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Mese: Agosto 2014

Come ci guardano i continentali: la Sardegna vista dall’Italia

Per tutti voi che non lo sapessero, in Sardegna usiamo genericamente il termine “continente” per intendere “il continente euroasiatico” e non certo quello africano che, nonostante si trovi non lontano, accessibile anche ad un’imbarcazione di piccole dimensioni con motore di meno di venticinque cavalli. D’altra parte, neppure gli africani si sono particolarmente accorti della Sardegna, se non qualche volta e non certo in proporzione a quanto accaduto in altre regioni d’Italia (specialmente la Sicilia). Questo sin dai tempi più remoti, quando i sardi, invece di imparare a combattere o, piuttosto, a diventare abili marinai vennero risospinti dal loro atavico sistema di difesa dalle fatiche all’interno della loro stessa regione: non è un caso che i centri “marittimi” della nostra terra siano abbastanza pochi (pochi in relazione ad una regione che conta oltre trecento paesi, 377, a quanto pare), abbastanza recenti e presidi di potenze ben superiori rispetto alla generale situazione sarda (spagnoli – aragonesi o catalani-, piemontesi, pisani, genovesi…).

Con la parola “continente” si intende generalmente l’Italia. Anche perché, Corsica a parte (che è nota semplicemente come “Corsica”), non siamo vicini sostanzialmente a nessuno e non siamo neppure lontani a nessuno. Il che fa della Sardegna una specie di isola che non c’è, di isola del tesoro di stevensoniana memoria, che è presente e non presente nella cartina geografica. Per questo la Sardegna è una terra che per i francesi non esiste: essi, considerando più importante la lotta eterna con l’impero inglese, continuano a prediligere l’insegnamento della zona atlantica a quella mediterranea. E così capita che andando in Francia ci sia chi non conosca la seconda isola del mediterraneo, seconda poi solo per poco. E’ anche vero che anche l’Italia sembra non sapere bene dove si trovi la Sardegna, ma di questo diremmo tra poco.

Thomas Metzinger: il tunnel dell’io

Table of contents

1. Introduzione

2.1 L’analogia con il tunnel

2.2 Un esperimento e alcuni casi clinici

3   Hic et Nunc

4 L’autocoscienza come conseguenza dell’evoluzione

5  Conclusioni finali

6 Bibliografia

1 Introduzione

In questo mio articolo affronterò il tema della coscienza dal punto di vista di Thomas Metzinger, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Johannes Gutenberg di Mainz, in Germania.

Il filosofo tedesco vede l’insorgere della coscienza come un aspetto caratterizzante la teoria evoluzionistica darwiniana, la sua posizione viene presentata come materialistica e, tutto sommato, vicina a quella dei coniugi Churchland, i quali sostengono l’inesistenza del fenomeno della coscienza, poiché non riconducibile ad una sostanza mentale distinta da quella materiale. La coscienza dovrebbe, per i Churchland, essere descritta in futuro attraverso termini scientifici, ovvero ogni singola esperienza cosciente deve essere riconducibile ad una particolare configurazione neuronale all’interno del cervello. Per questo motivo la loro teoria prende il nome di eliminativismo, in quanto essa elimina dal proprio quadro concettuale, che cerca di essere più vicino possibile alla scienza, ogni singolo riferimento a termini riguardanti la coscienza o stati mentali. Essa si concentra solamente sugli eventi fisici, mentre l’idea è che in futuro la coscienza diventi un termine obsoleto così come lo è diventata la parola flogisto. Se osserviamo da vicino questa teoria essa si presenta, a mio parere, come l’opposto del dualismo cartesiano, il quale sosteneva la vera e propria esistenza di una sfera mentale contrapposta a quella fisica, tanto da cercarne una corretta descrizione in ambito scientifico.

Deception Disinformazione e propaganda nelle moderne società di massa. Gagliano G.

Deception Disinformazione e propaganda nelle moderne società di massa è un libro di Giuseppe Gagliano, presidente del Cestudec (Centro Studi Strategici De Cristoforis), autore di numerosi saggi tra cui Guerra psicologica,La nascita dell’intelligence economica francese e Guerra economica. Il lavoro è edito nel 2014 dalla Fuoco Edizioni, una casa editrice molto sensibile a lavori sulla cultura della difesa, da seguire per la capacità di selezione dei testi.

Il nuovo volume di Giuseppe Gagliano è diviso in otto capitoli in cui vengono considerate le riflessioni di eminenti studiosi sulla guerra dell’informazione e sull’uso dell’informazione e della disinformazione. Nel primo capitolo si considera “la guerra dell’informazione e disinformazione nella riflessione di Vladimir Volkoff”, nel secondo “la disinformazione nella riflessione tedesca, inglese, francese e cecoslovacca”, nel terzo “disinformazione e propaganda nella riflessione di Loup Francart”, nel quarto “disinformazione e propaganda nella interpretazione di François Géré”, nel quinto “Il controllo dell’informazione nella interpretazione della École de Guerre économique”, nel sesto si considera la “guerra dell’informazione e guerra economica”, nel settimo “aspetti della guerra dell’informazione nel conflitto tra Israele e Hezbollah nella interpretazione della École de Guerre économique”, nel capitolo ottavo si considera “inganno e disinformazione nella riflessione dell’Institute for National Strategic Studies”, in fine è presente una lunga appendice in cui si tratta della guerra dell’informazione in Zaire e nella riflessione strategica contemporanea cinese.

Come si scrive una bibliografia: cosa è e a cosa serve… e quanto è noiosa!

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Saper compilare una bibliografia è prima di tutto un’arte di cui bisogna apprendere la logica di fondo. Non c’è un sistema unico per scrivere una bibliografia, principalmente perché gli scopi stessi di un apparato bibliografico variano in base alle esigenze dell’autore di un testo e in relazione a quello per cui la bibliografia è stata scritta. Saper scrivere una bibliografia è tanto utile quanto noioso. Anzi, si tratta di un compito assai spesso ingrato per qualsiasi autore, prima di tutto perché è un lavoro spesso ripetitivo e lungo. Non è un caso che gli intellettuali più illustri si avvalgano di persone specifiche[1] per ultimare questo ingrato compito.

Sapere che si tratti di un lavoro noioso non è privo della sua importanza perché il lettore disinformato sappia subito che il compito, pur essendo di estremo rilievo,non appassiona nessuno, soprattutto gli specialisti. Infatti, ogni rivista, ogni volume prevede un suo sistema di citazione, vincolato da norme precise ed esplicite, che non è necessariamente uguale agli altri. In molti casi, infatti, un apparato bibliografico usato per pubblicare un articolo in una rivista non andrebbe bene in un’altra per sole ragioni tipografiche (stile di citazione. Per come citare un testo o un articolo, si può vedere un altro articolo).

Percorso di filosofia moderna

Se uno studioso volesse farsi un’idea in breve tempo dei temi principali della filosofia contemporanea (cioè quella successiva all’idealismo tedesco), senza dover partire dai primordi della filosofia antica (cioè da Talete fino alla filosofia di età ellenistica), dovrebbe senza dubbio iniziare dalla filosofia moderna. In essa, infatti, assistiamo ad un ripensamento sistematico del pensiero classico greco e latino, unito a nuove tematiche proposte ed elaborate dalla filosofia medioevale (Agostino, Occam, San Tommaso, Duns Scoto e San Anselmo tra i vari). Ma, soprattutto, la nascita della scienza sperimentale-matematica e la scoperta dell’America hanno determinato un ripensamento e uno svecchiamento di aree filosoficamente importanti: la filosofia politica e la nuova epistemologica. Il periodo che va dal XVI al XIX secolo è filosoficamente centrale, il momento di snodo e di elaborazione del pensiero contemporaneo che affonda le sue radici in questi secoli, sia per quanto riguarda la filosofia analitica che per quanto riguarda la filosofia continentale.

Un internato militare italiano a Brema. Cronaca di una prigionia ai tempi dei Lager 1943 – 1945. Appunti da una conferenza del prof. Christoph Schminck Gustavus (Università di Brema)

Il professore Christoph Schminck Gustavus ha ricostruito la storia di Attilio Buldini e di Gigina Querzè, attraverso lo studio delle fonti orali. Egli infatti considera lo studio delle fonti orali di fondamentale importanza per una ricostruzione storica completa, specialmente per le esperienze dei singoli individui internati in campi di concentramento, in cui è inevitabile dover fare riferimento all’esperienza personale e soggettiva degli internati per poterne capire e considerare in modo adeguato il peso pregnante della loro esperienza come casi storici. Emozionante, toccante e suggestivo il racconto.

La storia di Attilio Buldini inizia durante la guerra: egli era di professione un barbiere, e poi chiamato alle armi fu mandato di stanza all’Isola d’Elba. Lontano dalla moglie Gigina, con cui però aveva modo di scambiarsi lettere, egli, come la maggioranza dei soldati italiani, che non combattevano per una causa condivisa ma per un regime, attendeva solo il momento di poter fare ritorno a casa. L’8 settembre 1943 fu in tal senso una data fondamentale per la storia dell’Italia: Pietro Badoglio (lo stesso che aveva condotto le truppe italiane in AOI nelle avventure coloniali del fascismo), capo del governo e maresciallo d’Italia, proclama l’armistizio di Cassibile firmato il 3 di quello stesso mese con gli alleati anglo-americano.

Paperdinastia La saga di Paperone: analisi di un capolavoro del fumetto e della narrativa

Paperdinastia La saga di Paperone è un libro a fumetti che raccoglie la storia di uno dei più celebri personaggi Disneyani, Paperon de Paperoni. Il libro mette insieme varie storie che, unite insieme, ripercorrono tutte le tappe dell’ascesa di Paperone alla sommità della ricchezza mondiale: “La cosidetta Saga di Paperon de’ Paperoni è un’opera di largo respiro che narra i primi ottant’anni di vita del papero più ricco del mondo, dalla nascita, datata Glasgow 1867, fino alla prima apparizione nel mondo del fumetto, avvenuta nel Natale del 1947 nella storia Paperino e il Natale sul Monte Orso, scritta e disegnata dal grande Carl Barks”.[1] Il lavoro è una ricostruzione a posteriori della vita intera di Paperon de Paperoni da parte del suo creatore, Don Rosa: “I dodici capitoli su cui si articola la Saga sono il frutto di due anni di paziente lavoro di creazione e ricostruzioen del suo autore, lo statunitense De Rosa”.[2] Il lavoro si struttura in dodici capitoli in cui si ripercorre l’ascesa al potere economico di Paperone e include altri nove capitoli con storie integrative.

Il primo capitolo Scozia, addio! L’ultimo clan de’ Paperoni tratta degli inizi assoluti del giovane Paperone alle prese con le difficoltà economiche lasciate aperte dalla sua famiglia. Il Clan de’ Paperoni era una famiglia in declino della nobiltà scozzese, ormai priva di sostanze, in bolletta e con la difficoltà di mantenere non soltanto il nucleo familiare (composto dal padre di Paperone, la madre e due piccole sorelle) ma anche il castello di famiglia, infestato dai fantasmi degli antenati. All’origine, dunque, della ricchezza di Paperone sta la difficoltà economica: il giovane Paperone non ha sostanze, ha una famiglia che non lo può sostenere e inizia a lavorare da giovanissimo come lustra scarpe, il più umile dei lavori. Ed è così che guadagna il suo primo decino, quella moneta che, poi, diventerà il talismano per eccellenza, simbolo stesso della ricchezza che si costruisce mettendo un granello dopo l’altro. Il decino è, poi, anche il simbolo stesso del duro lavoro e della cattiveria del mondo, perché si trattava di una moneta non accettata in Scozia, essendo valida solo in America (USA, essendo il decino un decimo di dollaro). Paperone scopre amaramente che il solo duro lavoro è sufficiente a guadagnare, ma non è sufficiente a vincere i raggiri che continuamente ci vengono intentati: “”Ehi! Ma questa è una moneta americana! 10 cent! Che mi serva di lezione! La vita è piena di lavori duri e ci saranno sempre dei furbi pronti a imbrogliarmi. Be’ sarò più duro dei duri e più furbo dei furbi… e farò quadrare i miei conti”.[3] Questa è la consapevolezza della vittoria possibile che Paperone si forma grazie all’esperienza lavorativa della sua prima giovinezza. Nel primo capitolo, Paperone riesce anche a scacciare gli avversari del clan familiare dal castello.

Come si cita un libro o un articolo: linee guida utili

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Saper citare un libro è importante per poter rimandare con chiarezza i lettori alle fonti delle proprie informazioni. Dato l’uso (e l’abuso) delle citazioni nel panorama culturale contemporaneo, tanto in ambito scientifico che umanistico piuttosto che giornalistico, si è ormai imposto un uso standardizzato delle citazioni. In generale, ogni ambito ha un suo sistema di segnalazione delle referenze, per tanto, il lettore è invitato ad andare a controllare il sistema di referenza in adozione nell’ambito di suo interesse. Tuttavia è possibile rintracciare qualche sistema formale di referenza che viene usato per lo più in vari ambiti.

Prima di tutto, vorremmo spiegare brevemente perché è importante citare il testo in modo chiaro, perché a tutto c’è una logica. La necessità nasce sia per dare un valore a quanto si va sostenendo citando una fonte autorevole o, comunque, la fonte della propria informazione, sia per consentire al lettore di abbreviare ricerche specifiche e di approfondimento o semplicemente per renderlo capace di controllare la validità dell’informazione. Questo è importante in un duplice senso: prima di tutto perché si rende trasparente la genesi dell’informazione, rendendo il lettore consapevole del luogo da cui si è tratta una certa credenza; in secondo luogo perché si rimanda ad altro loco considerazioni che non si possono trarre in quella sede. In estrema sintesi: la citazione aumenta l’attendibilità diretta della propria informazione e crea un tramite tra testi in modo da permettere il riconoscimento dell’autore dell’informazione. In ballo ci sono sia le esigenze del lettore (garanzia sulle informazioni, possibilità di controllo, capacità di gestire ricerche di approfondimento…) sia dell’autore della fonte (tutela di una giusta citazione, tutela del riconoscimento del proprio lavoro, diritto della propria opera…). Per questo citare un’opera è un dovere che va rispettato proprio perché fornisce garanzie a più parti in causa.

Il grande Gatsby – Scott Fitzgerald

Fui subito colpito dalla quantità di giovani inglesi sparpagliati in giro; tutti ben vestiti, tutti con l’aria un po’ affamata e tutti intenti a parlare con voce bassa e seria ad americani solidi e prosperosi. Ero certo che stavano vendendo qualcosa: azioni o assicurazioni o automobili. Per lo meno erano consapevoli fino all’angoscia dello scialo di denaro lì attorno e persuasi che quel denaro sarebbe diventato loro in cambio di qualche parola pronunciata nel tono giusto.

Scott Fitzgerald

Il grande Gatsby è un romanzo di Scott Fitzgerald pubblicato per la prima volta negli USA nel 1925, divenne rapidamente un fenomeno di massa e si impose alla critica quasi unanimemente. Il romanzo narra la storia di un oscuro ricco americano, Jay Gatsby, e di vari intrecci amorosi che vedono coinvolti i personaggi principali del romanzo, Nick Carraway, Daisy e Tom Buchanan e Jordan Baker.

Nick Carraway conosce Jay Gatsby come la maggioranza: ad una festa della società bene disposta dallo stesso Gatsby, il quale aveva come abitudine e prerogativa quella di organizzare simili eventi mondani. Nick scopre assai presto che tutti i partecipanti delle feste di Gatsby non soltanto non conoscevano l’organizzatore, ma assai spesso non si conoscevano tra loro. Nessuno conosceva nessuno e così le feste diventavano l’occasione per affogare la solitudine dei singoli in grandi baldorie a base di alcol e flirt più o meno inconcludenti. In simili circostanze molto spesso gli avvenimenti premiavano i partecipanti con momenti assai poco edificanti: “Mi guardai attorno. Quasi tutte le donne rimaste stavano litigando con uomini che si diceva fossero i loro mariti. Perfino il gruppo di Jordan, il quartetto di East Egg, si scisse per dissensi. Uno degli uomini parlava con strana intensità a una giovane attrice, e la moglie di lui dopo aver tentato di affrontare la situazione con un sorriso dignitoso e indifferente ebbe un collasso e decise di ricorrere ad attacchi laterali: gli compariva improvvisamente accanto a intervalli come un diamante sprizzante collera e gli sibilava all’orecchio: “L’hai giurato”.[1] Le feste erano principalmente frequentate da donne, più o meno allegre, più o meno forzatamente felici.

Il discorso sul metodo di Cartesio

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Il Discorso sul metodo per ben dirigere la propria ragione e per cercare la verità nelle scienze (1637) è lo scritto introduttivo alla prima opera pubblicata di Cartesio: una raccolta di saggi a carattere scientifico intitolata La diottrica, le meteore, la geometria. Il Discorso nasce come introduzione metodologica ad una parte del lavoro scientifico di Cartesio. Ma è certamente di più, sia nelle intenzioni dell’autore, sia per il peso che ha avuto nella storia delle idee.

Si tratta di uno scritto breve, conciso anche nelle sue parti più significative. Alcuni passi possono e meritano di essere integrati con la lettura delle Meditazioni e dei Principii, due opere posteriori al Discorso, in cui Cartesio svilupperà più diffusamente il suo pensiero filosofico.