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Virtue Epistemology

1. Introduzione

La Virtue Epistemology (VE) è una branca dell’epistemologia analitica che abbraccia vari ambiti della teoria della conoscenza (teoria della giustificazione, definizione di conoscenza). L’idea comune a tutte le posizioni di VE è che l’Epistemologia sia una ricerca normativa di tipo individualistico tale che la conoscenza scaturisca dall’uso di particolari virtù epistemiche, virtù variamente identificate come un tratto tipico di un soggetto cognitivo umano. La differenziazione principale, nonché distintiva, è appunto la caratterizzazione dei vizi e delle virtù epistemiche. Si tratta, dunque, comunque di un approccio individuale alla teoria della conoscenza e non sociale, nonostante ci sia chi, come Kvanving [1992], ha cercato di proporre problematiche non propriamente di epistemologia individuale.

Se l’analisi della giustificazione epistemica in ambito analitico ha stimato centrali i problemi della definizione della terza condizione della conoscenza tripartita (la condizione della giustificazione) e della stessa conoscenza, l’approccio VE è più globale e richiama concetti quali la comprensione (understanding), la capacità di essere intellettualmente aperti (openness) e, in generale, a concetti che rivendicano un primato della conoscenza sulla sola credenza vera, come frutto di una virtù umana bene esercitata, primato concepito sulla base dell’idea che la conoscenza sia più importante della sola credenza vera: stabilire come e perché rappresenta il problema. Un altro problema tematico della VE è fornire una caratterizzazione del valore della conoscenza, per quanto non sia esclusivo della VE. I problemi classici dell’epistemologia sono considerati dall’approccio VE, sebbene con i termini e concetti della VE stessa.

I metodi e le posizioni dei filosofi che hanno trattato problemi di epistemologia nei termini di VE sono diversi, laddove, nel metodo, si nota una meno rigida attenzione all’apparato analitico epistemologico classico da parte di alcuni (ma non per tutti, e fatto comunque impensabile in altre trattazioni concettuali), mentre le posizioni mostrano come anche in una prospettiva di Virtue Epistemology si riproponga, in termini di VE, lo scontro tra internisti ed esternisti in merito alla fonte ultima della conoscenza e della giustificazione. Alcuni approcci VE, infatti, mirano ad inglobare interessanti tematiche connesse alla teoria della conoscenza, per quanto storicamente escluse o non pienamente considerate nel dibattito classico (per esempio Code [1987]).

2. Il nucleo di premesse comuni da cui partono gli epistemologi di VE

L’epistemologia è una ricerca normativa la quale ha come oggetto l’analisi di ciò che può esser definito come giustificato, conosciuto, evidente etc. In altri termini, la ricerca epistemologica, intesa in questo modo, è finalizzata alla definizione di norme per sancire ciò che può essere correttamente inteso come conosciuto. In questo senso, i filosofi di VE rifiutano un approccio radicalmente naturalizzato (almeno nelle versioni più estreme), come quello proposto da Quine [1969] almeno secondo alcune sue possibili interpretazioni (si veda Haak [2009] e sull’epistemologia naturalizzata Feldman [2001]) giacché un naturalismo così radicale esclude ogni ricerca normativa a favore dell’accettazione della scienza nelle sue varie declinazioni come unica indagine capace di porre risposte non controverse o accettabili in materia di conoscenza.

Gli epistemologi di VE escludono tale panorama di naturalismo radicale a favore di un’accettazione della ricerca normativa in epistemologia il che non esclude forme di naturalismo meno estremo (come il caso di Godlman [2009], il quale, comunque, non rientra che di traverso negli argomenti di VE e precisamente per quanto concerne la critica all’affidabilismo rispetto al problema del valore della conoscenza rispetto alla sola credenza vera, Goldman [2009]).

Anche nella VE l’obiettivo è quello di chiarire le nozioni fondamentali di conoscenza e giustificazione alla luce della conoscenza proposizionale.

Le proprietà epistemiche sono proprietà di individui, così che i vizi  e le virtù, intese come proprietà epistemiche, sono anch’esse proprietà di individui. In questo senso, l’impianto concettuale VE non solo rifiuta l’idea di un naturalismo radicale che espropri di legittimità ogni ricerca normativa, ma rivendica la centralità dell’individuo su ogni concezione epistemologica che coinvolga elementi superiori agli individui stessi, come i fattori sociali (ma sussistono, comunque, posizioni che difendono un approccio sociale, come vedremo sotto). Le proprietà epistemiche sono caratteristiche che promuovono l’ottimalità intellettuale nel loro esercizio.

L’insieme delle virtù può essere partizionato in modo da scindere due generi di proprietà epistemiche: le virtù di classe o di affidabilità, e le virtù di responsabilità. Le virtù di classe o di affidabilità sono quelle che attengono ai sistemi cognitivi dei soggetti, variamente definibili in termini di prestazioni affidabili (producono più credenze vere che false, cioè massimizzano la verità Goldman [1999, 2009]). Esempi di virtù di affidabilità sono i sistemi percettivi, il ragionamento inferenziale, la memoria.

Le virtù di responsabilità sono quelle che richiedono una partecipazione diretta delle facoltà intellettive del soggetto, tali che coinvolgano il soggetto dal punto di vista motivazionale o intenzionale e, per tanto, vengono definite come “di responsabilità”. Esempi di virtù epistemiche di responsabilità sono la capacità di comprensione, l’apertura mentale, il coraggio nell’esporre le proprie idee, l’assenza della caparbietà nel difendere concezioni sbagliate. Secondo alcuni filosofi (in particolare Goldman [2004]), le virtù epistemiche di classe o di affidabilità sono le virtù costitutive, grazie alle quali il soggetto perviene a conoscenza; secondo altri filosofi (in particolare Zagzebski [1996]) le virtù di responsabilità sono quelle che contraddistinguono la conoscenza, rispetto ad un livello inferiore di sola credenza giustificata e non di conoscenza, giacché le persone arrivano alla conoscenza solo a partire da un’attività consapevole. Alcuni responsabilisti (come Jason Baehr) pensano alle virtù epistemiche di responsabilità senza considerale parte di un più ampio insieme di virtù morali (situandosi così nel versante più classico della trattazione dei problemi epistemologici), Linda Zagzebski ritiene, invece, che sia più corretto considerare le virtù epistemiche come sottoinsieme della più ampia categoria di virtù morali. In fine, c’è anche chi cerca di armonizzare i due generi distinti di virtù (in una certa misura Sosa [1991] e soprattutto Greco [2001]).

In fine, l’ultima assunzione comune a tutti i filosofi VE è che se un individuo possiede una virtù H allora egli non possiede un vizio definito come la negazione della virtù stessa, così che la virtù e il vizio sono concetti interdefiniti.

Ricapitolando, la VE è una posizione filosofica in epistemologia nella quale si è concordi nel rifiuto di un naturalismo radicale, accettando l’idea che l’epistemologia sia una ricerca normativa. La VE riguarda e deve riguardare le proprietà dei singoli individui, proprietà interessanti da un punto di vista epistemico, giacché capaci di produrre credenze vere (se virtù) piuttosto che credenze false o credenze vere non giustificate (se vizi). Le proprietà epistemiche sono definite nei termini di proprietà individuali tali che dall’esercizio di talune di esse (dalle virtù) scaturisca un certo benessere individuale. I concetti di vizi e virtù sono interdefiniti nei termini di tratti di personalità del soggetto cognitivo che hanno delle proprietà epistemiche contrapposte. Le virtù sono distinte in “virtù di affidabilità” e “virtù di responsabilità”. Rimane aperta la questione di come interpretare i vari generi di virtù, se sussista una qualche forma di gerarchia tra le varie proprietà individuali e stabilire in che modo i due livelli si integrino, se si integrano.

3.Le posizioni canoniche

3.1 La prospettiva di VE: la proposta di Sosa

Ernest Sosa fu il primo epistemologo a presentare una posizione di VE, Sosa [1980], posizione che ha sostenuto e ripreso (Sosa [1991 e 2011]). Egli era motivato dal fatto che la disputa classica in epistemologia tra fondazionalisti e coerentisti fosse da rigettare in quanto insolubile: entrambe le posizioni avevano intuizioni solide ma al contempo sollevavano problemi difficili da risolvere. Egli propose, dunque, di riconsiderare il problema alla luce di una nuova impostazione, quella della VE.

Sosa parte dall’assunzione che le qualità rilevanti per giudicare le virtù di un’azione siano: (1) il risultato valutato sulla base di uno scopo prefissato, (2) quanto il risultato sia ottenuto da una peculiare abilità di chi ha assunto lo scopo e ha tentato di realizzarlo e (3) quanto il risultato sia il frutto di una peculiare competenza di un agente. L’esempio di Sosa è quello dell’arciere che deve colpire un tiro a segno: egli ha uno scopo prefissato da raggiungere mediante una sua peculiare abilità e in base alla quale si può parlare di competenza o incompetenza. Se l’arciere raggiungerà il risultato sulla base del fatto che egli possiede una grande coordinazione senso-motoria allora si potrà parlare di competenza, qualora raggiunga il risultato. Ma se l’arciere raggiungerà il risultato sulla base di una folata di vento del tutto casuale, allora, sebbene egli abbia raggiunto l’obiettivo, non si potrà parlare di competenza. Così, generalizzando, le virtù epistemiche sono definite nei termini della struttura-AAA (AAA-structure): adeguatezza (raggiungimento del fine prefissato), abilità (capacità di eseguire un certo compito), competenza (raggiungimento del fine).

Una credenza del soggetto S alla credenza p è sicura a condizione che essa sia mantenuta sulla base della sua verità. La condizione di sicurezza ha avuto un seguito importante, Williamson [2000] e Pritchard [2005], e si fonda sull’idea che la conoscenza sia incompatibile con la credenza vera accidentale. Una versione generale del concetto di sensibilità può essere così enunciato: se la proposizione p è falsa allora non si vorrebbe credere che p. Questa condizione richiama direttamente il principio di Nozick [1981] secondo cui S sa che p per il metodo M solo se S non crederebbe che p, posto che p sia falsa.

La conoscenza è una credenza vera sicura, tale che essa sia il frutto dell’esercizio di una certa abilità in un determinato contesto nella quale l’abilità sortisce l’effetto, così che l’agente mostra una certa competenza. Un individuo sortisce l’effetto nella ricerca della verità quando giunge alla formazione di una credenza vera (condizione di adeguatezza) ma non sulla base di una forma accidentale (che negherebbe la conoscenza) ma per via dell’uso appropriato di una certa abilità (condizione di abilità) in un peculiare contesto nella quale l’abilità in questione sortisce l’effetto nella maggior parte dei casi (condizione di competenza). Sosa distingue la conoscenza in due categorie: la conoscenza animale e la conoscenza riflessiva. La conoscenza animale attiene alle credenze vere formate attraverso un processo cognitivo affidabile, cioè sono tutte le credenze vere formate da virtù epistemiche di affidabilità. La conoscenza riflessiva, invece, riguarda tutte le credenze vere p formate attraverso un processo cognitivo affidabile M che creano una credenza affidabile q sulla base della quale si stima la propria credenza p affidabile. In altri termini, la conoscenza riflessiva sulla proposizione “la sigaretta produce fumo” si raggiunge quando vedo una sigaretta accesa e penso che la mia credenza sul fatto che la sigaretta produce fumo sia a sua volta prodotta da un processo cognitivo affidabile (virtù di affidabilità). La differenza tra conoscenza animale e conoscenza riflessiva non sta, dunque, necessariamente nella consapevolezza della seconda rispetto alla prima (cosa che ricondurrebbe l’impostazione ad un approccio almeno parzialmente internista), quanto nel fatto che la conoscenza riflessiva riguardi le nostre cognizioni sulle nostre stesse credenze assunte attraverso i processi cognitivi. La differenza con l’approccio affidabilista di Goldman [1986] sta nel fatto che Goldman ritiene che i processi di secondo ordine debbano aumentare il grado di affidabilità delle credenze assunte mediante i processi di primo ordine: un caso particolare attiene alle credenze sui nostri stessi processi cognitivi, caso particolare che non interessa direttamente il problema in questione (non per niente Goldman [2004] critica apertamente Sosa [1991] per via del fatto che non sembra, secondo Goldman, esserci una sostanziale differenza tra il suo approccio affidabilista e quello di Sosa, almeno a questo riguardo).

Così, se una credenza è prodotta da un processo cognitivo affidabile, allora essa sfrutta la capacità dei processi cognitivi stessi di produrre credenze vere rispetto alle credenze false: tali credenze sono formate, dunque, da virtù di affidabilità. Le virtù epistemiche, dunque, godono di credito epistemico, laddove esse sono ciò che un individuo possiede per cui riesce a produrre più credenze vere sulle credenze false. La conoscenza animale, per Sosa, richiede la sola condizione di adeguatezza, cioè che sia vera, mentre la conoscenza riflessiva impone che la credenza sia anche sicura, oltre che vera. Una credenza può essere fondata sulla base di più elementi, ma non tutti sortiscono l’effetto desiderato. Una peculiare abilità degli esseri pensanti è quella di saper discernere le varie alternative epistemiche e sanno scegliere quali sono quelle corrette e quali no: i casi di Gettier mostrano come ci siano degli elementi che implicano o escludono conoscenza, la capacità di discernere questi elementi è centrale. In questo senso, la deliberazione sulle risorse epistemiche di una credenza è ciò che contraddistingue la conoscenza riflessiva.

Le disposizioni epistemiche si distinguono in disposizioni sulle risorse epistemiche e capacità di fidarsi delle risorse epistemiche stesse. In questo senso, una disposizione su risorse è la disposizione grazie alla quale si può avvallare una certa risorsa epistemica all’interno di un intervallo di deliberazioni possibili su risorse epistemiche in certe condizioni. Mentre la disposizioni su fiducia è la capacità di fidarsi della risorsa epistemica in questione.

La conoscenza riflessiva è una credenza sostenuta da una competenza esercitata dal soggetto in circostanze adeguate tale che essa è il frutto di un atto di deliberazione su risorse epistemiche determinate. In altri termini, un soggetto perviene a conoscenza riflessiva a condizione che egli assuma una certa credenza attraverso un processo cognitivo affidabile in un contesto nel quale tale processo sia effettivamente affidabile e non fallace e la sua credenza sull’affidabilità del processo cognitivo è supportata dalla capacità di deliberazione sulla scelta di quale processo cognitivo è in grado di garantire giustificazione alla propria credenza in quel particolare contesto. Così, se io vedo una gallina in un pollaio, so che la vedo sulla base del fatto che la vista funziona bene in quelle circostanze e che tale considerazione è a sua volta fondata sul fatto che la vista è la migliore risorsa epistemica in quelle condizioni.

La posizione di Sosa, dunque, si prospetta come una trasposizione in termini di VE di una concezione esternista-affidabilista (genericamente intesa) della conoscenza e della giustificazione. La sua concezione si fonda a partire dall’assunzione che il fondazionalismo e il coerentismo rappresentano due alternative ugualmente incapaci di risolvere alcuni problemi. In particolare, il fondazionalismo ha il problema di dare una valida giustificazione alle credenze di base, le credenze sulla base delle quali si giustificano le altre. Egli sfrutta l’idea delle virtù epistemiche per rendere impossibile un regresso all’infinito: una credenza è giustificata a partire dall’uso di una particolare virtù epistemica.

3.2 Responsabilismo

L’idea cardine del responsabilismo si sostanzia sull’idea che le virtù di responsabilità investono il soggetto nei termini della sua responsabilità epistemica in modo tale che i soggetti cognitivi hanno dei peculiari doveri epistemici. Così, vale l’implicazione che se un individuo possiede una certa virtù morale, egli la debba esercitare. Per il responsabilismo vale la distinzione canonica delle virtù epistemiche (vedi il paragrafo precedente) così l’intuizione di fondo può essere esplicitata nell’idea che sussiste un legame tra l’individuo che sceglie di conoscere e la conoscenza stessa. In altri termini, una persona è epistemicamente responsabile se è motivata ad assumere credenze vere piuttosto che false. La componente motivazionale riscrive il principio della responsabilità all’interno dell’intenzione stessa a partire dalla quale si esercita una peculiare virtù epistemica per giungere a conoscenza: il soggetto è responsabile perché è intenzionato in modo da assumere solo credenze vere.

Code [1987] ripensa al problema della conoscenza riflessiva nei termini della responsabilità del soggetto rispetto ai suoi obblighi epistemici. James Montmarquet [1992] ha sviluppato la nozione di una virtù intellettuale in una direzione differente. Le virtù intellettuali sono tratti della personalità che una persona vorrebbe avere nel momento in cui desiderasse credere credenze vere. Montmarquet [1992] rivendica la centralità della responsabilità e dell’intenzione da parte degli individui, criticando Sosa per aver sottovalutato la centralità della componente motivazionale individuale a favore di un approccio genericamente esternista: “According to Montmarquet, it is a mistake to characterize the intellectual virtues as relible in the sense of truth-conducive”.[1] La critica di Montmarquet mira a mostrare come l’affidabilità di un processo cognitivo non è un marchio distintivo delle virtù intellettuali, giacché, infatti, l’affidabilità non richiede un soggetto responsabile, perché un processo è affidabile indipendentemente dalla volontà di un soggetto cognitivo. Un approccio diverso da questo è implicato dall’accettazione dell’idea che le virtù siano definite nei termini di “desiderio di verità”. La caratteristica centrale della virtù epistemica è la coscienziosità. Essere coscienziosi, in questo senso, è essere motivati ad arrivare alla verità e essere motivati a rifiutare gli errori. L’idea è parallela all’approccio etico secondo cui un’azione buona è il frutto del desiderio di un agente tale che egli voglia effettivamente fare il bene piuttosto che il male. In questo senso, la consapevolezza è una proprietà che è legata, se non coincidente, con la responsabilità: “According Montmarquet, then, epistemic conscientiousness is the central intelletcual virtue”.[2] Tuttavia, la coscienziosità non è una condizione sufficiente ma solo necessaria per pervenire a conoscenza giacché essa necessità di essere appropriatamente regolata. Montmarquet classifica alcune categorie di proprietà che devono essere parte del processo di formazione di una credenza: virtù di imparzialità, come l’apertura mentale, il desiderio di cambiare credenza, qualora risulti falsa, e la tolleranza nei confronti della fallibilità altrui; virtù di sobrietà mentale, come il rifiuto dell’esaltazione per una particolare credenza; virtù di coraggio intellettuale, come l’esser critici nei confronti delle idee altrui, la perseveranza rispetto qualora ci sia molta opposizione alle proprie opinioni e la determinazione a portare la propria indagine fino alla fine. Montmarquet può fornire una definizione per la giustificazione soggettiva di una persona: S è soggettivamente giustificato nel credere che p a condizione che S è epistemicamente virtuoso nel credere che p. Questa definizione, però, fallisce nella definizione di conoscenza perché essa imporrebbe di considerare i problemi di Gettier come casi di conoscenza. Il punto, però, qui sta nel fatto che bisogna porre una condizione grazie alla quale si possa discriminare un individuo epistemicamente virtuoso da uno che non lo è nei termini di un comportamento virtuoso. In questo senso: “The above account of subjective justification, Montmarquet argues, provides what we are looking for. Precisely because it understands justification in terms of intellectually virtuous behavior, the account allows a plausible sense in which justified (and unjustified) belief is under a person’s control. This, in turn, makes the relevant beliefs to be appropriate objects of blame and praise”.[3]

In una posizione più classica si trova Jason Baehr, il quale presenta una serie di critiche alle posizioni esterniste in VE. In particolare Baehr [2006] sostiene che (a) le virtù di affidabilità non sono necessarie né sufficienti a garantire conoscenza in alcuni contesti (quelli in cui le sole capacità cognitive non sono sufficienti a garantire certi risultati, per esempio solo con una motivazione alla verità sufficiente e una certa attitudine a mantenere costante il proprio operato si possono elaborare teorie storiche o scientifiche) e (b) le virtù di affidabilità possono essere inglobate nelle virtù di responsabilità, adeguatamente definite. Queste ultime sono considerate dei tratti di carattere stabili che conducono il soggetto a pervenire a conoscenza.

3.3 Teoria mista (J. Greco)

Il problema dell’armonizzazione dei due genere di virtù viene considerata da John Greco, Greco [2000], il quale assume l’idea che la VE debba mostrare le connessioni adeguate tra virtù di affidabilità e le virtù riflessive, precedentemente definite. Per Greco bisogna assumere l’idea che esista una distinzione tra giustificazione soggettiva e una condizione oggettiva della giustificazione stessa. Così, S è soggettivamente giustificato a credere che p solo se la credenza di S in p è prodotta da una virtù di responsabilità da parte di S. La responsabilità epistemica è sottoscritta da un soggetto che ha come scopo quello di assumere solo credenze vere (verità). La nozione di responsabilità, secondo Greco, non richiede una condizione di consapevolezza, così che S è responsabile della credenza in p a condizione che S abbia come scopo, consapevole o no, il formarsi e accettare solo credenze vere. Stando a quanto detto, S è giustificato soggettivamente solo se la sua credenza è prodotta dalla disposizione che S manifesta quando è motivato nel credere solo verità. In questo senso, Greco fa parte di quegli epistemologi che accettano l’idea che ci sia una componente motivazionale da parte dei soggetti nell’assumere verità piuttosto che falsità, per quanto rifiuti un approccio internista laddove non si pone un vincolo di accessibilità alla giustificazione né si specifica se questa debba far parte degli stati mentali del soggetto. Si può concludere, con Greco, che S sa che p se e solo se (a) S è soggettivamente giustificato nella sua credenza in p e (b) la credenza di S in p è prodotta mediante un processo cognitivo affidabile. La condizione (b) impone una condizione oggettiva della giustificazione, giacché essa stabilisce che una credenza debba anche essere prodotta da un processo affidabile (dunque, che imporrebbe giustificazione oggettiva per via della capacità dei processi cognitivi affidabili di conservare la verità) oltre che debba essere assunta da un soggetto che sia motivato nell’assumere solo verità. Così, nei termini di VE, S sa che p quando p è il risultato di virtù cognitive dovute a tratti caratteriali di S, cioè a sue peculiari proprietà individuali.

3.4 Un approccio genetico/sociale

Non tutti accettano l’idea che l’epistemologia debba essere esclusivamente una ricerca delle peculiarità degli individui, sia nei termini di ciò che conferisce giustificazione agli individui, sia nei termini di quali caratteristiche caratteriali tali individui debbano avere o esercitare per acquisire conoscenza mediante giustificazione. Ciò comporta l’abbandono della prospettiva puramente individuale a favore dello studio delle dinamiche dei gruppi. Un approccio di epistemologia sociale viene adottato da Kvanving [1992].

3.5 Neo-Aristotelismo

Aristotele fu il filosofo che fondò l’etica sulla base di virtù morali, peculiari proprietà individuali componenti il carattere di una persona. Aristotele, sebbene consideri alcune proprietà epistemiche come proprietà morali, non fonda l’intera epistemologia sui tratti di carattere, come, invece, vorrebbero alcuni studiosi che sostengono l’idea che l’epistemologia sia interamente fondata sulla morale. In particolare Zagzebski [1996] propende per l’idea che l’analisi delle azioni giuste deve essere ricondotto alla bontà del carattere di un individuo, così che le qualità di un’azione dipendono dalla disposizione caratteriale di una persona. Di conseguenza, un’azione virtuosa, quale che sia, è il prodotto di un atteggiamento individuale caratteriale. Per Zagzebski le virtù epistemiche sono virtù morali, tali che si possa pensare a due generi di virtù epistemiche: le virtù sono definite nei termini dei risultati valutati a partire dallo scopo assunto; per tanto, in generale, una virtù epistemica o intellettuale è definita nei termini di un sistema adeguato dei mezzi in relazione ad uno scopo specifico. Così la conoscenza è una credenza vera prodotta da un atto intellettuale virtuoso, tale che esso sia definito nei termini dei mezzi adeguati per produrre una determinata credenza vera (scopo). Un atto intellettuale virtuoso A è un atto che emerge dalla componente motivazionale di un soggetto S, così che tale atto è qualcosa che viene prodotto da una proprietà epistemica virtuosa A portata a buon fine dalla motivazione stessa di A, grazie alla quale il soggetto raggiunge una credenza vera.


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[1] Greco J., [2011], A Virtue Epistemology, Standford Enciclopedy, 2011, p. 12.

[2] Ivi., Cit. p. 12.

[3] Ivi., Cit., p. 13.

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