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Tag: Colonie penali in Sardegna

4.0 Conclusioni: cosa rimane oggi delle istituzioni passate? | Bibliografia

A prescindere dal risultato economico delle singole aziende agrarie delle colonie penali agricole, si deve in ogni modo constatare che la colonizzazione interna della Sardegna, che la legge si riprometteva di ottenere, mediante tale istituzione, non è stato ottenuto. Per esempio la colonia del Sarcidano, come tutti gli insediamenti penitenziari, non diventerà mai un paesello autosufficiente, confermando l’assunto che la struttura penitenziaria prevale e si impone a qualsiasi logica produttiva finalizzata all’autosufficienza. Al recluso doveva sostituirsi, dopo la bonifica, il colono libero, che fissandosi con la sua famiglia nelle case coloniche, avrebbe dovuto concorrere assieme agli altri, alla cosiddetta colonizzazione interna. Se questo avvicendarsi di reclusi e di liberi coloni si fosse realmente realizzato, oggi avremo descritto gli sviluppi di una vera colonizzazione.

3. La colonizzazione interna della Sardegna per mezzo delle colonie penali agricole

Anche in Italia, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si scelsero soluzioni alternative per quanto riguarda i tipi di pena da scontare: “Triste spettacolo quello dei forzati che fanno risuonar la catena sulle pietre dei moli, nei porti di mare, sotto la minaccia continua della sferza degli aguzzini e di quello dei condannati, immerse le gambe sanguinolenti nelle corrosive acque marine, esausti per arsura e per stanchezza sotto il rovente morso del sole.”[1]

Dai dibattiti sui nuovi sistemi di pena da adottare, quello della colonia penale agricola sembrava essere il più fattibile: non dobbiamo però confondere questo progetto con la “modesta attività svolta nelle aree agricole interne ai penitenziari o nelle loro succursali”.[2] Se inizialmente a questo progetto di riforma il governo italiano non riservò particolari attenzioni, come conferma il parere negativo dato dalla commissione per la riforma del sistema penale istituita nel 1862 da Bettino Ricasoli[3], tuttavia all’iniziale diffidenza sul progetto, si sostituì un progressivo interesse, alimentato dal bisogno di un’opera di bonifica nazionale delle paludi e delle terre malariche, comunque di difficile attuazione poiché la malaria e la resistenza dei grandi proprietari terrieri ostacolava l’operazione.

2.2 La colonizzazione interna della Sardegna

La Sardegna ha vissuto nella sua storia diversi periodi di colonizzazioni e diversi colonizzatori. Fenici, romani, bizantini, ecc., sono stati i primi. Ma poi in epoca moderna si susseguirono spagnoli e sabaudi. Il trattato di Londra del 1720 stabilì che la Sardegna passasse sotto l’influenza del governo piemontese, seppur mantenendo le antiche istituzione spagnole, all’ora governato dalla secolare casata dei Savoia. Furono proprio questi ultimi ad avere il predominio politico sulle scelte dell’isola dalla metà del 1720 fino all’unità d’Italia del 1861. Questo secolo e mezzo fu segnato da un lato da “grandi silenzi” e grande indifferenze da parte dell’amministrazione coloniale, dall’altro canto il potere sabaudo cercò in un certo periodo, specie nel campo agrario, di rifondare un sistema: l’evento più significato in questo senso lo si visse nel 1823 con quello che venne chiamato ‘editto delle chiudende’, il quale andava innestandosi direttamente nel sistema tradizionale degli ademprivi (per ademprivio si intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo.), rendendo la situazione giuridica dei terreni altamente complessa. L’uso degli ademprivi, inoltre, prevedeva la rotazione degli impieghi della terra, che un anno era destinata a pascolo e l’anno successivo a seminagione secondo determinazioni comunitarie locali.