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Dai Severi a Diocleziano (193 – 305 d.C.): l’affermarsi del Cristianesimo

Il III secolo d.C. è un momento travagliato della storia romana: l’assassinio di Commodo giunse al culmine di una profonda crisi: il prefetto pretorio Leto nel 192 d.C. diede il potere ad Elnio Pertinace, un senatore che si era contraddistinto come generale. La crisi investiva in campo politico il senato che si trovo esautorato a vantaggio dei militari, mentre in campo fiscale la svalutazione della moneta impoveriva i ceti medi, portando con sé la decadenza economia delle città ed una profonda crisi morale dovuta alla sfiducia nei confronti dei valori tradizionali. Altri problemi erano legati al fatto che i barbari spingevano sempre di più lungo le frontiere e ancora all’interno delle città, in cui sorgevano le prime strutture primitive della Chiesa, che portavano confusione sul piano dei costumi sociali. Inoltre è alla sempre più preponderante importanza politica dell’esercito che si deve la trasformazione dell’ideologia imperiale verso forme sempre più assolutistiche. Cambia anche il rapporto fra princeps e senato: a quest’ultimo viene riconosciuto solo la funzione di organismo burocratico soggetto all’autorità assoluta dell’Imperatore, termine finale di un lungo processo storico. La situazione confusa dopo l’uccisione di Commodo portò ad anni di governi effimeri: da prima Pertinace, poi Didio Giuliano e Pescennio Nigro. Come nella crisi del 68-69 d.C. anche in questa situazione ci fu uno scontro fra legioni e generali e alla fine di questi combattimenti si imposero uno dopo l’altro diversi imperatori: Settimio Severo, Caracalla. Successivamente ci furono altri tre imperatori che seguirono da un periodo di anarchia militare, fino alla presa del potere da parte di Diocleziano.

Questo quadro di insicurezza politica portò naturalmente delle ripercussioni negative nell’ambito della cultura. In questo periodo c’erano forti scambi commerciali e non solo fra l’Oriente e l’Occidente e i primi approcci conflittuali con le popolazioni barbare: ciò portò all’interno del mondo culturale romano un senso permanente di instabilità politica e sociale. Molti culti orientali attecchirono nelle mentalità della popolazione, ma fra tutti uno si distinse fra gli altri: il culto cristiano.

Il cristianesimo si diffondeva rapidamente in tutte le parti dell’impero, anche se è importante sottolineare che non divenne immediatamente religione di stato e ci furono periodi in cui i cristiani vennero perseguitati. Soprattutto a Roma il cristianesimo era riuscito a penetrare nella mentalità di molte famiglie. In Oriente il cristianesimo si affermò come corrente di pensiero e diede vita ad elaborazione filosofiche importanti già a partire dal III secolo d.C., mentre in Occidente stentava ad affermarsi come dottrina di pensiero, dovute anche alla resistenza del controllo imperiale su un culto che rigettava la figura dell’imperatore come assimilabile a quella di un dio. La principale innovazione culturale di questo periodo è la nascita di una letteratura cristiana, segnata da opere di assoluto rilievo, in grado di far rinascere l’interesse per le lettere.

Per molti decenni il cristianesimo non sembrò potere oltrepassare lo status di setta religiosa: fu dopo lo strenuo lavoro degli evangelisti Paolo e Luca che il cristianesimo assunse una valenza ideologica e sociale di maggior rilievo. Malgrado tutto però, il loro apporto culturale, era strettamente legato al mondo ellenico e soprattutto al Giudaismo, scuola di pensiero sviluppatasi in Palestina ed ad Alessandria, dove risiedevano migliaia di ebrei. Gli ebrei erano di pensiero e di scuola greca, ma come i cristiani seguivano lo stesso libro sacro, vale a dire l’Antico Testamento.

È in questo periodo che i letterati cristiani redano i quattro vangeli, gli Atti degli apostoli, e le Lettere Canoniche e l’Apocalisse. Sempre in questi anni si svilupperanno vari altri Vangeli, detti apocrifi che rappresenteranno quelle fasce di cristiani non ortodossi. Se quindi in Oriente lo sviluppo del cristianesimo fu rapido, in Occidente la diffusione del culto cristiano fu relativamente più lento: uno degli elementi dell’arretratezza cristiana occidentale era dettata dal fatto che la lingua ufficiale della religione cristiana era il greco. Tuttavia il cristianesimo si era sviluppato nel sud Italia già a partire dal I Secolo, in località importanti come Pompei e Pozzuoli.

Alle origini della letteratura cristiana viene fatta coincidere la traduzione in latino dei principali testi sacri: quest’antica traduzione del libro sacro, prodotta appunto per poter più facilmente convertire le popolazioni non grecofone, viene comunemente indicata come Vetus Latina. Questa fu la traduzione ufficiale, nonostante la presenza di altre traduzioni differenti, per esempio ci sono documentazioni della Vetus Afra (per le popolazione nord africane) e della Vetus Itala, addirittura all’interno di queste zone geografiche c’erano altre ulteriori suddivisioni.

Tra la fine del II secolo d.C. e i primi anni del secolo IV d.C. si alternarono periodi in cui il potere politico romano riesce a trovare accomodamenti con i cristiani, a vere e proprie persecuzioni sistematiche: le principali fonti ci giungono dagli Atti dei martiri Scilitani del 180 d.C.. La resistenza della maggior parte dei cristiani alle violenze e la loro determinazione nell’accettare le torture e la morte contribuirono alla diffusione della religione cristiana, ed è per questo che queste figure eroiche prendono i nome di “martiri”, che in greco significa “testimoni”.

I martiri venivano riportati e redatti degli stessi martiri e completate da altri fedeli che avevano assistito all’avvenimento. Gli Acta martyrum Scillitanorum riguardavano una vicenda giudiziaria che vide coinvolti alcuni cristiani residenti a Scillum, una cittadina africana: il proconsole Saturnino, che non riconosceva la presenza di cristiani nella sua città, si era visto costretto a condannare le persone che non dichiaravano la loro astensione dal cristianesimo. Altri Atti di martiri sono quelli di San Cipriano (258 d.C.), di Fruttuoso, di Marcello e di Massimiliano.

Le Passioni sono opere di narrazione sviluppate a partire da nuclei autobiografici. Fra tutte le Passioni ricordiamo senz’altro la Passio Perpetuae et Felicitatis, sul martirio di una giovane signora agiata, chiamata Perpetua, e della sua schiava Felicita, nonché del loro catechista Saturo: questo martirio avvenne nel 202 d.C.. L’opera narra inizialmente il tentativo del padre fallimentare di conversione di Perpetua, motivando la conversione con la ritrovata libertà promessa dai giudici e con le conseguenze della reclusione carceraria. La narrazione è intramezzata dalle visioni oniriche del martirio e dagli appunti di Saturo, il quale racconta alcune visioni. Questo testo fu un successo divulgativo per il culto cristiano e l’efficacia delle descrizioni per la loro semplicità lascia ancora impressionati i lettori.

Accanto alle citate forme letterarie, si presentavano altri importanti figure: gli apologisti. Di essi possiamo persino tracciarne un quadro biografico abbastanza preciso. La produzione letteraria che si propone la diffusione delle teorie cristiane e la loro difesa dagli attacchi dei pagani, va sotto il nome di apologetica. I primi apologisti a scriver in latino furono Minucio Felice, Tertulliano e  Cipriano, i primi autori cristiani che si avvalsero dell’uso del latino.

Quinto Settimio Fiorente Tertulliano nacque a Cartagine nella metà del II secolo d.C. da genitori pagani. Ebbe modo di essere indirizzato verso studi di retorica e di diritto nelle scuole classiche dove apprese anche la lingua greca. Di professione avvocato nel nord Africa e per un brevissimo tempo a anche a Roma, si convertì quando ad età matura. Divenne presto prete e aderì ad una delle sette ereticali più estremiste, quella dei Montanisti. Fondò in seguito un suo movimento detto dei Tertullianisti. Morì nel 220 d.C.. Di Tertulliano ci sono pervenuti oltre trenta scritti e da questi emerge il suo carattere vigoroso: le sue scritture sono caratterizzate da una forte ira nei confronti del mondo e da un orientamento teologico polemico, nonché segnatamente antifemminista. Tutto ciò era dettato anche dal fatto che impegnò il suo mestiere di avvocato, nella difesa dei diritti cristiani. Il suo stile letterario era piuttosto forzato, dal gusto per l’improperio e il turpiloquio. Nei suoi testi sono rintracciabili posizioni che demonizzavano la figura femminile sotto la convinzione che la donna fosse lo strumento con il quale Satana governasse il mondo. È giusto, infatti, come suggerisce il Conte, cercare di astrarre la figura antifemminista di Tertulliano, per ritrovare una sua propria grandezza intellettuale, come si ritrova nell’opera Apologetico: qui egli cerca di stabilire quale rapporto giuridico dovesse spettare a un cristiano, e il rapporto ancora fra stato e religione. Un grande linguaggio tecnico è presente nell’opera, con la professionalità e perizia che ci si aspetta da un avvocato romano. Nel De Idolatria è forte il suo integralismo: qui, descrive come le attività quotidiane siano pregne di paganesimo, da cui il buon cristiano si deve distogliere.

Marco Minucio Felice fu, come Tertulliano, un avvocato africano nato con tutta probabilità a Ciria. Esercitava la sua professione a Roma con un discreto successo. Egli si distinse particolarmente dal sua contemporaneo Tertulliano, per il semplice fatto di aver usato la via della mediazione per cercare di convertire i non cristiani al cristianesimo e per preferito la via della riservatezza. Gli argomenti discussi nelle sue opere sono analoghi a quelli di Tertulliano: il monoteismo come scelta più ponderabile e l’abiura al politeismo. Minucio Felice aveva con sé il linguaggio persuasivo della ragione e fonda la sua argomentazione sulla logica piuttosto che sul turpiloquio: questa differenza fra i due avvocati africani ha spesso portato a definire Minucio un debole, com’è consuetudine tra coloro i quali si affidano al sentimento prima di tutto che alla ragione, quasi che fosse il primo a far la differenza tra il senno e il folle, mentre è apprezzabile il modo con cui Minucio cerca un dialogo con i pagani. La sua opera principale è l’Octavius che narra il dialogo fra tre personaggi: il pagano Cecilio, il cristiano Ottavio e lo stesso Minucio.

Tasco Cecilio Cipriano nacque a Cartagine attorno al 200 d.C.. Formatosi nelle scuole della città fu un rinomato maestro di retorica fino a quando nel 246 d.C. si convertì, donando tutti i suoi beni ai poveri. Nel 248 d.C. fu eletto vescovo e dovette affrontare la persecuzione contro i cristiani dell’imperatore Decio nel 250 d.C.; durante questa persecuzione Cipriano dimostrò un grande coraggio, tuttavia nel 258 d.C. non riuscì a sfuggire alla persecuzione di Valeriano, il quale lo processò e lo condannò all’esilio, che si concluse con una condanna a morte e un successivo martirio di Cipriano, morto nel 258 d.C.. Cipriano fu un grande estimatore di Tertulliano di cui apprezzava per la severità delle dottrine: in varie opere egli riprese completamente lo stile e persino i titoli del suo preferito, ma a differenza di Tertulliano il suo pensiero non venne mai compromesso dall’estremismo. Infatti, il fatto di esser divenuto vescovo lo obbligò a mantenere un certo equilibrio, anche per non esporsi troppo alle persecuzioni. Delle sue opere ricordiamo l’Ad Donatum, storia autobiografica della propria conversione e l’Ad Demetranum, sulle colpe dei pagani e le punizioni divine.

Commodiano fu un letterato cristiano di cui non abbiamo notizie certe: molti studiosi tendono a farlo risalire addirittura al V d.C. secolo, ma sembra più probabile che fosse del periodo qui considerato. Era nato a Gaza, in Palestina, ma già da piccolo sembra che si trasferì nel nord Africa sul lascito degli apologisti cristiani. Delle sue opere citiamo le Instructiones, due libri scritti in esametri in cui si contesta la dottrina ebrea e la dottrina pagana a favore di una cristiana in uno, mentre nell’altro tratta le critiche ai peccati dei cristiani per esortarli ad una vita più devota. La particolarità di questi carmi sta nella composizione per acrostico: le prime lettere dei singoli versi formano il titolo del carme stesso. Altre opere minori sono il Carmen apologeticum e il Carmen ad versus ludaeos et Graecos. Commodiano è uno dei pochissimi scrittori cristiani che non scriverà in prosa, ma sotto forma di poesia: la sua opera era indirizzata verso un pubblico prevalentemente non acculturato, e, infatti, scrisse in latino. Alla novità di un nuovo tipo di esametro (composto da non più di diciassette sillabe e non meno di dodici), si affianca ad un lessico elementare e ripetitivo, con una sintassi elementare.

Come detto questo periodo non è caratterizzato dalla scrittura sotto forma poesia: infatti, se è effettivamente vissuto nel III secolo, Commodiano sarebbe l’unica eccezione. Ci sono giunti pochi versi di poesia tutti raccolti nella cosiddetta Anthologia Latina, una vasta raccolta di carmi, messa insieme da letterati africani nel VI secolo. Fra i tanti autori presunto di questa Anthologia, chiamata anche codex Salmasianus dall’umanista francese che l’ha tramandato, prevale Pentadio, un elegante scrittore di distici ecoici, vale a dire quei distici in cui la prima parte dell’esametro è uguale all’ultima del pentametro. Tuttavia il più famoso dei versi dell’Antologia è il Pervigilium Veneris (Veglia di Venere) in cui si descrivono le celebrazioni per onorare Venere in Sicilia. La dea dell’amore è qui reinterpretata come forza della natura fecondatrice della terra e dunque del raccolto. Altri poeti minori furono Reposiano, Vespa, Osigio Geta e altri minori, tutti conosciuti grazie al lavoro di Claude de Saumais.

Un autore importante da ricordare non per la bellezza dei suoi versi né per l’interesse delle sue argomentazioni letterarie fu Terenziano Mauro, di cui è famosa la sua opera grammaticale e di retorica scritta in versi: egli era un poeta novello ed era capace, secondo le caratteristiche di questi poeti, di usare abilmente diverse strutture metriche. Di lui sono rimastre tre opere: il De litteris, un’opera in cui si descrivono i suoni e segni delle vocali e delle consonanti (una specie di trattato di linguistica), il De Syllabis dove esamina vocali e dittonghi, e il De metris, quest’ultimo molto più lungo dei primi due, dove espone la sua teoria metrica constante nel pensare che i principali metri da seguire e utilizzare sarebbero l’esametro e il trimetro giambico, i quali sarebbero i genitori di tutti gli altri metri.

Un’altra antologia importante da segnare sono i Disticha Catonis, molto in voga nel periodo medievale, che sono una raccolta di versi e massime, facili a ricordarsi e utili per le citazioni colte, raccolti fra il II e il IV secolo d.C.. Le presunte sentenze sembrano essere estrapolate da discorsi di Catone il Vecchio, celebre moralista. Era una raccolta di massime redatta dai sostenitori di un mos antico: con l’editto di Caracalla (del 212 d.C.) l’imperatore estese a tutte le provincie romane la cittadinanza che comportò una dilazione del concetto stesso di romanità. Tutto ciò non fu apprezzato da taluni che invece rivedevano nelle parole di Catone il vecchio un buon costume.

Un altro autore su cui vale la pena di soffermarsi fu Nemesiano, africano vissuto nella seconda metà del III secolo d.C., come evinciamo dalla dedica di una sua opera. Egli scrisse i Cynegetica, la sua opera di maggior respiro nella quale estetizzava la caccia in una forma di poesia didascalica: l’intento del didascalismo era infatti quello di elaborare eleganti descrizioni di paesaggi, composte e pensate sullo stile virgiliano e bucolico. La caccia viene vista da Nemesiano come l’attività migliore dell’uomo per allontanarsi dal caos urbano, avvertito quest’ultimo come innaturale e nocivo per lo sviluppo di una cultura propositiva. Ancora di stampo virgiliano, Nemesiano compose un corpus di quattro Egloghe, in cui i temi della natura, della vita di campagna, si mischiano ai temi amorosi di giovani innamorati.

Un fenomeno assai rilevante che emerge nel III secolo d.C. per giungere fino al IV d.C. secolo è senz’altro la cultura che i singoli letterati avevano: nessuno di essi partecipò ad attività scolastiche, ed è per questo che la letteratura che si sviluppa in questi secoli è ha prevalentemente un carattere erudito: le scuole erano diventate un perno essenziale dell’impero romano e della sua composizione statale. C’erano le scuole pubbliche in primis, ma poi si svilupparono soprattutto le scuole cristiani, in cui come appare chiaro, era forte il pensiero di indottrinare gli scolari. Fu dunque necessaria la scrittura di manuali scolastici e di codex atti allo studio: questi furono i principali manoscritti eruditi di questi secoli che possiamo chiamare all’avanguardia, se li mettiamo a paragone con quelli avvenire dei secoli bui. Abbiamo ancora un forte sviluppo della letteratura giuridica: figure come Papiniano e Ulpiano sono importanti da citare per ricordarsi di quanto fosse fondamentale in quell’epoca la figura dell’avvocato (vedi le persecuzioni contro i cristiani). L’importanza degli studi delle leggi trova una curiosa conferma in una divertente e spassosa parodia del diritto testamentario: si tratta del Testamentum Porcelli: un maiale, compreso di aver raggiunto il momento del macello, grazie all’aiuto del cuoco (prossimo a cucinarlo) scrivere le sue ultime volontà, lasciando ai parenti e agli amici i propri beni.

Infine, per concludere il quadro su questo periodo, ci fu Censorino, un grammatico e scrittore di testi grammaticali non pervenutici. Delle sue opere però ci sono giunte attestazioni, fra cui le più importanti riguardanti il De die Natali: quest’opera consta di due parti. Nella prima esamina il rapporto tra l’uomo e il giorno del suo compleanno, nella seconda parla del calendario romano e delle divisioni del tempo. Fu anche studioso di astrologia.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Conte G.B., Profilo storico della letteratura latina, Le Monnier università, Firenze, 2004.

Pili W., Cronologia di Storia Romana, www.scuolafilosofica.com, 2012.

 Pili W., Storia romana parte III, www.scuolafilosofica.com, 2012


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

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