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La pragmatica – tra verifiche empiriche e discussioni normative

Perché non è possibile limitarsi allo studio della logica nell’analisi del linguaggio comunicativo ordinario

Parte 1: perché la logica e la semantica non sono sufficienti?

Aldo: Però, dopo aver fatto l’amore, non lo so…

Giovanni: Eh, non si sa, in queste cose non si sa mai.

Aldo: Lo so. Sto dicendo non lo so è un modo di dire.

Ho detto non lo so però lo so.

Giovanni: Hai detto non lo so e pensavo…

Aldo: Stavo dicendo: ho finito di fare l’amore, non lo so…

Giovanni: Lo vedi che non lo sai.

Aldo: Miii, sto dicendo che non lo so per dire che lo so.

Giovanni: Ma allora dici lo so per dire non lo so.

Aldo: Eh che è tu quando dici non lo so

se voglio andare al mare non è che non lo sai![1]

Aldo, Giovanni e Giacomo

Una discussione storica di alcuni pregiudizi radicati

Uno scorpione voleva attraversare un fiume e chiese ad una rana di portarlo.

 “No”, disse la rana “no grazie.

Se ti portassi sul dorso tu potresti pungermi e la puntura di uno scorpione è mortale”.

“Ma, non è logico”

disse lo scorpione, gli scorpioni cercano sempre di essere logici

“se io ti pungessi, tu moriresti e io affogherei.”

La rana si convinse e lasciò che lo scorpione gli salisse sul dorso. Ma proprio nel bel mezzo del fiume la rana sentì un dolore terribile. Si rese subito conto che lo scorpione l’aveva punta.

“E la logica?”

chiese la rana nel mentre che incominciava a discendere verso il letto del fiume insieme allo scorpione

“Non è logico quello che hai fatto”.

“Lo so” disse lo scorpione “ma non posso farci nulla. E’ il mio carattere.”[2]

Orson Welles

La logica è lo studio sistematico degli argomenti che consentono di passare da premesse vere a conclusioni vere. Una regola logica è la base deduttiva per la generazione di proposizioni vere da altre, premesse. La semantica è lo studio delle condizioni di verità degli enunciati e della nozione di riferimento. La semantica, dunque, è interessata a fornire una solida teoria nella quale vengano risolte le ambiguità, ubique negli enunciati del linguaggio ordinario, attraverso lo studio delle diverse condizioni di verità delle varie proposizioni e dei modi linguistici attraverso i quali riusciamo a parlare di qualcosa.

L’ambito teorico della semantica contemporanea ha preso l’avvio dalle analisi di Frege e Russell, i quali guardavano i problemi di filosofia del linguaggio dal punto di vista particolare della filosofia della matematica. Il problema era stabilire le condizioni di verità per proposizioni mutuate dal ragionamento matematico (o scientifico) e, non a caso, i due capostipiti della filosofia del linguaggio contemporanea avevano tentato di ridurre l’intera matematica alla logica, riuscendo solo a concepire un eroici fallimenti. D’altra parte, il problema, sul versante propriamente semantico, era quello di eliminare le ambiguità e la vaghezza intrinseca nella comunicazione quotidiana e di formulare sistemi per evitare scomodi paradossi, come quello del mentitore. Secondo Frege, infatti, il linguaggio naturale non è un sistema idoneo per parlare del mondo in modo chiaro, un’idea, d’altronde, radicata in molti logici e in molti matematici che hanno trattato della questione. Tarski, ad esempio, non era convinto della legittimità di applicare il suo teorema sulla verità al linguaggio naturale, quel linguaggio che utilizziamo quotidianamente.

Questo pregiudizio atavico si è radicato in moltissimi pensatori di stampo analitico, così profondamente influenzati dalla logica, dalla filosofia della matematica e dalla semantica. Tuttavia, Wittgenstein aveva avuto svariate intuizioni, parzialmente divergenti rispetto a questa tradizione, nonostante fosse, anch’egli, un filosofo del linguaggio e della matematica.[3] Wittgenstein, ad esempio, era convinto che gli enunciati etici fossero delle forzature, pur incapaci di denotare dei fatti sottostanti, che, però, consentivano di indurre delle intenzioni proprie del parlante. Quest’idea era una parziale presa di distanza dalle pseudoproposizioni del Tractatus:

Il modo migliore per caratterizzare la nuova posizione di Wittgenstein è dire che il linguaggio ha come risorsa interna la possibilità di esprimere un’intenzione etica attraverso un uso secondario di termini che hanno già un uso primario diverso[4]

In particolare, il linguaggio etico è stato variamente concepito in questo senso da alcuni esponenti dell’atomismo logico. Carnap e Ayer, ad esempio, rifiutavano decisamente la possibilità del linguaggio etico di esprimere proposizioni che indicassero stati di cose sussistenti nel mondo e, per tanto, tali frasi non erano né vere né false. Tuttavia, per quanto vuoto, il linguaggio etico diventava il simulacro di intenzioni, pensieri, desideri del parlante. Ayer, ad esempio, riteneva che il linguaggio etico servisse ad esprimere emozioni o disposizioni comportamentali: “io credo che rubare sia sbagliato” esprime l’intenzione del rifiuto di un determinato comportamento e implica la giustificazione della formazione di un’aspettativa nell’ascoltatore. E’ interessante osservare come tutte queste intuizioni fossero, comunque, atte a squalificare un’ampia fetta di riflessioni e non vennero riconsiderate come la base per ulteriori considerazioni.

In realtà, il linguaggio munito di senso, in questo senso restrittivo, è quasi un’eccezione, una piccola parte della maggior parte dell’uso linguistico. Sembra che siamo di fronte ad un pregiudizio, ironicamente sintetizzabile con le parole di Nietzsche: “Donde è nata la logica nella testa dell’uomo? Indubbiamente dalla non logica, il regno della quale, originariamente, deve essere stato immenso”[5] e “Inoltre: che ne è delle convenzioni linguistiche? Sono forse strumenti della conoscenza, del senso della verità, nel senso che le connotazioni e le cose coincidono? Il linguaggio è allora l’espressione adeguata di tutte le realtà?”[6] Il pregiudizio della verità, paradossalmente, si ritorce contro i filosofi più impegnati nell’analisi del linguaggio, abdicando di fronte ai propri preconcetti, mentre era necessario avere la mente sgombra per riconoscere che la comunicazione, e il linguaggio ordinario (più in generale), rispondono a principi abbastanza diversi e il cui fine non è necessariamente, o esclusivamente, esprimere enunciati veri, ma, semmai, credenze informative. La dimostrazione indiretta di ciò, può essere evidenziata dal fatto che il mentitore pragmatico ideale non è colui che mente sempre, ma chi, pur dicendo qualche volta verità, non lascia mai trasparire le sue intenzioni comunicative: il paradosso semantico per eccellenza non è il paradosso pragmatico per eccellenza! Vale a dire, che il nocciolo della questione non sta nelle proposizioni ma a monte. Ciò è reso da una particolare versione dal celebre “problema del bivio”.[7]

La semantica, trasposta dal suo ambiente naturale di logica e filosofia della matematica, diventa l’analisi delle condizioni di verità di una parte molto ridotta del linguaggio: quel linguaggio al quale ciascuna parola ha un solo significato, un solo referente fissato univocamente nel mondo, dotato di particolari proprietà. Ad esempio, una frase come “Filippo Inzaghi è un avvoltoio” necessita di varie presupposizioni. Innanzi tutto, si suppone che ci sia un dominio di oggetti che rappresenta l’insieme di referenti possibili e all’interno di questo insieme di oggetti, v’è uno e un solo oggetto denominato “Filippo Inzaghi” al quale è attribuito il predicato “essere avvoltoio” e la frase sarà vera solo se “Filippo Inzaghi” farà parte dell’insieme degli elementi che gode di quella proprietà, falsa altrimenti (per il principio di bivalenza). Ma Filippo Inzaghi è un uomo e il predicato “essere uomo” esclude quello di essere avvoltoio, dunque, la proposizione è falsa. Naturalmente, è possibile che esista un animale che sia un avvoltoio e il cui nome è “Filippo Inzaghi”, ma, diciamo, che stiamo assumendo che “Filippo Inzaghi” fosse proprio il giocatore del Milan. Il procedimento è banale e automatico: abbiamo una funzione che associa a determinati simboli uno e un solo oggetto e almeno una proprietà e una seconda funzione associa alla proposizione un valore di verità, in questo caso, il falso.[8]

Ma questo non è esattamente ciò che facciamo quando interpretiamo normalmente la proposizione “Filippo Inzaghi è un avvoltoio”, ché ci viene irresistibile pensare che sia una proposizione vera! Tuttavia, per giustificare ciò, è necessaria l’assunzione di diverse regole che forniscano un criterio per discriminare le intenzioni con cui quelle parole vengono dette: chi proferisce la frase deve essere collaborativo, cioè deve assumere come fine quello di voler comunicare le sue credenze o i suoi pensieri, bisogna poter pensare che sia sincero e che alle sue parole associ determinate idee. Allora la frase diventa più comprensibile: io devo credere che il parlante vuole farmi credere che “Filippo Inzaghi è un rapace attaccante d’area di rigore”, implicatura generata (griceanamente) perché riconosciamo che la proposizione di partenza è falsa a livello letterale (infrazione alla massima di qualità), ma essa lascia intendere (supponendo che il parlante sia cooperativo) che Filippo Inzaghi (ritenuto essere un uomo per conoscenze enciclopediche e contestuali – perché, ad esempio, si stava parlando di calcio-) sia un uomo dotato di particolari qualità calcistiche (e il parlante è convinto che l’ascoltatore sia in grado di comprendere le sue parole, cioè generare un’implicatura). D’altra parte, non è ragionevole pensare che il parlante s’intrattenesse in una dissertazione di zoologia (eventuale infrazione alla massima di relazione) perché è possibile che il parlante intendesse parlare di uccelli rapaci ma è più ragionevole, per il principio della minimizzazione dei sensi (rasoio di Occam), che volesse rimanere all’interno del contesto calcistico. Ben inteso: c’è sempre spazio per i fallimenti comunicativi, ma questo rientra proprio nella prassi.[9] E, dunque, una teoria pragmatica non deve essere scambiata per una logica della conversazione ma solo una sua teorizzazione o descrizione.

D’altra parte, immaginiamo che il parlante fosse un logico nudo e puro[10] e avesse voluto dire qualcosa di analogo ma semanticamente accettabile a “Filippo Inzaghi è un avvoltoio”, nel senso che abbiamo visto, egli avrebbe dovuto dire: “L’elemento dell’insieme degli uomini e dell’insieme delle persone iscritte alla FIGC, [11] il cui nome è Filippo Inzaghi, gode della proprietà -essere rapace- e tale proprietà è la capacità di segnare i goal nella zona del campo di calcio nominata –area di rigore-.” A ben vedere, siamo poi così sicuri che tale dicitura (più) logica non faccia comunque appello a delle nozioni pragmatiche? Probabilmente, no. In generale, neanche in un aula di logica parlando di logica si fa a meno di sfruttare le intuizioni e le aspettative di chi parla e di chi ascolta. Non è un caso, d’altronde, che i libri di logica siano scritti in un linguaggio naturale e facciano ampio uso di esempi tratti dalla prassi comunicativa normale.

La differenza sostanziale tra la semantica, da una parte, e la pragmatica dall’altra consiste nel fatto che la semantica non è interessata all’aspetto intenzionale della prassi comunicativa e studia le condizioni di verità degli enunciati indipendentemente dai significati impliciti (ma anche di alcune considerazioni che già possono essere fatte a livello esplicito), viceversa, la pragmatica si occupa di come il linguaggio possa essere uno strumento di comunicazione di intenzioni. Le conseguenze di questa diversa prospettiva implica diverse funzioni di interpretazione delle proposizioni.

 

Alcuni argomenti che rafforzano la distinzione tra pragmatica e semantica

Da un’inchiesta personale:

A:  Perché la capra sotto la panca campa e sotto la panca crepa?

B: Perché la capra, non sopportando l’eccesso di solitudine, muore.

Si potrebbe ribadire, a questo punto, che la semantica basta e avanza a spiegare anche l’uso del linguaggio ordinario e non solo di quello scientifico.[12] Lo stesso Grice in un suo articolo espone tale possibilità per poi criticarla.[13] Tuttavia, per meglio chiarire quanto siano importanti le aspettative all’interno della comunicazione, abbiamo elaborato alcuni argomenti.

Il primo consiste in un piccolo esperimento. Abbiamo sottoposto a quindici persone il seguente problema e abbiamo chiesto loro di rispondere:

Due automobili percorrono una stessa strada a doppio senso di marcia. Nella prima auto c’è il presidente di una grossa società per azioni, mentre, nella seconda, c’è un bambino con suo padre alla guida. Le due automobili hanno un incidente frontale, a causa di ciò muore il padre del bambino. Il presidente della società per azioni scende dalla macchina, vede il bambino e dice: “tu sei mio figlio!” Tenuto conto che il presidente dice la verità e che il padre biologico-legale del bambino è effettivamente morto, come giustificare l’affermazione?

Il seguente problema è stato sottoposto a quindici persone di età compresa tra i venti e i sessant’anni. Alle persone è stato esposto il problema ed è stato concesso loro tutto il tempo che avessero ritenuto necessario. Inoltre, è stato suggerito di pensare a voce alta. Specifichiamo che tutte le persone, eccetto una, erano parlanti dell’italiano e che avevano un grado di istruzione variabile dal diploma alla laurea. Di queste quindici persone solo in tre hanno risposto e solo una ha impiegato meno di un minuto e senza fare alcuna domanda per trovare la risposta.[14]

La soluzione più semplice del problema è che il presidente della società per azioni è la madre del bambino. L’ovvietà della soluzione è, intuitivamente, in contrasto con il fallimento generale delle persone. La domanda sorge spontanea: perché non hanno indovinato? Una spiegazione: tutti, uomini e donne, nutrivano una fortissima aspettativa sul genere sessuale del presidente della società per azioni. Quando vien detto: “nella prima auto c’è il presidente di una grossa società per azioni” essi devono aver immediatamente pensato che “il presidente è maschio” perché nessuno (a parte le due persone che hanno risolto il problema facendo qualche domanda) ha sentito il bisogno di chiedere il genere della persona e, d’altra parte, ciò è evidente dalle risposte alternative al problema (come si vedrà più sotto). Una seconda possibile spiegazione è che la parola italiana (il presidente) è maschile e, dunque, le persone interpretano il genere di appartenenza dell’individuo sulla base del fatto che la parola è di genere linguistico maschile. Tuttavia, ad una persona, originaria del Canada britannico, il piccolo dilemma è stato formulato in inglese, (the president è una dicitura neutra che consente entrambe le interpretazioni di genere senza nessun pregiudizio linguistico) e, pur avendo trovato la soluzione, ha dovuto ragionarci su, motivo per il quale doveva aver anch’essa nutrito il medesimo pregiudizio dovuto ad aspettativa, come, d’altra parte, ha confermato: prova e controprova del fatto che in lei deve essere sorta l’interpretazione di genere maschile in automatico.

Questo piccolo gioco mostra molto chiaramente quanto le persone sono poco logiche e poco attente alle condizioni di verità delle asserzioni.[15] Infatti, per trovare la soluzione bastava ragionare sulle condizioni di verità della frase “tu sei mio figlio”, arrivando così a stabilire che la relazione “esser figlio di…” è una relazione a due posti (F(x,y)) e, dunque, la frase è resa vera, in questo caso, sia che la dica la madre sia che la dica il padre. Il fatto di essere presidente non esclude l’esser il presidente una donna, dunque, il gioco è risolto.

Tuttavia, alcuni hanno trovato alternative affascinanti: la prima, molto contorta, è che le due auto fossero decapottabili e che, dunque, il presidente (maschio) si catapulta nella seconda macchina (dove c’è il bambino) e, viceversa, il padre (anch’egli un presidente di una società per azioni) è scaraventato nella seconda e quando scende proferisce la frase. Altri hanno addotto spiegazioni di carattere biologico-legale: il bambino era, in realtà, figlio biologico del presidente ma figlio-legale dell’uomo deceduto nell’incidente e, dunque, si giocano la loro proposta sull’ambiguità del predicato “esser padre”. A causa di questa spiegazione abbiamo dovuto inserire una clausola aggiuntiva. Una terza soluzione è stata portata da un paio di persone credenti: il presidente era un prete[16] e dunque: “tu sei mio figlio” è resa vera dal fatto che siamo tutti figli del nostro pastore!

Queste “soluzioni alternative”, tutte variamente fallaci, sollevano alcune osservazioni interessanti: innanzi tutto, le persone nutrono delle credenze fortissime e vincolanti su ciò che vien detto loro che non rientrano in alcun modo nel panorama logico-semantico. Di fatti, nessuna ricostruzione proposta era resa necessaria dalle condizioni di verità delle proposizioni espresse nel problema. Tali credenze vengono sfruttate per interpretare ciò che vien detto loro, in base a ciò che essi stessi pensano di dover credere: essi avranno pensato che il parlante lasciasse loro intendere che il presidente era maschio. In secondo luogo, ciò mostra quante energie vengono investite, in termini di risorse mentali, nella salvaguardia di quelle primordiali aspettative anche quando vien detto esplicitamente che tali idee conducono fuori strada. In fine, tutto ciò sembra confermare che esista un Io-narrativo che produce affascinanti resoconti pur di tappare i vuoti, vuoto offerto, in questo caso, dal problema di giustificare la frase, un altro caso in cui la filosofia del linguaggio può fornire utili conferme per alcune teorie di filosofia della mente.[17]

Un altro caso concreto: per testare la validità dei principi pragmatici, sia dal punto di vista della teoria griceana che dal punto di vista della teoria della pertinenza, abbiamo registrato alcune conversazioni ordinarie e una di queste verrà riportata alla fine di questa breve analisi. Riportiamo, qui, un brevissimo brano tratto da quella:

G: (…) Ah, vedi, sei la dimostrazione che l’apprendimento su condizionamento funziona! Io ti privo dello stimolo positivo, subito mia nonna dopo due volte apprende.

M: Questo era il condizionamento?

G: Eh certo!

M: E’ un po’ insipida.

G: Ti ricordi di quella volta che siamo andati a Roma all’Archetto?

Se avessimo sentito queste frasi in un contesto ordinario e non in un’analisi di filosofia del linguaggio, probabilmente non ci saremo accorti che la prima frase “Io ti privo dello stimolo positivo, subito mia nonna dopo due volte apprende” è vera solo se la persona privata di stimolo positivo non è “mia nonna”, mentre, anche alla lettura immediata, risulta evidente la connessione: il parlante vuole riferirsi a un unico individuo, quell’individuo che intrattiene con lui la relazione di “essere nonna” (e, così com’è detto, sembra quasi che, interpretando la virgola come una e in senso pragmatico, il parlante lasci intendere che la nonna sia stata condizionata dagli stimoli di privazione subiti dall’altra persona).[18] Un’altra frase interessante è pronunciata da M: “E’ un po’ insipida”. Al di là delle implicature scalari, questa frase ha un problema di fondo: il soggetto sottointeso. Non è possibile che si riferisca all’ultimo soggetto, perché non si può riferire a “questo”, che è l’ultimo soggetto delle frasi precedenti. Inoltre, si può discutere se esso sia propriamente un enunciato perché non è presente alcun termine singolare, sia esso espresso sotto forma di nome, descrizione definita o indicale e sembra, per ciò, che sia solo la formulazione di un predicato ma non di un enunciato. Eppure, non sembra esserci un evidente segno di fallimento comunicativo, giacché, evidentemente, sarebbe stato chiesto al parlante cosa intendesse dire o a quale oggetto si riferisse,[19] mentre la conversazione prosegue senza problemi.

Ancora un altro piccolo esperimento. Allo stesso campione a cui era stato sottoposto “il problema del presidente”, in un secondo momento, è stato chiesto di interpretare la seguente frase, una famosa citazione di Lincoln che abbiamo ripreso da un libro di Daniel Dennett: [20]

E’ possibile ingannare alcuni tutte le volte.

E’ possibile ingannare qualcuno qualche volta.

Non è possibile ingannare tutti tutte le volte.

La frase ambigua è solo la seconda: “è possibile ingannare qualcuno qualche volta” può voler dire che c’è qualcuno che si fa ingannare sempre, ma può esserci anche qualcuno sempre diverso che viene ingannato qualche volta. Anche in questo caso, le persone dimostrano di essere poco logiche nella misura in cui nessuno ha sollevato il problema dell’ambiguità del quantificatore esistenziale, cioè di “qualcuno”. Inoltre, più del 75% delle persone intervistate non ha riconosciuto l’ambiguità neanche ragionandoci e, per tanto, hanno chiesto spiegazioni. Problemi analoghi sono offerti dai connettivi logici e dalla discrepanza della loro interpretazione logica e quella pragmatica. A tal proposito è interessante scoprire che le aspettative sulle intenzioni vengono acquisite nel tempo: i bambini, sino ai sette anni, tendono ad interpretare sia gli operatori modali, che i quantificatori che i connettivi in modo più logico che non gli adulti, e ciò è ben spiegato dai teorici della pertinenza.

Attraverso questi piccoli esperimenti abbiamo, comunque, fissato un punto interessante: la semantica non è sufficiente a spiegare l’uso del linguaggio ordinario e le persone hanno delle funzioni interpretative che associano pensieri a parole e, solo indirettamente, oggetti e proprietà: la freccia dell’arco delle intenzioni deve passare attraverso le fessure oculari di chi ci sta di fronte.

Parte 2: tra teorie normative e teorie descrittive

IL PEZZENTE: Battista, è venuto per caso a cercarmi Rockfeller?

IL CUSTODE. Alzandosi premuroso, con rispetto: No, signore.

IL PEZZENTE: Ah, benissimo. Perché mi sarebbe sembrato molto strano che fosse venuto a cercarmi.[21]

Achille Campanile.

Il linguaggio comunicativo: atti linguistici, intenzioni e spiegazioni

Mia Wallace: Non odi tutto questo?

Vincent: Odio cosa?

Mia Wallace: I silenzi che mettono a disagio.

Perché sentiamo la necessità di chiacchierare

di puttanate per sentirci più a nostro agio?

Il linguaggio è il nostro veicolo preferito per comunicare intenzioni. Non è l’unico sistema, ma è, senza dubbio, il più immediato. Si possono comunicare intenzioni in molti modi, ma grazie al linguaggio possiamo scendere nel dettaglio dei nostri pensieri a seconda della necessità o costruire credenze di varia complessità.

Il linguaggio ordinario è un insieme di usi atti alla comunicazione di intenzioni e, per questo, è straordinariamente efficiente. Sulla base di ciò che vien detto esplicitamente, il parlante può lasciare intendere all’ascoltatore molte altre informazioni, inferibili mediante implicature. D’altra parte, il problema della pragmatica consiste proprio in questo: “quando e come è legittimo generare inferenze?” La domanda non è ben posta e, per ciò, va riformulata in due. “A quali condizioni è lecito generare implicature?” e “Quando generiamo effettivamente implicature?” In fine, si pone il problema della giustificazione delle nostre risposte e, come si vedrà, le strategie possibili di giustificazione cambia in modo decisivo il modo di pensare alla pragmatica.

Le condizioni per la comunicazione sono diverse. Il parlante e l’ascoltatore devono parlare la stessa lingua o lo stesso codice di segni che, però, è solo una condizione necessaria. Il parlante e l’ascoltatore devono reciprocamente nutrire aspettative l’uno sul comportamento dell’altro e, più nello specifico, devono credere nella reciproca collaborazione: essi assumono come fine delle loro azioni lo scambio di credenze il cui unico scopo è quello di avere una perturbazione positiva delle informazioni al loro reciproco possesso. Questo scopo utilitario è stato rivendicato anche da Dennett per spiegare l’origine stessa del linguaggio che, però, è troppo legato agli usi convenienti della comunicazione. Dennett, infatti, fa perno sull’idea che tutto ciò che è mentale, o che viene codificato da pratiche di l’elaborazione dell’informazione, deve avere una ragione evolutiva evidente, cioè deve costituire uno scopo vantaggioso. Ammesso che ciò sia vero, dobbiamo presupporre le cause dagli effetti, l’origine di tutti i pregiudizi, secondo Spinoza. Infatti, è dubbio che il linguaggio sia nato con tale scopo, giacché, come si sa, nella maggior parte delle conversazioni non si parla per comunicare ma si parla per parlare, come è reso evidente dalla conversazione riportata e da molte altre. E questo è un fatto tanto antico quanto attestato dalla letteratura: v’è un pregevole dialogo di Luciano, ironico scrittore latino che riporta il dialogo di alcuni sfaccendati il cui unico scopo era crearsi un mondo personale alternativo in cui potessero realizzare tutti i loro sogni; ma, più seriamente, Maupassant nel suo tragico e magnifico Una vita:

Dopo le prima frasi di benvenuto, e i complimenti tra vicini, nessuno sapeva più che dire. Allora si fecero i rallegramenti, a vicenda, senza motivo. Ambedue le parti speravano che quelle ottime relazioni sarebbero continuate. Era un vantaggio potersi vedere, quando si stava tutto l’anno in campagna. [23]

Dunque, a ben vedere, la comunicazione può avvenire su basi molto futili e che non richiedono, necessariamente, la volontà ragionevole di un fine che sia altro da quello di parlare, di distrarsi o di rompere un silenzio imbarazzante. In effetti, lo stesso Chomsky sottolinea ciò, quando ci ricorda che la mano afferra non perché è stata concepita per tale scopo, allo stesso modo, il linguaggio, inteso come facoltà innata, non implica tutti i suoi usi ma solo che esso li rende possibili. Sarebbe bene, in generale, fare piazza pulita delle proprie aspettative sul linguaggio e lasciare che siano i fatti linguistici a indurci delle considerazioni e non viceversa.

Tutto ciò per sottolineare quanto la comunicazione sia, in realtà, un evento complesso le cui funzioni molteplici non si lasciano riassumere in un unico scopo e siano passibili di orientamento finalizzato da una molteplicità di intenzioni (anche perché spesso non si può tracciare la distinzione tra una comunicazione informativa e una non-informativa e spesso l’una nasce dall’altra e viceversa). Inoltre, e questo è fondamentale, questo “parlare” non è mai così a vuoto da non richiedere comunque la presenza di una certa cooperazione.

Il parlante e l’ascoltatore nutrono, ciascuno per sé, delle particolari inclinazioni, aspettative, credenze e pensieri che possono essere molto diversi. In alcuni casi potrebbero condividere solo alcune credenze contestuali (cioè quelle proposizioni che potrebbero essere formulate solo sulla base di condividere il contesto di comunicazione). Dunque, si potrebbe dubitare sulla generalizzazione di aspettative-guida che possano direzionare la conversazione in qualche modo. In questo senso, potremmo essere degli scettici pragmatici ed avere qualche ragione come giustificazione.

Evidentemente, ci vuole un qualche principio restrittivo: possiamo assumere come aspettativa rilevante per gli scopi collettivi della comunicazione solo quelle previsioni intuitive che devono assumere contemporaneamente il parlante e l’ascoltatore. Il parlante e l’ascoltatore devono convergere in alcuni principi che, dal punto di vista griceano, saranno formulati mediante le massime. Il parlante e l’ascoltatore devono entrambi assumere dei principi generici a cui appellarsi in modo da vincolare, fissare le loro aspettative su ciò che verrà detto: il parlante, ad esempio, si aspetterà che l’ascoltatore farà di tutto per capirlo e, viceversa, il parlante sa che deve far tutto ciò che è in suo possesso per rendere il lavoro agevole all’ascoltatore.

A questo punto, però, sorge il grande spartiacque: quale è lo statuto di queste aspettative generalizzate, assunte dal parlante e dall’ascoltatore? Da un lato, abbiamo la posizione griceana e neo-griceana e, dall’altra, abbiamo la posizione dei teorici della pertinenza.

Grice era un interprete di Kant e non omaggiò il grande filosofo tedesco esclusivamente in superficie, cioè riprendendo la tavola delle categorie kantiane, come spesso si dice: egli pensò che le aspettative condivise possano essere fissate da massime, da regole ragionevoli che consentono da un lato di spiegare la comunicazione, da un altro consentono di motivare gli attori della conversazione a generare inferenze. In altre parole, Grice si serve delle categorie kantiane per formulare una teoria ragionevole della comunicazione. Così, esso configura un’impostazione teorica normativa. In questo senso, l’angolatura principale dell’analisi deve essere quella della buona formulazione delle norme che devono consentire una spiegazione del fenomeno. D’altra parte, l’adozione delle massime griceane è reclamato anche dall’idea che gli attori della comunicazione siano animati da uno spirito collaborativo simile a quello che due persone devono avere quando giocano a racchettoni, noto impegno ludico da spiaggia nel quale lo scopo non è quello di mettere in difficoltà il proprio partner ma è quello di agevolarlo nello scambio dei colpi e il fallimento di uno implica il fallimento di entrambi. Così, la formulazione delle massime griceane può spingersi sino al margine della pseudo-moralità, ci riferiamo, ad esempio, al principio di gentilezza, nel quale è particolarmente evidente la relazione che c’è tra le massime griceane e le massime morali kantiane.[24] Tale impostazione normativa ricorda molto da vicino la concezione di Rawls, là dove la norma è postulata sulla base della ragionevolezza (non della Ragione e qui c’è una forma di kantismo moderato ma non una sua rinuncia) ed è reclamata per l’intrinseco beneficio che essa apporta: così, la teoria normativa di Grice concepisce il linguaggio comunicativo come se fosse emanato da un legislatore ragionevole. Ciò costituisce una solida base di analisi ma ha alcuni limiti.

Molti teorici, già da tempo, hanno sottolineato le manchevolezze della teoria griceana che, d’altronde, è stata considerata come un fatto definitivo quand’era considerata da Grice stesso come un’analisi ancora aperta. Tuttavia, i dettagli di una teoria possono essere modificati senza lasciare inalterato il suo “spirito” ed è ciò che hanno fatto i neo-griceani.

I teorici della pertinenza, invece, costituiscono la radicale alternativa alla riflessione griceana non tanto perché molti dettagli sono diversi dall’impostazione di Grice (ad esempio, la diversa considerazione dell’esplicito), quanto perché rivendicano una differenza sostanziale nella base stessa della costruzione teorica di fondo. Se Grice è interessato ad un’elaborazione normativa del linguaggio comunicativo, ancora molto legata alle concezioni logiche-semantiche, i teorici della pertinenza rivendicano e radicalizzano l’idea che la norma non sia una legge normativa ma una legge descrittiva. Sebbene il principio di pertinenza sia molto simile alle massime di qualità e relazione di Grice, di fatto, il contenuto della norma è molto diverso. La teoria della pertinenza sposta l’analisi da un piano di ricostruzione ragionevole ad un livello più esplicito di conoscenza fattuale e induzione di leggi. Tutto ciò, come rilevato da Carston:

The various post-Gricean accounts of the principles and processes that mediate the gap between sentece meaning and speaker meaning can be divided broadly into three classes based on their orientation: linguistic, philosophical and cognitive-scientific.[25]

In sostanza, la ricerca di principi descrittivi, inserita in una cornice scientifica di analisi del linguaggio, non esclude anche un’analisi filosofica e, più specificamente, in una sistematizzazione normativa.

I teorici della pertinenza hanno individuato (o postulato) le basi computazionali della comunicazione, giustificate dallo stesso funzionamento della mente umana. L’idea fondamentale è che la mente umana sia un’attività computazionale economica e immersa in un ambiente nel quale il tempo di calcolo implica dispendio di energia ed essa è capace di “leggere la mente”. D’altra parte, ogni impiego di forze deve essere investito per una perturbazione positiva delle informazioni che si devono ottenere. In questo senso, la comunicazione non è slegata dalla componente fisico-economica della mente umana. Di conseguenza, si può formulare il principio di pertinenza secondo cui un in-put è rilevante per un sistema cognitivo solo se il rapporto tra i costi e benefici è favorevole per il sistema cognitivo stesso. Questo è un principio alieno dalla teoria griceana e dal suo spirito; e ciò è evidenziato dalla necessità di postulare un principio quale “il rasosio di Occam per i possibili sensi” che sancisce un limite nella considerazione delle varie interpretazioni possibili delle parole e degli enunciati. In questo modo, d’altronde, anche la generazione di implicature viene reinterpretata all’interno di principi descrittivi: è lecito postulare la presenza di alcune interpretazioni privilegiate degli enunciati che saranno riviste solo alla luce di una maggiore necessità di informazione, dovuta al contesto specifico.

E’ a questo punto che può diventare importante la presenza di esperimenti precisi effettuati direttamente sui parlanti. Infatti, per dimostrare la validità di una teoria descrittiva, abbiamo bisogno di conferme empirico-sperimentali che ne consolidino le fondamenta. D’altra parte, anche le teorie normative, sebbene parzialmente slegate dal problema descrittivo, non possono fare a meno di azzardare ipotesi anche a quel livello: ciò perché una legge ha sempre bisogno di fatti da qualificare e, senza i fatti, cadono le leggi (o la loro sensatezza).

Oltre l’aspetto normativo: gli esperimenti

Io non ho detto nulla. Dunque, non mi si può accusare di aver detto qualcosa che non ho detto!

Anonimo.

Ogni dottrina che voglia ambire allo statuto di scienza deve avere alcuni prerequisiti fondamentali: (a) una base fenomenica limitata, (b) l’adozione di un metodo comune, (c) una terminologia condivisa e (d) una certa capacità predittiva. Il problema fondamentale, in questo caso, è offerto proprio dal primo punto, giacché, nonostante il linguaggio sia continuamente sotto i nostri occhi, esso tende a sfuggir via proprio perché siamo talmente abituati ad esso da essere invisibile. In particolare, l’adozione di un metodo comune e la terminologia condivisa perdono di senso, se non v’è una base di fenomeni (in senso kantiano) da analizzare. Senza di essa, ogni teoria descrittiva rischia seriamente di girare a vuoto o, quanto meno, di ridiventare una teoria normativa. Così, la presenza degli esperimenti, la loro formulazione, costituisce la vera risorsa della teoria della pertinenza la quale non può prescindere da essi. La formulazione degli esperimenti viene fatta per verificare la validità dei principi assunti e, in questo modo, mostrerà anche la capacità predittiva della teoria, presupposto fondamentale per ogni scienza.[26]

I teorici della pertinenza hanno investigato sia la capacità di lettura della mente, presupposto fondamentale per credenze di grado pari, o superiore, al secondo livello, che consente ai soggetti di avere delle aspettative nei confronti del comportamento degli altri e anche nei confronti del proprio (motivo per il quale i soggetti autistici, a cui difetta questa capacità, hanno molte difficoltà ad interpretare enunciati ironici).

Esperimenti centrali sono quelli che investigano sulle implicature scalari, cioè quelle implicature conversazionali generate da proposizioni come “alcuni animali sono mammiferi” che lascia intendere “alcuni ma non tutti…”. In generale, le implicature scalari sono generabili in tutti i casi in cui compaiano nella frase termini che possano essere messi su una scala: caldo, freddo; possibile, necessario; alcuni, tutti etc.. Nei casi discussi è evidenziato come gli adulti tendano ad interpretare le frasi in modo divergente dall’interpretazione più logica, a differenza dei bambini sotto i sette anni di età. Ciò costituisce una conferma delle ipotesi dei teorici della pertinenza e aggiunge una prova empirica a favore della predittività della loro teoria. Questi esperimenti erano incentrati nella verifica del riconoscimento della verità degli enunciati da parte dei soggetti e, in alcuni esperimenti, veniva anche preso il tempo che essi impiegavano per rispondere. Il fattore tempo era cruciale per riuscire a capire quando e come i soggetti generavano implicature e quando no e, di fatto, l’esperimento si giocava proprio sulla possibilità di prevedere in quali circostanze i soggetti avrebbero impiegato più tempo a rispondere.

La scienza assume come “fatto” tutto ciò che si può misurare e, a buon diritto, il linguaggio può essere considerato (se ben circoscritto) come una base fattuale valida, passibile di misurazione e registrazione.[27] Inoltre, ciò consente di costituire una valida posizione teorica che si spinga oltre la normatività, così da rendere l’analisi linguistica, nel suo aspetto comunicativo, una vera e propria scienza empirica, passibile di conferme, falsificazioni e riformulazioni. D’altra parte, se non ci fosse la possibilità di formulare esperimenti adeguati, così da verificare la teoria, essa ritornerebbe ad essere “un sogno di un visionario” o, al massimo, una buona teoria normativa.

Eppure, non si può essere del tutto soddisfatti dagli esperimenti operati sul campo. Alcuni teorici neo-griceani hanno puntato l’indice sull’artificialità degli esperimenti, ché non riuscirebbero a riportare adeguatamente le condizioni materiali di ciò che accade effettivamente nelle conversazioni. Questa tesi è piuttosto forzosa, giacché tutti gli esperimenti sono e devono essere artificiali. E questa obiezione è sollevata da tutti i teorici che vogliano fare a meno di una verifica empirica delle loro posizioni, come accade anche nel dibattito di neuroeconomia, dove gli economisti neoclassici squalificano gli esperimenti degli scienziati cognitivi come “troppo lontani da ciò che accade realmente nel mercato”. Sembra quasi la voce di quelle antiche opinioni cristallizzate che spesso bisogna combattere per avere la vittoria della verità, come Cartesio osservava. Inoltre, specificamente nei temi inerenti al linguaggio, viene da chiedersi come studiare certi fenomeni senza questi esperimenti: è il caso delle implicature scalari interpretate dai bambini in modo divergente dagli adulti.

D’altra parte, si può dire che ci sia del vero in questa obiezione, nel caso sollevato dai neo-griceani. Sembra davvero che le richieste dei teorici della pertinenza siano troppo avulse dal contesto, un fattore così determinante nella realtà comunicativa. Gli stessi teorici insistono sulla necessità di un certo lavoro già a livello dell’esplicito (esplicature) che richiede la presenza di un contesto condiviso all’interno del quale affermare credenze che, altrimenti, risulterebbero incomprensibili:

M: E’ un po’ insipida.

M: E’ al minimo storico. Eh eh.

N: Lo sai quella barzelletta che hai raccontato.

P: Se no le faccio la doccia.

Tutte queste frasi sono mal formulate, una è sgrammaticata, e sono incomprensibili al lettore che non abbia idea del contesto in cui si svolgeva. Che cosa è insipida? Che cosa è al minimo storico? Cosa vuol dire “se no le faccio la doccia?” Dunque, in primo luogo, gli esperimenti sono effettivamente svincolati dal contesto, sia esso ordinario che non, giacché le proposizioni vengono mostrate ai soggetti in un monitor di un computer. Questi esperimenti non sono inutili o fuorvianti ed evidenziano effettivamente dei fatti, ma essi sono ancora troppo limitati e, inoltre, non consentono una base fenomenica di analisi sufficientemente ampia e ricca. Inoltre, si possono avanzare alcune riserve sull’efficacia delle misurazioni delle risposte. In fine, gli esperimenti effettuati dai teorici della pertinenza sono ancora troppo attenti all’aspetto vero-funzionale degli enunciati, dove l’interpretazione è fissata in base al riconoscimento del soggetto delle condizioni di verità degli enunciati stessi. Ma basta leggere la conversazione riportata per rendersi conto che questo è un fatto secondario nella comunicazione, dove l’interesse principale è ottenere credenze informative (o vari effetti perlocutori, slegati dalle condizioni di verità delle asserzioni), come nel caso in cui una lite casalinga diventa l’enunciazione serrata di una serie di falsità atroci ma capaci di generare sensi di colpa, come altro fare per ottenere questo scopo?

In realtà, si possono e si devono continuare a fare esperimenti ed è possibile concepirli più vicini alla realtà concreta. E’ possibile registrare conversazioni ordinarie attraverso apparecchi appositi, come abbiamo fatto noi. Un attento esame delle comunicazioni ordinarie consente considerazioni molto più generali (veridica dei principi) e molto più dettagliate (verifica fattuale) che non i semplici esempi riportati generalmente negli articoli presenti in letteratura. Inoltre, essi rappresenterebbero una base fenomenica ricca e attendibile, perché perfettamente conservata.

La replicabilità del sistema a livello operazionale consente di avere fiducia in questo sistema. Si potrebbe obiettare, forse, che tale metodo non consenta di verificare alcuni punti teorici specifici, come le implicature scalari generate dai bambini. Tuttavia, il ricercatore può indirizzare la conversazione in modo tale che tali fenomeni linguistici scattino da soli, come, d’altronde, è stato reso evidente dagli esempi concreti che abbiamo portato fin qua: è possibile sottoporre i parlanti a dei problemi che sottendano alcune questioni interessanti. D’altronde, la registrazione consente di riportare e quantificare il tempo di risposta allo stesso modo (se non meglio) di ciò che può fare un soggetto in sede di analisi al quale venga richiesto di schiacciare un tasto appena comprenda il valore di verità della frase.

Inoltre, le reazioni dei parlanti, siano esse manifestate mediante frasi esplicite o azioni fisiche, sono sempre registrabili o riportabili. Molto spesso si evince dall’andamento della conversazione, come nel caso seguente:

Questo don Sabino faceva parte di quel periodo. Preti socialisti antifascisti. Questo era un prete, teologo, filosofo… G., è inutile che sollevi gli occhi al cielo.

E’ da osservare che tutto ciò è stato detto spontaneamente, senza che ci fosse alcuna richiesta, da parte dell’osservatore, di evidenziare eventuali effetti non linguistici della conversazione.

D’altra parte, questo metodo di registrazione costituisce la base su cui lavorano i neuroscienziati e gli psicologi cognitivi, quando intervistano i loro soggetti: registrazione dei loro atti linguistici e osservazione dei loro comportamenti. Ed è anche quello che fanno i medici quando intervistano i loro pazienti.[28]

Dal dialogo riportato, abbiamo potuto osservare quanto spesso si infrangano le massime griceane, quanto spesso la sovrainformazione induca le persone a perdere di vista i vantaggi informativi e preferiscono cambiare discorso, fuoriuscendo dal principio di collaborazione postulato da Grice (ma non dal principio di pertinenza, un ulteriore conferma alla bontà di quell’impostazione teorica). E’ possibile, inoltre, osservare come la teoria della pertinenza sembri avere le sue ragioni per rivendicare un lavoro massiccio già a livello dell’esplicito, come già rilevato sopra.

Questo sistema di studio e registrazione del fenomeno comunicativo sembra essere più efficace e rappresenta la nostra proposta di lavoro. Esso consente di riportare ciò che accade, senza interferenze, è possibile replicarlo ed è possibile condurlo nei luoghi più impensabili, senza sottoporre all’attenzione dei soggetti ciò che si vuole ottenere, senza dare istruzioni, non contaminando così, per quanto poco, le loro credenze e i loro conseguenti comportamenti. In fine, il costo economico di tale lavoro è estremamente ridotto e può essere condotto con mezzi tecnici piuttosto rudimentali, ma non privi di efficacia. Tenendo presente che questa proposta non costituisce, comunque, un rifiuto di altri generi di esperimenti, insostituibili per la verifica di alcune ipotesi, esso vuole solo indicare una via interessante e, forse, poco battuta.

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Conversazione

01.07.2011 Ore: 21:00.

Soggetti:

Soggetto Età Qualifica Madre lingua Dialetto
[G] 24 Laurea in filosofia Italiano ****
[W] 20 Diploma Italiano ****
[M] 60 Laurea in medicina Italiano Genovese
[N] 89 Scuole elementari Italiano/Genovese Genovese
[P] 24 Diploma Italiano ****

Specifiche metodologiche e notazionali.

Metodo: registrazione di una conversazione durante una cena. I soggetti erano consapevoli della presenza di uno strumento di registrazione, ma ignari dello scopo.

Strumento di registrazione: PEARLCORDER S710 MICROCASSETTE RECORDER. OLYMPUS.

Tempo di registrazione totale: 30’.

Tempo del dialogo riportato: 10’ circa.

Le parole sottolineate sono modifiche apportate al dialogo e mantengono la stessa valenza sul piano dell’intenzione comunicativa.

Le parole in maiuscoletto sono riassuntive di parti del discorso non riportate.

Le frasi riportate tra parentesi quadre, posizionate a destra, sono enunciati pronunciati in contemporanea con altri.

CONVERSAZIONE

P: Ma quindi per questa casa ti tocca ritornare lì a farti un giro per vedere un po’.

G: Si, ma con lei. Perché ho visto che quelli delle agenzie rispondono molto meglio. Mi vedono e dicono: “no non abbiamo più case”, “ma se ci sono sedici annunci!” “No, no, si sbaglia!”

M: Mister barbone.

G: Ma va a quel paese.

M: Era troppo simpatico quel coreano.

G: Eja, quel vietnamita. Ma chissà di dov’era. Era un vietnamita che parlava italiano e vendeva case. Casualmente. Sarà che era il periodo che stavo leggendo il libro sulla guerra del Vietnam.

Ah, vedi, sei la dimostrazione che l’apprendimento su condizionamento funziona! Io ti privo dello stimolo positivo, subito mia nonna dopo due volte apprende.

M: Questo era il condizionamento?

G: Eh certo!

M: E’ un po’ insipida.

G: Ti ricordi di quella volta che siamo andati a Roma all’Archetto?

P: Sono andato più volte a cercarlo, ma non l’ho più trovato.

G: Eh, è nella viuzza sperduta ma c’è. Io ce l’ho ancora in testa.

P: Ho trovato un sosia di questo Archetto che si chiama l’”Archetto”, un locale bellissmo.

M: Sai, in questo Archetto non ci sono mai stata. Questo mitico Archetto di Enrico.

G: Eh, accidenti!

P: Però, secondo me, eravamo molto affamati.

G: No, no, no, sicuramente.

P: Eh Roma è bella. Ne stavamo parlando prima con G. perché stavamo prendendo in considerazione la possibilità di studiare a Roma. Però non sono contentissimo. Dermatologia. Perché qui la scuola non è il massimo.

M: E’ al minimo storico. Eh eh.

P: Eh eh.

M: E a Roma c’è una buona scuola?

P: No, perché lì avrei un mezzo accozzino per poter entrare nel CID, sarebbe il centro…

M: Per entrare?

P: Nel CID. Centro, diciamo…

M: Centro Dermatologico Italiano. No per un attimo ho pensato…

P: No, però non è universitario,è tenuto da preti etc.

[M: Certo].

G: Perché i preti, seppur preti, la pelle la vogliono curata.

M: Tu zitto che c’hai don Verzì. Non lo vedete mai?

G: Io no. Gli altri lo vedono. Perché si può dire che tu vedi qualcosa se non sai che cos’è? No. Quindi quando lo vedono, gli altri mi fanno: quello lo sai chi è? Ma ormai è andato.

 [M: Ah!]

M: Lo ricordavi così noioso?

P: Sempre stato così.

G: Comunque, passa questo signore anziano vestito di nero, con cappello nero chissà chi è.

M: Credo anche che abbia qualcosa come ottantanove anni.

G: A chi troppo a chi niente.

N: Lo sai quella barzelletta che hai raccontato.

[M: Come hai finito racconto la storia che fa il paio con quella dell’altro giorno].

W: Abbiamo agganciato tre discorsi.

[G: Poi ti devo dire una cosa]

M: Allora finisci che passo a questa signora.

[G: No, no. Ho già concluso]

M: Hai già concluso?

G: Si, mi dicono: “Vedi quel signore anziano”. Ma io non mi rendo conto qual è, perché è già passato, magari, e mi fanno e “quello è don Verzè, l’altro giorno mi ha fermato”

[P: chi è don Verzè?]

SEGUONO FRASI CONFUSE

W: ci stavano bene gli spaghettini numero cinque.

P: No, eh! Ma questi sono vermicellini.

W: Eh, infatti.

G: Meglio questi.

M: Ci vogliono gli altri più grossi.

P: Che cosa sono?

M: E quindi? Non sapevi chi fosse…

G: E quindi, ogni volta che mi dicono “guarda, guarda chi c’è!” Io non lo capisco mai, e quindi non lo riconosco mai, di fatto.

M: Quindi non lo vedi se non sui giornali.

G: No, perché i giornali non li compro, non c’è il rischio.

(PAUSA).

P: Mi regga il bicchiere.

N: Certo.

P: Se no le faccio la doccia.

N: Ecco, vedi!

G: Ma cosa vedi! Ancora una volta, sei un legno! Tu non hai lipidi nel cervello hai fibre di… di… non hai neanche più la colorifilla perché… una sequoia… ma… Come si chiama la parte centrale del tronco del legno.

N: La resina?

M: Ma la parte interna…

G: Come si chiama, scusa, la parte interna del legno…

M: Ecto…

G: ma che ecto…

M: la cellulosa!

G: Ecco, c’hai le connessioni neuroniche di cellulosa.

(…)

FRASI CONFUSE

(…)

P: Eh, lavora lì a Carloforte.

N: Eh, certu!

M: Ha l’ambulatorio privato. Scusa, ha la clinica.

[N: Si, si si…]

P: A noi c’ha fatto una lezione, però, lei lavora lì a Carloforte e si occupa…

N: Si, si si. Lavora a Carloforte, anche u’ Pastorelli lavora lì a Carloforte.

M: Che c’entra u’ Pastorelli.

G: Non è che tutti i medici lavorano a Carloforte.

M: Tutti i medici carlofortini si mettono lo studio privato a Carloforte, a parte tua mamma. Me ne metti una per cortesia? Si, manca solo lo studio privato a Carloforte.

P: Che stress, come fai?

M: No.

P: Io assaggio uno di questi. Ne voglio metà. Ne posso prendere solo metà?

M: Certo.

N: Eh, mangia che devi crescere.

M: Allora, mentre le signore vengono spesso da sole…

FRASI CONFUSE

G: Vedi, quando un paziente di dice una cosa, tu non sei sicura…

M: Certo che no!

G: Perché?

M: Come, perché?

G: Stai assumendo che quello che ti dica è falso?

[N: Oh, segnun bellu!]

[P: Eh eh eh]

G: Sguish, ah! Allora, rispondi!

M: No, non ho capito.

G: Sei io ti dico “Mi fa male qui, tu non sei sicura…”

M: No, infatti, se un paziente mi dice così, io non scrivo che al paziente gli fa male lì, scrivo “il paziente riferisce che…”

G: Perché? Perché non ti fidi?

M: Eeeeeh… Non è che…

G: Mettiamo che tu sei il paziente di te stesso, quindi tu senti sicuramente il dolore in un certo punto e dovresti anche sapere…

M: Ecco, in questo caso, non scrivo “il paziente riferisce che…”

G: No…

M: Scrivo “Accidenti, mi fa male da morire”.

[P: Eh eh eh]

G: Ma il ragionamento che farai è esattamente lo stesso. No? Tu dovresti… Se tu hai un dolore lì, mettiamo… in questo caso non si può fare… Allora, mettiamo che io sia un medico e mi fa male il testicolo…

M: Che tu sia un mio paziente, che tu sia un medico, un giardiniere, è uguale.

G: Casualmente, come diceva Aristotele, del medico che è anche paziente di se stesso siccome si può dare il caso… io posso essere un medico e posso curarmi. In questo caso, è un ottimo esempio. Eh. Gli fa male il testicolo e io dico a me stesso “Mi fa male il testicolo” non può non fidarsi di se stesso. Giusto? Oh ma’, mi stai ascoltando? Porca miseria!

M: Ma perché non dovrebbe fidarsi di se stesso?

W: Ma da P. ci vai solo se ti fa male la pelle, non la palla.

G: Si, soprattutto se sei Apelle, figlio di Apollo, che fece una palla di pelle di pollo. Allora, stavo dicendo, che tu stai facendo una distinzione netta tra il suo resoconto e quello che è l’accadimento fisico.

M: Si. Allora, il fatto di dire “riferisce che…” perché tu mi puoi dire, per esempio, il massimo è quando tu fai il certificato medico è un amico che ti chiede, soprattutto prima, “ho problemi e non posso andare a lavorare” tu che cosa facevi? Tu mica scrivevi “il paziente ha una colica biliare” perché, perché se fai un’ecografia vedi che calcoli non è ha…

G: Il medico scrive “il paziente ha mal di testa.”

M: Si, “ha mal di testa” o “ha mal di denti” no?

G: Si, ma quindi lo vedi che tu non…

[M: sei il paziente…]

G: Allora, la domanda è…

M: Allora, io assumo per vero che lui mi dica “mi fa male qui” ma da un punto di vista… con un distacco…

G: Cosa vuol dire “distacco”?

M: Distacco vuol dire che tu cerchi di capire perché il paziente dice, riferisce… io dico sempre “il paziente riferisce che ha questo dolore” che può essere vero o non vero, e io devo scoprire se è vero o non è vero.

G: Ma è vero che ha un dolore.

N: Ma certo! Ad esempio, quando io avevo le coliche biliari la prima cosa che mi faceva male erano le spalle. Poi mi veniva, mi corrispondeva qui allo stomaco e poi mi faceva male la colica…

[P: Questo discorso nel senso che…]

G: Ma non è quello che mi interessa. Cioè il problema è questo…

[P: Lo scopo di questa conversazione…

M: … è quello di faci crollare]

G: Non è vero! Tu ti fidi se io ti dico che li vedo un cane?

M: No.

G: Perché non ti fidi? Lì c’è un cane. Lo vedo.

M: Lo vedo.

G: Perché hai dovuto guardare? Perché non ti fidavi?

M: Questo è un esempio!

G: No! Il punto è che tu, in generale, ti fidi di questo! Tu credi che quello che io dico di vedere è esattamente quello che vedo. Mentre se il paziente dice una cosa non credi automaticamente che quello che il paziente di dice sia vero. Tu non ti fidi di quello che riferisce. Mentre se io ti dico “lì c’è un cane”, tu tendenzialmente ti fidi.

M: Perché tu dici che io tendenzialmente non mi fido del paziente, secondo te?

G: Perché tu stai scindendo la causa fisica dall’evento mentale.

M: Si.

G: Tu, quindi, sei una cartesiana.

M: Se tu me lo dicevi prima “ma’, tu sei una cartesiana?” Io te lo dicevo subito…

G: No! E’ qui che sta il punto!

M: Ti avrei detto “per me Descartes…”

G: Non sai manco chi è! Ma non è quello il problema…

M: Come?

G: Accidenti, ma lascia perdere! E’ un punto fondamentale… perché se ti dico “vedo una parete bianca” tu ti fidi mentre se ti dico “ho un dolore qui” tu non ti fidi automaticamente? Ed è la stessa cosa, perché è un riferimento automatico alla mia esperienza privata, in un caso ti fidi, in un altro no. Perché non diffidi sempre, per esempio? Tu assumi (perché questo è il bello)… perché tu ti fidi di quello che è la mia rappresentazione interiore di cos’è che vedo ma non ti fidi delle stesse rappresentazioni di me stesso quando dico che ho un dolore. Questo è prezioso.

[P: Molto buono.

W: Vero?

M: Passami il sale, per favore]

G: Detto per inciso, quasi tutta l’umanità, è cartesiana.

M: Però sono contenta di sapere che sono cartesiana.

G: Perché c’è un filosofo della mente che dice “Noi, nello studio della coscienza, dovremmo fare come i medici che scindono ciò che dice il soggetto da quello che accade”.

M: Ah, lo sapevi già? Che carogna!

G: Ah ah ah!

P: Non stava cercando la verità…

M: Lui la sapeva già e stava vedendo se noi dicevamo la verità.

G: Io stavo verificando empiricamente una tesi…

M: Che carogna! E meno male che ho risposto bene… altrimenti…

W: Bisogna comprare i kiwi gialli.

M: Non ne hanno qui a Sestu…

FRASI CONFUSE

G: Per esempio, nonna, se volessi essere proprio crudele, ti chiederei “cosa vuol dire avere un don Sabino a tavola”.

P: Chi è questo don Sabino?

G: E, sarebbe una domanda legittima!

N: Era un prete che… parlava come G.

G: E’ automaticamente impossibile!

N: Faceva vedere che lo zucchero era amaro.

G: In poche parole, diceva scemenze. E’ questo che stai dicendo. Che io dico scemenze.

[P: Eh eh eh]

M: Tutta la figura di questo Don Sabino era improntata…

[P: Ma di dove era questo Don Sabino?]

[G: Di Carloforte!]

M: No! Era a Carloforte!

G: Era a Carloforte! Vedi, Paoletti, l’universo ha un centro e si chiama Carloforte. Vedi la Luna, gira attorno a Carloforte. Il sole, sia alza, e tramonta a Carloforte.

[P: Eh, G., ma anche tu sei un poco precisino!]

G: Eh, oh! Bisogna essere precisi! Il sole, gira a Carloforte. Ci vanno i tonni! Ci gira intorno anche il sole!

M: In fatto di parroco, erano molto esigenti. E chi non era ben voluto…

N: Veniva messo su una barca e spedito.

[G: Cosa c’è qui dentro?

P: Non lo so. Perché?

G: No, volevo solo sapere se tu sapevi che cosa c’era dentro.]

M: E quindi, se non erano graditi, venivano messi su una barca… E, per definizione, i preti dovevano essere continentali.

P: Ah, non lo sapevo.

M: Infatti, questo don Sabino… comunque mandavano sempre delle persone molto colte. Comunque, questi parroci del novecento erano esiliati politici, ché a Carloforte trovavano fervido terreno. Questo don Sabino faceva parte di quel periodo. Preti socialisti antifascisti. Questo era un prete, teologo, filosofo… G., è inutile che sollevi gli occhi al cielo.

G: Io non ho detto nulla. Dunque, non mi si può accusare di aver detto qualcosa che non ho detto!

M: Già a sentir “teologo” si è visto una…

G: Teologo lo posso anche accettare ma non accetto lo slittamento di categoria filosofo-teologo.

M: Detto questo, sto Don Sabino credeva di poter dimostrare con ragionamenti filosofici che lo zucchero era amaro. E l’altra frase storica era che gli si chiedeva “io ci ho già figli come devo fare?”

[N: Ah, si si. Quello si.]

M: E lui diceva “Gesù Cristo ha detto crescete e moltiplicatevi. Tu hai avuto figli, dunque, ti sei moltiplicato.

G: Il problema di questa cosa, che ci ho pensato, è che questa cosa che giustifica il don Sabino…

M: La prima o l’ultima?

G: L’ultima. E’ che tu stai giustificando anche me. Perché io mi sono moltiplicato… per zero… quindi…

N: U’ se moltiplicò’? Ahaha!

G: Quanto fa uno per zero? Ho fatto una moltiplicazione…

N: Sero!

G: Ecco, mi sono moltiplicato!

 


[1] Venier, Aldo, Giovanni, Giacomo, Tre uomini e una gamba, 1997.

[2] Welles O., Rapporto confidenziale, 1955.

[3] A tal proposito, è prezioso il libro di Francesco Berto: Tutti pazzi per Gödel, nel quale viene illustrato il rapporto delle riflessioni di Wittgenstein sulla filosofia della matematica, la sua posizione peculiare, non intuizionista ma neanche platonista, in aperto e radicale contrasto con le idee di Gödel e, secondo l’interessante proposta di Berto, anticipatrice della moderna logica paraconsistente.

[4] Dalle dispense del professor Reichlin: Reichlin, Teoria della conoscenza morale.

[5]Nietzsche F. (1881), La gaia scienza, Adelphi, Milano, 2003, p.152.

[6]Nietzsche F. (1872), Verità e menzogna in senso extramorale, Newton Compton, Roma,1991, p.95.

[7] “Un antropologo in vacanza nei mari del Sud capita in un’isola abitata dalle due proverbiali tribù dei bugiardi e dei sinceri. I membri di una tribù dicono sempre la verità, quelli dell’altra mentono sempre. Egli arriva ad un bivio e deve chiedere ad uno del posto quale via prendere per andare ad un villaggio, ma non ha modo di distinguere se l’indigeno sia uno di quelli che dicono la verità o un bugiardo. L’antropologo pensa un momento e poi fa una sola domanda. Dalla risposta egli conosce quale sia la strada da prendere. Qual è la domanda?”

Il paradosso del mentitore è un problema semantico centrale, ma non è, tuttavia, un grande problema pragmatico: esso viene letto velocemente come una violazione al principio di pertinenza e, non a caso, occorre un lungo lavoro per proporre sue soluzioni, come dimostrano le analisi degli ultimi due millenni, da Epimenide a Kripke! Viceversa, il problema del mentitore “pragmatico” mette in evidenza come sia il livello delle intenzioni, e non quello esclusivo delle condizioni di verità delle proposizioni, ad essere il problema pragmatico maggiore. A tal proposito è illuminante un articolo di Martin Gardner in Enigmi e giochi matematici.

[8] Si dà anche il caso che “essere avvoltoio” è una dicitura ambigua perché può essere l’espressione di due predicati diversi, il che conduce, inevitabilmente, ad una sovrapposizione di significati diversi. Tuttavia, queste “sovrapposizioni” costituiscono un aspetto rilevante del linguaggio comunicativo le cui forzature servono proprio ad arricchire e snellire la comunicazione.

[9] La presenza dei fallimenti comunicativi è stata spesso invocata come obiezione contro le varie teorie pragmatiche. Tuttavia, come Saul ha dimostrato chiaramente, ciò è possibile e ineliminabile nella prassi comunicativa. Così, la pragmatica non deve essere una disciplina che tende a rivedere i propri principi in modo da non consentire possibilità di fallimenti, quanto la teoria (normativa o descrittiva) che le giustifichi, cioè ne chiarisca i motivi.

[10] Non nel senso che non avesse vestiti e privo di peccati!…

[11] Federazione Italiana Gioco Calcio.

[12] Come suggerisce, ad esempio, Casalegno al principio del suo manuale: Filosofia del linguaggio. D’altra parte, Frege, Russell, Quine, Tarski erano tutti persuasi che la logica e la relativa semantica dovessero consentire la formulazione di linguaggi non ambigui attraverso i quali poter parlare adeguatamente di tutto ciò che la scienza può dire. Ciascuno di questi pensatori (ma non sono gli unici) opponevano al linguaggio naturale un linguaggio puramente artificiale, per evitare i paradossi del mentitore, ambiguità e vaghezza, la causa di tutti i mali, filosofici e non solo!

[13] Grice P., Logica e conversazione, In Filosofia del linguaggio, Raffaello Cortina, Milano, 2003.

[14] Il problema è stato sottoposto a quattordici persone la cui età varia da un minimo di 20 a un massimo di 63. Solo uno di questi ha una qualifica pari al diploma, tutti gli altri sono laureati. Nell’insieme ci sono cinque donne. Tutte le persone sono di madre lingua italiana, eccetto una persona a cui è stato formulato il problema in inglese.

[15] Il che è confermato anche dal fatto che le persone fanno molta fatica, in una conversazione ordinaria, a far caso alla veridicità degli asserti, piuttosto che alla loro informatività. Nel brano di conversazione riportata alla fine dell’articolo, si trova questa conferma:

 

G: Stai assumendo che quello che ti dica è falso?

[N: Oh, segnun bellu!]

[P: Eh eh eh]

 

La reazione è di stizza (Buon Dio! In genovese nel testo) o di ilarità il che lascia intendere che due dei tre partecipanti attivi alla conversazione sono fuoriusciti dalla collaboratività e abbiano sottolineato ciò con delle reazioni manifeste.

[16] Arrivare a dire che era un dio o qualcosa di analogo sarebbe stato francamente troppo anche per queste fervide immaginazioni!

[17] Il che è confermato anche dal problema che abbiamo chiamato “il problema della capra”. Alla domanda “perché sopra la panca la capra campa e perché sotto la panca crepa” le persone, dopo un iniziale fastidio dovuto al riconoscimento dell’impertinenza di tale richiesta, hanno risposto nei modi più ingegnosi, come: “nella panca si siedono i muratori che, con la puzza delle loro scarpe, ottundono i delicati sensi della capra fino a farla morire” o “la panca è stata usata come oggetto contundente per uccidere la capra”. In questo caso, è interessante che nessuno degli intervistati abbia fatto osservare che non c’è alcuna necessità che la suddetta capra debba morire sotto la panca! Un’ulteriore conferma che le persone, se sottoposte a determinati in-put linguistici, nutrano effettivamente l’aspettativa che il parlante sia veritiero, e non solo sincero. E questo è, ancora, un buon argomento per pensare che esista un Io-narrativo che faccia di tutto per trovare resoconti coerenti, per quanto implausibili.

[18] Il che, se fosse vero, costituirebbe un interessante fenomeno scientifico, infatti, la “e” interpretata in senso pragmatico lascia intendere che ci sia una qualche relazione causale, temporale tra le due proposizioni congiunte, qualcosa di molto simile all’idea che si era fatto Hume della causalità.

[19] Dunque, si deve postulare la presenza di un’esplicatura, il cui significato è chiaro per ragioni di credenze condivise, sia esso il contesto o conoscenze enciclopediche.

[20] Dennett D. (1991), La coscienza. Che cosa è, Laterza, Roma-Bari, 1993.

[21] Campanile A. (1978), Tragedie in due battute, Rizzoli, Milano, 1978.

[22] Tarantino Q., Pulp fiction, 1994. C’è una parola modificata nel dialogo per questioni di politically correct.

[23] Maupassant G., Una vita, Garzanti, Milano, 1976, p. 72.

[24] A tal proposito solleviamo un problema. Quale è il limite di tali massime? Ad esempio, più volte nella conversazione riportata vengono fatte battute ironiche e, non tutte, accettabili da un ascoltatore qualunque. Una cosa è parlare alla propria nonna ottuagenaria, un’altra è parlare alla propria amica, un’altra è parlare con un estraneo. Tuttavia, la stessa massima (sii gentile) si applica in modi molto diversi e ha conseguenze molto diverse. Il che ci fa dubitare della validità di questa legge così com’è formulata perché una massima che implica una proposizione e il suo contrario consente di generare contraddizioni e, dunque, ciò non è il sintomo né di una buona massima, né di una buona legge normativa né di una buona legge descrittiva.

[25] Carston R., Relevance Theory.

[26] Le caratteristiche che abbiamo rivendicato per qualificare una teoria scientifica sono quelle considerate centrali da Chomsky.

[27] In tal senso, si veda la proposta di Dennett (1991), il quale si sbilancia esplicitamente a favore dei teorici della pertinenza.

[28] A tal proposito è molto interessante (e divertente) una parte specifica della conversazione riportata.

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