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Donald Trump – Il 45° presidente degli Stati Uniti d’America!

Gli Americani sono dei deficienti, ignoranti, poco dotati e dei faciloni? Questa la domanda ricorrente da anni, da quando Tocqueville compì il suo tour e cercò di descrivere agli europei il popolo americano e le sue istituzioni, gli europei… questi luminari splendenti di luce propria come il sole per diritto ancestrale o divino. In questo momento, e già da tre giorni, nessuno sembra capacitarsi del fatto che Donald Trump sia diventato il più importante uomo politico della maggiore potenza mondiale. La più ricca. La più armata. E dove ci sono le migliori università mondiali (che ancora si fatica a crederci!). E fanno pure colazione con un buon hamburger, colonna portante di ogni colazione vitaminica!

Si, certo. Tutto giusto. Ma è una potenza in calo. Come tutto l’Occidente, tramontato da cent’anni, che vede soltanto l’altro lato della luna. Quell’Occidente talmente tramontato che solo per via del tutto accidentale detta l’agenda politica di tutto il mondo, ma tant’è… Cala tutto, da sempre. Anche la voglia di riprodursi, di matrimonio. “In calo la propensione all’unione”. Addirittura si restringono sempre di più le taglie delle modelle e decresce la voglia di gelato al cioccolato! Oggi è tutto calato, sacre braghe comprese. Sbigottiti: un presunto sondaggio, precisissimo come tutti, dice che gli italiani davano vincente la Clinton dal 70% all’80%. Questo è un dato interessante e vale la pena di dire che Donald è stato presentato come poco più di un comico (nel migliore dei casi) e un mentecatto (nel peggiore dei casi, ma in quantità di tempo e spazio molto maggiore del caso migliore). Anche i sondaggi americani davano Clinton favorita: nel sito della CNN che ogni tanto frequentavo nel periodo preelettorale, l’amorevole Signora era data 47% contro 43% con un 4% marginale di cuscinetto-sicurezza. Raddoppiamo la sicurezza della CNN ad un paese straniero con i media infognati in dati di terza mano e scarsamente abili di riutilizzarli, interessati soltanto a costruire un personaggio “populista” (questo misterioso fantasma che si aggira per l’Europa) ad uso e consumo dell’uomo più o meno della strada che affolla il mondo medio dell’italiano standard che guarda ancora la televisione, questo demonio!

Assumendo per bona fide il fatto che l’opinione pubblica italiana non si spiega come mai Donald e la sua squisita compagine familiare, variegata, numerosissima e adattissima alle ultime sitcom, abbia insediato la casa più bianca del continente Americano in cui il bianco sta imbrunendo ma ancora detiene saldamente le redini del potere, vale la pena di fare alcune osservazioni. Tali osservazioni vanno prese cum grano salis e sono nate soltanto da un’esigenza personale di chiarezza, non mi interessa stabilire la loro verità quanto soltanto “riflettere collettivamente”, una specie di terapia di gruppo che alla fine dei conti ha un suo valore intrinseco, che normalmente non si trova a basso costo nelle parcelle degli psicologi di professione, eccellenti quand’anche imperfetti.

Dunque, formulo un argomento casereccio, come la zuppa del casale e per questo amata da milioni: Donald Trump è un populista e in quanto tale ha una visione della politica al ribasso in cui tutto ruota attorno alla sua personalità e tenta di trovare contentini per le masse. Questo nella vulgata. Ma è un buon argomento? Per prima cosa, che Trump sia un populista è vero nello stesso senso in cui è vero che ogni persona che fa ridere è un clown o nel senso in cui ogni oggetto verde è anche blerde. Cosa vuol dire blerde? Cosa vuol dire populista? Chi è o cosa è un populista? Si può mangiare a pranzo con un populista? Un populista… è solamente una parola, un’etichetta di comodo dei giornali per “politico scadente”, che in genere è l’unicum che non fonda la sua narrativa su una comunicazione convenzionale, la cui struttura si rifà al modo di comunicare dei partiti della seconda metà del XX secolo. E dato quanto si scrive dei populismi, con l’amara lacrima della foresta amazzonica e norvegese insieme, si deve ringraziare i populisti per la loro esistenza, e la capacità di trasformare carta straccia in carta moneta.

Dato il fatto che la cultura occidentale sta guardando gli ideali della prima-seconda metà del XX secolo e li trova sempre più inattuali, si scopre che anche coloro i quali tendono a riproporre una vecchia retorica (le idee, queste sconosciute, sono rare un po’ dovunque) che non interessa più. Sembra nel migliore dei casi, ipocrita: cioè si riconosce che ciò che si dice o non ha alcun senso, oppure serve soltanto per mascherare stati di interesse gretti e insulsi. Questo Trump l’ha capito, a differenza della Clinton. I vecchi ideali ci hanno portato alla guerra fredda e alla sua fine. Sono capaci di tirarci fuori dai problemi del presente? Nonostante tutti gli sforzi, l’impatto di queste idee è globalmente inefficace e, soprattutto, non sembra capace di inquadrare i problemi. Al saldo della serva, non sembrano impattare sull’opinione pubblica perché, che che se ne dica, le idee vincono quando funzionano. Almeno in parte. E qui non sembra proprio funzionare niente. E questo è un punto che forse Trump non sa, ma ne ha visto gli effetti molto più della Clinton.

Lasciamo stare che Trump sia un populista. Lo siamo tutti, prima o poi, se diventiamo dei politici! Almeno, questa è la profonda lezione che si trae dalla crisi del 2008 a oggi. Ma è vero che Trump ha fondato la sua campagna elettorale su un più o meno evidente culto della personalità connesso con una visione della politica al ribasso? Non è chiaro. E la mancanza di chiarezza sta nel fatto che almeno a me non è chiaro cosa significhi la locuzione “politica al ribasso” perché per quanto riguarda il culto della personalità, esso è una ben nota caratteristica di gran parte dei leader politici, dai più mediocri ai migliori. Alla fine, il presunto culto della personalità di un Trump non è altro che una parte della narrativa che egli ha impiegato per tentare di parlare agli Americani. Tutti i politici devono farlo, Trump questo l’ha capito.

Ritornando alla nozione di “politica al ribasso”, vale la pena di dire che essa è sempre appannaggio di chi non si è votato perché non si capisce. Non capisco il tuo modo di esprimerti e perché proponi quel programma elettorale: quindi sei sbagliato. Non capisco quindi sei sbagliato. Un fine argomento che Aristotele avrebbe aggiunto affrettandosi con lena, con anche un certo affanno nel respiro per temere di finire anzitempo di redare la sua opera senza l’elaborato concetto, quella sua opera, Organon, in cui i principi fondamentali della logica sillogistica sarebbero stati arricchiti da questo assioma fondamentale, anzi, il solo!, tra i principi primi. Come una mela marcia ha il suo problema nel suo essere mela e non nelle cause della sua marcezza, allo stesso modo la “politica al ribasso” è il risultato di una persona idiota o depravata e, nel caso di Trump, entrambe le cose. Nell’oggetto non nell’operato risiede il male! Infatti, gran parte della propaganda della Clinton era fondata proprio sul rendere evidenti queste due “tare” del caro Donald: idiota (infatti gaffeggia ogni volta che parla) e depravato (infatti concepisce le donne come squillo neanche di lusso). E così via “a piacere”.

Questi argomenti ad personam sono fallacie logiche del ragionamento e lo sanno anche i sassi, sebbene tornino sempre utili perché “ever green”, come i romanzi di Dostoevskij: fanno sempre la loro bella figura in un mondo che, come sempre, deve avere poco margine di iniziativa mentale. E infatti, la media dei politici rispecchia perfettamente la media dei cittadini. Quindi, oltre ad essere argomenti fallaci, il fatto che Trump sia un idiota e mentecatto cela agli occhi un fatto: che se anche fosse vero, ammesso che si possa dimostrare con così poco lavoro, non sarebbe comunque un giudizio politico. Infatti, un perfetto idiota che fosse capace di mettere d’accordo tutti, di mediare tra gli stati di interesse, di riuscire a parlare con le parti in causa, di scegliersi dei validi consiglieri sarebbe comunque un ottimo politico. E’ difficile trovare un uomo siffatto? Siete sicuri? Il punto è che non c’è nessuna conseguenza logica da trarre: idiota o no, la valutazione politica è un’altra cosa. E questo Trump l’ha capito molto più della Clinton. E allora chi è l’idiota? Idiota è un predicato vuoto che sta semplicemente per “a me non piace”, un pollice basso tradotto dagli imperatori romani e i vari anfiteatri a uso e usufrutto di youtube & affini, con una differenza: che l’idiota sembra esserlo il soggetto, a prescindere dalla nostra valutazione.

Si diceva, infine, che un sintomo dell’incapacità politica di Trump è quella di parlare alle masse e di cercare di trovare un modo per persuadere i cittadini americani su temi di grande portata pubblica. Pessimo? Ma a chi deve parlare un candidato in campagna elettorale? A mio nipote, che non vota neppure negli US? A quel mio nipote che non esiste, in effetti? Deve parlare ai cervi e ai daini dei boschi del parco di Yellowstone, orso Yoghi compreso, ovvero ai serpenti a sonagli del deserto del Nevada? Quando ho sentito i confronti Clinton-Trump in campagna elettorale, chi ha parlato di più di temi politici è stato Trump. E l’ha fatto con più chiarezza e più precisione, almeno rispetto alle sue opinioni, di quanto non abbia fatto la Clinton. Quindi Trump parlerà alle masse, sarà anche un provocatore e probabilmente non è neppure l’uomo più simpatico del mondo. Ha idee sulla politica che non condivido neanche un po’. E allora? Intanto, almeno, ha parlato di politica. E ha posto dei problemi chiari in modo chiaro e comprensibile. Non sono un cittadino americano, non vivo negli USA, non voto nei loro seggi, ho una visione degli States di una persona che si informa per svariate ragioni sul loro sistema e sui loro valori. E quindi non sono il migliore dei giudici della loro politica interna e forse neanche della loro politica estera. Ovvero, non pretendo di valutare i loro scopi perché i miei sono altri. Ma quando ho sentito parlare Trump, ho capito cosa stava dicendo, cosa voleva fare e perché. Della Clinton ho capito soltanto che amava il presidente Obama, che ha lavorato molto tempo nelle amministrazioni e quindi, secondo lei, questo la metteva in grado di essere più competente. Giusto. Ma questa presunta competenza, oltre ad essere dubbia, è assunta da se stessa: non esiste un esperto della politica e comunque non mi aiuta a capirlo chi dice di esserlo. Se lo è, lo è indipendentemente che lo dica.

Quindi, veniamo ora ad alcuni punti cruciali. Clinton ha fondato la sua campagna elettorale su problemi morali non politici. Trump ha parlato di problemi politici in modo non convenzionale, senz’altro, ma almeno l’ha fatto. Non solo. La Clinton ha preso la linea di attacco della persona non del suo programma politico e l’ha fatto, anche qui, assumendo una retorica ormai datata, schivando i problemi che Trump evidenziava e che sono sentiti profondamente all’interno degli US: il problema dell’immigrazione, della gestione del lavoro, il problema della spesa pubblica e, correlatamente, della riforma Obama (Obamacare). Nessuno ama le tasse, ma gli Americani non amano neanche la perdita di una loro presunta indipendenza a livello di libera scelta. E’ un loro valore, si sono fondati su quello. Noi Europ… pardon!, noi italiani, abituati al nostro ipertrofico sistema statale, paterno e paternalista anche quando punitivo e soprattutto in questo caso, sostituto di un eventuale dio in Terra, in cui il sistema sanitario è una delle pillole che ancora consente un principio di collante sociale può non piacerci e suonarci strano. A noi suoneranno strani quei valori che negano i nostri saldi principi e ci rendono il faro della civiltà ospedaliera occidentale, quei valori che ci fanno incontrare, forse, i nostri parenti per sapere se staranno di qua o di là, nel Regno dei Cieli, quel Regno di cui teniamo i principali portoni proprio dentro casa. Non saranno “nostri” (nostri? “nostri” di chi?) valori quelli americani. Ma sono i loro e quando c’è da capire la scelta degli altri bisogna anche comprendere l’orizzonte di interessi e principi a cui gli altri si rifanno. Gli Americani vogliono essere liberi di morire sotto i ponti, se la vita gli va male. Benissimo. Trump questo l’ha capito. E questo diventa un problema politico non morale perché la morale viene prima della scelta politica, che dipende dall’insieme degli stati di interesse convergenti e divergenti in una nazione. La Clinton, dunque, proponeva assunzioni di natura morale che dovevano essere posti come premesse della campagna politica e non utilizzate come strumento proprio perché la morale è fine e non mezzo delle idee. E anche questo Trump l’ha capito molto di più della Clinton. Quella stessa Clinton che ha concepito la morale come strumento politico, per poi scoprire, sempre e comunque, che il mondo è “cattivo” e infame. E quindi? Che farci, dunque? Forse non ci aveva pensato…

Quello che si vede molto chiaramente dalle elezioni americane è che, a scapito del giornalismo dozzinale, la politica è e rimane il centro della questione. Infatti è stato eletto il presidente più borderline di tutti i possibili. Perché? Perché era quello che, tra i due, parlava di problemi collettivi, che trascendono in qualche modo la propria opinione sui valori della propria vita. La politica è di più di questo, perché tenta una mediazione e non pretende di riconciliare i principi della gente. Essa dice: “bene, questo è il problema: c’è chi crede in questo e c’è chi crede in quello, quindi cerchiamo di trovare una soluzione”. La soluzione nasce dai vari punti di vista (inevitabilmente) ma finisce appunto per accontentare o scontentare tutti: proprio perché non c’è uno che ha più ragione dell’altro, almeno da questo punto di vista e in democrazia, dove la scelta non è unilaterale ma appunto un tentativo di riconciliare le varie alternative (cosa del tutto diversa dal totalitarismo, dove si impone con la forza una prospettiva e l’altra si elimina fisicamente).

Ma il punto più importante di Trump è stato il suo coraggio, coraggio politico. Perché Trump ha avuto il coraggio di esprimere le proprie idee e di porre problemi chiari. E non si è neanche nascosto sotto la sabbia e anche questo è un punto fondamentale. Ad esempio, il problema dell’immigrazione non si rivolve dicendo semplicemente che “non dobbiamo reagire con la chiusura” e varianti. Ma cosa vuol dire? Cosa dovrebbe significare “non dobbiamo reagire con la chiusura”? In parole povere: dove troviamo i soldi, come li usiamo, quale è lo scopo finale della politica sull’immigrazione, quali sono i nostri pregiudizi e perché sono tali e cosa dobbiamo cambiare? Queste sono domande molto più chiare e molto più precise. Ma anche in Italia certi temi non vengono affrontati in modo chiaro, non vengono detti i termini della questione e si rimane soltanto su assunti generali che possono essere belli o brutti, giusti o sbagliati, ma di fatto non servono a niente. Per esempio, dire che non vogliamo immigrati a cosa serve? Risolviamo il problema? Si capisce meglio la natura dello stesso? Ha un senso? Avrebbe molto più senso accontentarsi di molto meno e concentrarsi sui dettagli: queste dieci persone dove le mettiamo e quando ne arriveranno altre dieci cosa facciamo? Sono domande semplici, ma molto difficili da risolvere senza una politica e la politica non dovrebbe porsi il problema morale se non molto prima: al principio stesso dell’elaborazione strategica dell’idea da realizzare. E questo Trump l’ha capito: ha sparato a zero su una retorica buonista che è tale proprio perché non va mai a guardare il problema reale, la questione di dettaglio, il punto preciso e si limita a parlare per principi che non sono neanche umanitari proprio perché gli esseri umani sono esseri concreti, individuali e individuabili.

Quindi, tutti dicono che Trump è “imprevedibile”. E a me questo sembra una virtù perché nel mondo della prevedibilità ci siamo mossi e abbiamo visto i risultati. Sono anni di recessione economica ma soprattutto di idee. Prima di tutto perché non si ha il coraggio di dire che la retorica del passato non parla più di niente, usa termini e proposizioni che non hanno impatto sulla formazione di una narrativa strategica generale, che non ci aiuta a capire un mondo che ha nuovi problemi che vanno risolti con nuovi mezzi. Nuovi problemi e nuovi mezzi che non significa che allora Beethoven lo spegniamo perché ora ci pensa Lady Gaga. Beethoven, invece, ce lo dobbiamo tenere e sarebbe bene ascoltarlo spesso! Semplicemente dobbiamo pensare, dobbiamo risolvere problemi e lo dobbiamo fare adesso. Questo è, secondo me, quello che hanno pensato gli Americani. Un popolo stupido? Quale popolo non lo è? E chi si arroga il diritto di stabilire chi è stupido e chi non lo è, dato che il termine stupido è abbastanza vago e lasco da rinchiudere anche se stessi, visto che porsi la domanda è idiota in quanto tale? E allora, prima di stabilire se il loro Donald è l’ultimo esemplare di una specie purtroppo non estinta e, anzi, terribilmente espansa, sarebbe bene porsi nell’ottica di capire perché lui, a differenza di altri, ha vinto così a mano bassa. Lui ha parlato di politica e ne ha parlato in modo chiarissimo. Parlare è una forma di azione. Staremo a vedere se adesso è anche capace di agire con meno parole. Perché quello è il vero problema. Tutto il resto è appannaggio di gente che tanto non è e non sarà mai il presidente degli Stati Uniti D’America.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

One Comment

  1. AnitaAnita novembre 15, 2016

    interessante!

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