senso.

Una volta definite le condizioni logico-matematiche della dicibilità, che strizzavano l’occhio alla sperimentazione e alle teorie antimetafisiche, l’etica veniva relegata dal “novum organon” (Bacone chiamava così il metodo sperimentale) a mero sentimento, argomento già presente in Hume. Si fissava una delimitazione calcolistica del dicibile, cioè le cosiddette “restrizioni linguistiche”, che espungevano la metafisica e l’etica dall’alveo della ragione in nome della sperimentabilità e della riducibilità delle teorie alle “idee semplici di Locke”, tornate alla ribalta nel bel mezzo dei primi del ‘900. Tutto l’esprimibile avrebbe avuto senso solo se ridotto (ad esempio con le “tavole di verità degli enunciati”) alle sensazioni primarie, a ciò che è dato nell’esperienza, cioè agli enunciati semplici, soggetto-predicato, che compongono le teorie complesse. Il linguaggio valido secondo Carnap, era il linguaggio protocollare della fisica.

La verità come adattamento

Sebbene la storia e la filosofia abbiano smussato gli angoli alle suddette teorie, la parabola discendente della filosofia continua, la verità si riduce ad una relazione tra un organismo biologico e il suo ambiente, ed è con ciò che sia la metafisica, sia il mito, sia la scienza sperimentale, cadono dal punto di vista conoscitivo, sullo stesso piano. La conoscenza (tutta), intesa come strumento di adattamento di un ente biologico all’ambiente, comporta che il valore della scienza e di qualsiasi altra conoscenza sia funzionale a questo adattamento, quindi alla prassi e all’azione effettiva, all’interesse e ai valori intesi weberianamente riferibili alla sola fede. Come il mito, così la scienza e la filosofia applicano alla realtà categorie scelte al solo scopo di ordinare e orientare l’azione umana. La differenza è data unicamente dal grado di efficacia e certezza raggiungibile, la conoscenza diventa così marxianamente una sovrastruttura funzionale a scopi storicamente definiti.

La certezza e la prassi

Il piano della certezza era stato evocato dalla filosofia fin dai primordi, il teorema dell’essere di Parmenide, il Libro IV della Metafisica di Aristotele in cui l’autore stabilisce l’incontrovertibilità dell’episteme sul principio di non-contraddizione, e ancora l’Organon dove lo Stagirita deduce le regole che aprono lo spazio concettuale della logica della dimostrazione per tutti i secoli a venire, la logica proposizionale degli Stoici, evolutasi successivamente, nel periodo medievale, fino alla logica modale.

La certezza e la prassi sono appunto concetti evocati dal pensiero greco, attivi oggi più che mai nella cultura occidentale, la certezza è ridotta però alla mera prassi, perchè come accade, ad esempio nel pragmatismo di Peirce, si può affermare che un concetto ha senso solo se in esso sono concepibili i suoi effetti futuri, quelli che lo verificano e quelli che lo falsificano empiricamente.

L’incontrovertibilità e quindi la certezza, è tale solo rispetto all’immediato dell’esperienza sensibile, rispetto al funzionamento, all’isolamento del concetto, e da ciò sembra ovvio che sotto tali condizioni si ottenga anche la verità.

Conoscenza e utilità

Qui la filosofia si complica, nessuno dei filosofi del ‘900 infatti ritiene che la scienza moderna nell’isolamento dei fatti sia in grado di cogliere la verità, nemmeno gli stessi pensatori positivisti. Il valore conoscitivo di un concetto e la sua utilità hanno caratteristiche completamente differenti; vediamo in che modo.

Secondo l’epistemologia contemporanea, l’uomo è il risultato dell’evoluzione delle specie, un ente biologico in continuo adattamento la cui mente è un epifenomeno del suo sviluppo materiale. Questo concetto implica che ogni ipotesi risponda ad un’esigenza di adattamento e che quindi abbia una funzione specifica relativamente alle condizioni storico-sociali o naturali entro cui viene prodotta. Ne deriva una conoscenza che è il risultato di una selezione, di un ordinamento possibile rispetto ad altri ordinamenti possibili. Anche le conoscenze ritenute scienze pure, come la geometria, la matematica e la logica, conseguono da scelte fondamentali, relative ai postulati e agli assiomi che le costituiscono e si giustificano in ultima analisi relativamente alla loro utilità pratica. E’ interessante a tal proposito il testo di Goblot del 1922, intitolato I Sistemi delle Scienze, in cui l’autore intende parlare di assiomi o postulati, ovvero dei principi anapodittici delle scienze, quelle proposizioni semplici, ammesse a fondamento dei sistemi teorici come incominciamento dei ragionamenti o delle previsioni sperimentali (ad esempio il postulato delle parallele di Euclide: “se una retta incontrando altre due rette produce due angoli interni giacenti dalla stessa parte, minori di due angoli retti, quelle rette, prolungate all’infinito si incontrano dalla stessa parte in cui stanno gli angoli minori di due retti”).

L’autore procede mostrando i tentativi infruttuosi di diverse scuole filosofiche operati per spiegare la genesi degli assiomi.

  • Gli Empiristi, volendo far derivare i principi dai fatti, dovrebbero tentare un’induzione impossibile in quanto essa supporrebbe i principi stessi da dimostrare.
  • Gli innatisti, cercano di spiegare il fatto per mezzo dell’onnipotenza divina ma ciò, dice l’autore, “non spiega niente”.
  • Kant, parla di forme a-priori del pensiero senza dire da dove esse provengano.
  • L’unica spiegazione valida per Goblot è quella data da Poincarrè che propone come soluzione, il principio di comodità, secondo il quale, gli assiomi sono postulati, semplici ipotesi, che possono essere scelte arbitrariamente.

Ma la motivazione principale che spinge i neopositivisti ad affermare l’arbitrarietà degli assiomi, è la crisi derivante dalla scoperta delle geometrie non euclidee, dalla possibilità di elaborare sistemi di logiche non-classiche, dalla scoperta di un certo grado di indeterminatezza nei costituenti della materia e perciò dalla discutibilità del postulato del determinismo universale e del postulato della regolarità della natura che fondano il ragionamento induttivo e quindi la possibilità di generalizzare le leggi di natura. Il primo prevede che tutto abbia una causa necessaria, mentre il secondo prevede che la natura sia regolare nel suo funzionamento per ogni regione dell’essere.

Si inferisce da ciò che la conoscenza giace su di un sistema di enunciati semplici, postulati, definizioni, regole, assiomi, opportunamente scelti per determinare un ordine selezionato tra i possibili al fine di produrre uno schema utile alla previsione di eventi che confermano o smentiscono le ipotesi entro lo schema scelto.

La conoscenza quindi è uno strumento che vale per la sua utilità, intesa questa come adattamento all’ambiente. Nessuna scienza inoltre, può garantire, secondo Weber, che la linea di sviluppo scelta sia proprio quella giusta, perchè questa dipende dai valori e i valori in ultima analisi dipendono dalla fede. Allo stesso modo il pragmatismo americano ritiene che alla base della conoscenza ci sia l’indagine, un’indagine relativa a teorie sempre perfettibili e rivedibili, perchè appunto, la certezza che si può ottenere è procedurale, concernente ambiti specifici, processi delimitati, derivante da bisogni momentanei di epoche storiche, stati fisici ed evolutivi dell’uomo, stati della fisica dei corpi, ma è impossibile affermare che tale certezza sia per sempre, in qualsiasi stadio evolutivo dell’uomo o del cosmo, utile o importante.

Il disvelamento e la scienza

La verità è qualcosa di differente da uno schema, per quanto verificabile e utile esso sia. Si ha verità quando si possiede una conoscenza della natura intrinseca della realtà che determini il suo dover essere così e così. Si possiede verità quando si conosce una ragione per cui le cose devono esser poste nel modo in cui sono e la ragione contraria è contraddittoria. Questa conoscenza, universale e necessaria, è la verità in senso forte, intesa come risultato di una scienza concepita come episteme.

Questo era il progetto dei greci, comprendere il fondo che accomuna le cose, il verso del divenire e della natura per sapere nell’etica quali azioni possono essere compiute per migliorare l’uomo e quali invece si scontrano con la realtà. Realtà che permane come legge necessaria alla base del processo di un divenire che sembra provenire dal niente per protendersi nel niente ma eternamente regolato dal lógos universale. La verità greca era aletheia, disvelamento dell’essere, il darsi dell’ente nella luminosità dell’esperienza, lo stesso termine physis (natura) lascia intendere, secondo Severino, la manifestazione dell’essere nella luce. Con il mezzo del solo pensiero, tramite astrazione, ovvero tramite l’eliminazione intellettuale dei caratteri sensibili e fuggevoli del reale, si sarebbe potuto intravvedere l’eidos, l’idea, l’unità di fondo tra gli enti che li pone in armonia reciproca, procurando così la conoscenza della ragione per cui l’universo è stato fatto.

Partendo da questo fronte, esteso tra i poli della physis, del pensiero (lógos) della legge o principio regolatore (archè) e del cáos che si ordina come cósmos in una forma, partendo cioè dal fronte della totalità, la filosofia ha poi scoperto e definito nel corso della storia differenti concetti esplicativi dell’uomo e del mondo, della politica e dell’arte, quei concetti che ancora oggi sono usati e dati a volte per scontati come se provenissero dal nulla. Le ragioni di bene o male, la giustizia e l’ingiustizia, che hanno determinato il senso etico e giuridico delle differenti società umane, il senso della verità e conseguentemente ad esso il senso della razionalità e del pensiero umano, il senso del bello e le basi dell’arte e dell’armonia, la scienza, la logica e la ricerca della verità posta come fine dell’agire individuale e sociale, la politica e l’uomo, l’esistenza di un Dio, il senso del dolore e dell’angoscia, la libertà umana e la servitù, sono tutti concetti che derivano dallo spazio aperto in origine dalla filosofia greca e che si sono evoluti nel dibattito filosofico, prendendo volta per volta i contenuti che le differenti società hanno considerato adeguati. E del resto nessuna risposta è stata mai l’ultima, quella conclusiva, perchè non a caso la filosofia è stata definita dai greci come ricerca della verità, amore per il sapere; non come un sapere assoluto. Ed è proprio in questa mancanza di conclusione e di certezza ultimativa che si decreta il destino della filosofia, nel radicale domandare che discute lo schema stesso su cui poggia, quello schema appunto di assiomi e postulati del pensiero, un domandare che tende con fatica, l’hegeliana “fatica del concetto”,  al trascendimento dell’immediato sensibile alla ricerca di un fondamento ultimo del reale.

Ma sono sempre i greci ad aver dato atto al disvelamento delle forme entro cui i temi e i problemi importanti per l’occidente si sono progressivamente definiti. Entro quell’orizzonte di pensiero tutto ciò che è stato fondamentale per l’occidente è stato discusso, rivisto e modificato, pensato, sperato o osteggiato. Il cristianesimo, il rinascimento, l’illuminismo e la rivoluzione, il marxismo, il liberalismo, lo Stato, la scienza nuova, le religioni, l’anima, il mondo, Dio.

La domanda stessa che fa da titolo a questo articolo ha trovato risposta già nella filosofia greca. Fu Aristotele ad affermare infatti nel Protreptico  “si deve dunque filosofare, oppure congedarsi dalla vita e dipartirsi da qui; perchè ogni altra cosa appare soltanto chiacchiera insensata e vana diceria”. E fu ancora lo stagirita a porre alla base della società occidentale quel grande progetto caratterizzante il senso del percorso conoscitivo intrapreso dalla nostra civiltà nel cui scopo si realizzerebbe, secondo il filosofo, il fine dell’uomo e delle società umane nel mondo: “Io non so indicare un’opera più pregevole per il pensiero, o per la parte pensante dell’anima, della ricerca della verità”.


Bibliografia:

Règis Jolivet, Trattato di filosofia – Logica, Brescia, 1993

E. Goblot, Le Système des sciences. Le Vrai, l’Intelligible et le Réel, Paris, 1922

G. Reale, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, Brescia, 1983

E. Severino, La filosofia contemporanea, Milano, 2001

Aristotele, Protreptico, http://www.filosofico.net/protreptico.htm


Massimo Fabi

Nato a Trieste nel 1968, mi sono laureato nel 1999 presso l'Università degli Studi di Trieste in Scienze dell'Educazione seguendo l'indirizzo per Esperti nei Processi Formativi. Ho scritto una tesi in Storia della Filosofia dal titolo Bontadini e il Dialogo con L'Idealismo incentrata sugli studi bontadiniani del gnoseologismo moderno e sull'intenzionalità del pensiero. Negli anni successivi, dopo aver seguito un master in Formazione dei Formatori e un corso di perfezionamento in Terapia della Famiglia, mi sono iscritto all'albo dell'Associazione Nazionale dei Pedagogisti (ANPE). Tuttavia, gli interessi per la logica e la filosofia della scienza, sviluppati all'università durante un tirocinio del prof. Alessandro Cortese, allievo di Bontadini, in Scrittura Filosofica, mi hanno seguito portandomi tutt'oggi a concentrarmi sulle problematiche relative all'analisi del linguaggio, alla coscienza critica, all'epistemologia, alla metafisica e agli aspetti fondazionali e metodologici delle scienze umane. Ho collaborato inoltre come Mentor dell'Università di Duke per il corso Think Again: Inductive Reasoning della piattaforma on line Coursera dell'Università di Stanford.

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