Press "Enter" to skip to content

La banalità del male. Hannah Arendt

Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo [Eichmann] non era un “mostro”, ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.

La banalità del male – Hanna Arendt

 

La banalità del male è una riflessione sull’olocausto, incentrata e sviluppata sulla base del reportage sul processo a Adolf Eichmann (1906-1962), tenuto a Gerusalemme, sotto un tribunale israeliano. Hannah Arendt non si limita solamente a riportare i fatti emersi all’interno del processo, ma amplia continuamente il discorso sulla storia dei fatti principali dell’olocausto. Non è un libro che ricostruisce la storia degli eventi della Germania Nazista e non ha l’intento di esaurire nessun genere di argomento, ma solo di considerare il ruolo di un uomo all’interno dell’organizzazione nazista dell’olocausto.

Quindi, si deve sottolineare, non si tratta né in senso stretto, né in senso ampio, di un libro di filosofia. Arendt (1906-1975) è molto probabilmente la più celebre filosofa della storia, se addirittura un paese come l’Italia, che non traduce che lo stretto indispensabile, conosce la Arendt. Non solo, ma l’idea, che per altro è condivisa sostanzialmente da tutto il cristianesimo neo-agostiniano, che il male sia banale non è propriamente una invenzione nuova. E soprattutto non ha alcuna volontà di essere una tesi filosofica. Almeno, se con questo si intende una argomentazione più o meno rigorosa per difendere un’idea, allora questa non è né una tesi né una tesi filosofica ma solo una constatazione di fatto (che non è un fatto banale, a sua volta):

Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.[1]

Il male accade di continuo e l’uomo vive nel dolore, così in sintesi recita l’Ecclesiaste, una sezione di un libro che la Arendt pure doveva conoscere bene, dato che è nell’antico testamento. Quindi, questa banalità del male fa parte sia della cultura propriamente ebraica, sia, per trapasso poi, in quella del cristianesimo, all’interno del quale almeno il suo fondatore aveva provato a far qualcosa con un po’ di nuovo sotto il sole, il sorriso della speranza (almeno), obiettivo che poi è stato naturalmente sconfessato da tutti i suoi ritratti. Ma questa è un’altra storia. Il punto è che “la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male” non si gioca sul fatto che il male sia banale. Ma sul fatto che la parola “banalità” sta qui ad indicare non il fatto che è strano il male sia “frequente”, quanto il fatto che esso sia perpetrato da persone ordinarie.

Si potrebbe riscrivere la “scoperta” come segue: “la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile idea che le persone normali compiano il male”. Anche in questa nuova forma sembra di non trovare “niente di nuovo sotto il sole”. Però qualcosa di nuovo c’è ma per trovarla bisogna fare uno sforzo di contestualizzazione. Ma allora tale lezione è molto circostanziata e la sua generalizzazione, abbiamo visto, è già stata fatta dalla nostra cultura. Quindi, per trovare che la banalità del male non è a sua volta un asserto banale, dobbiamo lavorare a nostra volta per rintracciare la storia nell’apparente asserzione metafisica (sottolineiamo, apparente) che il male sia banale.

Per quanto per ragioni alternative a quelle canonicamente attribuitigli, il capolavoro della Arendt si impernia sulla ricostruzione sbigottita, e quindi spesso ironica, della vicenda giudiziaria di Adolf Eichmann, non una figura di primo piano della Germania Nazista, ma pur sempre uno degli alti funzionari. Egli era addetto ed “esperto” della faccenda ebraica (perché aveva letto qualche libro sulla storia degli ebrei!). Egli aveva avviato, su ordine dei capi, il programma dell’”evacuazione” di massa in vari paesi occupati dalla Germania, poi aveva proceduto con gli stessi metodi a organizzare la deportazione e, quindi, anche la successiva distruzione sistematica del popolo ebraico e di tutti gli altri popoli slavi interessati (e che ci si dimentica) nella terribile vicenda dell’olocausto. Sia ben chiaro, però, che Eichmann non aveva potere alcuno sulle SS. Egli aveva solo il compito di organizzare lo smistamento e la distribuzione degli esseri umani che poi sarebbero poi stati spediti nei campi di concentramento o stermino. La dicitura “esseri umani”, intesa in senso generale, vuole avere il senso che oggi più che mai, dovrebbe essere finalmente superata la dicitura “uomini… e donne e bambini”, a sottolineare una differenza qualitativa evidente (che, per inciso, è ben chiara sin dall’assurda scelta dell’immagine di copertina). Ma se vogliamo dare un senso all’assurdità di simili esecuzioni di massa, dobbiamo prendere sul serio che ognuno conti come uno. Fatto, questo, che rientra in quelle cose scomode che nessuno vuole prendere sul serio, almeno a livello storico. Quindi, Eichmann si occupava di smistare e gestire esseri umani da internare, ma la loro sorte non dipendeva direttamente da lui.

Quindi, Eichmann era un burocrate come se ne vedono molti in giro per gli stati. Aveva una personalità da omicida? La risposta sembra essere negativa, anche se in un passaggio tra parentesi (sic!) si insinua che l’avvocato difensore (proprio lui), dietro il suggerimento di uno psicologo, pensasse o avesse avuto ragione di pensare che, in realtà, qualche istinto omicida quest’uomo l’avesse. La ricostruzione della Arendt, su cui obiettivamente non c’è ragione di dubitare data la sua qualità e rigore dell’analisi, non sembra però suggerire che questo tratto di carattere, anche qualora presente, fosse interessante per capire Eichmann. Ed ha ragione perché il punto non era questo. Non c’è alcuna ragione per credere che un burocrate abbia bisogno di tale istinto semplicemente per apporre delle firme su un pezzo di carta, che è molto più facile di ogni azione analoga (come schiacciare il pulsante per spedire dei missili teleguidati, così come lamentato da alcuni secondo cui “la percezione del male” si starebbe attenuando, problema sottile che essi stessi devono aver ben chiaro). Ovviamente non ci interesserebbe e infatti Eichmann era una persona normale, se con “normale” si intende “dotato di tratti di carattere non particolarmente marcati e quindi ordinari”.

Era una persona ordinaria, dunque. Aveva una moglie e dei figli. La moglie è stata pure disposta a raggiungerlo in Argentina, località amena, ma non ricca, in cui Eichmann si nascondeva, neanche troppo addentro alla pampa… si era cambiato il cognome, ma la moglie e i figli non avevano cambiato il loro, una volta in Argentina. Questo suggerisce che Eichmann non doveva essere uno di quei personaggi che picchia la moglie o l’insulta, altrimenti la signora Eichmann non si sarebbe presa la briga di volare sino in Argentina, volo che va supposto perché pensare di dover percorrere quella lunghezza tra treni e navi sarebbe stato solo suggerire che Eichmann era addirittura un marito ideale e padre modello. In fondo, perché no? Una persona normale non è un padre modello, a quanto sembra suggerire metà del mondo che un padre ce l’ha (e l’altra metà in genere o l’ha perso con divorzio o con la morte). Quindi, forse, valeva davvero la pena di fare lo sforzo.

Quindi Eichmann si presenta proprio come uno di quei signori della porta a canto che sono l’invidia delle vicine di casa. Non solo aveva a cuore la famiglia, ma aveva pure cura dei suoi interessi. A suo modo, era una persona assai ligia al dovere (e quindi al di là della maldicenza delle comari e dei colleghi) ed era un ambizioso (e quindi attivo a promuovere il bene della sua stirpe), sempre pronto ad ampliare il suo potere per il prestigio e per la retribuzione. Non solo il padre ideale ma anche il marito ideale, almeno nel suo fascino retrò di uomo che è un fiume di ricchezza per la famiglia che vive tendenzialmente sulle sue spalle. Così ancora all’epoca, quando peli sullo stomaco ce n’erano pochi, che ancora si ricordava la morte di fame del primo dopoguerra (quella stessa morte di fame che è stata la principale via di morte scelta dai Nazisti e dai Sovietici proprio per sterminare le stesse aree del mondo, come acutamente ha scoperto Timothy Snyder). Si può anche dire che non fosse religioso, nel senso che non era praticante di una qualche forma di cristianesimo (naturalmente). Ma tutto considerato, non era neanche così legato al credo nazista, quale che esso fosse – ché non l’hanno pienamente capito neppure i nazisti stessi. Quindi, è vero, non era un uomo di chiesa. Un dramma relativo, tutto considerato (quando le comari non hanno niente di cui dir male, c’è sempre il rischio di suscitare anche più gravi sospetti). Non era neanche un fanatico SS o SD, sebbene prendesse ordini da gente come Himmler e Heydrich (cioè rispettivamente il capo delle SS e SD e l’ideale vice). E in quanto uomo semplice, Eichmann era felice come una Pasqua di prendere ordini da qualcuno che, mutatis mutandis, era importante molto più di un normale ministro degli interni. Perché le persone ordinarie si sciolgono solo all’idea di finire dentro un posto di prestigio, figuriamoci prendere ordini direttamente dai capi! E questo vale in ogni compagine sociale nota sulla crosta del pianeta Terra, fatto talmente noto che gli studi sociologici in materia brulicano come funghi a spiegare qualcosa che probabilmente loro per primi, come tutti gli altri, vivono e vedono quotidianamente.

Quindi, ecco che emerge il “profilo” Eichmann. Il vicino di casa idealizzato. Questo è il punto. La “banalità del male” di Arendt parla dell’uomo “medio”, dell’uomo “statistico”, idealizzato dagli schemi matematici dell’economia liberale. Questo essere vivente, fondamento ultimo della civiltà amorfa, ovvero l’atomo di quella società di “massa” che sembra suggerire che la “massa” non abbia atomi né forma, mostra semplicemente che è estremamente ambivalente. Nella Germania Nazista può essere un carnefice, nella società liberale può non esserlo. Ma è la stessa entità con le stesse proprietà fisiche e psicologiche. Quindi il punto non è che tutto il male è banale, perché lo è. L’atomo di ogni società di massa, totalitaria o meno, è la stessa. Non è una scoperta straordinaria, come quella della legge di gravitazione universale. Però è una scoperta che, a seconda del lettore, può essere effettivamente straniante e sorprendente.

Tuttavia, non c’è da essere clementi in questo con l’atomo sociale e, in un certo senso, neppure con questa specie di incantesimo della banalità. Il problema del libro di Arendt non è la sua validità storiografica, che è sicuramente interessante per la storia dell’olocausto. La questione è se questo libro abbia davvero qualche lezione metafisica. E a noi non ci pare ci siano ragioni per sostenerlo. Sia chiaro: neanche la Arendt sembra lasciarlo mai intendere in tutto il libro, sicché sembra essere il classico caso in cui un libro viene interpretato in modo non convenzionale dal pregiudizio, per altro infondato, che altri hanno contribuito a creare. Come “la dolce vita” è diventato sinonimo di “vita godereccia” (cioè il contrario di quanto voleva sostenere Fellini), così anche “la banalità del male” è diventato, perlomeno, uno slogan misterioso.

Il libro ha un suo appeal per il suo rigore e per la sua puntualità. Allo stesso tempo, però, rimane in fondo un senso di voler chiedere: “si, un individuo banale ha messo firme e spostato treni per portare la gente a morire in massa e neppure ci credeva. Benissimo. E quindi?” Non è una domanda triviale, non è una domanda comoda. Sembra cinica, ma in realtà è la sola domanda sensata da farsi sul significato del libro. E in ogni caso, è la domanda che ogni lettore critico si sarà fatto anche se magari non ha potuto pronunciarla in questi termini per quel politically correct che è solo la maschera di una ipocrisia più profonda e, soprattutto, che elimina proprio la possibilità di risposta. Perché l’olocausto non si dimentica e, soprattutto, ci fa capire a noi, che viviamo nella banalità del male, cosa si può fare ancora per evitare la catastrofe prima che accada. Ma se rimuoviamo le domande per paura, il risultato è semplice. Ovvero, l’appeal della violenza ritorna, la faciloneria di fare ciò che si vuole, l’ipocrisia di sostenere di volta in volta un credo diverso diventa un metodo di vita.

Il fatto è che anche all’epoca dei nazisti erano proprio le persone qualunque, i padri di famiglia, le mogli devote a costituire il perno della società. E se si vogliono uccidere quattordici milioni di persone (tale la stima dell’olocausto, se non la si limita agli ebrei) bisogna lavorare di squadra. Snyder ha posto un punto banale ma profondo: come hanno fatto a uccidere così tanta gente? Ci hanno abituato talmente tanto alle solite immagini truculente (e quindi, secondo le maestre, insostenibili… per loro) a base di ruspe e camion che si sorvola sui metodi reali. Non è affatto facile riuscire a uccidere milioni di persone. Si pensi alla difficoltà obiettiva di mantenere livelli di igiene sufficienti a non rendere il posto totalmente insalubre. Bisogna essere organizzati in molti modi, avere i mezzi e le risorse fisiche per farlo, nonché, naturalmente, una buona dose di determinazione nei quadri dirigenti. Infatti, i fanatici servivano ai vertici (Hitler, Himmler, Goebbels, Göring, Heydrich, Muller etc.) e alla “base” (le Einsatzgruppen, SS, SD, la Gestapo etc.). Inoltre, come anche nell’Unione Sovietica, a sistemare la base potevano ritornare utili i “criminali”, anch’essi esseri “normali” secondo ogni statistica. Quindi, ad ingrossare le fila, non c’era bisogno di grandi sforzi mentali. Ma a sommare tutti questi fanatici necessari non si arriverà, ad essere generosi, che al 25%. Eichmann non era di questi.

Perché, allora, un uomo così normale ha contribuito a creare uno stato di cose così straordinario? Prima di tutto, la domanda è semplicemente mal posta. Non ha nessun senso. Perché basterebbe rispondere: “Perché no?” Infatti, Eichmann (e molti altri come lui) sono esistiti. Quindi la domanda ammette una risposta triviale: “era talmente normale che ha fatto cose straordinarie vivendo normalmente”. Evidentemente è la nozione di “normalità” ad essere discutibile. Ma soprattutto è la nozione di “straordinarietà”. La vita quotidiana di tutti noi dimostra proprio questo: non c’è niente di straordinario nel prendere ordini, adeguarsi nella difficoltà, gioire nel successo e arrangiarsi. Quasi nessuno vuole alterare lo status quo, se non quando ha delle ragioni forti per farlo, perché il payoff può costare caro (dalla vita fisica allo status socio economico, cioè ciò che rende capaci di vivere) e i benefit sono assai pochi, se non che le future generazioni, che contemplano i risultati e non possono vedere i prezzi, sanciscono con una linea netta ciò che è giusto e ciò che non lo è. Il risultato?

Tu sei un numero, un “codice”, riassunto in una sequenza alfanumerica unica. Il tuo nome stesso non significa nulla senza quel codice associato, attraverso un rigoroso algoritmo decidibile e universale, senza la testimonianza di un documento. Quando entri in un ufficio amministrativo, sei quel codice e i diritti che il codice implica su altri documenti scritti da altri. Senza quel codice e senza quei documenti non hai alcun diritto. Sei un numero. La persona che deve “elaborare la procedura” deve eseguire i suoi ordini, cioè i dettami della procedura. E questo è fatto a ragion veduta: per evitare l’arbitrio di quella stessa persona. Quindi, nel migliore dei casi (perché si scopre, che queste “procedure” sono sempre aggirabili, quando si vuole, con i giusti incentivi), sei come tutti gli altri codici. Se al tuo codice viene associata una certa procedura, cosa cambia per chi la deve eseguire? Se al principio della procedura ci sta un dittatore e se la procedura determina l’internamento? Cosa è cambiato nel frattempo?

Allora, la banalità del male di cui parla Arendt è semplicemente il volto del male nella società di massa. La lezione profonda è che non è la Germania Nazista ad essere così: sono tutte le società fondate su questi “individui normali” a poter assumere il volto di Eichmann. Una lezione anche ovvia a chi vuole pensarci su e che spaventa tutti gli altri proprio per le scomode conseguenze che essa comporta. La carta delle Nazioni Unite sancisce a tutti il diritto di esistere, anche se non spiega bene a quali condizioni e come. Ma è legittimo: la dignità umana è universale. Questo è corretto. Ma un uomo avrà anche la sua “dignità” (qualunque cosa essa sia), ma questo non lo rende al di là del bene e del male. E se si deve concludere che la realtà è dominata da uomini che sono incoscienti e quindi involontariamente malvagi, ebbene, si scopre la banalità del male. Che è tutt’altro che una scoperta ma semplicemente la constatazione di una condizione naturale delle società umane, il cui volto è quello semplice e pacifico di un uomo che forse sarà stato un buon padre e un buon marito, ma sicuramente era una nullità e per questo ha compiuto azioni malvagie, tra le altre, come tutti quelli come lui nella sua situazione. Essere una nullità non vuol dire essere “non avere responsabilità morali”: vuol dire solo che non varrebbe neppure la pena parlarne, se non perché, purtroppo, è proprio da simili nullità che vorremmo essere salvati, molto più che da tutti gli altri. E solo per una ragione semplice: un Hitler è “il malvagio”. Lo puoi combattere ma almeno è un obiettivo chiaro ed è comunque isolabile. Soprattutto, di Hitler ce n’è sempre più o meno uno per volta. A volte è difficile, ma qualcosa si può fare. E soprattutto, morire per questo è eroico. Ma vorresti morire per uno come Eichmann? Forse anche tu sei come lui… ma solo perché forse siamo tutti un po’ come lui. Un dubbio, prima che sia troppo tardi.


Hannah Arendt

La banalità del male

Feltrinelli

Pagine: 314.


[1] Arendt H., (1963), La banalità del male, Feltrinelli, Milano, p. 259.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

2 Comments

  1. MartinaMartina gennaio 19, 2019

    Buongiorno, io vorrei sapere se questa parte
    “Ma vorresti morire per uno come Eichmann? Forse anche tu sei come lui… ma solo perché forse siamo tutti un po’ come lui. Un dubbio, prima che sia troppo tardi.”
    la posso trovare sul libro o è una tua conclusione?

    • RedazioneRedazione gennaio 19, 2019

      Gentilissima,

      Grazie per averci letto. Le confermo che la frase da lei citata è interamente il frutto della mente dell’autore dell’articolo e non della Arendt. Anche perché, come nostro uso, se lo fosse stata avrebbe trovato il riferimento alla pagina del volume.

      Sperando di esserle stati di aiuto, la salutiamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *