Press "Enter" to skip to content

3.6 Economia penitenziaria, mansioni e organizzazione del lavoro nelle colonie penali agricole

Il regolamento per le colonie penali agricole entrò in vigore ufficialmente nel gennaio del 1887[1]: gli articoli erano settantadue e all’interno di questi erano scritte le regole per la buona gestione economica di una colonia penale, oltreché l’organizzazione del lavoro e le varie mansioni. Partiamo proprio da queste ultime: la colonia aveva alla guida il direttore che rispetto al passato perse la sua totalità decisionale. Infatti, si instaurò una nuova figura di primaria importanza, ovvero quella dell’agronomo. Ben tredici articoli del nuovo regolamento erano riservati a questa figura, assimilabile al vicedirettore, e che aveva diritto di voto per quanto concerneva “tutti gli affari di qualche importanza relativi all’andamento industriale della colonia e specialmente all’attivazione di nuove coltivazione, nuove costruzioni, lavori di miglioramento, ecc. […]; era responsabile della buona conservazione delle macchine, degli attrezzi e degli utensili, nonché dei prodotti e del bestiame. Aveva il compito di formare le squadre di lavoro dei detenuti.”[2] Giuseppe Cusmano fu l’agronomo più in vista fra quelli impegnati nelle case di pena intermedia: si dimostrò un abile “pubblicista oltremodo fertile e nei suoi (numerosissimi) articoli si occupò di questioni direttamente legate all’agricoltura, così come alla medicina, all’igiene e all’amministrazione penitenziaria. Non a caso Cusmano lavorò stabilmente per parecchi anni come agronomo nella colonia di Castiadas, nel Sarrabus, senza mai mancare di avere numerose collaborazioni con le altre colonie. È proprio grazie a Giuseppe Cusmano che disponiamo la maggior parte delle statistiche sulle colonie penali agricole sarde.

Naturalmente l’agronomo aveva a sua disposizione degli assistenti ed agenti tecnici, per ogni ramo di lavorazione; per le colonie sulle isole[3]era destinato, in aggiunta, personale di marina alla dipendenze di un capitano. Altre mansioni all’interno della colonia erano svolte dal farmacista, medico e dal cappellano che erano altresì importanti punti di riferimento per i detenuti.

Il regolamento negli articoli compresi fra il 42 e il 61 disciplinavano minuziosamente ogni momento della giornata e menzionavano anche la paga assegnata ai lavoratori detenuti pari ad una lira al giorno; inoltre la domenica e gli altri giorni festivi i detenuti potevano riposarsi, fatta eccezione che per i giorni estivi in cui era necessaria una maggiore irrigazione dei campi. Nei giorni di maltempo non si andava a lavoro, ma i detenuti dovevano applicarsi alla pulizia dei locali, al frequentare la scuola e al curare la corrispondenza familiare.

La giornata tipo regolamentarizzata nel codice del 1887 stabiliva che la sveglia fosse data mezz’ora prima dell’alba nei mesi autunnali e invernali, in corrispondenza col levare del sole nel resto dell’anno; i detenuti avevano trenta minuti di tempo per l’igiene personale e poi dovevano recarsi immantinente al lavoro che sarebbe durato fino al tramonto, intermezzata da una breve pausa pranzo. Le mansioni dei detenuti erano varie, ed ognuno occupava solitamente la posizione più consona rispetto al suo background lavorativo di cui disponeva.

Mestieri svolti prima dell’arresto e nelle colonie penali dal 1900 al 1926 in %:[4]

Cattura

Le colonie agricole e la loro organizzazione ottennero poi autorevole riconoscimento formale nel 1889 all’interno del Codice Zanardelli, che ribattezzava le colonie penali agricole come “case di pena intermedia agricole e industriali”.

Per concludere, poniamo qualche quesito: cosa sarebbe dovuto accadere se una colonia ‘completava’ i suoi obiettivi? Di fatto, una volta conclusi i lavori degli appezzamenti di terra bonificati, sarebbe dovuta entrare realmente in gioco la vera e propria colonizzazione, per la messa in pratica della trasformazione agraria e irrigua delle aree in questione. La seconda fase delle bonifiche[5] sarebbe dovuta essere la creazione di piccole e medie aziende da assegnare alle famiglie coloniche, in base anche al numero dei componenti dello stesso nucleo familiare.[6]

Crediamo si possa ora rispondere a un altro interrogativo che attraversa, tutte le riflessioni sul sistema delle colonie penali italiane fra l’Ottocento e il Novecento: le colonie penali furono economicamente utili? Il dibattito ancora aperto, è controverso: se da un lato in certe zone l’obiettivo primario, ovvero la bonifica dei terreni, è stato ottenuto, in altre zone (vedi Mamone o le Tre fontane a Roma) questo obiettivo non è stato raggiunto. Altre zone, come il Sarrabus, sono state rivalutate, laddove prima c’erano solo lande desolate, sia dal punto di vista strutturale, sia dal punto di vista economico.

Franca Mele scrive che la “la produzione risultava scarsa per il fabbisogno dei condannati e i costi erano superiori a quelli sostenuti negli stabilimenti ordinari a causa delle maggiori necessità alimentari dei detenuti e delle ingenti spese affrontate per medicinali,” a causa della malaria, “della sorveglianza e dei trasporti.”[7] Continua: “Per quanto riguarda gli utili, le attività agricole, per loro natura, sono soggette a oscillazioni determinate dall’andamento atmosferico e la conseguenza di tale variazione è evidente”[8] nei bilanci delle colonie che vennero redatti negli anni. Un’analisi più profonda farebbe pensare che i detenuti non erano molto stimolati nel lavorare le terre ove venivano deportati: ed è proprio ai detenuti che le varie amministrazioni penitenziarie diedero le ‘colpe’ del fallimento agricolo delle colonie. Lo stesso Berardi sosteneva che le colonie erano coltivate da “gente neghittosa, indifferente, lenta, che pensa a vivere bene per meglio raggiungere il giorno della liberazione dalla prigione.”[9] Con questo inciso viene sottolineata l’impossibilità di paragonare il lavoro di un agricoltore libero con quello di un detenuto. Dal punto di vista agricolo le uniche colonie a salvarsi furono Bitti (malgrado la non fertilità dei terreni, si compensava con l’allevamento), l’Asinara e San Bartolomeo.

La realtà dei fatti è che le colonie, come ammette il direttore delle carceri Andrea Doria nel suo resoconto del 1921, non possono sostenersi in maniera autonoma, in quanto comunità inevitabilmente in deficit. Malgrado tutto, talune colonie penali furono in grado di registrare bilanci positivi. Roberto Giulianello nella sua opera, più volte citata all’interno di questa tesi, traccia un bilancio economico positivo delle colonie penali agricole, come si evince da questa statistica da lui elaborata.

Cattura2[10]


[1] Si veda Santoriello A., L’isola di Pianosa e la nascita delle colonie agricole penali nell’Italia liverale, in Martone L., Giustizia penale e Ordine in Italia tra Ottocento e Novecento, edito dall’Istituto universitario orientale Napoli, 1996.

[2] Stralcio del Decreto Regio del 6 gennaio 1887 estrapolato da Santoriello A., L’isola di Pianosa e la nascita delle colonie agricole penali nell’Italia liverale, in Martone L., Giustizia penale e Ordine in Italia tra Ottocento e Novecento, edito dall’Istituto universitario orientale Napoli, 1996.

[3] Pianosa, Gorgona, Asinara, Maddalena, Capraia e Tremiti.

[4] Statistica tratta da Giulianelli R., L’industria carceraria in Italia, Lavoro e produzione nelle prigioni da Giolitti a Mussolini, Franco Angeli, Milano, 2006.

[5] Vedi Mostra delle Bonifiche di Napoli del 1925 in A. Boscolo e altri, Profilo storico-economico della Sardegna dal riformismo settecentesco ai piani di rinascita, Franco Angeli, Milano, 1991.

[6] Tale esempio di colonizzazione, preceduta da una colossale bonifica, è ripercorribile nelle varie tappe nella cittadina di Arborea, o come venne battezzata alla fondazione “Mussolinia”, dove tantissimi continentali, specie veneti, si stabilirono in seguito alla bonifica.

[7] Mele F., L’Asinara e le colonie penali in Sardegna in Le colonie penali nell’Europa dell’Ottocento, Carocci, 2004, Roma, pagg.211-212.

[8] Ibidem.

[9] Berardi, La colonizzazione interna della Sardegna, Roma, 1900.

[10] Statistica tratta da Giulianelli R., L’industria carceraria in Italia, Lavoro e produzione nelle prigioni da Giolitti a Mussolini, Franco Angeli, Milano, 2006.


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

One Comment

  1. Brunella Brunella 25 Febbraio, 2019

    Grazie per questo interessante articolo.
    vorrei sapere se sia possibile reperire le date di nascita e di morte di Giuseppe Cusmano.

    Grazie
    Brunella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *