Press "Enter" to skip to content

11. La ragione e i suoi limiti e scopi

Vuoi leggere l’intero articolo? Vai qui!

Scopri i libri della collana di Scuola Filosofica!


…la filosofia dal suo autentico scopo, che consiste nel mettere in chiaro le illusioni di una ragione ignara dei propri limiti, e nel ricondurre con un’adeguata chiarificazione dei nostri concetti, la superbia della speculazione a una modesta ma consistente conoscenza di sé.

Immanuel Kant

Pur essendo la prima critica una “critica della ragione” (epistemologica), per il momento la ragione non fa la sua comparsa da nessuna parte. Questo è motivato dalla peculiare natura della conoscenza umana, almeno secondo Kant. La conoscenza, espressa sottoforma di giudizio, è molto più legata alle nozioni di spazio-tempo e intelletto di quanto non lo sia alla ragione. Anzi, come abbiamo cercato di mostrare, la conoscenza è materia dell’intelletto in combinazione con i sensi e le relative intuizioni fornite dal senso interno (tempo) ed esterno (spazio). Per conoscere i fatti, per ottenere la conoscenza nei termini della contemporanea filosofia analitica, non c’è bisogno d’altro che di sensi, intelletto e dati di senso. Senza entrare nel merito, come ho cercato di mostrare in altro loco, l’epistemologia kantiana può essere divisa in due progetti: il progetto normativo e il progetto descrittivo. Il primo è il tentativo di fornire una serie di principi attraverso cui fondare il giudizio e pervenire a conoscenza. Il secondo, invece, è l’operazione di ricostruzione razionale di come la conoscenza sia possibile. Questo secondo progetto è investigato nella prima critica e, a mio giudizio, è compatibile con alcune versioni di affidabilismo o, almeno, di esternismo ovvero l’idea generale che le condizioni di conoscenza non sono tutte interne al soggetto e che esse dipendano dalla relazione che il soggetto intrattiene con il mondo. In questo senso, allora, la ragione sembra essere superflua, tanto che anche nelle attuali teorie epistemologiche esterniste essa è ridotta esclusivamente al ‘ragionamento inferenziale’, così detto. Ma la ragione gioca un ruolo di primo piano nella teoria kantiana.

Kant era cresciuto all’interno del framework razionalista (Wolff e Leibniz) prima di “svegliarsi dai sonni della metafisica” grazie a David Hume (di cui lesse solamente parti non molto estese del suo Trattato sulla natura umana, il capolavoro humeano). È solo dalla combinazione delle due posizioni che si può comprendere la posizione kantiana che, in questo caso, si può comprendere alla luce della seguente domanda: ‘Se la conoscenza dei fatti è principalmente fondata sui dati di senso elaborati dell’intelletto, allora quale è il ruolo della ragione, se ne ha uno?’ Curiosamente, la risposta è sia positiva che negativa. Partiamo dalla risposta negativa.

La ragione non gioca alcun ruolo nella conoscenza dei fatti. Infatti, essa è sostanzialmente vuota: “Tali facoltà prendono il nome di intelletto e ragione; particolarmente la seconda risulta specificamente e preminentemente distinta da qualsiasi potere empiricamente condizionato, poiché tratta i propri oggetti esclusivamente in base a idee, determinando sul loro fondamento l’intelletto, che procede poi all’uso empirico dei suoi concetti (certamente puri)”.[1] Dunque, la ragione non ha nulla di empirico e, dunque, non è in grado di conoscere (da sola) il mondo. E allora cosa può fare? Per rispondere a questa domanda ci muoviamo nel paragrafo successivo.

 

Lo scopo della ragione

Prima di tutto, cerchiamo di fissare nella mente l’obiettivo supremo finale della ragione, ovvero la conseguenza della sua capacità: la scienza. L’intelletto non è sufficiente a fondare la scienza. Infatti, anche se Kant non parla di memoria, egli è chiaro nel fatto che l’intelletto, che ordina i dati di senso secondo i suoi principi (le categorie), non è capace di oltrepassare i limiti dell’esperienza immediata dei dati di senso. Neppure la ragione dovrebbe oltrepassare i limiti di una “qualche esperienza possibile” ma può farlo. Questo perché la ragione tende ad oltrepassare i limiti dell’esperienza per estendere questa esperienza al di là dei suoi stessi confini. Ad esempio, ciò che noi possiamo dire di sapere di esistere in una stella dall’altra parte dell’universo, una stella che non abbiamo mai osservato direttamente, è derivato dalla nostra capacità di estendere ciò che noi sappiamo di altre stelle. Per induzione, operazione della ragione che estende pochi casi ad ogni possibile per generalizzazione (e coerenza interna), ci formiamo delle idee sulla natura di quella stella che non abbiamo (ancora) mai osservato. Se il giudizio soggettivo (perché dipendente da un soggetto) è anche oggettivo, allora si tratta di un giudizio sintetico a priori che la ragione effettivamente consente.

Se Kant fosse stato un neuroscienziato cognitivo, egli avrebbe cercato pazienti con trauma cranici per verificare se la perdita della ragione consegua anche nella perdita della capacità di conoscere fatti puntiformi tramite l’uso dell’intelletto. Probabilmente, egli aveva visto correttamente che la perdita della ragione non consegue alla decisiva e finale possibilità di conoscere i fatti. Ma senza ragione non possiamo avere teorie generali, pur limitate, del mondo. Quindi un’asserzione come ‘Tutte le cucine hanno dei fornelli capaci di riscaldare il cibo’ ha il quantificatore universale ‘tutte’ (categoria della totalità) che ha la funzione (per la ragione) di estendere pochi casi a ogni caso possibile. Questo è possibile solo perché la ragione prende i risultati dell’intelletto ‘Le cucine x, y z hanno dei fornelli capaci di riscaldare il cibo’ e li estende ad ogni possibile caso. Questo è ciò che consente la formulazione della scienza, laddove essa è fondata su dati di senso che vengono compattati e ordinati dall’intelletto ma poi estesi ben oltre il singolo caso. Infatti, senza l’operazione della ragione, si rimarrebbe semplicemente al singolo caso: “Questa cucina x ha i fornelli”, “Questa cucina y ha i fornelli” etc. senza mai pervenire alla regola generale secondo cui ogni cucina è fatta in un certo modo. Quindi, la ragione è fondamentale per la costituzione di una visione del mondo che non sia vincolata al puntuale dato dell’intelletto (forse questo esempio non è perfetto perché il ‘tutte’ è soprattutto il risultato della categoria della totalità, ma l’esempio, pur imperfetto, fa capire bene il punto: un progetto di una cucina è formulabile solo ed esclusivamente dalla ragione).

Questo non è secondario: non si potrebbe vivere senza questa capacità della ragione o, perlomeno, non si potrebbe vivere come effettivamente viviamo. Ad esempio, per costruire una casa abbiamo bisogno di un progetto la cui qualità è necessariamente fondata su una generalizzazione di conoscenze specifiche (i materiali, le loro caratteristiche, la forma etc.). Un progetto è un’estensione delle conoscenze specifiche dell’intelletto, che offrono la sostanza ma non la forma generale, impensabili senza diverse operazioni della ragione: estensione ed imposizione di coerenza alle conoscenze. Questo ha come conclusione che la ragione ha una potenza notevole sulla possibilità di ordinare ulteriormente le conoscenze dell’intelletto. Infatti, il principio di coerentizzazione, se così lo vogliamo chiamare, non è semplicemente la capacità della ragione di escludere contraddizioni interne al suo sistema di credenze, ma è anche la sua naturale tendenza di ridurre una molteplicità di conoscenze a pochi principi. Questa caratteristica è fondamentale per la scienza, laddove essa esprime in pochissimi principi le condizioni di ogni movimento possibile per unità di massa inerziale. Questo è notevole, a pensarci. Ovvero, come nell’esempio della cucina, la ragione tende ad esprimere un principio generale all’interno del quale si riconduce una vasta gamma di possibilità, possibilità qui intese come conoscenze possibili dell’intelletto: “Risulta dunque chiaro che la ragione, nell’inferire, mira a ricondurre la grande molteplicità della conoscenza intellettuale al minor numero possibile di principi (condizioni universali), realizzando in tal modo la suprema unità della conoscenza”.[1] Così, lo scopo nobile e fondamentale della ragione, ovvero ciò che effettivamente riesce ad ottenere, secondo Kant, è la somma unità sistematica della conoscenza. Vale la pena di riportare un passaggio degno di immortalità come tanto del pensiero del filosofo di Königsberg:

L’unità compiuta e finale è la perfezione (presa in senso assoluto). Se non la troviamo nell’essenza delle cose, che costituiscono l’intero oggetto dell’esperienza, ossia di ogni nostra conoscenza valida oggettivamente, quindi nelle leggi universali e necessarie della natura, come potremo inferirne direttamente l’idea della suprema perfezione e della assoluta necessità d’un essere originario, che costituisca la sorgente di ogni causalità? La somma unità sistematica, quindi anche l’unità finale, costituiscono la scuola, ed anche il principio fondamentale, delle possibilità dell’uso massimo della ragione umana. L’idea di questa unità è perciò inscindibilmente legata all’essenza della nostra ragione. Di conseguenza, questa idea è per noi legislatrice e risulta del tutto naturale l’ammissione d’una ragione legislatrice (…) ad essa corrispondente, dalla quale, in quanto oggetto della nostra ragione, deve essere desunta l’unità sistematica della natura.[2]

Estensione, coerenza, e categorizzazione del sapere, questi i tre dei quattro grandi poteri della ragione. Ma c’è un altro aspetto da considerare.

Un’altra caratteristica della ragione è quella di tentare di formulare in anticipo condizioni di un’esperienza possibile, poi da verificarsi con l’uso dell’intelletto. Ovvero, quando diciamo “Le chiavi le ho perse a casa. Le troverò probabilmente sul pavimento” stiamo formulando una condizione ipotetica sulla base delle nostre conoscenze che vengono rielaborate dalla ragione per formulare una conoscenza possibile da parte dell’intelletto. È l’intelletto che verificherà, poi, se le chiavi sono o non sono sul pavimento. Però il postulato della condizione di esperienza possibile è dato dalla ragione che impiega le conoscenze intellettuali pregresse per formulare una condizione da verificare in seconda istanza. Questo è un’operazione fondamentale, se pensiamo a quanto sosteneva Karl Popper circa il fatto che la scienza funziona nella misura è in grado di definire cosa andare a cercare, ovvero tutto dipende dalla capacità di formulare delle buone research question. Questa è un’altra fondamentale capacità della ragione. E questo ci porta al secondo paragrafo succinto di questa sezione, ovvero la nozione di potenza della ragione.


[1] Ivi., Cit., p. 308.

[2] Ivi., Cit., p. 539.

[1] Ivi., Cit., p. 449, enfasi aggiunta.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *