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Mese: Agosto 2026

VENERE IN CORNICE – Il glamour del carrello monospalla / The glamour of an one shoulder cart

Cormac McCarthy ci descrive la distopia d’una società apocalittica in cui si rimane in possesso unicamente d’un carrello della spesa, e per strada. Il consumismo non ci abitua mai al peggio, ossia all’inedia. Né da quello dovrebbe ricominciare la civiltà, forse. Anastasia ha posato per una fotografia unicamente al bianconero. Lei è stata inquadrata sulla sedia, dal modello classicamente spartano. Nello sguardo, noi tendiamo a percepire una fierezza mista alla malinconia. C’è l’abbandono delle mani, col contraltare della cintura dove gli oblò potrebbero ondeggiare verso una riva lontana. Noi immaginiamo una configurazione a “carrello della spesa” per il top monospalla. Anastasia cavalca la sedia in modo innaturale, quasi “consumandola”. Esteticamente, la fotografia si percepisce all’esistenzialismo del bohemien. Le gambe sarebbero state tagliate lasciando un lembo di pelle come rotella, per un carrello rispetto alla sedia.

Cormac McCarthy describes for us the dystopia of an apocalyptic society where we remain in possession only of a shopping cart, and on the road. The consumerism never gets us used for the worst, namely to the starvation. Neither from that a civilization should restart, maybe. Anastasia posed for a photography only in black and white. She was framed in the chair, with a model classically spartan. In the gaze, we tend to perceive a pride mixed with a melancholy. There is the abandonment of the hands, with the counterbalance of a belt where the portholes could ripple into a distant shore. We imagine a configuration as “shopping cart” for the one shoulder top. Anastasia rides the chair in unnatural way, almost “consuming” it. Aesthetically, the photography is perceived at the existentialism of the Bohemian. The legs would have been cut leaving a flap of skin as small wheel, for a cart compared to a chair.

La “Madre Terra” rimbomba al tamburo d’uno stendibiancheria per i petroglifi

A Venezia, per la Biennale 2026, presso la sezione dell’Arsenale si possono vedere gli allestimenti in tessuto di Tabita Rezaire, nata a Parigi anche se residente nella Guyana francese. Quasi pare che il tradizionale culto per la Madre Terra rimbombi al tamburo d’uno “stendibiancheria” per i petroglifi. Si tratta di far resuscitare addirittura le rocce, cosicché i fossili si concentreranno sulla plasticità delle ossa, per inseguire l’orizzonte emergente. A Venezia gli allestimenti sono stati accompagnati da una didascalia, a cura di Alexis Pauline Gumbs.

Tabita Rezaire opta per un tessuto tinto di indaco. La sera lucida il cielo sereno tramite il fragore ammortizzato delle stelle. Spiritualmente, l’ascensione fossilizza il terremoto (in cui si perde la stabilità). La Guyana francese in passato fu sfruttata pure per la colonia penale. Nei pannelli per l’installazione che si chiama Omo Elu, appare il disegno per la dea Yemoja. Lei nella mitologia del popolo Yoruba governa l’acqua. L’indaco, ricavabile da piante che crescono nella Guyana francese, si percepiva “abissale” nello sfruttamento voluto dai colonialisti d’oltreoceano. Un secondo allestimento, dal titolo Mother Trinity, schiaccerebbe il tamburo attraverso il disco. Ad un antropologo interessa il “manifesto” d’una cultura, all’interno delle diverse epoche; così la teca sigillata dell’archeologo sarà dibattuta sul “panno” della ritualità. L’allestimento dal titolo Mother Trinity non si limita a citare il tondo rinascimentale. C’è da preservare l’archetipo del tronco, dove gli anelli si sbattono per ipnotizzare. Il rituale si tramanda pedagogicamente, in una cultura. La Guyana francese ha una grande densità di foresta tropicale, dove è perfino straordinaria la biodiversità. Esiste il “tamburo” per la stagione delle piogge. L’antichissimo Massiccio della Guyana ha lo “stendibiancheria” del tepui, dove la forma del tavolo dà l’ascensione a quella della grotta coi petroglifi.

Chissà quanto ai bruchi per le stalagmiti si concede di rifarsi una vita

A Venezia, per la Biennale d’Arte 2026, è visitabile il Padiglione Nazionale di El Salvador, avente le sculture di José Oscar Molina, e presso il Palazzo Mora. Esteticamente, gli interessa uno snodo per la mente oltre ogni tensione del corpo. La mostra, che s’intitola Cartographies of the displaced, è stata curata da Alejandra Cabezas. La società contemporanea si trasforma grazie alle migrazioni. Questo comporta una dissoluzione dei confini politici. El Salvador rientra in un corridoio geografico, fra le due Americhe. L’uomo odierno appare costantemente “sradicato” all’incertezza degli spostamenti. C’è lo stress per quei progetti di vita che faticano a realizzarsi. Allora si reagirà per flessibilità, con la riqualificazione dell’ambizione? Le sculture di Molina hanno teste che “spuntano come spore di funghi”, in cima a colonne di “bruchi per stalagmiti”. E’ arduo mappare una grotta: più diramazioni potrebbero restringersi. La farfalla libra casualmente, senza avere una meta fissa. In una grotta, il campo elettromagnetico per la telefonia salta: le antenne si faranno “sballottare”, fra le rocce. La stalagmite è di snodo per il ristagno. La preoccupazione per il disorientamento si previene dal filo di Arianna: e non solo mitologicamente! Ma quanto al “bruco” sarà concesso di potersi rifare una vita, in un simbolismo per la politica?