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Oratoria e storiografia in epoca della Roma arcaica: Ennio, Catone e altre figure.

ORATORIA E STORIOGRAFIA IN EPOCA ARCAICA

Catone è sicuramente il più grande oratore del II secolo a.C., di cui è rimasta nota la fama. Fra i contemporanei di Catone spiccavano Scipione l’Africano Maggiore, Quinto Fabio Massimo detto il cunctator e Lucio Emilio Paolo. Su quest’ultimo non ci sono giunte molte informazioni.

A Catone, come vedremo più avanti più approfonditamente, oltre ad essere il maggiore oratore del suo tempo, viene attribuita l’istituzione storiografica in lingua latina, con la stesura delle Origines. I temi letterari all’epoca erano molto influenzati dall’opinione dell’élite senatoria e della classe dirigente.

In precedenza non v’era stata alcuna produzione storiografica in latino, piuttosto un’annalistica scritta in greco da componenti della classe dirigente: la scelta del greco era un chiaro segnale di rottura dagli schemi degli annales pontifices ed era motivata dalla necessità di raggiungere il pubblico non latino di ambito mediterraneo in una sorta di propaganda anti-cartaginese. Il primo di questi annalisti fu Fabio Pittore, appartenente ad una classe familiare piuttosto potente a Roma, la gens Fabia. La sua opera storica partiva dalla fondazione di Roma sino alla seconda guerra punica: era notevole infatti l’interesse verso le origini di Roma, sia per l’età regia che, per gl’inizi della Repubblica, da cui si facevano risalire molte delle tradizioni romane e dei loro usi e costumi, interpretazione tradizionale che verrà ripresa anche da Tito Livio.

La deformazione storica determinata dall’opposizione con Cartagine, secondo Polibio, faceva sì che il resoconto di Fabio Pittore risultasse del tutto inobbiettivo; stesso discorso valeva per il filo-cartaginese Filino. Un altro annalista, di cui invece Polibio e Dionigi di Alicarnasso riconosceranno obiettività, fu Lucio Cincio Alimento che non va confuso con un omonimo scrittore di antiquaria di epoca successiva. Altri annalisti che scrivessero in greco furono Gaio Acilio e Aulo Postumio Albino. Quest’ultimo fu canzonato e deriso da Catone, il quale criticò l’uso di un greco alquanto imperfetto.

La fine della seconda guerra punica segna nel 201 a.C. la vittoria di Roma sull’unico avversario che capace di poter avere il predominio sul mar Mediterraneo. Da quel momento ci fu una vera e propria esplosione di conquiste da parte di Roma: la seconda e la terza guerra macedonica, il conflitto contro Antico e la disfatta di Perseo a Pidna, fecero di Roma la prima potenza europea. Il 146 a.C. sancisce la conclusione di questo processo di spietata conquista con la cancellazione di Cartagine dopo il suo sacco. In questi anni si segnala la perdita di quelle antiche virtutes che costituivano il corpus morale della civitas romana. La classe dirigente si arricchì in modo smisurato grazie anche soprattutto agli immensi bottini di guerra, mentre il vecchio ceto di piccoli proprietari agricoli nello stesso periodo stava subendo una forte crisi, dovuta al fatto di aver abbandonato durante le varie guerre i campi, lasciati incolti. Questi ultimi andarono in contro a un triste destino, che si concretizzò nel concentramento delle loro terre nella mani di pochi e da ciò seguì l’adozione del sistema latifondista come base di sfruttamento della terra, con il conseguente impiego massiccio della manodopera servile.

Culturalmente parlando, l’aver conquistato territori appartenenti al vecchio sistema politico greco, intensificò notevolmente i contatti culturali e politici di Roma con il mondo greco: ad esempio durante i numerosi saccheggi delle guerre macedoniche, moltissime biblioteche furono saccheggiate, a pro delle scarne biblioteche romane. Nella vita culturale di Roma si crearono due schieramenti: quello filoellenico e quello antiellenico, quest’ultimo capeggiato da Catone il censore, propugnatore del mos maiorum romano. Proprio Catone sarà colui che dominerà la scena nel campo politico e attuerà una serie di idee conservatrici, per ripristinare i valori del mos maiorum, osteggiati dai valori propri della cultura greca, ritenuti pericolosi per la società romana. Ci fu in questi anni un ampio dibattito dunque, sui modelli etici da seguire.

Terenzio nel suo teatro riproponeva al pubblico romano gli ideali tipici di Menandro, come quello della philantropia: Terenzio fu avvantaggiato notevolmente dal fatto che suo protettore era Scipione l’Emiliano, il fondatore del noto circolo degli Scipioni. Questo era per l’appunto un circolo, o meglio, una cerchia, dove si riunivano letterati accomunati da un comune programma culturale basato su molti aspetti che rifiutavano criticamente gli ideali catoniani, pur senza un esplicito e radicale contrasto fra le due correnti, come vedremo. Scipione l’Emiliano si era legato in gioventù alla figura di Polibio e più tardi con Panezio. Il gruppo capitanato da Scipione riteneva che l’apertura ai classici greci un fattore decisivo per rendere Roma il vero centro culturale, oltre che politico, del suo impero, così che potesse essere il caput mundis, vale a dire un centro mondiale che non fosse chiuso in un unico panorama culturale dominante, ma anche fosse disponibile ed aperto alle varie correnti culturali e ideologiche: quello degli Scipioni era un programma del tutto rivoluzionario, rispetto alla becera ortodossia di natura conservatrice sostenitrice dei vecchi valori morali del mos maiorum. Panezio fornì un importante contributo culturale nei confronti di questo progetto. Come ci possiamo immaginare, per i moralisti romani tutto ciò poteva sembrare del tutto poco ortodosso.

ENNIO

Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. presso una cittadina chiamata Rudiae, l’odierna Lecce. L’area geografica della Puglia veniva chiamata Calabria, ed era culturalmente di area greca. Svetonio definì Ennio un semigreco e lo stesso Ennio amava sottolineare il suo trilinguismo: latino, greco e osco. Ennio giunse a Roma in età matura, alla fine del III a.C. secolo, cresciuto intellettualmente l’importante città di Taranto allora di popolosa, culturalmente molto attiva. A Roma Ennio si adoperò in qualità di insegnante, ma si affermò presto come autore scenico: Ennio occupò il ruolo lasciatogli in consegna da Andronico e da Nevio. Nell’ultima parte della sua vita, dopo aver ottenuto cittadinanza romana ad honorem, si dedicò alla fatica della sua esistenza, vale a dire la stesura degli Annales, il poema epico che lo consacrerà definitivamente a Roma durante i Ludi Apollinare.

Di tutti i testi di Ennio abbiamo solo frammenti di tradizione indiretta. Sicuramente compose e rappresentò numerose tragedie di grande successo, l’ultima sembra proprio nell’anno di morte, il Thysestes. Ci sono stati tramandati una ventina di titoli di coturnate e tantissime citazioni, giunteci soprattutto attraverso Cicerone, grande estimatore di Ennio. Abbiamo inoltre l’attestazione di due praetextae, l’Ambracia e le Sabinae. Le commedie invece non dovevano essere considerate altrettanto rilevanti rispetto alla sua produzione e ci sono giunte sfuggevoli notizie sui possibili titoli, probabilmente la Caupuncola e il Pancratiastes. Ma come abbiamo detto, il capolavoro che consacrò Ennio nel firmamento della letteratura latina, fu quello degli Annales, poema epico scritto in esametri. Narrava la storia di Roma in diciotto libri: ce ne restano circa seicento versi. Ci sono giunte notizie di altre opere minori, di cui abbiamo qualche titolo: l’Hedyphagetica un’opera didascalica gastronomica sul mangiar bene; la Sata era un testo scritto in versi “sotadei” chiamati così dal loro inventore Sotade di Maronea (280 a.C. ca). Ennio scrisse anche un’opera dedicata al vincitore della battaglia di Zama, Scipione, ed era senz’altro una poesia celebrativa, un componimento apologetico sulla prestigiosa figura. Scrisse quattro libri di Saturae e inoltre abbiamo anche altri testi non certificati e di certa scrittura enniana, che lasciano intendere chiaramente l’importanza dello scrittore di cui ci stiamo apprestando a parlare.

Ennio come abbiamo visto, fu un fecondo autore di teatro con una produzione che si estese fino agli ultimi giorni della sua esistenza. Fu un grande tragediografo, come ci tramandano le fonti, ma lo stesso non si può dire per le commedie. Il modello a cui Ennio si rifaceva era, infatti, l’illuminante Euripide, grande tragediografo ateniese del V secolo a.C., scrittore fra le tante delle Baccanti, autentico capolavoro di pathos e dramma. Da Euripide, Ennio trasse molti spunti e tradusse, molto liberalmente secondo il concetto della aemulatio, molte tragedie del maestro: l’Alexander, l’Hecuba, l’Iphigenia ecc. Da Eschilo invece tradusse la trilogia dell’Oreste e ricompose l’ultimo dei tre drammi, l’Eumenidi. Mentre da Sofocle riprese probabilmente l’Aiace.

Il rapporto con i modelli greci non sembra puramente emulativo, ma cerca comunque un suo stile rappresentativo con il quale potesse far capire al pubblico la sua reinterpretazione della prassi teatrale greca. Tra l’altro, la nozione filosofica di “autentico” non esisteva ancora, né, quanto meno, la tutela dei diritti d’autore, ancora oggi spesso ignorati molto più colpevolmente di allora, considerata l’importanza che oggi riveste il diritto dell’autore sulla propria opera.

Lo stile di Ennio è improntato da una decisa espressione patetica e spesso enfatica, volta a produrre una presa diretta sul pubblico, chiamato a partecipare in prima persona dalle tematiche della tragedia per avviare il processo della catarsi.

Parlando di Ennio non possiamo però non soffermarci maggiormente sul già considerato capolavoro Annales, così come tramandano le fonti. D’altronde l’importanza di questo testo è data dal fatto che fino all’età augustea rimarrà l’unico lavoro di spicco del genere. Sicuramente tutta l’opera era curata per essere e per venir considerata come poesia celebrativa. Ennio era un ottimo scrittore di celebrazioni tanto che il generale Nobiliore, uomo chiaro e influentissimo, lo volle al suo seguito nella campagna militare in Grecia: al ritorno da questa Ennio dedicò appunto un’opera al generale su sua commissione. Questa operazione, per lo più propagandistica, non piacque a Catone che lanciò strali contro Ennio in quanto quest’ultimo andava stabilendo, con questo tipo di opera, un vincolo sempre più stretto fra letteratura e politica, tra interessi artistici e politici. Tornando agli Annales, Ennio volle ispirarsi al modello omerico. L’opera risultò diversa dai poemi celebrativi del periodo alessandrino (III-II secolo a.C.); per ricchezza di struttura il precedente più vicino all’opera di Ennio era il Bellum Poenicum neviano, ma a differenza di Nevio, Ennio scrisse un’opera senza stacchi cronologici, anche se si concentrò maggiormente su certi argomenti piuttosto che su altri, in particolari quelli attinenti alla sua opera. Ennio inoltre riprese un’importante strategia poetica dagli alessandrini e da Omero, ovvero la partizione dell’opera in libri, come unità narrative separate. Il titolo Annales riprendeva il nome dagli Annales Maximi che venivano redatti di anno in anno da alcuni uomini della classe dirigente, titolo che godrà sempre di una grande fortuna in Roma, come testimonia la successiva e celebre opera di Tacito, insigne storico del II secolo d.C..

I frammenti delle opere di Ennio ci danno un’idea di come fosse un poeta sperimentale per l’epoca: Ennio accolse nel suo testo epico molti grecismi, usando non solo parole e costrutti greci, ma anche una nuova forma desinenziale del genitivo che finiva in –OEO per riprodurre il genitivo omerico che finiva in –OIO. Ideò varie forme stilistiche come versi tutti allitterante e tutti allitteranti nello stesso fonema: “O Tite, tute, Tati, tivi tante, tyranetulisti” (oh Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi). Escogitò parole come “taratantera” per rievocare lo squillo di una tromba militare. Ennio negli Annales, e non solo, utilizza continuamente queste figure allitterante: questo stile era tipico dei carmina più antichi come i proverbi, le leggi e le forme sacrali. Ennio, ancora col suo sperimentalismo, lavorò per adattare la lingua latina all’esametro e l’esametro alla lingua latina: questo lavoro di costruzione di un linguaggio innovativo propriamente latino, per quanto debitore della tradizione greca, godette di grande fortuna nella letteratura romana. L’esametro di Ennio seppure anarchico e inelegante rispetto all’esametro catulliano e di Ovidio, era per sua natura e struttura, un verso molto uniforme e regolare, dal suono cadenzato: i latini avevano un ottimo senso del ritmo, per comprender ciò, basti ricordarci il tripudium.

La visione del mondo che Ennio esprime nel suo poema è per quanto possiamo capire dai frammenti, il trionfo dell’ideologia aristocratica, la somma di imprese eroiche dettate dalla virtutes degli individui del ceto nobiliare. Questi ultimi erano magistrati, condottieri, generali e i grandi nobili che avevano guidato gli eserciti alla vittoria. Tuttavia Ennio morì circa un anno prima della battaglia di Pidna. Per questo la sua opera riportò la testimonianza di un mutamento epocale, anche se Ennio non poté contribuire alla stesura di un bilancio definitivo: il primo bilancio della politica imperialistica romana sarà tracciato dalle generazione successiva, da Polibio, uno dei tanti uomini di grande lustro e cultura passati per il circolo degli Scipioni, assieme a Panezio e lo stesso Ennio.

CATONE

Marco Porcio Catone nacque a Tusculum, l’odierna Frascati, nel 234 a.C. da una famiglia plebea di agricoltori benestante. Combatté la guerra contro Annibale e nel 214. a.C. fu nominato per la prima volta tribuno militare in Sicilia: fu aiutato nella sua carriera politica dall’aristocratico Lucio Valerio Flacco. Ricoprì negli anni diverse cariche come questore, edile plebeo e nel 198 a.C. fu nominato pretore con l’incarico di amministrare la Sardegna. Nel 191 a.C. fu tribuno militare con Valerio Flacco. Nel 184 a.C. fu censore assieme allo stesso. Negli anni si oppose a parecchie leggi ingiuste e rimase un politico molto attivo per tutta la sua vita. Il suo atteggiamento moralizzatore e moralista gli costò molte inimicizie e fu spesso coinvolto in processi come sia come accusatore che come difensore. Nel 155 a.C. cacciò via tre ambasciatori filosofi greci, tra cui Carneade, accusandoli di turbare il mos maiorum romano, cioè li accusò di corruttori dell’animo e dei costumi romani. Nel 153 a.C. dopo una visita a Cartagine capì che l’unico modo perché Roma diventasse il “caput mundis” era radere al suolo la capitale della grande potenza, così che non potesse riprendersi più: fu perciò promotore e primo rivendicatore della terza guerra punica.

Di Catone, dal punto di vista letterario, sono giunte a noi diverse orazioni. Cicerone parla di oltre centocinquanta orazioni catoniane, ma sono giunti a noi un ottantina di titoli. Scrisse le Origines, un’opera storica scritta nella vecchiaia in sette libri. Abbiamo anche delle operette rivolte al figlio, chiamate Praecepta ad filium. Scrisse la Carmen de moribus e infine l’Apophtegnata una raccolta di detti memorabili o aneddoti. Con Catone, come abbiamo già avuto modo di dire in queste pagine, nasce la storiografia senatoria, con l’opera della vecchiaia Origines. Nell’opera storica di Catone, egli dedica ampio spazio alla sua preoccupazione per la perdita sempre più evidente del mos maiorum e per la dilagante corruzione di questo. Egli inoltre esalta le sue personali battaglie contro l’emergere di singoli personaggi di prestigio per le manie individualistiche. Queste caratteristiche intransigenti, moraliste e nostalgiche per quanto riguarda i costumi del passati, in particolare, degli uomini vissuti nel periodo della monarchia e degli inizi della repubblica (come i primi tre re o Muzio Scevola) saranno condivise da gran parte della storiografia romana successiva, basti pensare a Sallustio, a Tito Livio e a Tacito e di come tutti questi siano così debitori a questa nostalgia per i valori romani delle origini.

Quindi nelle Origines Catone accoglieva le proprie polemiche tendendo a privilegiare la storia della sua epoca, occupando più di un terzo dell’opera intera per questo tema evidentemente centrale. La creazione dello stato era vista da parte di Catone come un lento processo di evoluzione voluto dall’intero populus romanus: Catone evitò di fare nomi di condottieri e senatori, nonostante il suo pensiero politico che privilegiava le grandi figure, per porre al centro della storia solamente la cittadinanza. Al contrario portava alla luce nomi di illustri sconosciuti, eroi di rango meno elevato.

Scrisse anche un trattato sull’agricoltura, il De agricultura, opera consistente per buona parte in una serie di precetti esposti in forma asciutta e schematica, ma spesso di grande efficacia. Nel proemio spiegherà chiaramente quelle che fu la nascita del latifondo. Nel trattato spiegherà al proprietario terriero quali sono le norme comportamentali di quello che nella sua veste è un pater familias, le cui virtù sociali e morali sono intese come parsimonia, durezza, industria, disprezzo per la ricchezza e la resistenza alla seduzione del piacere. Nella sua opera letteraria Catone, che della cultura greca criticava le idee “illuministiche” ante litteram, si propose il compito di elaborare una cultura che, mantenendo salde le radici romane, accogliesse gli apporti greci (soprattutto stilistici), ma senza divenirne sostenitore, in specie degli aspetti contenutistici, come invece gli Scipioni.

La fortuna di Catone il censore si costituì sulla difesa di un “custodismo” della tradizione e del conservatorismo. Nella sua figura politica vediamo austerità, parsimonia, attaccamento al lavoro e un denso rigore morale.

TERENZIO

Terenzio, originario di Cartagine, sarebbe nato nel 184 a.C., tuttavia la notizia è sospetta perché il 184 a.C. è attestato anche come anno di morte di Plauto: era infatti consuetudine nelle biografie antiche sincronizzare nascita e morte di autori che, in qualche modo, venivano a succedersi nell’eccellenza di un genere letterario come lo erano stati Plauto e Terenzio per dare una sorta di continuità storica alla tradizione culturale che doveva apparire quanto più omogenea. Tutte le fonti antiche ci mostrano come Terenzio fosse in stretto contatto con Scipione Emiliano e Lelio e pare anche che questi fossero i suoi protettori nonché maggiori finanziatori. Terenzio sembra essere morto nel 159 a.C. durante un tour culturale in Grecia: questi tour, dopo la vittoria di Pidna del 168 a.C., diventarono sempre più frequenti, creando un continuo interscambio culturale con la Grecia in Roma, nella quale si temevano nefaste conseguenze dovute all’integrazione culturale con la filosofia e cultura greca, come già abbiamo avuto modo di mostrare. In seguito alla vittoria di Pidna, furono deportati nell’Urbe mille ostaggi Achei tra cui lo storico Polibio: la casata degli Scipioni, come abbiamo visto, si farà portabandiera degli ideali importati dalla civiltà greca, allora decisamente più progredita di quella romana sotto l’aspetto filosofico e letterario e storiografico: Roma ancora non poteva esibire storici avvicinabili anche solo lontanamente a Erodoto e Tucidide né filosofi della caratura di Platone e Aristotele, che, d’altronde, rimasero decisamente inavvicinabili. Personaggi come il già citato Polibio, Panezio di Rodi e Cratete, influenzeranno in maniera determinante il pensiero culturale romano in questo periodo di affascinante melting pot.

Se la vita di Terenzio non è conosciuta con precisione, ciò non vale invece per la cronologia delle opere. Ci son state tramandate interamente sei commedie: l’Andria del 166 a.C. tratta dal modello greco menandreo, che parla della storia della ragazza di Andro, Glicerio, di cui si innamora Panfilo, già fidanzato con Filumena; l’Hècyra fu rappresentata nel 165 a.C. con totale insuccesso; l’Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso) più fortunata della precedente, rappresentata nel 163 a.C.; l’Eunuchus nel 161 a.C. fu il maggior successo di Terenzio; il Phormio fu rappresentata nel 161 a.C. e infine nello stesso anno l’Adelphoe.

I modelli greci utilizzati da Terenzio sono dichiarati nei vari prologhi delle sue commedie e si rifanno alla commedia nuova Attica di Menandro, Difilo e Apolladoro di Corinto. Il nuovo genere portato a Roma da Terenzio, portò innovazioni anche nella poesia scenica. Parlando del teatro plautino, abbiamo visto (vedi bibliografia) come egli non sottoponesse il pubblico a una particolare meditazione, essendo il canovaccio caratterizzato da ristretti risvolti psicologici. Al contrario, nel teatro di Terenzio, la tematica dominante era incentrata sull’interesse verso i risvolti psicologici inscenati nelle commedie.

Le gravi difficoltà di Terenzio nel gradimento verso il pubblico, potrebbero proprio  essere spiegate nel tentativo di trasformare il genere delle commedie plautine con tematiche scherzose ma “vuote” e leggere, in commedie di forte senso filosofico, inadatte ai divertimenti allora recettibili. Un eclatante esempio della sfortuna dell’arte di Terenzio lo si può avere quando nel 165 a.C., alla prima rappresentazione dell’Hècyra (la suocera) venne preferito uno spettacolo di funamboli; nel 160 a.C., invece, alla seconda rappresentazione, tutti se ne andarono quando seppero che, in concomitanza, si svolgeva un eccitante spettacolo di gladiatori. Solo alla terza rappresentazione alla fine dello stesso anno la commedia poté arrivare al termine della recita.

Lo stile di Terenzio, alla prima lettura, potrebbe risultare apparentemente piatto, soprattutto se lo si analizza dopo le letture roboanti di Plauto. Terenzio utilizza un linguaggio poco censurabile: basta pensare che in sei commedie, tutte incentrate su intrighi d’amore, la parola “bacio” non compare più di due volte; si parla poco di mangiare, di bere e mai di faccende amorose e sensuali. L’intercalare fra i personaggi è lineare e il turpiloquio è messo da parte. Mettendo a confronto il linguaggio plautino con quello di Terenzio, pare proprio che quest’ultimo contenga una profonda e consapevole autocensura. Terenzio predilige una lingua studiata e realmente parlata solamente dalle classi urbane di buona educazione e cultura. Di fronte ai “numeri innumeri” di Plauto, Terenzio ci appare uno scrittore di puri sermonis amator come attesterà Giulio Cesare. Un’altra differenza con lo stile di Pluto la ritroviamo nel fatto che in Terenzio lo sviluppo dell’azione non prevede mai metateatro: la palliata di Terenzio non prevede all’interno della scena spazi di autocoscienza nei personaggi, ma riserva quest’autocoscienza nei suoi già citati prologhi. Il prologo era generalmente concepito come spazio di informazione preliminare alla comprensione della trama e anticipava anche parte dello scioglimento dell’intreccio della commedia: questo tipo di prologo faceva sì che il pubblico potesse seguire con maggiore attenzione e concentrazione la trama della commedia. La contaminatio è un’altra delle caratteristiche di Terenzio che in alcuni casi emulerà nell’Andria specialmente, intere scene dei suoi modelli, incrociando modelli letterari diversi in un unico testo. Terenzio si attiene piuttosto fedelmente alle linee degli intrecci menandrei.

CONCLUSIONI FONDAMENTALI SU PLAUTO, TERENZIO E LA COMMEDIA NUOVA

Poco sappiamo della Neà greca, la commedia nuova di Filèmone, Difilo e Menandro. Conosciamo però, come abbiamo visto, le loro imitazioni dei colleghi latini, che ne riprendono trame, intrecci e situazioni. Quindi i poeti bilingui traduttori e ripropositori diventano per noi importantissime fonti letterarie a cui attingere per conoscere la Nèa greca. La commedia nuova la ritroviamo nell’ultimo Euripide nella sua Elena, nell’Ifigenia Taurica e nello Ione. Questi erano tutti drammi a lieto fine dove ricorrono gli intrecci tipici della commedia: Menandro e Terenzio dimostrano la conoscenza di questa tradizione risalente al V secolo a.C.. La commedia pensosa di Menandro e Terenzio si avvicina molto a un’opera paratragica dove troviamo molta della retorica euripidea, unico modo per indurre nel pubblico una totale catarsi, elemento fondamentale nelle tragedie greche. Ciò che viene rappresentato vuole sembrare un evento reale, qualcosa di verosimile, un’imitazione della vita coagulata in forma di idea morale. La commedia nuova è fatta dunque di realismi psicologici e di drammi quotidiani: si passa dalla commedia plautina, dove tutto è un’ostentata finzione, a un realismo tragico psicologico, cosciente della propria convenzionalità.

 

PACUVIO E ACCIO DUE MODELLI TRAGICI

Marco Pacuvio era nipote in primo grado di Ennio. Egli nacque a Brindisi nel 220 a.C. in un area culturale di origine greco osca, nella stessa regione culturale dunque dello zio Ennio. Pacuvio visse a Roma un’esistenza socialmente rispettabile, era noto tra l’altro anche come pittore, anche se alla fine la sua esistenza ci è stata tramandata come impegnata nella stesura di tragedie: le opere pittoriche non ci sono pervenute. Pacuvio morì a novant’anni, fatto davvero inusuale per l’epoca, nella sua residenza tarantina nel 130 a.C.. Della sua tragediografia abbiamo attestazione di dodici titoli certi di cothurnatae, tra cui titoli come l’Armorum iudicum, il Dulorestes (l’Oreste schiavo); probabilmente Pacuvio scrisse anche una praetexta, il Paulus, che celebrava il vincitore della battaglia di Pidna (168 a.C.), Lucio Emilio Paolo. Quella vittoria segnò una svolta radicale e aggiungere essenziale, per lo sviluppò della letteratura latina, come più volte detto.

Accio nacque a Pisaurum, il nome arcaico di Pesaro, nel 170 a.C. da una famiglia di liberti. Si affermò a Roma dal 140 a.C. e per un breve periodo dunque fu in competizione col senex Pacuvio, essendo entrambi autori di tragedie. Morì tra il 90 e l’80 a.C. ormai divenuto un’eminente figura di spicco soprattutto all’interno del collegium poetarum. L’aneddottistica satirica lo descrive come un vecchio pieno di pretese assurde; Lucilio scrisse tanti versi satiri proprio contro di lui. Accio fu un tragediografo assai prolifico: a noi sono giunti più di quaranta titoli tra cothurnatae e frammenti per circa settecento versi. La sua restante produzione è da racchiudere nella cerchia della poesia rivolta alla filologia, come Ennio: poco si sa di queste opere erudite. Tuttavia possiamo dire che Accio, a differenza di Pacuvio, era uno scrittore eclettico. Scrisse i Didascalia, in cui Accio proponeva una serie di riforme ortografiche. Scrisse un calendario poetico, su cui probabilmente Ovidio si rifece per scrivere i Fasti, intitolato Sotadicorum liber. I Parerga, invece, scritti in senari giambici, sarebbero invece un poema georgico emulatore degli Ergadi di Esiodo. Plinio il vecchio attesta ad Accio la scrittura del Praxidicum, probabilmente un trattato di agricoltura.

Pacuvio e Accio furono due tragediografi che, come figura di riferimento, avevano senz’altro Ennio: le tragedie di entrambi ebbero immediato successo e continuarono ad andare in scena almeno fino all’età augustea. Seneca nelle sue tragedie si ispirerà assai sia a Pacuvio che ad Accio. I titoli delle tragedie ci fanno capire come fossero forti gli influssi dei modelli greci: dai frammenti è però chiaro di come col passare degli anni questi modelli andavano via via sempre più verso delle rielaborazioni. È assolutamente da sottolineare che questi autori vivevano in un’epoca di grandi trasformazioni e fermenti ideologici e culturali. Un esempio: il tema della tirannide, ben noto nella tragedia attica, tornò ad essere attuale nell’età repubblicana; o ancora, riaffiorarono importanti temi religiosi e filosofici: la tragedia ben si prestava a mettere in discussione queste tematiche ben più che le commedie. E come in Terenzio, anche Pacuvio e Accio, avevano un forte gusto per il patetico e per il romanzesco, per il pittoresco e per l’orrido: “Sangue e ossessione sono tragli ingredienti più in voga nel gusto spettacolare” scrive il Conte. C’è un elemento di innovativa importanza che è l’uso della retorica soprattutto nelle tragedie intrise di ricchi discorsi moraleggianti, atti a commuovere e a persuadere. Peraltro, Pacuvio e Accio, furono due audaci sperimentatori a livello linguistico. Spesso criticati per l’uso di un latino impuro e deformato, le loro tragedie erano costituite sovente da strane costruzioni e da giochi di parole simili a scioglilingua.

Dopo Pacuvio e Accio però, i poeti abbandonarono il genere tragico e dall’età di Catullo in poi, si preferirono generi poetici meno impetuosi, ma più personali. Prima di Ovidio e Seneca la tragedia, pur continuando ad essere rappresentata, non avrà più dei punti di riferimento che tramandassero la grandezza del genere, ma si vedrà preferire la farsa, del mimo e del pantomimo.

LUCILIO E LA SATIRA: UN NUOVO GENERE IN ETA’ REPUBBLICANA

Lucilio era di una distinta e ricca famiglia originaria di Suessa Aurunca, attuale Sessa Aurenca in Campania. Sulla sua data di nascita le fonti non sono chiare, anzi sono piuttosto contradditorie l’una con l’altra. La data di morte è invece certa e fu nel 102 a.C.: convenzionalmente la data di nascita la si attesta fra il 168 a.C. e il 167 a.C. circa. Della sua opera ci sono giunti trenta libri di satire, di cui abbiamo frammenti per 1300 versi. Lucilio scrisse i libri con vari tipi di versi anche se poi, probabilmente nella sua maturità, si affermò come satiro scrittore in esametri: da Orazio in poi l’esametro sarà l’unico verso utilizzato per le satire.

L’opera di Lucilio si radica in quello sfondo culturale che era stato di Terenzio; le loro posizioni sociali erano però ben diverse. Terenzio era un liberto africano. L’indipendenza dei due era anch’essa ben diversa: se Terenzio viveva sotta la protezione del circolo degli Scipioni e si adattava ai suoi pensieri, Lucilio da buon eques, cavaliere, poteva influenzare direttamente il pensiero degli Scipioni, grazie alla sua influenza sociale. L’origine del genere che i Romani chiamavano satura sono piuttosto incerte: l’etimologia non deriva senz’altro dal greco σάτιροs. La satira latina, non sembra avere, per lo meno all’inizio, collegamenti con la satira greca e con il teatro comico greco. Nella Roma arcaica satura laux indicava un piatto misto di primizie che venivano offerte agli dei e ancora lex per saturam era un procedimento giuridico attraverso il quale venivano riuniti stralci di vari argomenti: fondandoci su queste testimonianze, è probabile che “la satira” indicasse un genere di mescolanza e varietà. Quintiliano, per allontanarsi ancor di più da un eventuale origine greca della satira, scriverà che “satura quidem tota nostra est”, “la satira è un genere tutto nostro (romano)”, per quanto apporti culturali greci callimachei a aristofanei, via via fossero accolti, specialmente da Orazio. La satira, di cui abbiamo versi anche di Ennio, resta una forma di poesia varia, sia per metro che per temi personale, che quindi dava voce al poeta e ai suoi pensieri quotidiani. L’importanza di Lucilio è di aver scritto solamente satire e l’aver creato un nuovo genere di fatto e di conseguenza dato vita a un nuovo pubblico interessato alla poesia scritta. Lucilio affrontò una serie di argomenti molto vari e ampi: abbiamo una parodia nei confronti di un certo Leutulo Lupo, coloriti resoconti di viaggi in Sicilia con annessi accenni gastronomici, questioni amorose.

Bibliografia essenziale

Conte G.B., Profilo storico della letteratura latina, Le Monnier, Firenze, 2004.

Margoni F., Le Baccanti di Euripide, 2012, www.scuolafilosofica.com

Pili W., Da Livio Andronico a Plauto passando per Nevio e Cecilio Stazio: gli albori della letteratura latina, 2013, www.scuolafilosofica.com

Pili W., Origini della letteratura latina. Il teatro romano arcaico e la figura di Livio Andronico, www.scuolafilosofica.com, 2013

Pili W., Storia romana parte I, dalla fondazione alle guerre sociali, www.scuolafilosofica.com, 2012


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

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