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Tag: Storia delle colonie penali in Sardegna

4.0 Conclusioni: cosa rimane oggi delle istituzioni passate? | Bibliografia

A prescindere dal risultato economico delle singole aziende agrarie delle colonie penali agricole, si deve in ogni modo constatare che la colonizzazione interna della Sardegna, che la legge si riprometteva di ottenere, mediante tale istituzione, non è stato ottenuto. Per esempio la colonia del Sarcidano, come tutti gli insediamenti penitenziari, non diventerà mai un paesello autosufficiente, confermando l’assunto che la struttura penitenziaria prevale e si impone a qualsiasi logica produttiva finalizzata all’autosufficienza. Al recluso doveva sostituirsi, dopo la bonifica, il colono libero, che fissandosi con la sua famiglia nelle case coloniche, avrebbe dovuto concorrere assieme agli altri, alla cosiddetta colonizzazione interna. Se questo avvicendarsi di reclusi e di liberi coloni si fosse realmente realizzato, oggi avremo descritto gli sviluppi di una vera colonizzazione.

3.6 Economia penitenziaria, mansioni e organizzazione del lavoro nelle colonie penali agricole

Il regolamento per le colonie penali agricole entrò in vigore ufficialmente nel gennaio del 1887[1]: gli articoli erano settantadue e all’interno di questi erano scritte le regole per la buona gestione economica di una colonia penale, oltreché l’organizzazione del lavoro e le varie mansioni. Partiamo proprio da queste ultime: la colonia aveva alla guida il direttore che rispetto al passato perse la sua totalità decisionale. Infatti, si instaurò una nuova figura di primaria importanza, ovvero quella dell’agronomo. Ben tredici articoli del nuovo regolamento erano riservati a questa figura, assimilabile al vicedirettore, e che aveva diritto di voto per quanto concerneva “tutti gli affari di qualche importanza relativi all’andamento industriale della colonia e specialmente all’attivazione di nuove coltivazione, nuove costruzioni, lavori di miglioramento, ecc. […]; era responsabile della buona conservazione delle macchine, degli attrezzi e degli utensili, nonché dei prodotti e del bestiame. Aveva il compito di formare le squadre di lavoro dei detenuti.”[2] Giuseppe Cusmano fu l’agronomo più in vista fra quelli impegnati nelle case di pena intermedia: si dimostrò un abile “pubblicista oltremodo fertile e nei suoi (numerosissimi) articoli si occupò di questioni direttamente legate all’agricoltura, così come alla medicina, all’igiene e all’amministrazione penitenziaria. Non a caso Cusmano lavorò stabilmente per parecchi anni come agronomo nella colonia di Castiadas, nel Sarrabus, senza mai mancare di avere numerose collaborazioni con le altre colonie. È proprio grazie a Giuseppe Cusmano che disponiamo la maggior parte delle statistiche sulle colonie penali agricole sarde.

3.5 Colonia penale agricola di San Bartolomeo (Cagliari)

Al pari di Isili la colonia di San Bartolomeo nasce come appendice del penitenziario di Cagliari. Carlo Alberto infatti, al suo undicesimo anno come re di Sardegna, nel 1842 fondò il nuovo stabilimento che avrebbe ospitato i lavoratori delle regie saline di Cagliari e di Carloforte.[1] Oltre che nelle saline, i detenuti venivano utilizzati a bordo di una nave addetta “spurgo del porto di Cagliari.”[2]

Il bagno penale di San Bartolomeo rimase tale fino a quando il ministero dell’Interno, lo sottrasse al ministero della Marina,[3] avocando a sé la diretta amministrazione e facendolo diventare una colonia agricola, senza per questo rinunciare all’impiego dei condannati nelle saline, attraverso ditte private che pagavano l’amministrazione penitenziaria per farsi ‘cedere’ dei detenuti per i lavori.

1. La colonizzazione agricola tra XVII e nel XVIII secolo

Colonia, colonialismo, colonizzazione sono termini che nel corso della storia hanno avuto plurime interpretazioni. All’inizio del ventesimo secolo, il termine fu talvolta usata per indicare la condizione di dipendenza di territori politicamente subordinati. Più tardi, esso è stato soppiantato dalla parola ‛imperialismo’ che, a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento, venne usato, dai critici ostili al dominio europeo su altri popoli, quale sostantivo generico indicante sia la condizione di predominio europeo che le sue cause economiche.La parola ‘colonialismo’ ha dunque indicato il dominio esercitato da un popolo su un altro popolo estraneo mediante lo sfruttamento economico: proprio l’aspetto economico è di primaria importanza per poter comprendere al meglio l’aspetto del colonialismo penale in Italia, in Europa e negli altri continenti.