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Edmund Gettier – La conoscenza è la credenza vera giustificata?

L’articolo di Gettier inizia con una domanda polemica, rispetto a tutte quelle teorie d’epistemologia che fondano le loro analisi nella “definizione tripartita della conoscenza”: la conoscenza è credenza vera giustificata. Egli, infatti, nell’incipit del suo articolo, espone tre versioni autorevoli di definizioni che, d’altra parte, enunciano la definizione secondo tre condizioni: la condizione soggettiva (la credenza), la condizione oggettiva (la proposizione creduta è vera) e la giustificazione. La definizione è un po’ astratta e merita una metafora che, dal senso letterale, ci consenta di passare ad uno allegorico, mantenendo, però, su un piano ideale e concreto lo stesso concetto.

Quando andiamo in una buona enoteca e cerchiamo un vino la prima osservazione è quella di una marea di bottiglie. Ciascuna delle quali presenta un’etichetta sulla quale ci sono scritte le caratteristiche del vino. Leggendo le proprietà, enunciate, è vero, in uno stile colorito, ci facciamo un’idea di quello che c’è dentro la bottiglia e, d’altronde, senza quell’etichetta non sapremmo distinguere il liquido se non dal colore. Possiamo ben paragonare il vino alla proposizione e la bottiglia alla credenza mentre la giustificazione è ciò che c’è scritto nell’etichetta. Infatti, ciò che è il contenuto della credenza è, in questo caso, una proposizione che costituisce l’oggetto stesso della conoscenza, come il vino costituisce il contenuto della bottiglia. Ma, come abbiamo osservato, per dire di sapere cosa c’è dentro la bottiglia, abbiamo bisogno di leggere l’etichetta e appurare ciò che c’è dentro, secondo qualità distintive. Ancora, però, non potremmo dire di conoscere il contenuto della nostra bottiglia perché, d’altronde, noi non abbiamo informazioni sufficienti, allo stesso modo, credere una proposizione non è condizione sufficiente per sapere. La condizione superiore, che garantisce che una credenza è, non solo vera, ma anche qualificabile come “conoscenza” è la giustificazione, che è come l’etichetta apposta sulla bottiglia: leggendola possiamo dire di avere delle ragioni per rivendicare un livello epistemico superiore, rispetto al semplice opinare. Il problema è: bastano queste tre condizioni per dire di sapere ciò che c’è dentro la bottiglia? Potremmo dire che è sufficiente oppure potremmo mostrare qualche controesempio grazie al quale mostrare il contrario. Nel caso della bottiglia, ad esempio, potremmo volere un’ulteriore marca che sia apportata all’etichetta, per essere garantiti sulla garanzia di ciò che c’è dentro la bottiglia (i marchi DOC, DOCG etc. servono, appunto, a questo!).

Nella seconda parte dell’articolo, Gettier specifica l’obbiettivo dell’articolo: mostrare, attraverso due controesempi, che la definizione tripartita di conoscenza non è sufficiente. Egli, per altro, fa osservare che tutte le definizioni offerte (quella di Chisholm, quella di Ayer) ricadono nella definizione generale:

S sa che P solo se:

(1)   P è vera,

(2)   S crede che P,

(3)   S è giustificato a credere che P.

Dentro una bottiglia c’è un certo vino solo se dentro la bottiglia c’è, effettivamente, vino e ciò è garantito da un’etichetta.

Gettier nella terza parte dell’articolo specifica due condizioni di giustificazione, che, poi, saranno sfruttate dai suoi controesempi: la prima, è che stando alla terza condizione, una persona può essere giustificata a credere qualcosa di falso. La seconda, afferma che se la proposizione P creduta vera consente di dedurre la proposizione Q, attraverso un procedimento logico corretto, se la persona che crede P se ne rende conto e opera la deduzione allora costui è giustificato a credere anche Q. In altre parole, se io penso che “Filippo Inzaghi mangia” e se so che se qualcuno mangia allora deglutisce, posso dedurre che “Filippo Inzaghi deglutisce” e sono giustificato a crederci. Queste specifiche sono indispensabili per Gettier, perché egli mostrerà che se credo ad una proposizione falsa posso, ciò non di meno, giungere alla deduzione di una proposizione vera e, stando alla definizione tripartita della verità, sono giustificato a crederci. Ciò, però, intuitivamente sembra depistarci da una definizione di conoscenza che non implichi una qualche forma di casualità epistemica: in determinate condizioni saremmo giustificati a credere qualcosa di vero ma potremmo dire di conoscere?

Il primo esempio è il seguente:

(1)   Smith e Jones hanno un appuntamento per uno stesso lavoro,

(2)   Smith ha una forte evidenza per la seguente proposizione congiunta:

(a) “Jones è l’uomo che prenderà il lavoro e Jones ha dieci monete in tasca.

(3)   L’evidenza di Smith si basa sul fatto che il presidente della società ha detto a Smith che Jones prenderà il lavoro e Jones ha contato dieci monete sotto gli occhi di Smith per poi rimettersele in tasca.

(4)   Smith, dunque, deduce:

(b) “L’uomo che prenderà il lavoro ha dieci monete in tasca”.

(5)   Smith deduce consapevolmente “b” da “c”.

(6)   Supponiamo che Smith ottenga il lavoro e che egli abbia pure dieci monete in tasca allora Smith ha dedotto una proposizione vera da una falsa.

(7)   Così, Smith crede che “e”, “e” è vera e Smith è giustificato a credere che “e”.

Il primo controesempio si basa sulla possibilità di dedurre una proposizione vera da una falsa. Una deduzione logica ci sembra un buon modo per costruire eppure non diremmo che Smith sapesse che “l’uomo che prenderà il lavoro ha dieci monete in tasca”. Gettier non approfondisce ciò a livello profondo, si limita solo ad osservare che questo controesempio è, di per sé, una confutazione alla necessità e sufficienza delle tre giustificazioni.

Il secondo controesempio:

  1. Smith ha una forte evidenza per credere “a”.
  1. Jones possiede una Ford.
  1. Smith si ricordava che Jones ha sempre avuto una Ford e Jones ha invitato Smith a fare un giro in macchina, che è una Ford.
  2. Smith ha un altro amico, Brown e non sa dove si trovi.
  3. Smith seleziona tre nomi a caso, tre nomi di località:
  1. Jones possiede una Ford o Brown è a Boston.
  2. Jones possiede una Ford o Brown è a Barcellona.
  3. Jones possiede una Ford o Brown è a Brest-Litovsk.
  1. Tutte le tre proposizioni (e, f, g) sono state dedotte da “d”.
  2. Smith si accorge dell’implicazione e deduce b, c, d sulla base del fatto che è giustificato a credervi.
  3. Jones, però, non possiede una Ford, che aveva venduto nel frattempo, e Brown si trova effettivamente a Barcellona, senza che Smith lo sapesse. Dunque, Jones effettivamente crede che “f” ma potremmo dire che egli sappia che “f”.

I due controesempi di Gettier mettono in luce almeno due fatti rilevanti: in primo luogo, la definizione tripartita di conoscenza offre tre condizioni non sufficienti per la determinazione di conoscenze; in secondo luogo, egli mette in luce che attraverso tale definizione si accetta per conoscenza delle credenze vere e giustificate per caso: questo è un problema perché da una definizione di conoscenza non vogliamo limitarci a discriminare credenze sulla base di combinazioni favorevoli di accidenti, ma vogliamo qualcosa di più stringente. Molti hanno criticato i controesempi di Gettier, ma la strada percorsa prevalentemente è quella di una teoria della conoscenza che ampli la definizione con ulteriori specifiche che stabilissero le condizioni per cui una credenza si possa dire “giustificata”, giungendo, così, ad una “credenza vera giustificata e garantita”.


Bibliografia

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