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La potenza della ragione secondo Kant

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4.2 La potenza della ragione

La ragione è molto potente, ovvero è capace di creare idee aggregando conoscenze dell’intelletto per estenderle oltre i limiti del solo intelletto. La prima volta che mi accinsi allo studio della Critica della ragion pura mi convinsi che l’intelletto è molto più efficiente della ragione, almeno nella visione kantiana. Dopo tutto, è l’intelletto ad essere capace di conoscere il mondo, nella misura del possibile. Questo perché, ancora una volta, i dati del senso interno e del senso esterno, tempo e spazio, vengono ordinati dall’intelletto e noi possiamo avere un’immagine del mondo indotta esclusivamente dall’intelletto. Nella visione kantiana, se noi avessimo avuto diverse categorie intellettuali, avremmo una percezione dei fenomeni (ovvero una costruzione degli stessi) completamente diversa da quella che abbiamo. Per Kant la conoscenza non è oggettiva ma intersoggettiva. Ovvero, la conoscenza che noi abbiamo del mondo è quella che possiamo avere in quanto esseri intellettuali razionali finiti. Un pipistrello ha un’immagine del mondo totalmente diversa dalla nostra nella misura in cui la sua esperienza è ordinata in modo differente dalle sue categorie. Tuttavia, questo non significa, come è stato detto, che Kant riduce tutto a pure categorie soggettive, ovvero il mondo è come il soggetto lo vede. Questo è un punto cruciale che vale la pena di considerare brevemente.

Il soggetto può essere indotto in errore in molti modi ed è per questo che abbiamo bisogno di molte conoscenze intellettuali per giungere ad una immagine coerente del mondo. Abbiamo bisogno di compiere esperimenti per indurci la formazione di esperienze che possano verificare una possibile condizione del mondo (che poi la ragione estenderà oltre i limiti del solo intelletto). Se un soggetto si affida alla sua sola prospettiva, egli potrà immaginare quel che vuole che, magari, non coincide in alcun modo con il mondo. La conoscenza è tale solo se oggettiva, nel senso che essa è così per tutti i soggetti posti nella stessa condizione con l’ulteriore caveat di non essere pregiudizievoli nel loro atto di giudizio. Facciamo un esempio. Se tutti siamo convinti che la malaria è causata, appunto, dall’aria saremo tutti indotti nel credere che la malattia dipende da qualche condizione presente nella miscela gassosa presente in una certa regione di spazio. Questo è il risultato di un pregiudizio comune che induce un errore generale. Mentre la conoscenza ha una condizione soggettiva (la credenza individuale) ma anche una condizione oggettiva (la credenza in un fatto – fenomeno – che effettivamente esiste nel mondo). Solo dalla combinazione della condizione soggettiva con quella oggettiva, sostiene Kant come pure la recente epistemologia analitica, si ottiene la vera conoscenza che, dunque, è per definizione intersoggettiva perché sarebbe la credenza che qualunque soggetto formerebbe se fosse nella stessa situazione di chi ha effettivamente formulato l’atto di giudizio. La malaria non è indotta dall’aria ma da un parassita presente dentro le zanzare che fanno da vettore della malattia.

Tuttavia, è bene che il lettore faccia mente locale su un punto. Se Kant sostiene che la condizione di oggettività della conoscenza è, sostanzialmente, l’accordo che un soggetto avrebbe con qualunque altro privo di pregiudizi posto nella sua stessa situazione, ciò significa che il soggetto conosce il mondo nel senso che egli si limita a vedere come il mondo gli appare, a lui e a chiunque altro al suo posto. Ma come il soggetto può sapere realmente se il mondo è qualcos’altro rispetto al suo solo apparire? Questo è quello che Kant chiama concetto limite o “noumeno” ovvero l’idea di un oggetto possibile al di là di ogni possibile esperienza. Se questo oggetto esiste, per definizione è inconoscibile tramite l’intelletto, perché è indipendente da ogni esperienza possibile. Quindi è conoscibile solamente dalla ragione (“Nous” qui intende ragione). Ma la ragione, abbiamo visto, è priva di contenuti di per sé. Quindi, essa può formulare l’idea di oggetti indipendentemente dalla loro possibile verifica. Il mondo è uno di questi oggetti! Il mondo, ovvero l’idea possibile a formularsi, inteso come ciò che esiste indipendentemente dalla nostra esperienza. Per Kant, il realismo scientifico inteso come la conoscenza degli oggetti “per quello che sono” è una chimera nella misura in cui la scienza è, come visto, una sofisticata forma di estensione delle nostre conoscenze intellettuali a tutto il resto del mondo ma che è completamente incapace di dirci cosa sia il mondo indipendentemente da quella esperienza. Esseri razionali finiti non possono oltrepassare questo vincolo all’esperienza nell’atto del conoscere nella misura in cui tutto ciò che noi conosciamo inizia nell’esperienza e non può essere altrimenti.

Questo ci conduce al paragrafo successivo nel quale vedremo, succintamente, quali siano i limiti dell’esperienza. Per il momento, comunque, cerchiamo di rimarcare ciò che la ragione può fare. La ragione può estendere le nostre conoscenze dell’intelletto fino a formulare idee generali, riducendo in pochi principi la varietà di conoscenze puntiformi che l’intelletto genera. Essa è in grado di formulare condizioni di esperienza possibile a priori e può categorizzare le varie conoscenze all’interno di poche categorie (chiamiamole etichette, per distinguerle dai principi puri dell’intelletto). La ragione può letteralmente oltrepassare i limiti dell’esperienza formulando idee di oggetti possibili indipendenti dalle condizioni di esperienza possibile. Essa può concepire l’idea che il mondo sia qualcosa di ulteriore rispetto a come noi lo concepiamo con le nostre categorie intellettuali (il mondo). Essa può postulare l’esistenza di un soggetto indipendente da ciò che il soggetto stesso esperisce di se stesso (l’anima). Infine, la ragione può postulare la possibilità di un oggetto che sia indipendente dal mondo per esistenza (Dio). Dio, mondo e anima sono, infatti, le tre idee della ragione che Kant si prodigherà di dimostrare come inconoscibili.

A questo punto il lettore dovrebbe aver capito il motivo. Ma vale la pena osservare un punto cruciale. Il fatto che essi siano inconoscibili non significa che essi non esistano, punto che è stato naturalmente facile a dimenticarsi da parte dei critici e molti commentatori. Ovvero, Kant sta tracciando una linea di confine tra ciò che è postulabile e ciò che è conoscibile. Egli non sostiene, come gli empiristi, che il mondo è limitato alla sola esperienza, ma ammette che tale esperienza è il nostro limite di conoscenza effettiva – se la vogliamo chiamare così. Tuttavia, gli oggetti noumenici, per esempio il mondo, giocano una loro funzione importante che, nel caso del mondo, è ciò che ci dovrebbe sempre ricordare quanta fatica e quanta incertezza domina, ad esempio, in ogni paradigma scientifico. La vita è costantemente segnata dall’asimmetria costante tra ciò che noi sappiamo e ciò che non sappiamo, asimmetria che determina costantemente disallineamenti tra le nostre ingenue aspettative e “la realtà”. Se c’è qualcosa che la fisica contemporanea insegna è che le categorie dell’intelletto e la realtà non sono la stessa cosa, ovvero la realtà ha le sue leggi e le sue logiche che non sono sempre facili a comprendersi e che, costantemente, determinano la scoperta di quanto il mondo sia differente dalle categorie del soggetto.

Quindi, qui, voglio concludere con un semplice punto, a mio avviso, importante. Kant non è un soggettivista nel senso che non riduce il mondo al soggetto almeno in due sensi diversi: (a) il mondo ha una sua logica e consistenza che può essere postulata diversa da quella del soggetto (nella sua dimensione noumenica – del mondo) ma la nostra conoscenza di esso è interamente determinata dalle nostre categorie; (b) il soggetto non crea il mondo ma gli dà un ordine, rispetto all’esperienza che egli ne ha. Questo significa che il soggetto è tutto tranne che libero dal mondo in due sensi diversi: (I) il mondo induce solamente esperienze che, nella relazione col soggetto, producono fenomeni; (II) il soggetto non crea le sue categorie né il senso interno ed esterno, ovvero egli non può vedere il mondo diverso da quello che è, perché è interamente determinato dalle sue stesse regole che sono, per altro, immodificabili. Quello che il soggetto può fare è crearsi delle idee, sulla base della ragione e dell’immaginazione, che non hanno alcun riferimento con l’esperienza (realtà) indotta dal mondo. Quindi, Kant è tutt’altro che un idealista perché non ritiene che il soggetto sia creatore di niente, né delle sue categorie né del mondo e tantomeno della ragione. Tuttavia, egli concede, il soggetto può certamente credere nel falso nella misura in cui egli lascia andare a briglia sciolta immaginazione e ragione per creare idee che non hanno alcun riferimento con la realtà. Ora, questo è proprio il motivo paradossale per cui Kant scrisse la Critica della ragione. Perché paradossale? Perché, come vedremo nell’ultimo paragrafo, questa mancanza di ’adesione alla realtà’ per volare oltre le soglie del noto per l’ignoto assoluto è qualcosa di negativo ed essenziale allo stesso tempo per il soggetto razionale finito. Questo è il pregio e difetto della metafisica, l’indagine di ciò che è in sé e non può essere conosciuto per sé e per mezzo di null’altro, con buona pace di Baruch Spinoza e dei razionalisti classici del periodo moderno.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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