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La filosofia analitica de Il signore degli Anelli

Abstract

Il lavoro vuole essere una analisi filosofica del mondo possibile descritto da J.R.R. Tolkien, nella trilogia de Il signore degli Anelli. L’analisi è condotta con i metodi analitici offerti dalla corrente filosofia, detta analitica. Essa, piuttosto che un semplice compendio del testo tolkeniano, vuole essere un divertimento a vantaggio dei lettori, che vogliano speculare filosoficamente sul testo e, allo stesso tempo, venire a contatto con un modo di fare filosofia ancora abbastanza relegato agli specialisti. Questo per mostrare che non solo ci si può divertire filosofeggiando, ma che pure è possibile farlo con un modo di fare filosofia che, apparentemente inaccessibile, può invece esserlo, diventando, così, utile strumento e indiscutibile divertimento.


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Introduzione

Scrivere la filosofia di un’opera come Il signore degli Anelli, composta di tre libri ma pensata come un’unità trittica inscindibile, potrebbe apparire sotto più prospettive come un vero e proprio azzardo. Innanzi tutto perché in nessuna circostanza del libro ci sono riflessioni filosofiche, siano esse di natura metafisica, epistemologica o morale, cioè il novanta per cento di quanto intendiamo con ‘filosofia’. In secondo luogo, perché la ricerca filosofica in campo letterario si presta sempre a molte obiezioni, la prima delle quali è fino a che punto essa rispecchi le intenzioni dell’autore e quanto queste intenzioni rispecchino il pensiero dell’autore sulle conclusioni filosofiche a cui si perviene. Una peculiare irritazione ammorbava tante persone di fronte alle analisi letterarie sui testi poetici, perché sembrava che ogni critico arbitrariamente considerasse salienti delle proprietà del testo che l’ordinario lettore avrebbe considerato inaccettabili, esagerate o risibili. Scrivendo la filosofia de Il signore degli Anelli si incorre in questo genere di obiezioni implicite che sembrano immotivate esclusivamente per chi non si cura di pensarci, giacché esse, in realtà, esprimono quanto si possa considerare dubbio. E il dubbio è una questione essenzialmente filosofica che, in questa sede, ci teniamo a considerare come momento preliminare alla lettura del lavoro, esattamente come Cartesio nelle sue imprescindibili Meditazioni metafisiche aveva proceduto.

Innanzi tutto è assolutamente vero che la filosofia sembra essere estranea nel mondo delle Terre di mezzo (o Arda) e consideriamo questo fatto come ben accertato. Ci sono molte ragioni per questo fatto e sono state tutte illustrate nel proseguo del lavoro. In secondo luogo quanto scriveremo non pretende minimamente di essere quanto Tolkien aveva in mente, quanto egli voleva realmente comunicare, specialmente per quanto riguarda le conclusioni morali. Questo è un punto assolutamente fondamentale che va ribadito, sottolineato e tenuto continuamente a mente. Infatti, un romanziere è una persona a tutti gli effetti, con le sue idee, con le sue conoscenze, i suoi pregiudizi e idee morali. Non necessariamente quanto egli lascia nel testo letterario è quanto egli crede. E questo fraintendimento fa spesso degenerare le considerazioni sul testo, finendo per trarre conclusioni sulle intenzioni dell’autore, giacché come non si può accusare un attore che impersonifica un Raskolnikov del delitto della vecchia, così non si può giudicare il pensiero dell’artista dalle sue opere, o non senza delle ragioni inoppugnabili. Questo è un fatto gravissimo, nel quale cadono spesso molti critici letterari, perché finiscono per credere che la loro interpretazione del testo sia anche l’Interpretazione per eccellenza, quella che l’autore del testo di riferimento avrebbero entusiasticamente sottoscritto, se solo avesse avuto la fortuna di conoscerli e di leggere le loro elucubrazioni. Diciamolo con chiarezza, perché questo può dirsi con chiarezza: quanto leggerete non è quello che pensava Tolkien e, se anche l’avesse sottoscritto, non ci interessa. Non solo. Quanto leggerete è una lettura filosofica di natura analitica, non una riflessione su quanto potrebbe concludersi sulle qualità del testo letterario su cui noi non tracceremo neppure un giudizio. Non ci riguarda.

Quanto leggerete vuole solo essere un lavoro divertente, esso vuole stuzzicare quella curiosità al pensiero insita in ogni essere dotato di ragione e, allo stesso tempo, vuole fornire in controluce quelli che sono gli strumenti dell’attuale filosofia analitica applicata alle varie categorie filosofiche analizzabili nel regno delle Terre di mezzo. Lo scopo è triplice: divertire, pungolare, mostrare. E non dimostrare. Non ci proponiamo quello che altri hanno senz’altro fatto bene, cioè di tematizzare il libro. Noi non ci saremmo potuti avventurare a tanto. Ci limitiamo a fare il nostro lavoro: filosofeggiare divertendoci e divertendo. Quanti si annoieranno saranno giustificati, in virtù di tali scopi, a mollare il testo alla prima frase e avranno fatto bene. Eppure, quanti resisteranno dalla tentazione, potrebbero risultare arricchiti, quanto meno per l’originalità del punto di vista che abbiamo avuto la presunzione di proporre.

Queste le giustificazioni al lavoro. Il metodo di analisi ricalca quello offerto dai vari settori della filosofia analitica, in particolare alla luce dell’epistemologia analitica contemporanea e dalla filosofia del linguaggio, che tanto ha saputo dirci in merito a ciò che diciamo e pensiamo. Confidando sulla bontà di tale approccio, senza avventurarci in una difesa di esso rispetto ad altri, rivendichiamo la sua legittimità, in specie in un Paese in cui tale punto di vista rimane ancora irrimediabilmente limitato per almeno due ragioni: gli specialisti, spesso, non abbandonano il loro scranno, pur spesso virtuosamente gestito nell’ambito della propria specializzazione, per scendere negli affari corrivi e ordinari, per mostrare anche a chi potrebbe altrimenti essere interessato, come la filosofia analitica sia un modo di fare filosofia capace di dirci tanto, ma non tutto. Perché nessuno ci dirà mai tutto né come dirlo. In secondo luogo, la filosofia analitica sembra non essere capace di interessare il vasto pubblico perché troppo limitata ad un approccio tecnico, come le è naturalmente consono, che non deve, però, diventare scusa per radicarsi in una forma di esoterismo culturale, avverso allo spirito democratico. Spirito democratico, lo spirito dei nostri tempi. Abbiamo, dunque, voluto tentare una strada alternativa, ancora così in Italia, per proporre una prospettiva di analisi filosofica di un testo che possa essere interessante e valida allo stesso tempo. Perché la validità delle argomentazioni, in filosofia, corrisponde ai fatti empirici per una teoria scientifica, che che se ne dica. Se le argomentazioni sono mediocri o cattive, per quanto espresse da grandi autorità, sono da rigettare e guardare con disprezzo, se proposte in malafede, oppure da abbandonare, qualora proposte in buona fede. Sicché ai lettori il severo giudizio, nell’ambito di quello che è e deve essere pensato come un divertimento. Ed è questo il motivo per cui abbiamo citato il nome e le posizioni di autori filosofici meno di una volta ogni dieci pagine, senza neanche una citazione filosofica in tutto il lavoro. Questo perché la filosofia deve entrare dentro, mostrandosi obliquamente, evitando ogni inutile lungaggine. Non sarà attraverso le citazioni di filosofi che il lavoro potrà interessare o divertire anche solo uno dei nostri lettori.

Abbiamo diviso il libro in quattro grandi sezioni: ontologia, filosofia del linguaggio, epistemologia e morale. La partizione è giustificata per almeno due ragioni. Prima di tutto sono le principali quattro discipline genuinamente filosofiche sulle quali ha filosofia non solo ha ancora voce in capitolo, ma è anche l’unica ad averne. La scienza potrà dirci molto, ma non tutto. Essa è la regina delle ricerche umane, ma questo non significa che non esista null’altro all’infuori di essa. E molto di quanto non dice, lo deve dire la filosofia. In secondo luogo perché la partizione consente di analizzare in lungo e in largo il testo tolkeniano, giacché l’analisi sull’ontologia del mondo delle Terre di mezzo costituisce la base imprescindibile per comprendere tutto il resto, per quanto si possa benissimo saltare di paragrafo in paragrafo senza aver letto niente di quanto detto prima. In bibliografia abbiamo inserito solo i testi essenziali a cui rimandiamo il lettore per avere delle trattazioni introduttive sugli argomenti considerati, a parte i casi di autori classici di cui abbiamo accidentalmente fatto riferimento nelle nostre pagine.

Siamo giunti alla fine della noiosa disamina delle giustificazioni, globali e strumentali, per lasciare il lettore al testo, in modo tale che egli possa, finalmente, entrare nel magico mondo della filosofia anulare o quanto di meglio abbiamo saputo fare per restituirla nella sua autenticità.


1. Ontologia anulare

1.1 Un mondo di fatti morali

Il mondo de Il signore degli Anelli è un mondo di fatti morali. Per comprendere la base metafisica di sfondo a tutta l’opera è imprescindibile fare mente locale su questa peculiare caratteristica dell’opera di Tolkien. Definiamo con ‘fatto morale’ una qualunque entità fisica alla quale corrisponde una proprietà che lo contraddistingue moralmente, come ‘buono’ o ‘cattivo’. Sicché ogni entità definita come parte del dominio degli oggetti presenti nell’universo tolkeniano, intesi sia come cose che persone, ha una chiara definizione morale. Si può dedurre che nessuna entità non è né buona né cattiva, ma è o buona o cattiva, o, al più, entrambe. La maggior parte delle cose dell’universo tolkeniano sono definitivamente buone o cattive, ma possono essere sia buone che cattive, in alcuni casi limitati. Le sfumature del buono o cattivo a livello di fatti sono, in realtà, assai poche ma importanti.

Per quanto riguarda le cose esse possono essere caratterizzate come buone e cattive quando entrano in possesso di qualcuno che sia buono o cattivo. Ad esempio, la pietra del Palantir è sia buona che cattiva, giacché ha un grande potere che può essere buono o cattivo in base alla forza intenzionale che la guida. Ad esempio, quando Aragorn informa l’oscuro signore, Sauron, che il “re è tornato”, questo fa del Palantir un oggetto buono, mentre quando Saruman comunica con Sauron per mezzo del Palantir, quest’ultima cosa è chiaramente cattiva. Il punto è, però, che il Palantir altera la forza intenzionale di chi lo gestisce e, per questo, è comunque cattiva, sebbene usata per scopi buoni. Questo fatto è illustrato dal caso di Peregrino Tuc che afferra il Palantir e si fa scoprire da Sauron, con il che egli viene stravolto dalla vista dell’oscuro signore. In generale, vale il principio che gli oggetti dotati di grande potere non sono intrinsecamente buoni, perché il loro stesso immenso potere è di per sé qualcosa di ambiguo. Gli Anelli del potere, ad esempio, hanno questa proprietà.

Casi di fatti buoni e cattivi sono soprattutto bene illustrati dagli esseri viventi, in particolare dagli uomini. Infatti, nel regno delle entità pensanti (ma, vedremo, quasi tutto è pensante nel mondo tolkeniano) si dà una scala di positività/negatività che deve essere pensata nel modo più forte possibile, vale a dire che le singole entità sono dotate di proprietà fisiche buone o cattive.

Gli Elfi sono gli esseri pensanti più buoni, dove Elrond, Celeborn e Galadriel rappresentano gli ideali sommi di perfezione fisica e morale e vengono descritti fisicamente in modo da rendere atto di tale commistione (Galadriel è l’unico essere femminile che fa tradire una sensazione sensuale in Frodo e in Sam e addirittura il nano Gimli, tradizionalmente avverso alla simpatia verso gli Elfi, scoprirà di nutrire una ammirazione tanto sconfinata per Galadriel, moralmente e esteticamente inviolabile, che avrà un’accesa disputa con Eomer, il futuro re del Mark): “Erano molto alti [Celeborn e Galadriel], e la statura della Dama pari a quella del Signore; i loro volti erano gravi e belli. Le vesti erano bianche, e i capelli della Dama di un oro intenso, e quelli del Sire Celeborn d’argento, lunghi e lucenti; nessuna traccia d’età, salvo forse la profondità dei loro occhi, penetranti come lance, eppur impenetrabili, abissi di arcaici ricordi”.[1]

Dopo gli Elfi si posizionano gli Ent, gli alberi semoventi, la cui presenza nel mondo delle Terre di mezzo è attestata sin dal principio dei tempi, ma anche alcuni di essi si lasciano andare ad una certa malvagità, gli Ucorni, particolari tipi di Ent, vengono tratteggiati in modo quantomeno ambiguo, sebbene la loro forza si sprigionerà contro un essere chiaramente cattivo, lo stregone Saruman.

I Nani sono, in generale, degli esseri buoni, sebbene soltanto Gimli figlio di Gloin faccia capolino nella storia de Il signore degli Anelli, indirettamente vengono anche considerati altri Nani, tutti buoni. Sebbene la loro avidità li abbia condotti a scavare negli abissi della terra, incappando in esseri dall’antica malvagità, la peggiore. Come si ricorderà, infatti, il Balrog che vive nelle profondità delle miniere di Moria era stato creato addirittura prima dell’avvento dell’oscuro signore, Sauron.

Dopo i Nani probabilmente stanno gli Hobbit o mezz’uomini. Costoro sono l’immagine riflessa del buon borghese: amanti della placida pace, della tavola e di peculiari forme di laboriosità innocue. Non sono dotati né di grandi ambizioni né di grandi intelligenze, il che li rende i migliori sostenitori di un mondo avulso dalle problematiche del conflitto. L’esempio più calzante è proprio Samvise Gamgee, che non a caso è un giardiniere, arte tipicamente borghese e tradizionalmente British. Sam incarna tutte le virtù del buon hobbit: è poco intelligente (ma lo è abbastanza da saperlo e lo dice a sé stesso esplicitamente in più di un’occasione), non ha ambizioni, se non quella di avere un piccolo giardino da coltivare, è amante della tavola (tanto da portarsi quasi sino alle soglie del Monte Fato le sue amate pentole), è l’unico che avrà una famiglia e che, per i suoi (ottusi) meriti verrà insignito della carica di Sindaco di Hobbiville per lunghi anni. E che Sam incarni la perfezione hobbit, rispetto a Frodo o Bilbo, di maggiore intelligenza ma traviati dalla volontà di viaggiare e conoscere troppo e, soprattutto, dall’Anello; la perfezione di Sam, dunque, si esplicita nel fatto che senza di lui Frodo non sarebbe mai giunto alla meta, e proprio perché sempre disposto ad essere fiducioso, anche quando la mente sembra condurlo alla prostrazione. La caratteristica di saper provare fiducia è una delle virtù più alte e, non a caso, condivisa da tutti i più illustri personaggi del libro: Aragorn, Gandalf (grigio e bianco che possiede uno degli Anelli che ha la capacità di infondere fiducia in chi gli sta vicino), Faramir etc. Ad ogni modo, comunque, esistono anche hobbit meno buoni, come Lotho e Lobelia, avidi e avari allo stesso tempo. Sebbene siano l’assoluta minoranza, ciò ci servirà a mostrare che nessun regno razziale, a parte gli Elfi, sembra essere assolutamente buono perché nulla c’è di buono che non possa cadere in tentazione e venire traviato dal male.

Gli uomini costituiscono il punto di cesura tra i fatti morali intrinsecamente buoni e intrinsecamente cattivi. Alcuni sono buoni, altri cattivi, ma nessuno, neppure Aragorn e Gandalf, sono assolutamente privi del rischio di cadere in tentazione, cioè di lasciarsi tentare dal male a fin di bene, al principio, e poi finirne soggiogati. Così ci informa Gandalf sulla natura degli Anelli:

Un mortale, caro Frodo, che possiede uno dei Grandi Anelli, non muore, ma non cresce e non arricchisce la propria vita: continua semplicemente, fin quando ogni singolo minuto è stanchezza ed è esaurimento. E se adopera spesso l’Anello per rendersi invisibile, sbiadisce: infine diventa permanentemente invisibile e cammina nel crepuscolo sorvegliato dall’oscuro potere che governa gli Anelli. Sì, presto o tardi, tardi se egli è forte e benintenzionato, benché forza e buoni proposito durino ben poco – presto o tardi, dicevo, l’oscuro potere lo divorerà.[2]

Perché, sin da ora, sarà bene osservare che, una volta venuti a contatto con il male, cioè una volta che si è fatto del male, tale male si paga sempre con la morte. E’ il caso emblematico di Boromir, soggiogato dalla volontà di prendersi l’Anello, che, nonostante si ravveda immediatamente, pagherà il suo errore morendo. Anche Theoden, re del Mark, nonostante si faccia malamente consigliare e avrà la forza di riscattarsi, finirà col morire, quasi ad indicare la sua finale espiazione per la sua malvagità interiore. In qualche modo, dunque, il fatto cattivo deve essere distrutto e solo con la sua distruzione si può far strada un fatto positivo. Ciò è dimostrato con la vicenda stessa dell’Anello del potere, laddove esso doveva essere distrutto nell’unico posto in cui ciò era possibile, altrimenti il suo male avrebbe sempre regnato latente o no nella terra di mezzo. Questa spietata logica fisico-morale pervade tutto il libro.

Come dicevamo, dunque, gli uomini possono essere buoni o cattivi e buoni e cattivi. Intere torme di uomini fanno parte delle schiere di Mordor (ad esempio i Sudroni), sicché essi sono intrinsecamente cattivi. Mentre gli occidentali, più occidentali, cioè i Numenoreani, sono gli uomini più vicini alla perfezione, tanto che, infatti, vengono continuamente accostati agli Elfi e lo stesso Aragorn viene chiamato “Gemma Elfica”. Un esempio di altro grande corrotto è Saruman, colui che per la sua conoscenza finisce per cadere in tentazione e farsi traviare dal male. Come viene spesso ribadito, i peggiori non sono i più malvagi intrinseci, come Sauron, perché, in qualche modo, l’essere cattivi risiede proprio nella loro natura e non ci si può far nulla, se non eliminarli fisicamente. I peggiori sono i traditori, coloro che passano al male, pur avendo potuto fare del bene. In questo senso, sono coloro nei quali il fatto morale negativo ha prevalso.

Gli Elfi, i Nani, gli Ent, gli hobbit e gli uomini sono le razze buone o che lo sono più spesso che il contrario. Il fatto è tanto più evidenziato dal gruppo dei membri volontari della compagnia dell’Anello, fondata per portare l’Anello del potere nel luogo in cui fu forgiato, per essere distrutto. Quattro hobbit, un elfo, un nano, tre uomini. Gli Ent, dal canto loro, daranno un aiuto decisivo al momento giusto.

Sebbene nel regno di Tolkien facciano raramente capo gli animali in senso stretto (si parla giusto di qualche uccello, di cavalli – o pony – e olifanti), essi sono, in generale, buoni o cattivi in base al paese di provenienza, sicché i cavalli del Mark, dal quale proviene Ombromanto, sono buoni e efficienti e Ombromanto ne rappresenta ogni virtù. Mentre le bestie di Mordor sono esseri traviati dall’oscuro signore e i destrieri dei Nazgul sono, infatti, stati martoriati dall’oscuro signore. Ma con tanta quantità di esseri viventi pensanti, sembra che gli animali ordinari, cioè quelli del nostro mondo, interessino abbastanza poco Tolkien, laddove, ad esempio, nessuno della compagnia possieda un cane, il miglior amico degli uomini.

Dopo tutti questi esseri, più qualche altro, viene la lunga schiera di entità totalmente cattive, irrimediabilmente traviate: orchetti, Uruk, Nazgul, fantasmi etc.. In particolare, tutto ciò che è frutto di un artifizio, specialmente se cattivo, è destinato ad essere malvagio per sempre. In generale, vale l’idea che tutto ciò che è frutto del male non è di per sé qualcosa di originale, puro in questo senso di “originale”, cioè di verginale, ma è una brutta copia di qualcos’altro. Ciò perché nulla di realmente puro può essere il frutto di una intermediazione con qualcosa di anche solo potenzialmente malvagio. Gli orchetti pare che siano stati creati su “imitazione degli Elfi” e, ovviamente, con scarsi risultati. Ma anche i grandi marchingegni sono spesso associati a proprietà malvagie, se non ottenuti da mente buona: il grande opificio costruito sul “vecchio mulino” nella Contea dimostra questo fatto in modo chiaro:

Pensate al mulino di Sabbioso. Pustola lo demolì non appena si fu insediato a Casa Baggins. Poi chiamò un branco di loschi individui a costruirne uno più grosso, e lo riempì di ruote e di aggeggi stranieri. Solo quello stupido di Ted ne fu contento, e adesso lavora lì, e pulisce le ruote per far piacere agli Uomini, mentre suo padre era il Mugnaio e padrone. L’idea di Pustola era di macinare di più e più in fretta, a sentir lui. Ha altri mulini simili. Ma per macinare ci vuole grano, e non ve n’era certo di più per il mulino nuovo che per quello vecchio. Ma da quando è arrivato Shrkey non macinano più del tutto. Stanno sempre a martellare, e fanno uscire un fumo nero e puzzolente; a Hobbiville ormai non c’è pace neanche di notte. E scaricano sudiciume per puro piacere: hanno inquinato tutto il basso corso dell’Acqua, e stanno per rovinare anche il Brandivino. Se vogliono trasformare la Contea in un deserto ci stanno riuscendo bene.[3]

Impossibile non notare l’uso oculato dei termini per descrivere, mutatis mutandis, un uso industriale della merce e della manodopera: “demolì”, “loschi individui”, “aggeggi stranieri”, “macinare di più e più in fretta”, “stanno sempre a martellare”, “fumo nero e puzzolente”… Sono tutte parole per entità negative, laddove l’attività di un’entità negativa non può che essere negativa in tutti i suoi molteplici effetti. Un mulino che produce fumi nefasti e desertifica il circondario non può avere effetti positivi, tanto più che, si dice, non aumenta neppure la produzione. E anche se la aumentasse, a che pro? Questo l’implicito da tenere a mente. Ancora una volta, il male genera male e dalla distruzione di entità fattuali moralmente positive non può che discendere male. Non si danno possibilità mediane proprio perché tutto è moralmente carico.

In fine, il male perfetto è incarnato da Sauron che, infatti, si parla di lui e di “Mordor” anche in zone molto lontane dalla sua terra e dalla sua presenza, come a rinsaldare l’idea che ogni male è una sua peculiare espressione localizzata:

“Questo è molto peggio di Mordor!” disse Sam “Molto peggio, in un certo senso. Ti colpisce dritto al cuore, come si suol dire, perché questa era la casa del cuore, e ce la ricordiamo come era prima”.

“Si, questo è Mordor”, disse Frodo”.[4]

Il male è definito come una proprietà di un’entità capace di avere solo effetti negativi per tutti gli esseri viventi o, ancora, è una entità capace di determinare intenzioni malvagie in sé o per mezzo di sé con conseguenze malvage.

Coerentemente con la visione fisico/moral/biologica, Tolkien costruisce, forse consapevolmente forse no, un mondo totalmente creazionista, per quanto non dovuto alla supposizione di un Dio esterno. Non si parla mai di evoluzione, né di cambiamenti delle razze, ma solo di un’enventuale corruzione. Ad esempio, gli Elfi sono giunti “di là dal mare”, mentre gli orchetti sono stati “creati” dalle mani di Sauron. Così altri esseri cattivi sono stati creati da altri più malvagi, come i Balrog pare che furono creati da Morgot, il precedente signore oscuro. Ma anche gli Uomini sono venuti di là dal mare, e non è chiaro da chi provengano i Nani e i mezzuomini o hobbit, ma di certo essi sono tali e rimangono tali. In questo senso, i miscugli tra razze sono considerati impossibili, giacché non se ne parla mai. Ma questo sembra conseguente all’adozione di una metafisica in cui gli elementi sono categorizzati come parte di un certo dominio in modo definitivo. Sono possibili delle variazioni intraspecie, come uomini più o meno alti e “belli”. Ad esempio, i Numenoreani sono più alti e imponenti (migliori) degli uomini del Mark, per quanto anche questi siano valorosi e fisicamente prestanti.

Abbiamo chiarito il primo punto fondamentale dell’ontologia tolkeniana, mostrando come tutto abbia una chiara connotazione morale e le sole unità incerte non lo sono per sempre ma solo nel momento. Solo il male è assolutamente puro e incontaminabile, sicché esso, come entità fisica, deve essere eliminato, per cessare di avere diretta influenza sul resto della realtà. Viceversa, il bene è la proprietà di qualunque entità capace di produrre intenzioni buone e dagli effetti perdurantamente positivi, a meno che non si sia corrotti dal male. E questo ha una precisa conseguenza sul piano Etico: se il male e il bene sono fatti intrinsecamente fisici, allora la loro conoscenza e la loro applicazione non dipende da regole giuste o buone, ma dal possesso di qualità fisiche positive. Così per gli esseri viventi pensanti, così per le cose iNanimate, così per gli animali.

 

1.2 Lo spazio-tempo e la fisica magica

Illustrate le entità in gioco, è arrivato il momento di parlare della geodetica tolkeniana. Lo spazio è intuitivamente euclideo, sebbene si presentino spesso delle peculiarità spaziali non intrinsecamente riducibili a quelle del nostro spazio fisico. In esso regna una sorta di relatività polarizzata, laddove lo spazio, in quanto costituito da entità morali, ha determinate ripercussioni su se stesso. Innanzi tutto, lo spazio è moralmente orientato da occidente a oriente, giacché a occidente sta Lotlhorien, Gran Burrone, il Mare mentre a oriente stanno le terre di Mordor, il Monte Fato e le altre terre desolate. Già questo orientamento geografico lascia aperte molte metafore, ma noi, qui, prendiamo in considerazione solamente il fatto che lo spazio sia curvo, nel senso che tanto più si va ad occidente e tanto più esso si innalza in qualità positive e, viceversa, tanto più procede ad oriente, e tanto più si abbassa in qualità negative.

Esistono luoghi in cui lo spazio influisce direttamente sia sulla meteorologia, come nel caso dei luoghi Elfici (Lotlhorien) o dei luoghi malvagi (Mordor). In queste “terre” il sole brilla più o meno, e nubi o cielo sereno costituiscono il panorama usuale della terra. In altre parole, v’è una diretta relazione causale tra la dimensione propriamente spaziale, a sua volta definita dalle entità che la compongono, e la dimensione metereologica. Questa relazione ha altre conseguenze importanti: in base allo spazio gli oggetti reagiscono diversamente, come nel caso emblematico dell’Anello che ha diversi effetti sul suo portatore in base alla regione spaziale in cui è entrato.

In altre parole, nello spazio tolkeniano v’è una legge di Gravità superiore alla nostra, laddove alcune zone della realtà influenzano direttamente il comportamento degli oggetti in modo diverso. Oltre all’Anello, un altro esempio potrebbe essere quello della fiala di Galadriel, che brilla o non brilla in base alla sua dislocazione spaziale (neppure essa brillò nella prossimità del Monte Fato).

Ma è in chiave temporale che si hanno le maggiori ripercussioni della ontologia tolkeniana. Esso è in diretta relazione con le entità presenti in una determinata zona, che hanno il potere di cambiare parzialmente le usuali relazioni causali (come appena visto) e che impone un preciso riflesso sullo scorrere del tempo. Esiste pur sempre una forma di tempo assoluto, cronometrato in base alla partizione temporale invalsa nel nostro mondo (giorni, mesi, anni…) e ha un corrispettivo in una logica temporale ciclica, laddove l’alternarsi delle stagioni costituisce la base per il calcolo degli anni (da notare, infatti, che non si parla mai né di clessidre né di orologi, mai in nessuna circostanza). Eppure ogni azione accade nel momento giusto, il che è una logica conseguenza della moralità fisica del mondo: non si può dare il caso che qualcosa accada senza una precisa ragione morale che dà vita al susseguirsi degli eventi del mondo e non si sostanzia sopra di essi. Ad esempio, in più di una circostanza, si usa la locuzione “è tempo di partire” e non “sono le dodici, dunque parte la carrozza”. Inoltre, in determinati luoghi il tempo fluisce in modo diverso, come a Lotlhorien o come la realtà (non pienamente precisata) nel quale finisce Gandalf, dove ogni giorno del mondo delle Terre di mezzo equivale a un anno nell’altra realtà. Sicché alla distorsione spaziale corrisponde una distorsione anche temporale, laddove ci sono zone dove il tempo accelera o decelera il suo corso.

Sulla base di questa costruzione spazio/temporale si sostanzia una serie di leggi della fisica su basi causali, per quanto leggermente differenti rispetto al nostro mondo. In altri termini, le considerazioni di Kant o di David Hume sulle leggi di causalità sarebbero grossomodo ancora valide nel mondo tolkeniano, ma sono violate alcune condizioni ordinarie della loro applicazione. Ad esempio, non tutti gli effetti sono commisurati alle cause: un piccolo Anello può avere grandissimi effetti su gran parte del mondo, se non su tutto; una parola può imporre degli effetti decisivi sull’andamento di una guerra o, ancora, una spada Elfica può distruggere un’entità altrimenti ineliminabile (il Nazgul). In altre parole, neppure la fantasia di Tolkien può fare a meno di una costruzione causale del mondo, sebbene può calibrarla in modo tale che grandi eventi possano avere piccola portata locale (come la guerra dell’Anello rispetto alla contea o alla foresta di Tom Bombadil), mentre piccoli eventi possano avere fisicamente delle grandi conseguenze globali (la distruzione dell’Anello impone la fine del regno di Sauron). Alla fusione dell’Anello nella lava segue un terremoto che distrugge le fortezze di Sauron, così come Gandalf può far bruciare dei pezzi di legno in una tormenta di neve pronunciando solo poche parole, così come delle gemme possono rendere più alto e dotato di luce propria qualcuno (anche se ciò non mai ben chiaro, se si tratti solo un’apparenza o una distorsione fisica dovuta all’impiego di una potenza dell’oggetto; per ragioni di coerenza, scegliamo questa seconda interpretazione). In questo senso sembra che ci siano delle violazioni nelle leggi della conservazione dell’energia e della massa, come quando, ad esempio (oltre a quelli appena visti) Merry e Pipino bevono la bevanda fornita loro da Barbalbero e crescono ulteriormente in altezza, vale a dire che tale pozione fornisce delle energie biochimiche supplementari in grado di alterare il loro metabolismo!

Ma la legge fisico/morale più stupefacente che si innesta nella teoria della causalità tolkeniana è senz’altro il principio che ad ogni azione buona corrisponde una serie di conseguenze buone, mentre ad ogni azione cattiva corrisponde una serie di conseguenze cattive. Questa è, come si può intuire, una logica conseguenza della concezione morale immanente nel mondo fisico. Sicché c’è una quarta legge della dinamica in cui ad ogni azione, buona o cattiva, corrisponde una reazione buona o cattiva in base alla qualità dell’azione di partenza. Questo principio pervade continuamente la trilogia dell’Anello e ne esporremo qualche esempio:

Il prezzo chiesto da Billy Felci era dodici soldi d’argento, almeno tre volte il valore corrente di un pony da quelle parti. Fu accertato che l’animale era pelle e ossa, denutrito e avvilito: ma non pareva che stesse per morire. Il signor Cactaceo lo pagò personalmente, e offrì a Merry altri diciotto soldi per compensarlo alla meglio degli animali andati persi. Era un uomo onesto, o perlomeno tale era consdierato a Brea: tuttavia trenta soldi d’argento erano un colpo duro da ingoiare, ed esser preso in giro da Billy Felci rendeva il tutto ancora più penoso e sgradevole. Ma a dir vero, a guadagnarci, in fin dei conti, fu proprio lui. Più tardi si accorsero che un solo cavallo era stato effettivamente rubato. Gli altri, allontanati, o scappati per il terrore furono trovati a girovagare in vari angoli della Terra di Brea. (…) Fu così che (…) il signor Cactaceo, il quale si ritrovò con cinque buone bestie pagate bene: perciò nell’insieme si considerarono soddisfatti: avevano evitato un viaggio duro e pericoloso. Ma non giunsero mai a Gran Burrone.[5]

Questo passo è estremamente indicativo sulla questione perché mostra alcune peculiarità importanti del mondo tolkeniano: prima di tutto, Cactaceo ha delle ripercussioni positive per il suo buon atto (esplicitamente! perché Tolkien costruisce l’intera digressione, altrimenti inutile e superflua – cosa che lo rende, infatti, un passo quasi irritante dal punto di vista letterario e non filosofico! – proprio per spiegarci quanto sia valido nel suo mondo il principio di azione e reazione morale). In secondo luogo, che all’assenza di una buona azione, anche se pagata con della fatica, ne consegue una assenza di una buona azione. Gli animali, che si evitano un lungo e pericoloso viaggio, non vedranno uno dei posti più belli e prosperosi della terra, Gran Burrone. Ma altrettanto chiaramente vien esplicitato questo principio nel dialogo più importante del libro, quello tra Gandalf e Frodo al principio de La compagnia dell’Anello, momento in cui vengono espressi molti degli importanti concetti filosofici de Il signore degli Anelli:

“… Al punto in cui è arrivato è certo malvagio e maligno come un Orchetto, e bisogna considerarlo un nemico. Merita la morte.” “Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca ad essere curato ed a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità. Egli è legato al destino dell’Anello. Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia; e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini, e soprattutto del tuo”.[6]

Questo passo è il più importante dell’intero libro e mostra pienamente quanto detto.

In fine, ai quattro principi della dinamica delle Terre di mezzo, ne va aggiunto un quinto, vale a dire il principio di simmetria delle cause morali rispetto alle sue conseguenze: ad ogni causa buona o cattiva corrisponde una conseguenza buona o cattiva nella misura in cui lo è la causa. Così, se non vale pienamente il principio di azione e reazione a livello di fisica-non morale, vale questo quinto principio limitativo, rispetto al quarto.

In più, come prima, vale il principio (che espliciteremo dopo) che, per quanto le entità del mondo di Arda siano immerse in una logica stringente di natura fisico/morale, esse, comunque, non possono accedere alla conoscenza di tutti i dettagli del loro destino per poterne prevedere il corso degli eventi. Sicché, anche nelle migliori condizioni, la scienza fisica è di tale natura da non poter essere formalizzata proprio perché ha degli elementi matematicamente irriducibili, o così tali da far pensare ad una loro irriducibilità su base puramente quantizzabile. Ed infatti la saggezza di Gandalf non si sviluppa né in teoremi né in principi deduttivi o empirici di sorta, ma svolge una forma di paternalismo doxastico, laddove egli ha solo delle pure intuizioni e elabora qualche ragionamento che suggella in poche incisive frasi, che elargisce come un padre con i figli. E non è un caso che gli hobbit si irritino spesso con lui per la sua reticenza.

In generale, comunque, le usuali leggi della fisica dovrebbero valere a livello geofisico, mentre non è chiaro il livello astrofisico: ne Il signore degli Anelli non si parla del moto di stelle o pianeti e non è dato capire, ad esempio, se il sole si sposti o se si sposti la terra. Né, ad esempio, c’è alcun essere vivente, per quanto saggio, che conosca interamente la terra di mezzo. Si sa solamente che oltre il mare esista un’altra terra, che sembra avere delle proprietà magiche opposte a quelle della terra di Mordor, laddove tutti gli esseri veramente buoni, per delle ragioni specifiche, hanno diritto di andarci: Frodo, Gandalf, Elrond, Galadriel… Ed è stato detto che tale terra sia oltre l’occidente. Ma non è specificato altro. Non sappiamo, dunque, molto sulla cosmologia tolkeniana, cosa che egli tracciò più compiutamente in altri libri, a quanto pare.

 

1.3 Il vitalismo tolkeniano e le intelligenze immanenti come conseguenza del mondo morale: la fenomenologia dello spirito secondo Tolkien

Ogni entità o è buona o è cattiva e ha una sua peculiare forma di influenzare le leggi usuali della fisica, assumendo che le leggi psicologiche rispettino e non violino le leggi fisiche. Con queste premesse, si nota immediatamente che le singole cose sono una peculiare forma di vita, nel senso che agiscono in modo da avere una loro peculiare volontà. Quasi tutto del mondo di Tolkien è considerato come se avesse una “vita”, come una spada o un albero e non solo gli Ent, ma proprio gli alberi. Persino la terra ha dei peculiari spiriti che la animano: “Poi all’improvviso capì di essere prigioniero e di non avere scampo: era in un tumulo. Uno Spettro dei Tumuli l’aveva afferrato, soggiogandolo probabilmente con uno di quegli abominevoli sortilegi di cui parlavano le misteriose leggende. Non osava muoversi e rimase lì disteso come si trovava…”[7] Traccia di questo si può trovare anche in un altro passo:

Udivano rumori raccapriccianti nel buio che li circondava. Forse non si trattava che di un gioco del vento tra le fessure e le crepe della parete rocciosa, tuttavia il suono era quello di stridule grida e di selvaggi scoppi di risa. Dei massi rotolarono già dai fianchi del monte, ululando sulle loro teste, sfracellandosi sul sentiero accanto a loro. Di tanto in tanto udivano un brontolio sordo, mentre un grosso macigno precipitava da alture nascoste.

“Non possiamo andar oltre, stanotte”, disse Boromir. “Chi vuole lo chiami pur vento; vi sono nell’aria voci crudeli, e codeste pietre sono dirette contro di noi”.

“Io lo chiamo vento”, disse Aragorn. “Il che non implica però che ciò che dici non sia vero. Vi sono molte cose malefiche ed ostili nel mondo, che nutrono poco amore per coloro che vanno su due gambe e che non sono tuttavia in lega con Sauron poiché hanno i loro propri scopi. Alcune sono sulla terra da più tempo di lui”.

“Il Caradhras era chiamato il Crudele” disse Gimli, “e godeva di una cattiva nomea anni ed anni addietro, quando di Sauron nessun rumore ancora era giunto in queste contrade”.[8]

Ma lo stesso vale per le piante. Ad esempio ne La compagnia dell’Anello la prima foresta è descritta come “cattiva”, con alberi “malvagi”: “Gli alberi a due lati del viottolo si fecero sempre più vicini e i viaggiatori non riuscivano a vedere che pochi passi avanti a sé. Mai come allora sentirono l’ostilità e la cattiveria del bosco concentrate su di loro”[9]; e vengono salvati dal bislacco Tom Bombadil, Merry e Pipino, quando vengono intrappolati da uno strano albero malvagio. Ma la spada di Elendil, quella che mozzò il dito di Sauron con l’Anello, è considerata quasi come se fosse una persona.

Ma più che vitalismo intrinseco, si dovrebbe parlare di una peculiare fenomenologia dello spirito di Tolkien. Se ogni entità della realtà influisce fisicamente a livello morale, se tutte le regioni dello spazio/tempo sono soggette a leggi fisiche e morali, se alcune regioni sono buone e altre cattive e se gli eventi sono buoni o cattivi, allora l’evoluzione del mondo segue un principio di alternanza degli opposti, dove il bene contrasta col male e viceversa. In questo senso, si assiste ad una visione del destino sia del generale che del singolare: ogni cosa ha un suo preciso posto nel mondo e reagisce in base a forze che, in parte, lo sovrastano e impongono un determinato andamento delle cose del mondo. Da qui in poi useremo la lettera maiuscola per distinguere il Destino collettivo, forma di una immanente provvidenza e intelligenza, dal singolo destino individuale.

Ma non siamo in una dimensione di trascendentalismo, non v’è niente del genere nel mondo di Tolkien e ciò è testimoniato da due fatti principali: non v’è religione e nessuna specie ne ha una, e il culto dei morti prevede riti funerari volti a preservare la memoria di colui che è caduto. Dunque, la morte è la distruzione di una peculiare entità fisica alla quale non v’è corrispettivo non-fisico. Se la fisica ha già in sé il principio morale, una volta che un’entità si dissolve si porta con sé la dissoluzione della suddetta proprietà morale. Non si può, dunque, pensare ad un Dio (o, comunque, non si può pensare in base a ciò che compare nel libro, non perché non sia nel mondo di Tolkien logicamente postulabile) né ad una realtà ultraterrena, ma al massimo ad un qualche universo parallelo (il caso di Gandalf).

Sulla base di queste considerazioni si può definire il susseguirsi degli eventi come la risultante di forze fisiche e morali in continuo conflitto vicendevole, dove emerge solo una linea risultante determinata dalle peculiari leggi fisico/morali immanenti nel mondo di Arda (o delle Terre di mezzo). Il Destino, dunque, non pervade solamente gli esseri intenzionali (la gran parte) ma anche gli esseri non intenzionali (come alcuni oggetti), giacché tutte le entità hanno un preciso posto nel mondo e in esso prendono parte attiva alle vicende costitutive della realtà. La presenza del Destino è esplicitamente dichiarata solo in pochi passi, ma tutti sono decisivi: “Dietro a questo incidente vi era un’altra forza in gioco, che il creatore dell’Anello non avrebbe mai sospettata. E’ difficile da spiegarsi, e non saprei essere più chiaro ed esplicito: Bilbo era destinato a trovare l’Anello, e non il suo creatore. In questo caso, anche tu eri destinato ad averlo, il che può essere un pensiero incoraggiante”.[10] Da notare l’uso dei corsivi non nostri, che sottolineano il fatto che vi è una linea perdurante e sottile che è il risultato di forze contrapposte nella quale i singoli si incastrano e si scastrano in base al preciso concatenarsi delle forze in gioco, che li sovrastano.

Bene e male, dunque, interagiscono insieme per delineare una superiore visione di intelligenza che guida tutte le azioni del mondo. Questa intelligenza, però, non è attiva, non interviene dall’alto come la mano di Dio, ma appare più simile alla “mano invisibile”, così ben descritta e considerata dall’economia di Adam Smith: vediamo che l’evolversi degli eventi segue una sua intelligenza, intrinseca alle leggi del mondo, ma la possiamo cogliere solo a posteriori. Gli esseri, dunque, si trovano ciechi di fronte al coglimento dell’intelligenza immanente, a parte alcuni che hanno il dono della preveggenza: Gandalf, Saruman, Aragonr e, alla fine, Frodo. Tolkien, naturalmente, non coglie l’aspetto paradossale di chi legge il futuro senza poterlo influenzare (giacché conoscere l’andamento delle cose future significa retroattivamente causarlo, ma allora si prevede una regressione all’infinito delle previsioni che alternano gli eventi e il futuro altera il passato e viceversa… insomma, un paradosso inaccettabile); ad ogni modo, comunque, coloro che sono in grado di riconoscere i segni di questa intelligenza, frutto dell’interazione di tutti gli elementi fisici/morali in gioco, non sembrano comunque essere in grado di potersi giovare in modo determinante di tali conoscenze, a parte, forse Gandalf e Aragorn. Anche perché ci sono altri che riescono ad avere una versione distorta degli eventi futuri, come Sam quando vede il futuro nell’acqua di Galadriel, o come quando Saruman guarda il Palantir: costoro vedono solo le conseguenze dell’azione del male e ne rimangono soggiogati, ma l’intelligenza non è solo la conseguenza del male, ma pure quella del bene, di modo che essa è sempre il risultato dell’azione di entrambe. E non a caso sia Aragorn che Gandalf non perdono mai speranza proprio perché sanno che sussistono questi due fronti immaginari che si fronteggiano e che generano l’unica realtà finale.

Conseguentemente a questa visione immanente di un destino individuale che è l’espressione di una peculiare intelligenza, possiamo notare, a questo punto, che il mondo non è necessariamente orientato verso il meglio, ma, oltre ad essere irrimediabilmente soggetto a cambiamento (come Sam deve imparare a sue spese), è almeno localmente destinato a migliorare o peggiorare: se la risultante delle forze fisico/morali in contrapposizione è a favore del bene, il bene non può che imporsi, sebbene ciò sia inconoscibile addirittura ai più saggi. Così che è lecito supporre che alla caduta definitiva dell’oscuro signore, eliminate molte delle cose molto malvagie, si passi ad un mondo molto più buono. Ma dato che le cose buone si lasciano corrompere, non è chiaro se il mondo delle Terre di mezzo sia sempre indirizzato al cambiamento verso il meglio. Di certo, a differenza di Hegel, non si può parlare di una progressione dell’immanenza della razionalità nel mondo, prima di tutto perché non c’è niente di intrinsecamente buono che sia necessariamente razionale, in secondo luogo perché la razionalità in sé stessa non è affatto qualcosa di buono. Ad esempio, esistono conoscenze che è bene non conoscere, perché, in quanto fatti morali negativi, possono influenzare in modo nefasto la nostra condotta: Saruman cadrà in questo trAnello, come dice esplicitamente Gandalf. Il fatto è che l’ordine buono sembra solo quello tracciato dal destino, ma non è il risultato di una adozione di condotta razionale, né molto né poco. La razionalità, dunque, è solo una condizione strumentale che non ha in sé un valore positivo, mentre può averlo negativo. In qualche modo la visione della realtà tolkeniana è vicina a una forma di stoicismo ilare, sfrondata della sua componente razionalista, dove l’ilarità sta nel riconoscimento della speranza. Forse, ancora più vicino, sta la visione protestante ribaltata, ribaltata solo perché ciò che c’è di buono è immanente, già parte del mondo e non è fuori di esso.

 

2. Filosofia del linguaggio

Ne Il signore degli Anelli sussiste una vera e propria varietà degli usi linguistici, arricchita dagli espedienti etimologici propriamente volti a evidenziare le varie differenze tra le lingua naturali disponibili nelle Terre di mezzo. Ma per apprezzare le differenze negli usi linguistici del mondo di Tolkien sarà bene tenere continuamente a mente quanto detto nel capitolo precedente.

(1) Il linguaggio può denotare fatti, che, nel mondo di Tolkien, sono sempre morali.  (2) Ma con esso si possono fare anche grandi cose, vale a dire che sussiste un suo peculiare uso performartivo. (3) La lingua ha anche una funzione propriamente storica, cioè funge da depositario della memoria popolare, laddove nel mondo di Arda regna la lingua orale sulla scritta e la saggezza dei popoli è conservata mediante leggende e ballate che sono imparate a memoria dalla gente e, se non vengono conservate, sono destinate ad essere obliate (parola ricorrente nella traduzione che abbiamo letto del libro). (4) C’è, poi, un uso del linguaggio propriamente ludico, volto a divertire, sicché la figura del bardo, sia essa pur ricoperta da qualche personaggio specifico (tutti, a turno, sono bardi delle proprie storie o delle storie dei propri popoli), è importante.

Riprenderemo, ora, i vari punti in paragrafi, così da enunciare chiaramente le varie filosofie del linguaggio presenti ne Il signore degli Anelli. Prima di proseguire, stabiliamo che, per convenzione, il linguaggio sotto esame è quello utilizzato dai protagonisti e non dal narratore onnisciente (che pure sembra essere rintracciabile in un uomo della Terra di mezzo, laddove sia nel Prologo che nell’Appendice si forniscono il corpus fittizio di fonti sulla base delle quali viene descritta la storia).

 

2.1 Il linguaggio dei fatti

La semantica de Il signore degli Anelli segue quella corrente, vale a dire che il significato di un’asserzione dichiarativa sta per un fatto corrispondente. Essa sarà vera o falsa in base alla corrispondenza del fatto. Tenuto fermo il principio di bivalenza (una frase dichiarativa è vera o falsa e non può che essere vera o falsa e non entrambe) e il principio di non contraddizione, si può stabilire che la lingua puramente denotativa, referenziale, del linguaggio adottato rispecchi quelle che sono le usuali convenzioni logico-sintattico-linguistiche. Ci sono due proprietà importanti da sottolineare: innanzi tutto, il linguaggio esprime fatti, che sono caratterizzati da proprietà fisiche e morali, sicché ogni asserzione vera sarà anche giusta. In altre parole, la logica sottostante al linguaggio semantico delle varie lingue di Arda è di natura deontologica, intrinsecamente deontologica. Non per niente i più saggi dicono cose vere e giuste. Inoltre ciò viene mostrato dal fatto che esistono delle lingue con le quali la malvagità si esprime con più chiarezza ed efficienza che con altre e, lo stesso, vale per la bontà. Quando Frodo scopre l’origine dell’Anello vede che nell’Anello stesso ci sono scritte delle lettere in una lingua Elfica (Elfico arcaico) e Gandalf, che pure potrebbe leggerle, si rifiuta: “Le lettere sono Elfiche, scritte alla maniera arcaica, ma la lingua è quella di Mordor, che non voglio però pronunziare qui”.[11] Ma nell’importante ora del consiglio di Elrond, Gandalf, sebbene nel fatato locus amoenus di Gran burrone, dirà:

“…Su questo stesso Anello che hai visto innalzato davanti a te, tondo e disadorno, le lettere riportate da Isildur possono ancora essere lette, se si ha la forza di volontà di mettere l’oggetto d’oro un attimo nel fuoco. Io l’ho fatto, ed ecco cosa vi ho letto:

Ash nazg durbatulùk, ash nazg gimbatul, ash nazg thrakatulùk agh burzum-ishi krimpatul”.

Il cambiamento nella voce dello stregone era stupefacente. Divenne improvvisamente minacciosa, potente, dura come la pietra. Un’ombra parve offuscare l’alto sole, ed il porticato si fece scuro per qualche momento. Tutti tremarono, e gli Elfi si tapparono le orecchie.

“Nessuna voce aveva mai osato pronunciare parole in quella lingua qui a Imladris, Gandalf il Grigio”, disse Elrond, e l’ombra passò e tutti respirarono nuovamente.[12]

Non è un caso che Elrond apostrofi Gandalf, laddove a quelle parole addirittura il sole si oscura.

Merry e Pipino si lamentano spesso del fatto che non sono buoni cantori, anche perché la loro lingua non è avvicinabile a quella Elfica. Al di là dell’aspetto musicale, vi è il fatto che la lingua degli Elfi sembra essere grammaticalmente e semanticamente più idonea a trattare dei fatti buoni e, infatti, i personaggi più importanti e illustri se ne servono in determinate circostanze appropriate, come Aragorn, Gandalf e Legolas. Ma l’esempio migliore rimane l’impiego della lingua Elfica nella tana di Shelob, il grande e terribile ragno (femmina!), senza che né Frodo né Sam avessero la conoscenza di quella lingua. Questo perché, ancora una volta, per denotare delle cose buone, bisogna dirle nella lingua consona. Dunque, l’aspetto metafisico, che vede il mondo dominato da fatti buoni o cattivi, si riverbera anche sul linguaggio e sui suoi usi.

2.2 L’uso performativo del linguaggio di Arda

Con le parole si possono fare grandi cose, come avrebbe detto John Austin e Gandalf il grigio avrebbe sottoscritto (non ce ne voglia Austin per questa sua associazione con Gandalf!). Abbiamo detto e ripetuto che siamo in un mondo morale. Considerando che il linguaggio è un suono, cioè un fatto fisico in questo senso, esso potrà essere usato per compiere delle azioni.

Austin distingueva tre usi distinti del linguaggio performativo: locutorio, illocutorio e perlocutorio. Il linguaggio performativo riguarda l’uso del linguaggio espresso da una persona in prima persona, per mezzo del quale sta compiendo una precisa azione normata da un codice (versione Austiniana) o che, se viene riconosciuta una certa intenzione, il linguaggio diventa operativo, cioè l’espressione di un’azione (Strawson e altri). Quando Frodo dice a Gollum, nel momento che Faramir vuole ucciderlo, che promette di garantire per la sua incolumità (“Suvvia, Sméagle! – disse Frodo. – Devi fidarti di me. Non ti abbandonerò…”[13]), egli sta prestando un giuramento. Gollum non riesce a comprendere fino a che punto Frodo abbia eseguito l’azione di promessa, perché non ne riconosce la purezza delle intenzioni (essendo Gollum ora malvagio ora relativamente buono). Ma lo stesso accade all’inverso, quando Gollum è costretto a giurare sull’Anello (sul suo Tesoro) per garantire sul mantenimento della parola data. Quando Pipino presta giuramento di fronte al sovrintendente Denethor sta compiendo un preciso atto illocutorio, tale per cui al proferimento locutorio del performativo si esegue un atto illocutorio che ha determinati effetti: Pipino diventa un attendente del sovrintendente. Lo stesso accade all’inverso, quando Denethor, investito della sua autorità, scioglie l’obbligo di Pipino nei suoi confronti.

L’uso performativo del linguaggio è pervasivo ne Il signore degli Anelli perché, continuamente, le varie autorità compiono degli atti mediante il linguaggio. Tutto questo rientra nella normalità. Anche noi, quotidianamente, compiamo spesso atti mediante il linguaggio. Ma c’è una peculiare forma di atto illocutorio che viene compiuto dai personaggi de Il signore degli Anelli, che noi non possiamo compiere: la magia.

Una formula magica è un insieme di parole, correlate o meno a un insieme precisa di gesti, che, una volta proferite, determinano un preciso evento fisico: “Finalmente Gandalf stesso diede loro, riluttante, una mano. Prese un fascio e lo tenne un momento alzato, quindi col comando naur an edraith ammen! lo colpì al centro con un’estremità del proprio bastone. Immediatamente si sprigionò una fiamma verde e blu, e la legna avvampò crepitando”.[14] Questo esempio illustra in modo esemplare in cosa consista un atto linguistico illocutorio magico: proferendo una serie di parole con i giusti gesti, sotto la normativa dell’accurato svolgimento di una procedura, si verifica un effetto preciso. L’effetto perlocutorio dell’atto illocutorio ben eseguito è l’accensione del fuoco. Un altro esempio di atto illocutorio magico è il seguente:

Si avvicinò [Gandalf] nuovamente alla rupe, e toccando leggermente col bastone la stella d’argento che brillava in centro sotto il segno dell’incudine, disse con tono di comando

Annon edhellen, edro hi ammen!

Fennas nogothrim, lasto begh lammen!

Le linee d’argento svanirono, ma la nuda e grigia roccia non si mosse.[15]

In questo caso assistiamo a un fallimento dell’atto comunicativo, laddove l’atto illocutorio magico non funziona per via dell’infrazione del buono svolgimento della procedura. Manca qualcosa perché l’atto diventi operativo. Osserviamo, dunque, che la filosofia degli atti linguistici in Tolkien prevede entrambe le posizioni, vale a dire quella che pensa agli atti linguistici come legati ad una precisa procedura, indipendentemente dalle intenzioni degli attori comunicativi (come avrebbe tendenzialmente preferito John Austin); ma pure quella che ritiene predominante l’aspetto delle intenzioni sull’esecuzione degli atti linguistici rispetto alla procedura (Strawson e Searle in particolare). In Tolkien entrambi gli aspetti sono presenti e nessuno dei due predomina sull’altro.

Data la natura del mondo di Tolkien, ci sono magie buone o cattive, che avranno degli effetti buoni o cattivi. In realtà, le formule magiche usate ne Il signore degli Anelli sono meno di quanto uno si aspetterebbe da un libro fantasy, anche perché i portatori degli Anelli del potere buoni hanno compiuto un giuramento in cui si autovincolavano  a non usare la propria forza contro quelle di Mordor, per evitare che essi stessi cadessero nella tentazione di diventare degli oscuri signori, anche se al principio avessero usato la propria forza a fin di bene (si ricordi sempre che Tolkien considera molto ambiguo un potere supremo). Ad ogni modo, comunque, le magie vengono eseguite mediante l’apporto di un linguaggio.

Una formula magica è, dunque, un atto illocutorio con precisi effetti perlocutori, atto illocutorio che presuppone che la formula sia eseguita correttamente, indipendentemente dalla recezione di essa da parte delle altre persone. Emblematica è la scena in cui viene conquistato Isengard e Saruman cerca di incantare Gandalf, Theoden e gli altri. In questo caso si assiste chiaramente ad una lotta tra un incantatore e i suoi avversari. Come per emettere un verdetto bisogna essere un giudice, così per effettuare magie bisogna essere degli stregoni. In quel momento, Saruman stava perdendo definitivamente la sua potenza, sicché le sue parole sortivano l’effetto solo parzialmente, così, sebbene egli compisse degli atti illocutori, che potremmo chiamare “incantativi”, ciò nonostante essi fallivano nel sortire i corretti effetti perlocutori (l’incantamento dei suoi avversari).

 

2.3 La lingua come depositario della memoria storica

Ne Il signore degli Anelli sembra regnare una naturale diffidenza nei confronti della lingua scritta. Testimonianza può essere il fatto che le parole marchiate da Mordor sull’Anello del potere sono tra le poche scritte riportate da Tolkien. Si parla anche di libri di storia, come il libro rosso, scritto da Bilbo e da Frodo. Anche Gandalf si reca a Minas Tirith per leggere alcune importanti carte contenute nelle biblioteche, per scoprire importanti informazioni sull’Anello. Ma i libri fanno raramente capolino nel testo.

Quasi tutte le informazioni davvero importanti non sono conservate nella carta o su delle steli, esse sono ricordate mediante ballate e canti, come più volte viene detto sia in termini positivi che negativi: se non si dispone di alcuna canzone o ballata, la memoria di qualcosa è andata irrimediabilmente perduta: “-E’ vero- disse Legolas. Ma gli Elfi di questa terra erano di una razza estranea a noi, gente silvana, e gli alberi e l’erba non li rammentano. Solo odo le pietre rimpiangerli: In noi profondo scavarono, con arte ci lavorarono, in alto ci elevarono: ma più non sono qui. Non sono più qui. Da molto tempo ormai fuggirono ai Rifugi Oscuri”.[16]

Non per niente i più saggi sono anche quelli che inventano nuove ballate e nuove storie, a beneficio di chi le dovrà mandare giù a memoria: Gandalf e Aragorn, più di tutti gli altri, sono esperti conoscitori delle antiche storie e ne inventano, di quando in quando, qualcuna. Ma anche Bilbo, la cui abilità nel creare storie e ballate si avvicina senza raggiungere a quella Elfica, è un personaggio considerato molto saggio, specialmente dagli hobbit, proprio per tali abilità.

Inoltre è interessante notare come il mondo delle Terre di mezzo sia dominato da specialisti di alcune specifiche arti il cui sapere si tramanda per linea familiare diretta, salvo rari casi. I Nani sono esperti nell’arte della lavorazione della pietra, dei metalli e dei monili, specialmente se composti da metalli preziosi; gli Elfi sono abili tessitori, capaci di grande perizia in tutto ciò che richiede una precisa abilità manuale; gli hobbit sono bravi giardinieri e contadini; gli uomini, invece, possono essere esperti un po’ di tutto, senza raggiungere alcun vertice se non, forse, nelle arti magiche: i più abili stregoni, venuti in tempi immemorabili (tanto che non si conservano storie o ballate su di loro) dall’est sono esseri umani, come Gandalf e Saruman. Congiuntamente alle cognizioni specifiche per i singoli mestieri, anche il lavoro si trasmette per linea familiare diretta, laddove, d’altra parte, si suppone che la saggezza si tramandi per linea biologica, giacché un padre buono lo è per delle doti fisiche che si trasmettono alla prole, sicché la loro crescita sarà volta a sviluppare quelle qualità morali già presenti nel fisico, in modo da dare alla progenie le stesse qualità che sono state così accuratamente preservate dalla filiazione.

Non è un caso, infatti, che si dispensino continuamente giudizi sulle qualità di una persona in base alla famiglia di appartenenza, come si usava fare nei tempi preindustriali anche in Occidente, laddove addirittura David Hume motivava questa ragione sulla base della correlazione più immediata tra le idee della famiglia e con quelle relative membro di appartenenza, sicché, pur in assenza di una relazione più forte, molte proprietà venivano associate naturalmente. Ma nel mondo di Tolkien questo principio si trasforma quasi in una legge di natura biologica, laddove, come abbiamo visto, v’è una legge di conservazione della natura morale dei fatti basilari, sicché da due buoni genitori non può che scaturire una buona progenie, indipendentemente dalle peculiarità della progenie stessa.

Le conoscenze si trasmettono oralmente e, specialmente, quelle relative alla storia del popolo. E il popolo colto apprende numerose storie e ballate sul proprio conto, tutte apprese per via orale. La lingua orale, dunque, regna sovrana nel mondo di Arda e, anche per questo, si fa molta cura alla tutela dell’uso della lingua, così da non renderla spuria. In questo senso, sebbene quasi tutte le razze abbiano una lingua propria, tanto più utilizzata quanto la singola razza è avulsa dalle altre (come gli Elfi e i Nani e meno le altre), tuttavia si è resa necessaria l’adozione di una lingua interculturale, simile all’antico latino o all’attuale inglese, il “comune”. Questa lingua è utilizzata soprattutto in sede di scambio comunicativo o informativo, ma per le vecchie storie (si vedano gli Ent o gli Elfi) si preferisce usare la propria lingua, anche perché essa è più adatta a trasmettere i fatti relativi alla propria gente e le traduzioni vengono definite “infedeli”, giacché non tutto che può dirsi di buono in una lingua può tradursi nella corrente.

Va notata la preminenza della storia, come narrazione di fatti, all’interno delle Terre di mezzo. Questa importanza non va sottovalutata. A prescindere dal fatto che l’autore, Tolkien, fu uno dei più insigni studiosi di storia antica e medioevale e che fu un esperto conoscitore della lingua inglese e delle lingue europee arcaiche, ciò che ci interessa qui è rilevare l’importanza della funzione della storia nel mondo di Tolkien. La storia, dunque, è testimonianza delle azioni di un popolo, ma vale anche come giustificazione morale della sua esistenza. Se, come abbiamo continuamente ribadito, i fatti del mondo di Tolkien hanno sempre una componente morale intrinseca, se ciò, come visto, vale all’interno del contesto biologico-generativo, allora la storia ha la funzione di evidenziare se un popolo è buono o cattivo, in base al fatto che la storia degli effetti di un popolo, se è buona, indica che il popolo è intrinsecamente buono, viceversa non lo è. D’altra parte, infatti, i traditori non sconfessano la storia del loro popolo, giacché si separano dalla loro comunità come esseri devianti (Saruman per tutti). In questo senso, la storia è sia descrizione di fatti antichi, sia giustificazione stessa di un popolo di fronte agli altri. Ma non solo.

La storia, come narrazione dei fatti antichi, è l’unica conoscenza che deve essere coltivata perché tanto più si scava nel passato e tanto più si rivedono i fatti antichi che non sono stati corrotti dalla commistione del bene col male. Tanto più si va a ritroso nel tempo e tanto più il bene era tanto maggiore, così come il male. Il tempo, infatti, ha disperso molto del male, ma esso ha contaminato molto del mondo buono, sicché solo andando al principio si ritrova tutto nella sua perfetta purezza. Così, ad esempio, le leggende sulla venuta degli Elfi o del capostipite dei Nani mostrano come la realtà arcaica fosse più pura e, in un certo senso, più incontaminata.

E’ da questi elementi di sottofondo (biologismo, preservazione pura delle specie, assenza di una morale sovrastante ma immanente al mondo, la storia come giustificazione delle azioni di un popolo) che sorge lo spirito conservatore di Tolkien, che ricorda molto certi aspetti del pensiero nietzschiano. La storia non è vista come l’eterno ritorno dell’identico, in superficie, ma lo è nel profondo: la lotta del bene contro il male ripercorre sempre il medesimo processo, pur mutando sempre di forma. Allo stesso modo, per questo continuo mutamento delle forme esteriori e contaminazione reciproca dei fatti morali buoni e cattivi, emerge l’idea che le cose all’origine fossero migliori. Anche Tolkien ama la natura perfetta e pura dei grandi eroi, che portano avanti le loro rispettive forze e, come vedremo, ciò vale tanto più all’interno della concezione tolkeniana della morale; ma qui non si può non evidenziare il vitalismo fiero della figura dell’eroe che ha il compito di guidare la plebaglia, interpretata come libera, se buona, o schiava, se cattiva. Non si dimentichi, infatti, che tutti coloro che si recano al cancello di Mordor sono volontari, mentre gli eserciti di Sauron sono schiavi.

La principale differenza tra Nietzsche e Tolkien, a questo riguardo, è che per il primo non esistono descrizioni privilegiate degli eventi reali, ma solo dei discorsi linguistici impossibili da ordinare in una scala gerarchica di attendibilità. Vale a dire, che per Nietzsche, ogni descrizione della realtà è solo una possibile interpretazione di essa e non l’unica possibile, compresa quelle stesse analisi sulla realtà che egli fornisce non sono da considerarsi privilegiate rispetto alle altre. Per Tolkien le cose stanno in modo decisamente diverso. Non soltanto esiste una possibile descrizione di ogni evento fisico, ma tale descrizione, se vera, è anche buona, sicché essa è sia l’espressione della verità immanente alle cose, sia l’esplicitazione, a livello morale, di ciò che è giusto fare e di ciò che va fatto. Niente di più lontano dall’acosmismo epistemico/descrittivo di Nietzsche!

  

2.4 L’uso ludico del linguaggio

La filosofia del linguaggio di stampo analitico, cioè il paradigma dominante, offre una gigantesca impalcatura di natura semantica, investigando i problemi della definizione dei termini semantici fondamentali (senso, denotazione e verità). Ma essa fallisce molto spesso nel riuscire ad offrire una descrizione e qualificazione del linguaggio ordinario e, per questo, la pragmatica analitica (da Grice e i neogriceani, alla teoria degli atti linguistici da Austin in poi) ha fatto molto per chiarificare i termini fondamentali della comunicazione (intenzione, implicito, esplicito, atto linguistico). Ma su un punto sia la semantica che la pragmatica si trovano concordi: comunicare significa scambiare informazioni, comunicare credenze, asserire enunciati veri o falsi. Eppure tutto questo sembra ignorare un uso fondamentale del linguaggio: il divertimento.

Sarebbe inutile, in questa sede, difendere questo ulteriore genere di approccio al linguaggio, ma è indispensabile notare che la logica del linguaggio ludico sfrutta sia i significati e le aspettative su di essi da parte del parlante e ricevente, sia le aspettative su quanto verrà compreso dal parlante e dal ricevente. In altri termini, il linguaggio ludico si fa beffe tanto degli aspetti propriamente semantici sia di quelli comunicativi, se volti alla diffusione di credenze. I giochi di parole, le barzellette sono espedienti che fanno leva, chiaramente, sulla semantica e sulle aspettative dell’uditore, ma non hanno alcun significato (talvolta, i nonsense) e non hanno interesse a comunicare credenze vere. Ad esempio:

(a) Cosa fa un gallo in acqua?

(b) Non so. Beve?

(a) Galleggia.

E’ evidente che, qui, non si vuole comunicare né l’idea che un gallo faccia qualcosa di particolare nell’acqua. Ed è addirittura irrilevante stabilire se il gallo galleggi oppure no. Il gioco di parole sfrutta l’assonanza tra le parole e i significati, cioè i termini “gallo” e “galleggiare” hanno una radice comune nel suono, ma non nel significato e il gioco sfrutta proprio questo fatto. Il divertimento nasce proprio dalla costruzione del nonsense.

Ne Il signore degli Anelli non compaiono nonsense, ma il linguaggio è continuamente sfruttato allo scopo di fornire un sano divertimento ai protagonisti. Essi cantano, raccontano storie buffe e divertenti non per sapere qualcosa ma come scopo diversivo. D’altra parte, basta essere entrati in un bar di qualche paese in cui gli anziani non erano persone abituate alla televisione (che fa proprio l’uso e abuso del linguaggio come strumento di divertimento) per ascoltare le loro chiacchiere e venire a scoprire che parlano quasi a vanvera, ma non senza scopo. All’interno de Il signore degli Anelli l’assenza di strumenti adatti al divertimento rende il linguaggio uno dei pochi mezzi in grado di distrarre i protagonisti dai problemi a cui sono continuamente soggetti, vista la dimensione drammatica delle loro vicende.

3. Epistemologia anulare

3.1 L’epistemologia nel mondo di Arda

Se so che Gandalf è uno stregone, è perché lo credo, le cose stanno così, e possiedo delle buone ragioni per crederci. In altre parole, per sapere qualcosa in senso forte, è necessario che io vi creda, che la credenza sia vera e che abbia una qualche giustificazione per essa. La credenza in una proposizione, e qui consideriamo solo questa forma di conoscenza, consiste nel pensare ad una certa proposizione. Ad esempio, “So che Gandalf è uno stregone” implica che “Io credo che Gandalf sia uno stregone”, vale a dire che penso stabilmente nella mia mente che “Gandalf sia uno stregone”. Nella filosofia analitica si distingue tra credere e pensare in base alla differenza di stabilità di assunzione di una certa proposizione; nel caso in cui ci creda, la proposizione è assunta stabilmente, viceversa è solo pensata. La credenza è un fatto psicologico. Come tutti i fatti del mondo tolkeniano, anche i fatti psicologici sono o buoni o cattivi.

Non tutto, dunque, deve essere frutto di conoscenza perché in grado di traviare fisicamente la nostra mente. Apprendere le arti malefiche significa imparare determinate conoscenze su fatti morali cattivi e, dunque, capaci di produrre in noi delle intenzioni malvagie. In generale, la conoscenza deve riguardare gli oggetti buoni del sapere, prendendo in considerazione il versante buono. D’altra parte i cattivi, in quanto irrimediabilmente malvagi, non possono che pensare male e al male.

I popoli buoni devono conoscere la propria storia e le proprie arti, devono saper gestire bene il loro territorio e, per questo, devono apprendere tutto quanto c’è da sapere. Ma non devono spingersi oltre, perché oltre si rischia di giungere a qualcosa di intrinsecamente traviante. Non è un caso che gli Elfi e i Nani siano restii a lasciare la loro terra, così come gli hobbit. In generale, la curiosità non è considerata per nulla una virtù epistemica ma, semmai, un vizio.

La saggezza ne Il signore degli Anelli investe virtù morali ed epistemiche. In chiave propriamente epistemica, la saggezza è la capacità di vedere il futuro, di avere premonizioni sull’avvenire nella loro intera portata. Un uomo malvagio vedrebbe solo un aspetto del futuro, cioè il lato malvagio, perché non conosce che il male, vale a dire che le sue credenze e conoscenze sono solo fatti morali cattivi e, infatti, Sauron stesso è definito come un essere torturato dalla paura e dal dubbio, così come Saruman è prostrato dalla consapevolezza del male futuro. Non è un caso che, come già sottolineato, tanto Gandalf che Aragorn non perdono mai la speranza nell’avvenire, perché, in quanto buoni e saggi, riescono a vedere entrambe le sfaccettature della realtà. Differentemente, quando Saruman vede il futuro nel Palantir, vede solo morte e devastazione perché, ormai, egli è già troppo malvagio, la sua mente è corrotta da cattiva conoscenza. Una sorte simile è quella che spetta al sovrintendente di Gondor, Denethor, anch’egli succube delle conoscenze unilaterali pervenute mediante l’uso non saggio del Palantir. Allo stesso modo Sauron è malvagio proprio perché un concentrato di conoscenze sulle arti oscure e cattive.

In questo senso, esistono due sole forme di virtù epistemiche: la fiducia in testimonianze autorevoli e la preveggenza. I secondi hanno la fonte della loro giustificazione nei primi. Coloro che sono in grado di leggere anche solo parzialmente negli avvenimenti futuri sono le guide epistemiche per tutti gli altri, anche qualora questi altri siano indotti a dubitare. L’ambizioso Boromir, ad esempio, mette continuamente in dubbio la validità delle opinioni di Aragorn e Gandalf, senza avere la giusta autorità epistemica per farlo: egli non è in grado di prevedere affidabilmente il futuro, tanto da cadere nella tentazione di rubare e utilizzare l’Anello a vantaggio della sua gente, un desiderio più che comprensibile. Eppure gli sarà fatale, proprio perché, una volta compreso il Destino suo e degli altri si immola per salvare la vita dei suoi compagni.

La capacità di leggere il futuro è di capitale importanza perché implica venire a conoscenza della via buona, del Destino comune, ed essere in pace col proprio destino individuale. In altre parole, sussiste un Destino globale inattingibile anche ai più saggi. Ma esiste anche un destino individuale, che i più saggi riescono a scorgere, così da vedere frammenti anche di quelli altrui. Sicché saper leggere nel proprio destino e adeguarvisi, significa essere liberi (nel senso di non esservi costretti) di proseguire nella retta via senza ostacoli. Per questo tanto Gandalf che Aragorn affrontano grandi pericoli con grande coraggio, proprio perché sanno (hanno una credenza su di un fatto morale ed è giustificata) di essere al proprio posto, così, infatti, Theoden, re del Mark, si getta furiosamente e orgogliosamente contro i nemici una volta liberatosi dalle parole melliflue e malvagie di Slima. Galadriel, dal canto suo, elargisce dei doni preziosi perché prevede che torneranno utilissimi (e, diremmo, imprescindibili) a coloro che li riceveranno: Frodo e Sam sarebbero finiti nel peggiore dei modi senza la fiala, la corda, i mantelli Elfici e il lebas, il prezioso pan di via Elfico, tutti doni elargiti dalla Dama.

Viceversa, quanti lottano contro il proprio destino finiscono sempre per delineare un cattivo corso degli eventi ed essere, in ciò, costretti irrimediabilmente. Un esempio di gioco ad incastro del Destino è offerto da Gollum, sul quale Gandalf aveva, a suo tempo, espresso una previsione corretta: costui lotterà perché l’Anello del potere non venga distrutto, ma la sua lotta, che lo porterà a mozzare il dito con l’Anello a Frodo, lo condurrà a morire immerso nella lava del Monte Fato.

In assenza della virtù epistemica di preveggenza, l’altra è quella di fidarsi di chi ha la giusta autorità. Sicché anche a livello epistemico sussiste una precisa gerarchia morale, laddove chi conosce il destino è anche colui che conosce il bene e lo può fare. Continuamente, infatti, Frodo e Sam, i più esposti a prendere decisioni in condizioni di incertezza ed entrambi incapaci di leggere nel proprio destino, si lamentano di non avere come compagni Aragorn e Gandalf. E ancora, sia Frodo che Sam tentano di ricordarsi quanto gli venne detto da Gandalf per seguire la sua volontà, cioè le sue rette conoscenze.

Ne Il signore degli Anelli domina, dunque, un approccio sociale all’epistemologia, laddove solo pochi singoli sono in grado di conoscere ciò che v’è da sapere, mentre gli altri rimangono più o meno all’oscuro di tutto, cosa continuamente sottolineata dallo smarrimento degli hobbit di fronte alla reticenza di Gandalf. Anche perché ciò che i singoli devono sapere sono le ballate e le storie dei propri popoli e qualche proverbio, in modo da massimizzare e conservare quelle conoscenze buone così faticosamente conservate dalla propria comunità, la cui garanzia di bontà è dovuta proprio all’antica origine che, come si è detto e come vedremo, costituisce la fonte di un bene inestimabile e irrimediabilmente perduto nella sua purezza, conservabile solo mediante la parola. Così, nel mondo delle Terre di mezzo, come abbiamo visto, non c’è molto spazio per la conoscenza individuale, laddove la ricerca può condurre alla scoperta di fatti oscuri, capaci di pervertire la nostra mente.

 

3.2 La conoscenza di fatti morali: quando la verità diventa bontà

Nel precedente paragrafo abbiamo parlato esclusivamente di ciò che è la ricerca della conoscenza nel mondo delle Terre di mezzo, ma non abbiamo esaurito la questione sulla definizione di conoscenza, pur avendo implicitamente assunto quella invalsa dall’epistemologia analitica (la conoscenza è, almeno, credenza vera giustificata). Ma questa definizione non sembra essere sufficiente per il mondo de Il signore degli Anelli e il motivo è che alla sola condizione di verità, se ne deve aggiungere un’altra. Ad esempio, quando Saruman prevede il futuro nella torre di Ortanch scrutando nel Palantir e vede solo torme di uomini e orchetti in marcia contro l’Occidente, egli fallisce nell’avere conoscenza nonostante quelle credenze siano vere e giustificate. La natura della giustificazione è fondata sul fatto duplice che chi guarda nel Palantir ha un sistema affidabile per formarsi credenze, proprio perché sempre vere nel mondo di Arda (nel nostro non sarebbe giustificato)! Oppure, in chiave internista, chi guarda nel Palantir ha una buona ragione per aspettarsi che ciò che pensa in base a ciò che vede nella sfera sia effettivamente ciò che accade.

Ma l’esempio di Saruman costituisce un controesempio: egli perviene a conoscenza di una sola parte della verità, vale a dire che quando egli pensava “Gli eserciti di Sauron arrivano”, credeva il vero ed era giustificato nel crederci ma non aveva conoscenza in ciò. Il fallimento consiste nel fatto che la credenza di Saruman non era buona, vale a dire che vedeva solo una parte di un fatto più grande.

Per chiarire la questione, prendiamo il caso che una persona pensi oggi “Il Napoli farà due gol contro il Milan e dunque vincerà”, e tale credenza sia vera e possa anche essere giustificata da molte ragioni, a condizione che “dunque vincerà” sia una proposizione diversa da “dunque vincerà la partita” perché, magari, il Napoli perderà tre a due, ma vincerà il campionato. Ora, nel caso di Saruman, si verifica qualcosa di analogo.

La verità di una credenza dipende in modo essenziale dalla bontà della credenza, bontà intesa in senso morale. Così, perché una persona sappia che una proposizione sia vera, deve essere anche una proposizione vera e buona. La bontà della proposizione è un requisito essenziale perché solo dalla conoscenza del bene si può sapere sia il bene che il male di un fatto, cioè si può dire di conoscerlo. Ad esempio, se dico che “So che sono Giangiuseppe Pili”, lo so perché effettivamente conosco il fatto corrispondente alla proposizione “sono Giangiuseppe Pili” o meglio, il mio pensiero sta in una certa relazione con il fatto considerato.

Ma nel caso della conoscenza ne Il signore degli Anelli ciò è insufficiente. La conoscenza di una proposizione implica sapere se le proprietà fattuali buone o negative o entrambe siano proprie dell’oggetto considerato. Ad esempio, sapere che l’Anello del potere è un artefatto magico significa sapere che è un oggetto dotato di un grande potere e, allo stesso tempo, che questa sua qualità positiva ha anche grandi conseguenze negative, come il fatto che esso travi la mente di chi lo possieda, cioè ne conosco le proprietà intrinseche, positive e negative. Il punto è che se io so che una proposizione è vera, deve essere anche buona. La condizione di verità coincide con quella di bontà in senso molto forte.

Si noti che, dunque, che esista una chiara asimmetria tra la conoscenza del bene e quella del male. Nel primo caso, infatti, la credenza è vera, buona e giustificata e comporta la conoscenza sia delle proprietà positive che di quelle negative di un certo fatto, sicché la persona che conosce il bene sa discernere il bene e il male di una certa condizione del mondo. Viceversa, invece, se una credenza è vera, cattiva e giustificata, al più è vera per quanto attiene all’aspetto malvagio del fatto, ma non nella sua interezza. Di conseguenza possiamo apprezzare la differenza di queste due liste di condizioni:

(a) S sa che p solo se                    (b) S sa che p solo se
1. p è vera, 1. p è vera,
2. S crede che p, 2. S crede che p,
3. la credenza di S in p è giustificata, 3. la credenza di S in p è giustificata
4. la credenza di S in p è buona. 4. la credenza di S in p è cattiva.

Solo la (a) definisce le quattro condizioni per la conoscenza e, si faccia caso, la quarta condizione costituisce anche una condizione anti-Gettier, vale a dire una peculiare condizione che elimini la possibilità della casualità epistemica a livello di giustificazione di credenze.

A questo punto sarà chiaro quanto distante sia la conoscenza nel mondo di Tolkien da quella nostra, ordinaria. Addirittura le condizioni di definizione del termine chiave ‘conoscenza’ cambiano e non sono sufficienti. Inoltre, i giustificatori e le credenze devono essere considerati come dei fatti morali la cui proprietà morale ha delle dirette ripercussioni a livello epistemico. In questo senso, in chiave di Virtue Episemology (VE), le virtù epistemiche non coincidono con quelle nostre, come abbiamo visto, sia per quanto attiene alle virtù di affidabilità sia per quanto attiene alle virtù di responsabilità: formarsi una credenza attraverso un processo cognitivo affidabile non è garanzia sufficiente per parlare di conoscenza in alcun modo (vedi l’esempio Palantir); e molte virtù epistemiche di responsabilità (come la curiosità, la capacità di avere apertura mentale etc.) sono chiaramente virtù morali negative, sicché ciò implica che lo siano anche a livello epistemico, proprio per ragioni principalmente dovute all’ontologia del mondo di Arda. Non esiste conoscenza, se non è conoscenza del bene, cosicché non esiste giustificazione per le credenze malvagie. E ogni credenza è buona o cattiva e solo se si è degli spiriti buoni si può essere anche delle autorità epistemiche valide, proprio in quanto non si è cattivi. E i cattivi falliscono sempre nella loro capacità di prevedere il futuro, cioè di conoscerlo.

4 La morale anulare

4.1 Un mondo di vizi e virtù dove solo il male è puro

Il mondo de Il signore degli Anelli è dominato da fatti morali, buoni o cattivi che siano. Abbiamo visto che a livello epistemico sussiste una differenza tra bene e male, dovuta al fatto che solo i personaggi buoni possono conoscere la realtà nella sua interezza e non solo in un approccio unilaterale. Questa possibilità è resa possibile proprio dal fatto che il male è, in sé stesso, puro, vale a dire perfetto, dotato di ogni proprietà per essere tale e, per tanto, immodificabile.

Il mondo di Arda è dominato dalla chiarezza morale, non si danno quasi mai possibilità di dubbio, come nel caso di Gollum, il cui male lo rende irrimediabilmente traviato, ma quel poco di bene gli consente di giocare fino alla fine la sua parte. Se il male, dunque, inteso come l’insieme dei fatti morali malvagi, è più puro del bene ed è, in ciò, incorruttibile, il bene, dal canto suo è, invece, capace di conoscere meglio e più a fondo. Lo stesso Sauron, il più sapiente e corrotto degli esseri malvagi, non conosce tutte le possibilità ed è incapace di prevedere ciò che gli capiterà, ed anche quando scoprirà che alcuni esseri si sono intrufolati nella sua terra, non sembra interessato più di tanto ad accertarsi del pericolo, sguinzagliando anche solo una piccola parte dei suoi seguaci; laddove, invece, preferisce concentrarsi a schierare i suoi poderosi eserciti a battaglia per giocare al “gatto col topo” con il più piccolo esercito degli esseri liberi. Ricordiamo, infatti, che l’uomo cattivo, il luogotenente senza nome (giacché egli stesso aveva dimenticato il suo nome!) soprannominato “La Bocca di Sauron”, possedeva i vestiti di Frodo e Sam, dunque sapevano dell’incursione di qualche esterno penetrato nella loro terra, ma non si sono accertati della gravità della cosa, fino a quando Sauron si accorge che l’Anello è stato portato al Monte Fato, cioè quando ormai è quasi tutto finito.

Abbiamo già avuto modo di vedere, in queste pagine, come la moralità sia pervasiva all’interno del mondo delle Terre di mezzo. In questa sede cercheremo di comprendere come tutto quanto detto si ripercuota sull’aspetto propriamente morale, etico, dei personaggi dotati di intenzionalità e intelligenza pratica.

Il mondo di Arda, dunque, è diviso tra ciò che è buono e ciò che è cattivo. Gli esseri intelligenti (da ora “persone”, siano esse Nani, orchetti, Elfi, Uomini etc.) sono anch’essi divisi rigidamente in una scala di bontà/cattiveria, che abbiamo descritto sin dal principio. Abbiamo osservato anche che il bene è contaminabile, sia attraverso la frequentazione di conoscenze malvagie, sia attraverso sentimenti e desideri propriamente cattivi: Theoden viene traviato, e pagherà il suo errore con la morte, dagli oscuri consigli di Slima. L’ambizione o l’invidia sono sentimenti che possono condurre verso la perdizione: Boromir sarà corrotto dall’ambizione e Gollum dall’invidia.

In realtà, la trattazione dei sentimenti è, in generale, assai povera perché Tolkien non sembra essere uno scrittore interessato alla disamina delle sfaccettature psicologiche e, per gli aspetti filosofici perentoriamente evidenziati, non potrebbe essere altrimenti: non ci può essere spazio per grandi disquisizioni morali o di dubbi esistenziali interiori di natura psicologica analoghi a quelli presentati così bene e tante volte da Dostoevskij, in un mondo in cui tutto è intrinsecamente buono o cattivo, spogliando così molto del problema etico della determinazione del giusto e dello sbagliato (la cui disamina la considereremo più avanti); non ci può essere molto spazio per diatribe filosofiche, laddove è tutto definitivamente chiaro, buono o cattivo che sia: Gandalf ed Elrond non sono filosofi, sono al più veggenti e tanto basta. Così non sono tanti i sentimenti così chiaramente cattivi da indurre in tale tentazione per corrompere l’animo, perché per provare determinati sentimenti si deve già essere fatti fisicamente in un certo modo, laddove la costituzione fisica ha il suo peculiare rovescio morale. Non è un caso che l’azione del male, una volta che è stato estirpato, è molto lenta, giacché per ricreare la potenza distrutta Sauron impiega molti secoli, così come la decadenza della potenza degli uomini di Gondor è avvenuta lentamente.

La corruzione degli animi dei buoni è un tema ricorrente perché è avvenuta in più circostanze, per più specie e in più tempi per più tempo. Essa è continua, pervasiva e il suo peso si fa sentire continuamente. Non a caso il principale vizio morale è quello del tradimento, cioè l’atto di chi dal bene volge al male. Sebbene in presenza di un Destino superiore e inattingibile, tale che annulla il libero arbitrio individuale, il tradimento continua a costituire l’esempio più perfetto di atto malvagio, giacché nella persona il male ha creato un “tumore morale” (e, dunque, proprio fisico!) che lo ha condotto alla perdizione. Non solo il tradimento è un fatto moralmente deprecabile, il peggiore e quello dal quale non v’è possibilità di redimersi, se non pagandolo con la propria distruzione, esso è anche un problema a livello epistemico, giacché anche per i più saggi diventa complicato discernere ciò che accadrà a partire dalla valutazione di chi è passato dall’altra parte. Questo non è dovuto esclusivamente alla doppiezza di chi si rivolge al nemico e al male, ma anche alla difficoltà di considerare in modo adeguato quanto c’è ancora di buono e quanto di cattivo per comprendere fino in fondo il loro comportamento. Abbiamo già avuto modo di sottolineare che il bene e il male furono originati puri e, con il tempo, si sono via via mescolati maggiormente. Non a caso, al termine della guerra dell’Anello vien detto che la quarta era sarebbe stata dominata dagli uomini, rispetto a tutte le altre specie, sottoposte a decadenza. Non si tratta di un puro caso, giacché gli uomini sono la specie in cui bene e male si combinano insieme in modo quasi inestricabile, salvo casi estremi come Aragorn e Saruman.

Ogni popolo rivendica la sua peculiare importanza nel mondo in base alle leggende che narrano dei padri fondatori delle loro stirpi. Nani, Elfi, Uomini, Hobbit continuamente ricordano i bei tempi remoti, in cui le loro casate avevano reso grande la loro terra. Nel mondo del presente, nella terza era, tutto si trova in uno stato ancora florido, ma non più grandioso, perché le cose sono andate via via stemperandosi. Tutto ha perso l’aspetto eroico, grandioso delle epoche passate. Ed anche il male è meno intenso, anche se non meno puro. Il Balrog è un essere precedente a Sauron e lo stesso Sauron non è equiparabile a Morgot, il suo illustre predecessore. Come per la visione filosofica di Nietzsche, anche per Tolkien è fondamentale l’idea che il passato originario, in cui ogni virtù era concentrata e sviluppata al massimo grado e, col passare del tempo, si è progressivamente contaminata; l’idea che il passato originario dalle pure virtù, dunque, si sia progressivamente contaminato.

Ogni individuo, dunque, è un composto di elementi fisici, che, come sappiamo, sono buoni o cattivi. Così ogni personaggio buono è anche longevo (Bilbo, Gandalf, Elrond, Galadriel, Barbalbero, Tom Bombadil e consorte…) ma è anche fisicamente prestante o lo è stato (Aragorn, Gandalf, Legolas, Gimli, Pipino, Merry, Faramir, Eomer…). Sicché le virtù morali non possono non tradursi in un trofismo a livello biologico, giacché il bene è costituito da fatti buoni, sicché essi non possono che avere effetti perduranti buoni. Non è un caso che i Numénoreani sono descritti come guerrieri alti e prestanti, più dei Rohirrim, perché più buoni, così simili agli Elfi, così come non è un caso che le specie più longeve sono proprio quelle più buone, Ent, Elfi e Nani. Quegli stessi fatti che contraddistinguono la bontà fisica di un individuo, sono gli stessi in grado di rendere un individuo moralmente buono, in questo caso, a livello comportamentale.

La figura dell’eroe, del campione della razza o della specie, è centrale non solo per ogni popolo ma per tutta la guerra dell’Anello. Si tenga conto, però, che non esistono campioni del male perché essi sarebbero costituiti da elementi talmente malvagi da non essere possibili. Infatti, gli stessi esseri malvagi sono in continua lotta tra loro e sono descritti in tanti modi che fanno pensare alla sporcizia e all’impudicizia (gli orchetti devastano le terre per puro divertimento, puzzano, mangiano di tutto e tutto ciò che mangiano è disgustoso). I campioni, gli eroi, come sire Aragorn e Gandalf, sono degli esseri le cui virtù sono a loro connaturate, le loro azioni sgorgano naturalmente dalla loro costituzione e seguono il loro destino senza remore. E proprio la capacità di seguire il proprio destino, così come è stato tracciato dal Destino, è una delle principali caratteristiche dell’eroe, che non vi si sottrae mai, per quanto difficile possa essere il compito a cui è chiamato. Così egli è caratterizzato da virtù virili precisamente definite: vigorosità, forza, perizia in battaglia, purezza di cuore, forza d’animo, aspirazione al meglio, desiderio di speranza, fedeltà alla propria missione, sincerità, fermezza della parola data.

Ma non prolificità! Altra caratteristica normalmente connessa ai grandi eroi virili di un tempo. Perché, infatti, nel mondo creazionista di Tolkien, l’aspetto propriamente sessuale è quasi totalmente assente e solo in uno o due punti del libro si parla di marito e moglie, come nel caso di Samvise o della guardia Beregond. E solo Samvise e Faramir si sposeranno al termine delle loro vicissitudini, rispettivamente con la pungente Rosie e con la fiera Eowyn. L’assenza di sessualità nel mondo di Tolkien non è facilmente spiegabile, se non, forse, perché di difficile definizione morale. Non è chiaro se l’atto di procreazione sia in sé buono o cattivo, data la sua associazione canonica per le religioni e cultura occidentale a qualcosa di cattivo, salvo eccezioni. Almeno, in generale per la cultura classica e cristiana (vedi l’ambiguità della sessualità in Ulisse, la cui sessualità è capace di avvinghiare un uomo lontano da casa e allontanarlo dalla realizzazione del suo destino; vedi in Roma la critica alle dissolutezze anche sessuali del periodo imperiale), la sessualità è vista in modo quanto meno ambiguo per la sua capacità di distogliere la mente degli uomini da attività più virtuose (basti pensare ai giudizi severi di Agostino, per non parlare degli altri padri della chiesa). Così, per eliminare lo spinoso problema, si elimina del tutto la questione. A nostro giudizio, infatti, non si può dire che tale omissione sia dovuta al fatto che siamo in presenza di una favola, di una favola destinata ad un pubblico infantile, perché tutto quanto fin qui detto non lascia minimamente pensare che sia stato questo l’intento di Tolkien, almeno per quanto attiene alla filosofia contenuta in esso che, per tantissimi aspetti, è una filosofia assai brutale, laddove, ad esempio, non solo non c’è remissione dei peccati (se non con l’espiazione della colpa con la morte) ma c’è anche la giustificazione della guerra, il fatto più turpe del nostro mondo, del mondo umano, laddove il bene non può che combattere contro il male e, proprio attraverso la sua distruzione, cioè l’eliminazione fisica dei nemici, sta la prassi buona. Se non è questa una filosofia morale assai brutale, dalle pericolose conseguenze, allora, davvero, difficilmente se ne troverà una tale!

Nessuna delle virtù del mondo di Tolkien sembra essere muliebre e, infatti, il mondo di Tolkien è un mondo quasi perfettamente maschile, nel bene e nel male. Nel bene, ad esempio, Samvise Gamgee è colui che più di tutti incarna le qualità proprie di una donna, così come sono state pensate per secoli: è bravo a cucinare, tanto da portarsi dietro le adorate pentole; si lamenta dello sporco e della puzza; ama il proprio padrone a tal punto da lasciar quasi pensare ad un coinvolgimento sensuale di natura sessuale (in non pochi punti Sam prende per mano il padrone, lo fa dormire con la testa sulle sue ginocchia, gli accarezza dolcemente i capelli e si prende cura dei suoi vestiti e delle sue necessità; avverte acutamente i pericoli fisici latenti che potrebbero danneggiare il suo padrone e ha un istinto protettivo che si definirebbe volentieri materno; e in più di un punto un lettore adulto potrebbe sentire la vibrazione di una passione diretta da un maschio verso un altro maschio); è fedele oltre ogni limite alla figura del suo padrone (che chiama, appunto, padrone e, con il che, può lasciare piuttosto disorientato un lettore a noi coevo e, addirittura, quasi gli chiede il permesso di sposarsi, tanto è combattuto dall’abbandonarlo e dal seguirlo, come lo stesso Frodo gli fa notare); non è particolarmente intelligente e la sua opinione non è assai spesso richiesta, perché egli ha come precipuo compito quello di ubbidire.

Esseri femminili propriamente caratterizzati sono pochissimi e quasi tutti trascurabili nell’ambito della storia, alla cui descrizione saranno riservate meno di venti pagine in tre libri di milleduecento in totale: per avere una riprova di questo fatto, basterà fare mente locale sui membri della compagnia dell’Anello. Nessuno di essi è una donna o, per lo meno, una femmina. E l’unica femmina di cui si parla maggiormente è il malvagio ragno Shelob, descritto come l’essere più immondo di tutta la terra di mezzo, la cui purezza cattiva è addirittura antecedente alla venuta di Sauron, cioè la più pura di tutte, avvicinabile solo a quella del Balrog. Questo fatto sorprendente è solo parzialmente smentito dalla figura di Eowyn, perché costei incarna le virtù maschili in un corpo di donna, sicché, dunque, niente di propriamente femminile è abbastanza buono da entrare a far parte delle virtù morali condivise e universali dell’universo delle Terre di mezzo. D’altra parte, Dama Galadriel, a parte la sua bellezza tale da non essere precisata, è un essere talmente perfettamente asessuato da non poter essere chiamata in causa nella difesa del ruolo della donna nel mondo delle Terre di mezzo. Per quel che ci è dato da capire, le donne non sono considerate particolarmente nell’ambito di un mondo così semplicemente virile da non lasciare spazio ad alcun altra virtù che non preveda poco o tanto l’esercizio della forza, necessariamente. Per le ragioni che abbiamo visto.

 

4.2 Massima morale: realizza il tuo destino

La filosofia morale di Tolkien prevede una peculiare forma di essenzialismo delle proprietà morali. Egli è, in questo senso, un realista morale nel senso più forte di questo termine: non solo esistono fatti morali, ma esistono solo fatti morali. Egli può essere considerato un intuizionista morale, perché la conoscenza del bene è operata mediante la conoscenza dei fatti buoni mediante le intuizioni delle guide, delle giuste autorità, come abbiamo visto precedentemente. Sicché egli è un realista e intuizionista morale. E, proprio per questo, abbiamo visto che Tolkien propende per una forma di moralità simile a quella proposta da Aristotele, cioè una morale costituita sulle virtù e non potrebbe essere altrimenti: peculiari tratti caratteriali, fisicamente determinanti, determinano un conseguente profilo psicologico buono o cattivo. Il linguaggio, come abbiamo visto, è anch’esso intrinsecamente morale, sicché la metaetica di Tolkien è, addirittura, inutile, laddove, come visto, non ha molto senso porsi problematiche morali da un punto di vista filosofico all’interno delle Terre di mezzo, tanto da far venire il dubbio se la metaetica ardiana faccia parte di un’etica normativa piuttosto che descrittiva. Le ragioni che ci farebbero propendere per la seconda è proprio il fatto che… non c’è proprio niente su cui legiferare moralmente, laddove basterebbe avere una teoria fisica (pensabile a partire dai cinque principi della dinamica che abbiamo sopra esposto) per avere una teoria dell’azione morale buona o cattiva.

La sussistenza del Destino universale, come direttrice conclusiva dello scontro tra gli elementi intrinsecamente buoni e cattivi del dominio delle entità tolkeniane, implica la presenza di un destino singolare, proprio di ciascun elemento, animato o iNanimato, dell’universo delle Terre di mezzo. Ciò posto, dunque, gli individui non hanno una scelta, se non nel senso di seguire o non seguire il proprio singolare destino. Il che significa che il libero arbitrio è fondamentalmente assente, laddove ciò che è, in realtà, presente è solo l’imperscrutabilità del destino individuale e del Destino generale sulla base del fatto che non tutti gli elementi sono perscrutabili, come abbiamo visto per i casi di tradimento e le loro conseguenti problematiche legate in sede epistemologica.

La libertà è intesa nei termini di un universo deterministico, sicché essa è pensabile, in termini compatibilisti (cioè che non negano la liberta tout court), vale a dire che i personaggi sono liberi solo a condizione di allineare la propria volontà con quella che è la linea del proprio destino. Per questo le autorità epistemiche e morali giocano un ruolo di primo piano all’interno delle Terre di mezzo, perché sono in grado di mostrare la retta via, non tanto perché essa sia seguita (lo sarebbe comunque), quanto perché in tal modo i personaggi possono essere liberi, cioè possono allineare la loro volontà con quella che è la strada che seguiranno comunque. Alcuni sono dotati spontaneamente di questa virtù, Aragorn, Gandalf e Faramir, ad esempio, ma non tutti. Alcuni difettano nel voler andar contro quello che è il loro destino (Boromir e Denethor); altri, invece, sono incapaci di comprendere il loro destino e proseguono semplicemente fidandosi degli altri oppure semplicemente non pensandoci, come Merry e Pipino, i poveri di spirito. Ad ogni modo, comunque, si può definire con ‘giusto’ tutto ciò che realizza ed esprime la retta via, cioè il proprio destino individuale. Viceversa, tutto quanto ostacola la retta via o non la esprime correttamente, è definito come ‘sbagliato’.

In questa dimensione, dunque, la possibilità di agire di spontanea iniziativa è limitato, in base a ciò che è giusto e sbagliato, così come abbiamo definito i termini. Sicché tutto ciò che è giusto è anche buono, viceversa, ciò che è sbagliato è anche cattivo. In realtà, la tensione determinismo/libertà non è ben avvertita, cioè è assente quel “sentimento” che tanto attanagliava i pensatori dell’età moderna, dai vari personaggi del mondo delle Terre di mezzo in quanto essi sanno che le cose stanno così e, in un certo senso, la loro preoccupazione non è tanto dovuta al fatto che essi non godano del libero arbitrio, quanto del fatto che ciò che stanno facendo sia esattamente ciò che devono fare, con il che si intende precisamente il seguire il loro destino fino in fondo.

Tutto quanto fin qui detto trova una chiara dimostrazione nel fatto che nessuno dei personaggi si pone criticamente nei confronti della guerra e, in fondo, ben pochi si pongono criticamente nei confronti di qualunque cosa, dalla condotta della guerra alla veridicità delle credenze delle autorità. La guerra contro Sauron non solo è necessaria, da un punto di vista fisico, ma lo è altrettanto e per la stessa ragione, da un punto di vista morale: lottare contro di essa, pensare ad una strategia alternativa è impensabile almeno altrettanto di come lo sarebbe elaborare una geometria fondata sull’assioma che tutte le circonferenze sono quadrate. Semplicemente è impossibile. Sicché, al grande consiglio di Elrond, nessuno si pone il problema dell’accettazione del male, di una resistenza non violenta o di una sua alternativa, possibile conversione, perché la guerra fa parte del destino, individuale e generale, e perché essa, in quanto sussistente, è giusta. Andare contro la volontà di guerra, sarebbe avere una volontà non calibrata con quello che è il Destino generale, e, dunque, sarebbe un pensiero sbagliato. Lottare contro la guerra sarebbe di per sé molto più che un errore di valutazione strategica o tattica da un punto di vista militare, o, pure, politico, sarebbe proprio qualcosa di moralmente cattivo, che porterebbe ad un giudizio totalmente errato e falso, perché errato moralmente. Anche perché sussistono le seguenti implicazioni, la cui verità delle premesse dovrebbe ormai essere chiara:

Se p è vera, allora p è giusta.

p è vera.

_

p è giusta.

Non si dà il caso che p sia giusta e p denoti un fatto cattivo.

p è giusta

_

p  non denota un fatto cattivo.

Se p non denota un fatto cattivo, allora p denota un fatto buono.

p è giusta,

p non denota un fatto cattivo.

_

p denota un fatto buono.

Non si dà il caso che p denoti un fatto buono e che tale fatto sia in qualche modo cattivo.

p è un fine politico.

p è vera.

_

p è buona ed è un fine politico buono.

In altre parole, non si dà il caso che un fatto politico sia in qualche modo politicamente virtuoso e moralmente cattivo, sicché se p è vera, è anche buona e, allora, deve essere assunta in sede politica come tale. Ogni considerazione vera sul proprio destino costituisce una ragione per l’azione in quella stessa direzione, giacché ogni negazione di tale asserzione sarebbe sbagliata e, dunque, cattiva. Sicché:

Se p è vera, allora p è giusta.

p è vera,

_

p è giusta.

 

Dunque, se p sta per “la Guerra dell’Anello distrugge Sauron”, allora non solo questa asserzione è vera, non solo questa asserzione è giusta, ma costituisce l’espressione di un fatto politico inequivocabile, laddove siamo in un mondo in cui regna lo Stato etico, sicché ogni azione di uno Stato (sia esso ideale o reale, Gondor o l’insieme delle società coinvolte nella guerra) sarà buona e giusta, se le azioni saranno il risultato di conoscenze buone, sotto implicazione di verità e giustizia.

In definitiva, dunque, non ci può essere alcuna alternativa alla guerra, anche qualora questa fosse già irrimediabilmente persa. E non a caso, da molti punti di vista militari (certamente irrilevanti dal punto di vista filosofico e letterario per Tolkien) la guerra condotta dai popoli liberi è semplicemente votata all’autodistruzione, perché attaccano punti difesi (il cancello di Mordor), perché priva di alcun centro di comando razionale capace di prevedere le azioni dell’avversario e di gestire e far convergere le truppe; distruggono le armi e gli eserciti del nemico, senza prendere in considerazione la massima di Sun Tzu, che vuole che conquistare intero e intatto il nemico costituisca la massima virtù del grande generale. Ma tutto ciò è completamente irrilevante, perché è il Destino che si compie e quel che bisogna fare è favorirlo. Tanto peggio se esso prevede una buona guerra, il cui ossimoro, però, è solo per noi, viventi in questo mondo e non in quello di Tolkien, giacché, nelle Terre di mezzo, la guerra contro il male è l’unico modo di combatterlo.


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[1] Tolkien J.R.R., Il signore degli Anelli, Rizzoli, Milano, 2000, p. 440.

[2] Ivi., Cit., p. 78.

[3] Ivi., Cit., p. 1206.

[4] Ivi., Cit., p. 1211.

[5] Ivi., Cit., p. 237.

[6] Ivi., Cit., p. 94.

[7] Ivi., Cit., p. 190.

[8] Ivi., Cit., pp. 363-364.

[9] Ivi., Cit., p. 158.

[10] Ivi., Cit., pp. 89-90.

[11] Ivi., Cit., p. 83.

[12] Ivi., Cit., pp. 321-322.

[13] Ivi., Cit., 833.

[14] Ivi., Cit. p. 365.

[15] Ivi., Cit., p. 384.

[16] Ivi., Cit., p. 357.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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