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Antonio e Cleopatra – William Shakespeare

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Antonio e Cleopatra è una tragedia di William Shakespeare. Insieme al Giulio Cesare e al Coriolano, Antonio e Cleopatra fa parte del ciclo storico, ambientato nell’antica Roma. Sappiamo per certo che Shakespeare si documentò per scrivere queste tragedie, in particolare lesse le Vite di Plutarco. Detto questo, Shakespeare concede anacronismi e rivisitazioni dei personaggi storici in modo personale, sicché il tasso storico e la verosimiglianza di queste tragedie non è di per sé particolarmente alto, da punto di vista storico. Ma questo, naturalmente, rientra nelle legittimità di un autore prima di tutto interessato all’arte letteraria.

Se l’Otello è la tragedia dell’invidia e della gelosia, se il Re Lear è la tragedia del tradimento generazionale, se il Coriolano è la tragedia dell’ira, l’Antonio e Cleopatra è la tragedia della sensualità e, propriamente, del tradimento del sesso. Mentre nel Giulio Cesare e, parzialmente, nel Coriolano la tragedia si gioca a livello storico-politico, nell’Antonio e Cleopatra il tema dominante è, ancora una volta, individuale. In tanti scritti abbiamo avuto modo di mostrare il fatto che Shakespeare predilige l’aspetto intimistico, individuale e psicologico ad ogni altro genere di tema. In tutte le sue tragedie il tema non è “la Storia” ma “l’Individuo”, i suoi problemi, i suoi rivolgimenti interiori. Il Macbeth è, in questo senso, esemplare: il risultato politico (il sotterfugio di Macbeth per la conquista del potere totale) è il termine di un processo di sobillazione interiore da parte di Lady Macbeth sul marito. Ma se nel Giulio Cesare Shakespeare arriva a considerare temi di portata universale (la Libertà contro la Tirannide), arrivando così quasi a rivalutare in senso positivo la figura di Bruto, nell’Antonio e Cleopatra il tema ritorna ad essere l’Individuo.

Che il tema sia il sesso, nella sua accezione brutale-bestiale e irriflessa, è mostrato dal fatto che Antonio, un uomo di più grandi qualità militari di Ottaviano, perde la guerra e viene dominato da Cleopatra. Antonio ci viene presentato come un uomo prono ai divertimenti, al gusto della tavola e all’amore carnale per Cleopatra, la quale non risparmia Antonio di tutti gli stratagemmi del mondo femminile: gli priva l’approvazione quando Antonio la desidera, gli dimostra indifferenza quando Antonio vorrebbe partecipazione, gli instilla il dubbio di non essere importante per la sua vita quando Antonio vorrebbe essere “l’unico”. Cleopatra minaccia Antonio continuamente, gli paventa la possibilità della cessazione della loro relazione, ma poi gli accorda il suo affetto nel talamo (infiniti i richiami fallici o erotici nel lessico). Smentisce la sua parola di continuo, lo umilia e lo costringe a seguire i meandri tortuosi di una donna che ama il suo uomo, ma lo mette continuamente alla prova. La pazienza di Antonio e la sua abnegazione vengono, però, puntualmente ripagate sessualmente. Da qui l’idea che la tragedia si giochi proprio sul fatto che il sesso possa trasformarsi facilmente da vincolo amorevole a vincolo di morte.

Sesso e morte, come sappiamo bene, sono i due estremi in continua tensione vicendevole. E questo viene ben mostrato durante tutta la tragedia. Antonio disattenderà il suo dovere verso lo Stato romano, lascerà il proprio esercito nell’incertezza, disonorerà sua moglie, Ottavia, per ritornare da Cleopatra, non appena possibile. Farà di tutto per perdere la guerra con Ottaviano, il quale riuscirà a battere Antonio, nonostante una prima sconfitta e nonostante Antonio fosse stato il braccio destro del più valente comandante della storia, Giulio Cesare. Antonio, però, è stretto dall’angoscia di un vincolo amoroso totalizzante. Non può fare a meno di ritornare continuamente da Cleopatra, la quale lo spinge all’ansia della perdita di continuo. Che questa sia una strategia consapevole da parte della regina d’Egitto è dimostrato da un dialogo che Cleopatra intrattiene con una serva. Costei le dice che sta tirando troppo la corda con Antonio e Cleopatra risponde che quello è il metodo giusto per tenerlo avvinghiato a lei.

Se fosse nata come una storia di puro sesso, come si direbbe falsamente oggi, non è chiaro, anche se sembra lecito pensarlo. Potrebbe essere che Antonio inizialmente si fosse lasciato prendere solo da ragioni prettamente sensuali. Il risultato, però, è la classica situazione in cui il pane si lascia prendere grazie al salame: Cleopatra avvinghia a se stessa Antonio grazie al fatto che Antonio inizia a gradire la sua persona tramite il suo corpo. In altre parole, sembra il classico caso in cui l’uomo si lascia invischiare in una relazione amorosa molto pericolosa proprio grazie ad un gradimento sensuale iniziale, utilizzato come amo per attirare una preda importante.

Questo sembra tutto a scapito di Antonio, sembra che il prezzo che l’uomo paghi al sesso sia unilaterale, ma Shakespeare è troppo grande per non mostrare anche l’altra parte del letto. Vale a dire il prezzo che pagherà Cleopatra. Cleopatra, infatti, si innamora perdutamente di Antonio, pur privando Antonio della sicurezza che lei lo sia oltre al puro aspetto sensuale. Cleopatra non solo minaccia Antonio, non solo gli rinfaccia continuamente un presunto futuro tradimento di lei, senza alcuna ragione, ma gli impone continue verifiche della sua pazienza. Tuttavia, proprio per queste ragioni è Cleopatra stessa a finire invischiata dal suo stesso gioco. Lei che elargisce il suo potere di dare e di togliere, lei che dispone della decisione ultima di accordare piacere, rifinisce all’interno della stessa logica, vincolandosi ad un uomo che non ha futuro e che determinerà anche la fine del suo. Lei lo sa, ma è già troppo invischiata dal tirare e mollare la corda per poter rescindere il vincolo sensuale. Perché è questo il tema di tutta la tragedia: un continuo minacciare che è il sintomo stesso dell’inefficacia della minaccia, se solo fosse messa veramente alla prova. Questo lo sa bene il lettore smaliziato dalle vicende della vita, ma non lo sa Antonio, che vive il proprio punto di vista in prima persona, incapace di comprendere di essere parte di un gioco a due in cui l’altra parte è invischiata almeno quanto lui.

Il risultato, dunque, è che all’arrivare del destino alla porta dei due amanti, il futuro di entrambi è segnato. La morte attende coloro i quali si sono abbandonati alla pura sessualità. Questo sembra lasciare intendere Shakespeare. Perché essi sono disposti a tutto, compresa la morte, pur di non terminare la loro relazione, così profondamente improntata dalla perdizione puramente sensuale-sessuale. La morte è il correlato della perdizione di un rapporto fondato esclusivamente sul sesso, quasi a mostrare che i piaceri della carne sono anche la cagione della morte psicologica, dell’abbandono di ogni forma di ragione. In effetti, si tratta di una delle poche tragedie del bardo di Avon in cui il sesso gioca così tanta importanza (si faccia caso a quanto Amleto disprezzi l’amore offertogli dalla sua Ofelia; al fatto che i Macbeth siano sterili etc.), almeno in questo senso profondamente negativo, diremmo nichilista ante litteram. Infatti, non ci può essere speranza alcuna per Antonio e Cleopatra, proprio perché due amanti che hanno lasciato alle spalle tutto il mondo. Ma il mondo non si ferma per il loro amore, un amore degenere perché totalmente chiuso in se stesso e, si badi, privo di sviluppo. Tutto il loro amore è sessuale, li costringe continuamente ad una relazione talmente infruttuosa da essere autodegenerativa.

Questa è la mia interpretazione, vale a dire quello che a me piace vedere nella tragedia. Ma ci può essere anche un’altra possibile lettura. Vale a dire quella di un romanticismo, anch’esso ante litteram, che vorrebbe Antonio e Cleopatra come due estremi di un unico rapporto che non può durare proprio perché assoluto. Antonio e Cleopatra si rincorrono continuamente per tangersi nel talamo e scindersi al di fuori. Una cosa sola. Due cose distinte. Per un’unione intensa e meravigliosa ma, alla fine, impossibile. Non è un caso, dunque, che la tensione si giochi tra un nichilismo e un romanticismo ante litteram (l’uno la conseguenza logica dell’altro).

Infatti, il romanticismo senza sentimento è nichilismo. Ed è questa l’eterna lotta del genere umano sul sesso: il sesso può essere solo una frizione di corpi piacevole e mortale, ma può anche essere il mezzo per raggiungere l’amore assoluto che, in quanto assoluto, può essere intuito ma non esaurito. Sicché è il sesso ad essere, in ultima analisi, ambiguo perché da un lato sembra portatore di grandi promesse e, dall’altro, sembra che le stesse promesse siano irraggiungibili proprio attraverso il sesso. Questa duplicità interpretativa di questo capolavoro shakespeariano mostra la grandezza stessa della tragedia del sesso, così importante e così periglioso allo stesso tempo. Il sesso, che è uno dei temi destinati a rimanere sempre incompiuti, dubbi e oggetto di una comprensione inesauribile da parte di una specie che non può accontentarsi della bestialità. Perché, appunto, l’uomo ha il problema di essere una bestia. Ma non solo.


William Shakespeare

Antonio e Cleopatra


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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