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Valutiamo la valutazione. Per un sistema democratico della pubblicazione.

Di Pili Giangiuseppe       www.scuolafilosofica.com

 

La storiografia attuale considera gli eventi storici nella sua purezza fattuale. Si è assistito ad una rapida evoluzione della concezione stessa della Storia, non più come un ausilio alla moralità generale dell’umanità, o come il risultato di una mediazione ideologica per dimostrare una tesi di filosofia o sociologia. La Storia si è “naturalizzata”. Questa tendenza appare manifesta anche in altre branche dello scibile umano.

L’impatto della “naturalizzazione del fenomeno storico”, concepito sempre più come una fatto di per sé e, non più, come un evento da connotare secondo uno schema normativo, secondo cui è questa valutazione a rendere imprescindibile il lavoro dello storico; l’impatto, dunque, ha come conseguenza naturale l’assimilazione di molti tratti caratteristici del lavoro scientifico. La Storia si presta a molte analisi convergenti di altre discipline più strettamente scientifiche, come l’economia, la matematica dei grafi, la statistica. Gli storici hanno selezionato alcune fonti come “indicatori privilegiati” dei sottostanti eventi, come la giurisprudenza, l’arte, l’archeologia, la letteratura etc. Non è più possibile limitarsi a tali fonti privilegiate per tener conto di quello che è l’impresa umana nella specificità e nella globalità.

Questo ha una diretta ripercussione sul modo di gestire le informazioni. Anche la Storia, dunque, è parte del suo tempo e non può fare a meno di prendere sul serio le nuove opportunità che pongono, comunque, nuovi problemi. Innanzi tutto, esse richiedono un apporto pluridisciplinare, una richiesta di maggiore integrazione da parte delle varie aree di studio e un accrescimento della discussione tra specialisti di materie diverse. Inoltre, si pone il problema della possibilità di valutazione di questi nuovi lavori.

I problemi di una dimensione pluridisciplinari sembrano implicare una variazione di quelli che sono i prerequisiti tradizionali dell’analisi storica: perdita della “narratività”, rivalutazione dell’essere-Storico, riconsiderazione della Storia, come disciplina non scientifica in senso stretto, con tutte le conseguenze del caso. Tuttavia, l’innovazione e l’apprensione di nuovi sistemi di studio e analisi non comporta la perdita della vecchia tradizionale maniera di fare Storia.

Innanzi tutto, la Storia non si configura, comunque, come una disciplina scientifica, giacché non ha, come fine o ambizione, la previsione degli eventi futuri dell’umanità. La spiegazione del passato ci consente di comprendere il livello globale dell’agire umano, ma non il suo futuro. Di conseguenza, il livello “narrativo” della Storia non va perduto, semplicemente si adatta ai nuovi strumenti di analisi, che consentono di riconoscere nuove cause per vecchi fenomeni. In secondo luogo, la figura dello Storico, come l’individuo preposto a selezionare, per riconoscimento, i fatti storici rilevanti da quelli irrilevanti, rimane invariato. Mentre il lavoro dello scienziato è disperso nell’insieme dei suoi collaboratori, lo Storico mantiene, necessariamente, il suo primato rispetto al gruppo. Lo Storico, infatti, ha una tripla funzione: (1) riconoscere i fatti rilevanti, (2) riconoscere le relazioni causali tra i fatti quindi (3) fornire una narrazione esaustiva dei fatti e delle loro relazioni. Va da sé, che lo Storico Virtuoso è colui che è in grado di operare tale lavoro, colui che sa restituire la complessità della Storia mantenendo la giusta coerenza e chiarezza espositiva. Nessuno dei tre punti può essere svolto da più di una persona, sebbene ciascuno possa essere discusso da più individui: il primo richiede la conoscenza di grande quantità di dati che, però, vanno selezionati; ed è, appunto, la selezione che indica la presenza di criteri di pertinenza, criteri fissati a metà strada tra la metodologia formale e il proprio “intuito storico” che è, comunque, una guida imprescindibile e, sostanzialmente, individuale. Ma è il secondo punto, forse, a caratterizzare di più lo Storico Virtuoso. David Hume, autore di History of England, grande filosofo, assumeva il principio psicologistico della causalità: la mente umana riconosce l’associazione causale a determinati eventi. Kant ribadì il concetto, rafforzandolo: la mente ordina il mondo secondo una rete causale. Dunque, nessuno può sostituirsi allo Storico-Individuo nella ricostruzione delle cause e degli effetti (i fatti storici) in quella che poi diventerà la sua visione dell’avvenimento. Ogni storico, dunque, ha una sua concezione della Storia, non tanto per il “taglio” dei fatti, quanto per la sua analisi causale. E, di fatto, lo Storico Virtuoso si riconosce proprio per la sua capacità nel ricavare consensi dalla sua stessa ricostruzione causale. Dai punti precedenti, si può trarre il terzo: se il “taglio degli eventi rilevanti” è individuato da criteri sintetici individuali, soggetti, comunque, all’analisi e condivisibilità; se la ricostruzione causale è l’intelaiatura soggettiva di una serie di fatti altrimenti isolati, allora la narrazione finale della Storia non può che essere il resoconto di un’interiorità, tale per cui lo Storico trasmette la sua concezione della Storia. Questo è un tratto caratteristico della nostra tradizione storiografica che non può andare perso, comunque, con i nuovi sistemi.

All’interno di questo quadro, possiamo anche tener conto delle diverse esigenze della varietà, delle necessità e dei bisogni della fruizione, come del problema della lingua che, oggi come oggi, diventa una questione di portata generale, non ristretta all’ambito storico. La lingua è veicolo di cultura solo nella misura in cui essa si fa arte in senso materiale. Essa è insostituibile nell’analisi delle civiltà e va conosciuta in sé. Lo studio di una civiltà e la trasmissione dei risultati sono, evidentemente, due questioni molto diverse. La prima si lega inevitabilmente ai dati storici rilevanti, mentre la seconda attiene all’insieme dei fruitori presenti. Lo Storico, dunque, non è vincolato dall’uso della lingua se non dall’idea del destinatario. La Lingua dello Storico è, sì, l’espressione della sua cultura e della sua interiorità, ma non è vincolante, da questo punto di vista, rispetto alla trasmissione delle sue ricerche, soprattutto in ambito specialistico. Il linguaggio è, da un lato, veicolo di intenzioni e, dall’altro, veicolo di conoscenze (proposizioni vere). Di conseguenza, ogni linguaggio naturale mantiene la capacità di essere intenzionato e di trasmettere verità. Come attesta gran parte della letteratura scientifica, esiste una sola lingua universale e molti linguaggi naturali mutualmente traducibili. D’altronde, la Storia non soffre dei problemi di altre discipline, che hanno richiesto l’intervento di un linguaggio artificiale, giacché s’interroga di macroeventi la cui descrizione richiede un linguaggio metaforico e olistico, irriducibile a parametri linguistici assoluti. D’altronde, se lo Storico svolge divulgazione deve scrivere nella sua lingua madre, perché è il piano narrativo, anche in senso propriamente estetico, a prevalere, anche rispetto all’informatività. Dunque, bisogna abituarsi a concepire la propria disciplina come inserita nella più grande comunità umana, nella quale gli intelletti di ogni Paese contribuiscono al miglioramento dell’impresa umana nel suo complesso. Per tanto, quando il pubblico è di specialisti è, forse, da preferire l’uso di un linguaggio condiviso, l’inglese, rispetto alla propria lingua madre.

Il problema della valutazione non è mai stato, sostanzialmente, oggetto di grande riflessione. E, forse, anche per questo lo stato delle cose attuale non si può definire né pienamente democratico né pienamente ottimizzato. Il sistema di trasmissione dell’informazione è, assai spesso, determinato da due dimensioni molto diverse: il caso e l’istituzione. Il primo attiene a quegli scrittori di cose storiche che, fuori dall’ambito accademico, sono riusciti a imporre all’immaginazione di milioni di lettori il punto di vista, diciamo pure, informale, su determinati periodi storici. Manzoni è un esempio di questo genere, anche troppo lusinghiero, per una letteratura, generalmente, scadente. Il secondo genere di persone non sono selezionate dalla casualità delle vendite ma dall’istituzione, cioè dalle università. Gran parte della produzione storica degli ultimi cento anni passa dall’istituzione. Il che, naturalmente, ha i suoi vantaggi e i suoi problemi. Non sempre questo genere di selezione segue i parametri della giustizia morale o della qualità. Come ogni istituzione, l’università, facoltà umanistiche o scientifiche, è permeabile agli interessi economici e politici tanto quanto il resto delle cose pubbliche. Una testimonianza di ciò è, nel nostro Paese, il periodo fascista, nel quale è piuttosto evidente il sistema di intervento della politica sul mondo accademico. Ma, alla fin dei conti, questo fenomeno “del nostro ventennio” mostra quel che avviene, con il pregio che nel periodo fascista non ci si prendeva certo la briga di occultare queste “interferenze”. Per tanto, il problema della valutazione dei “valutatori” non era un problema circolare perché i valutatori erano già di per sé preposti lì dall’istituzione in modo che potesse controllare e intervenire su eventuali devianze. In ogni caso, la scientificità deve implicare una maggiore disponibilità d’apertura a interventi più democratici, che non siano preventivamente fissati da forme di controllo del potere, sia esso economico, politico o ideologico. Va da sé che, purtroppo, la natura umana conduce quasi tutti gli uomini a perseguire i loro vantaggi personali, trascurando l’importanza della conoscenza. Tuttavia, la fondazione di una rete di riviste on-line sarebbe un buon inizio. Innanzi tutto, tali riviste dovrebbero essere accessibili all’intera società civile, così che la democrazia della fruizione le selezioni in automatico come “fonti privilegiate” da preferire, per chi si interessa anche a livello di puro lettore curioso, a surrogati imperfetti reperibili on-line e libri di scrittori di storia di poco conto. In secondo luogo, esse dovrebbero avere un filtro di referee che non tenga conto della provenienza di chi manda materiale, ma limitarsi a considerazioni inerenti alla forma e al contenuto: bibliografia, cura della forma, quantità del materiale. Articoli troppo lunghi andrebbero esclusi a priori. Dunque, non libri ma articoli. La qualità deve venire valutata a seguito di vari parametri: pertinenza dell’argomento, valutazione dell’incisività, qualità narrativa. La rivista ideale, di cui stiamo parlando, non dovrebbe contenere uno scopo di lucro ma solo una quantità di lettori capaci, interessati alla salvaguardia dello scopo. D’altra parte, dal punto di vista egoistico, una volta avviata la rivista, una volta raggiunta una buona diffusione e il riconoscimento di qualità, diventerebbe essa stessa capace di generare prestigio, sia in chi ci lavora sia in chi ci pubblica. Dunque, il giudizio finale su questo genere di riviste spetta alla capacità di selezionare materiale pertinente e qualitativamente elevato. Esistono riviste simili, non solo on-line. Di conseguenza, si tratta di riuscire nel delicato compito di imporre una libertà e democrazia superiore a quelle offerte dalla selezione di lavori istituzionali, che riesca, allo stesso tempo, a mantenere intatta la qualità dei lavori. Non ha importanza che la quantità dei lavori sia grande, quanto che la loro qualità sia preziosa.

Con questo sistema democratico e libero, capace di far intervenire e interessare un ampio spettro di individui, rimane, comunque, inalterato il ruolo dello specialista, ché sarà colui che comporrà i lavori migliori. I giovani ricercatori, d’altronde, avranno più opportunità, non vincolati da norme restrittive di anzianità e di altri sistemi variamente ingiusti e improduttivi. Soprattutto questo, bisogna dire, deve essere l’obbiettivo della nuova editoria e dei nuovi sistemi di selezione. Siamo sin troppo coscienti di come sia pervasivo il sistema di blocco della conoscenza, costruita intorno ai nomi e alle istituzioni e rafforzata dai sistemi di vendita su larga scala, che si fidano solo delle persone già affermate, per poter difendere l’attuale stato delle cose. Uno stato di cose che ha, sì, prodotto lavori meritevoli, ma non grazie del sistema stesso, piuttosto per le capacità di chi questo sistema riesce ad usarlo con intelligenza. Oltre alla democrazia in senso verticale, dovrebbe essere anche incentivata la fruizione pervasiva, giacché solo con una società civile informata si può avere una sottoclasse di individui, indirizzati dall’interesse personale e del prestigio sociale, capaci di scrivere ottimi lavori.

E’ naturale che lo statuto privilegiato, quanto ad approfondimento e precisione, spetta alle monografie e ai grandi affreschi. Tuttavia, in questo senso, c’è un mantenimento della tradizionale condizione del fare Storia: sebbene siamo in un periodo di grande riconfigurazione della struttura della conservazione dei dati e della loro elaborazione e fruizione, si può dire che molti sistemi di trasmissione di conoscenze rimarranno inalterati. Il volume esaustivo sarà ancora per molto tempo, e non è detto che non rimarrà tale e quale nell’avvenire, l’oggetto materiale con cui confrontarsi nell’apprendimento della Storia perché offre dei vantaggi in termini di conservazione e accessibilità delle informazioni che le nuove tecnologie non consentono. Anche perché il libro è un insieme chiuso di dati, ad alta densità epistemica. Di conseguenza, è ragionevole conservare la tradizione storiografica del libro, che non richiede, in sé, grande discussione.

In conclusione, l’obbiettivo deve essere la trasparenza dell’informazione, l’apertura e la democrazia. La scienza, come sapere fondato sulla replicabilità dei dati, è necessariamente indotta alla selettività ad un livello diverso. Tuttavia, la crescita della quantità di informazione e della quantità di storici richiede una struttura diversa da quella nel quale scriveva Tucidide, che affidava il suo lavoro di storico ai posteri, fondando la ricerca della Storia alla sua ricerca. Allo stesso modo, sarebbe bene riuscire ad imporre una editoria Storica non più vincolata alle sole Università, per i problemi che abbiamo tratteggiato. Oggi sappiamo di più, abbiamo più strumenti e siamo svariate decine di migliaia che ci interroghiamo sulla natura della Storia, dell’Uomo e dei suoi eventi. Di conseguenza, è necessario, per l’impresa Umana e Storica, nel suo complesso, rispondere alle nuove sfide con una maggiore razionalità, consapevolezza e democrazia.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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