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Romeo e Giulietta – William Shakespeare

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Romeo e Giulietta è una delle prime tragedie di Shakespeare e anche, probabilmente, la più celebre, nonché la più travisata. Non varrebbe neppure la pena di riportare la trama, tanto è la sua notorietà. Ma alcuni cenni ad essa saranno indispensabili.

La tragedia è inscenata in Verona. Due famiglie rivali si odiano, i Capuleti e i Montecchi, e i loro membri trovano infiniti modi per infamarsi o infastidirsi. Casualmente Romeo si innamora di Giulietta e resiste alle tentazioni delle altre, nonostante gli espliciti tentativi degli amici, preoccupati delle possibili derive suicide di un simile amore. Giulietta ha tredici-quattordici anni, il che rende, al lettore contemporaneo, piuttosto indigesti certi passaggi. In particolare quando la madre di Giulietta le spiega come stanno le cose e l’urgenza e l’importanza del matrimonio (Giulietta ha tutte le amiche ammogliate e lei deve muoversi, se non vuole sciupare il tempo inutilmente): questo fa capire, naturalmente, che la mortalità era alta e che l’aspettativa di vita imponeva l’urgenza del matrimonio. Romeo, invece, è un giovane scapolo che si innamora di ogni donna che vede. Questo è testimoniato sia dallo scetticismo iniziale della balia di Giulietta, più materna della madre, e anche dagli amici di Romeo che implicitamente ed esplicitamente gli consigliano di trovarsene un’altra. Tanto non gli sarà difficile, nella vasta gamma di alternative che Romeo ben conosce.

Tuttavia, per i misteriosi arcani e reconditi labirinti della psiche umana, Romeo resiste alle tentazioni e Giulietta anche. I genitori, infatti, la vogliono accasare con un buon partito, ovviamente odiato e rinnegato dalla giovane. I due giovani si sposano in segreto, aiutati da un frate. Ma Romeo finisce per uccidere il cugino di Giulietta, sicché è costretto a lasciare la città e sola la moglie. Nessuno sa del matrimonio, eccetto il frate. La giovane coppia si rivolge a lui per trovare il modo di ricongiungersi e il buon uomo trova uno stratagemma: fa bere un potente sonnifero a Giulietta, la quale sembra morta, dimodoché la sua famiglia la crede tale. Una volta sepolta, Giulietta sarebbe stata portata a Mantova, dove Romeo risiedeva. Il frate manda una missiva a Romeo per fargli sapere del piano, ma per uno sfortunato caso del destino, la lettera non arriva. La famiglia crede davvero morta Giulietta e Romeo viene a saperlo, credendola morta anch’egli. Il risultato è che prima Romeo si toglie la vita e poi anche Giulietta, incapace di sopravvivere anche solo concettualmente alla morte del congiunto. Le due famiglie si riconcilieranno, unite dal dolore della scomparsa dei due figli.

Romeo e Giulietta è la testimonianza sovrana di come l’amore, qualsiasi cosa significhi, ha un’importanza talmente grande nell’economia dei sentimenti umani, sublimati nella letteratura, tale da riuscire a rendere immortali opere di secondo rilievo. Infatti, Romeo e Giulietta è la tragedia di Shakespeare più concentrata nella trama che nella costruzione dei personaggi, invero piuttosto piani e privi di spessore. Questo a differenza, ad esempio, della tragedia speculare, cioè Antonio e Cleopatra dove, di nuovo, è l’amore/sesso che gioca il ruolo principale della tragedia, cioè una relazione. In Romeo e Giulietta si trova, invece, l’amore come promessa del sesso, non ancora conosciuto ma ampiamente desiderato. Va notata, comunque, l’asimmetria: per Giulietta il sesso costituisce la liberazione dalla solitudine sessuale e sentimentale, mentre per Romeo esso si configura come l’ottenimento di uno scopo parzialmente fine a se stesso. Per Romeo Giulietta è la prescelta tra le tante, ma comunque non l’unica (come già visto). Per Giulietta, invece, Romeo era uno tra i tanti prima della scelta matrimoniale ma poi è “l’unico”, il “signore e padrone” (la parola “lord” è usata esplicitamente nel testo).

Altra caratteristica dell’amore in Romeo e Giulietta è la sua ambiguità. Mentre in Antonio e Cleopatra esso è principalmente sesso fatto anche con altri mezzi (ma soprattutto attività sensuale e sessuale), in Romeo e Giulietta, invece, è sempre principalmente amore fatto con altri mezzi, ma con in più l’esplicita frustrazione. In poche parole, sembra che il tema dominante dell’amore umano sia, in Romeo e Giulietta, sempre il sesso anche se non consumato. Il sentimentalismo nasconde il sesso, perché la coppia non può copulare e quindi “ci ragiona”: sospiri, lamenti e monologhi non sono nient’altro che la voce del passero solitario, ma niente di più. Niente lascia intendere che le cose stiano diversamente ed infatti in questa tragedia non emerge mai il puro sentimentalismo, ma si tratta di un amore potentemente carnale. Non c’è, dunque, alcun innalzamento come nello Stil Novo italiano, ovvero non c’è alcuna redenzione dell’animo attraverso l’amore fisico, umano. Giulietta è impensabile come equivalente e parallelo di Beatrice per il suo Romeo. Niente di più lontano perché Giulietta è prima di tutto un corpo da possedere (per Romeo) o da concedere (per Giulietta), ma non un mezzo per giungere all’elevazione dello spirito per qualche remota landa che, di sicuro, ha chiara Dante e pochi altri. Sicché Romeo e Giulietta è la tragedia della disgiunzione, della frustrazione, del desiderio impiacentito.

Frustrazione che, infatti, rende universale la tragedia, ovvero la presenza dell’ostacolo più paradossale: si desidera qualcosa e si viene ricambiati eppure non c’è alcuna soddisfazione. Sia chiaro che il paradosso si potrebbe avere anche a condizione che i due poi fossero riusciti ad incontrarsi, come accade nell’Antonio e Cleopatra. In poche parole, l’amore assume in Shakespeare toni squisitamente sensibili e privi di elementi salvifici, sicché ha tonalità vagamente o potentemente castranti. Sicché diventa il regno di una frustrazione, emotivamente molto densa, ma pur sempre tale. Ma pensiamo anche all’Amleto: anche qui l’amore si configura come permanente frustrazione, infatti Amleto rifiuta Ofelia, nonostante sembra amarla, e lei impazzisce. In Macbeth l’amore è la causa ultima del regicidio, laddove Macbeth accondiscende alla moglie principalmente per amore (così pare, anche se l’analisi richiederebbe più spazio, sia consentita tale stringatezza), il cui unico risultato è la morte di entrambi. In Coriolano il protagonista ama più la madre che la consorte, sostanzialmente priva di importanza. In Re Lear l’amore coniugale è solo lo strumento di arricchimento mentre quello sensuale conduce al dissidio mortale. Quindi, se l’amore c’è, è sempre sesso fatto anche con altri mezzi anche quando solo oggetto di promessa; ma principalmente sesso o frustrazione, o entrambe le cose… mentre se l’amore non c’è, allora di nuovo si rimane insoddisfatti o castrati, a seconda dei casi. Quindi frustrati. Si può dunque concludere che in Shakespeare l’amore sia sostanzialmente una causa di male, non sembra esserci salvezza da esso o in esso. Nelle commedie l’amore ritorna come movente e, ovviamente, come desiderio poi soddisfatto. Ma in ultima analisi, anche lì, è oggetto di felicità solo relativamente, visto il prezzo che si paga per esso. Esempio chiaro, in ciò, è il Mercante di Venezia. E comunque sempre si tratta di amore sensuale.

Sicché l’amore non è univoco, non è a una sola faccia e non è unilaterale. Ad ogni modo, va notato come non si declini in modo così articolato, come invece avrebbe potuto essere. La tragedia, quindi, si snoda principalmente su una relazione bramata e frustrata. E sembra che tale elemento di frustrazione non sia solamente l’oggetto della tragedia, ma anche il tratto vincente di essa: due amanti si vogliono ma non si raggiungono. Si nota un romanticismo ante litteram ma addirittura un decadentismo ante litteram, perché la sensualità distrugge la psiche dei due personaggi fino a fargli compiere atti inconsulti o giungere alla morte. Ma Shakespeare non era né romantico né decadente ed era principalmente un razionalista, almeno a mio giudizio.

Questo tratto si può ritrovare proprio dal razionalismo di contrasto presente anche in questa tragedia. L’amore è concepito nella sua pura essenza sensuale, giacché la ragione non sembra riconoscere in esso nient’altro che una unione sensibile tra corpi. Unione sensibile tra corpi che è frustrante sia quando è ottenuta (Antonio e Cleopatra) sia quando è impossibile (Romeo e Giulietta). Infatti, come si notava, il Romeo e Giulietta è sorprendentemente una tragedia fredda, poco empatica e che suscita ben poca compassione nei confronti della coppia e ben poca irritazione nei confronti delle famiglie rivali, pur così legate dal reciproco odio. Non si rimane coinvolti perché il sesso coinvolge principalmente soltanto chi lo fa. Ovvero le due persone nell’atto. Ma poi nient’altro. Perché l’amore come sesso fatto con altri mezzi è privo di interesse per gli altri. Infatti, un sentimento così concreto e particolare può essere vissuto soltanto in prima persona verso un oggetto concreto. Si tratta di un’emozione specifica, che nasce da un atto che si fa da sé. Un sentimento, diciamo, più universale è, invece, tipicamente privo di un oggetto specifico. Quindi tutti possiamo essere empatici rispetto ad “un uomo che ama la moglie” ovvero un “amare (x,y)” proprio perché al posto di “x” potremmo infondo starci noi. Così non è per il sesso perché, per una semplice legge naturale, non ci può essere che un maschio per volta… e quindi il sesso è eminentemente una relazione tra due specifici elementi, in un tempo e spazio estremamente specifico. Il sesso è importante per chi lo fa. L’amore non necessariamente. Ma per Shakespeare quest’ultimo sentimento è solo l’illusione di chi non può fare altro… e quindi “ci ragiona”.

In conclusione, dunque, il Romeo e Giulietta è una tragedia ben poco conosciuta nella sua realtà e le leggende sopravanzano di gran lunga la sua consistenza. Riletture, ripensamenti, interpretazioni neo-romantiche ne hanno dissolto l’alto valore razionalistico, che non vede amore, ma solo sesso. Il razionalismo di Shakespeare, dunque, si mostra ancora una volta in questa che è la sua tragedia più conosciuta e anche più oggetto di mistificazione. Infondo, la cosa ci stupisce poi così tanto?

William Shakespeare

Romeo e Giulietta

Feltrinelli

Pagine: 207.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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