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è un progetto che ha come Ideali:

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  • Dare spazio a tutti coloro che hanno voglia e facoltà.
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  • Creare un buon portale di filosofia analitica.

Il Nostro ideale è quello di proporre una libera diffusione di materiali scelti e di fornire un punto di contatto tra persone interessate alla discussione delle proprie idee e opinioni, in piena libertà e in linea con la responsabilità che ogni intervento richiede. Il nostro Ideale impone tale responsabilità, ed è sostenuta nella convinzione che Conoscenza e Democrazia debbano passare anche attraverso portali liberi da Istituzioni e da qualunque barriera che non favorisca il libero accesso ai contenuti della Ragione.

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CAPIRE IL «DAODEJING» DI LAOZI

Figura 1: Scuola cinese della dinastia Ming: Laozi consegna il Daodejing, inchiostro su carta. Immagine di pubblico dominio.

Il  «Daodejing»

Il testo più antico del taoismo è il Daodejing (pinyin; Wade-Giles: Tao Te Ching), che viene tradotto come il Libro della Via (Dao) e della Virtù (De) ed è il più antico della Cina.

E’ un libretto diviso in 81 brevi capitoli, composto da aforismi da meditare come asserzioni o nozioni, un testo noto anche come Wuqianzi wen, scritto in 5000 caratteri.

La data di composizione è incertamente collocabile durante il periodo della dinastia Dong Zhou (Zhou Orientali: 770-256 p.e.v.) e meglio ancora nella seconda metà del VI secolo con la versione attribuita a Laozi. Fu trovata nel 1993 in una tomba nella versione scritta su listelle di bambù, seguita poi da una seconda versione su seta stilati a cavallo fra il III e il II secolo p.e.v. e da una terza versione dal textus receptus.

Comprendere il Daodejing è stato sempre il problema che ha reso la vita difficile agli studiosi fin dai tempi in cui furono diffusi i primi testi. Naturalmente è stato ancora più arduo lo studio dell’approccio ai testi, per il fatto di dover leggere le varie traduzioni che a volte sono differenti fra loro. Di qui le interpretazioni erano decisamente differenti fra loro, sia a causa della lingua cinese, oltre alla complessità dell’argomento[1].

Un mezzogiorno fertile: la geopolitica italiana alla “sentinella” del Mediterraneo

(Conferenza di filosofia estetica in applicazione alla geopolitica, da un convegno a Rionero in Vulture, il Sabato 21 Marzo 2026, per iniziativa del Centro Studi Leone XIII)

Alla buona politica noi demandiamo il compito d’evitare il tradizionale isolamento della Basilicata. Questa si ferma rispetto alle direttrici per la Puglia (ad est) e per la Calabria (ad ovest). Ma noi immaginiamo una mezzaluna fertile per le argille, tramite la calorosità riposante del Monte Vulture come “amaca”, alle sere d’estate col cielo ventilato. Si tratta di valorizzare il turismo montano, se il Sud-Italia tradizionalmente già attira con quello balneare. Il patrimonio artistico per le rovine delle civiltà passate funge da nonluogo (con Augé) ad antidoto di sostenibilità contro le speculazioni edilizie. Conviene appoggiarsi alla sensibilità “volonterosa” dell’associazionismo. Noi possiamo menzionare le eterotopie, da Foucault, in qualità di utopie realizzatesi mediante le istituzioni. Così è emblematica la nave (col Sud-Italia assai bagnato dai mari), che nella storia umana sia confina sia esplora. Modernamente l’industrializzazione sfrutta i porti, alla novità d’un aumento per gli scambi commerciali con l’Oriente. L’agricoltura rimarrà fedele alle grandi tradizioni (come quella delle fragole, in Basilicata). Nei popoli europei è immediata la percezione per cui il Mar Mediterraneo funge da oasi, di sostentamento e di crescita, rispetto alla mezzaluna fertile per gli albori della civiltà (dove il deserto induceva al nomadismo). Il Sud-Italia ha sempre sofferto lo spreco per improduttività del latifondo. Questo costituì un problema cardinale per diversi governi, orientati dal sole “inarrivabile” del Mezzogiorno. Modernamente, in Basilicata converrebbe che s’offrissero ai turisti una serie di pacchetti. Là gli spostamenti rimangono tortuosi. Il riposo contagerebbe addirittura il divertimento, fra le attrazioni naturalistiche che si sparpagliano isolate, e pungolando, dalle rocce pseudo-lunari, ad una meditazione. Genericamente, il Sud-Italia è apprezzato per l’ospitalità delle sue genti. Lì i paesi isolati abbondano, e soffrono le forzature “colonialiste” degli ecomostri. Bisogna preservare la natura selvaggia. Ad esempio, con le piste ciclabili è possibile riappropriarsi d’un paesaggio, esteticamente. Senza più subire lo stress della guida automobilistica, noi riposiamo divertendoci a cogliere i dettagli assai nascosti d’un panorama. Questo offre un insegnamento etico, poiché al di là del Mar Mediterraneo vivono altre etnie. Il Sud-Italia attesta che la storia umana ha un suo “sguardo”: dai corsi ai ricorsi (con Vico). A fine Ottocento drammaticamente iniziarono le migrazioni (in specie verso le Americhe); a fine Novecento iniziarono le immigrazioni (per l’appunto dal bacino del Mediterraneo). Una curiosità estetica dovrà progredire mediante l’accoglienza etica. Geograficamente, la Basilicata permette un coast to coast da esplorare (coi mari assai distanti l’uno dall’altro). Nei piccoli paesi del Sud-Italia, il turista è percepito dai residenti tramite una curiosità, da dichiarare spontaneamente: così vale la cordialità. Si può offrire un vassoio di frutta, oppure una messa in posa per la fotografia… Diversamente, nel Nord-Italia i quartieri residenziali perderebbero il grigiore tramite la “tendina epidermica” del pettegolezzo: dal dirimpettaio, che non si frequenta mai. Un turista s’incuriosisce quando gli si offre un pacchetto di visite, oltre le sue preferenze (essendosi informato da solo, inevitabilmente sulle mete classiche). Nel Centro-Nord-Italia, il convincersi di deviare verso Ferrara o Ravenna, lungo la direttrice inflazionata da Venezia a Roma che passa per Firenze, diventa relativamente facile. Addirittura non occorrerà coinvolgere il riposo balneare. Il Mare Adriatico ha un fondale basso fino ad Ancona, laddove le lagune del Triveneto appena “dubbiosamente” rinfrescherebbero i calanchi (con l’Abruzzo ad anticipare la Basilicata). Nel Sud-Italia, le distanze fra le città aumentano, complice la mancanza d’una pianura interregionale. Dunque ogni rete di pacchetti per le visite si renderà contorta. Ad esempio una direttrice tra Napoli e Bari, passante per Matera, sembra più di nicchia che sostenibile per il tour operator. Però si può favorire la salvaguardia delle peculiarità in un paesaggio selvaggio, se l’industrializzazione non deve speculare sullo sfruttamento d’una risorsa.

VENERE IN CORNICE – Il crociere fa l’agente immobiliare sul parquet degli strobili / The red crossbill acts as estate agent on a parquet of the strobili

Per Mario Rigoni Stern, il crociere si ferma sulla cima del peccio, a desquamare gli strobili, grazie al forte becco dalle punte incrociate. Così le “onde” della neve sottostante si farebbero a torsoli. Sara è stata inquadrata in piedi. In alta montagna, fra la neve d’un ameno paese, il suo outfit permette lo sci: dal maglione, dai leggings e dagli scarponi. Sulla sinistra c’è un albero di Natale. Ma quanto l’indaco del maglione e dei leggings si percepirà alla “discesa libera” del sole verso i “muri” delle palle decorative, superando l’oscurità degli aghi come “porte”? Il braccio destro è in posa “a becco”, triangolandosi grazie al gomito. Là il maglione avrebbe le “squame”, dal ricamo per le lettere d’una parola.

According to Mario Rigoni Stern, the red crossbill stops on the top of a spruce, to desquamate the strobili, through the strong beak with the intersected points. So the “waves” of the underlying snow would be made by cores. Sara was framed standing. In high mountain, between the snow of a pleasant town, her outfit allows the ski: from the sweater, from the leggings and from the boots. On the left there is a Christmas tree. But how much will the indigo, of the sweater and of the leggings, be perceived at the “downhill skiing” of the sun into the “steep slopes” of the decorative balls, overtaking the darkness of the needles as “gates”? The right arm has the pose of a “beak”, for its triangulation through the elbow. There the sweater would have the “scales”, from an embroidery for the letters of a word.

(courtesy to Sara Savino)

L’importanza delle variazioni nella musica classica

[Originariamente pubblicato in data 24 ottobre 2015]

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Beethoven.jpg#/media/File:Beethoven.jpg

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Variazioni sul tema di Handel


Nelle discussioni sulla musica classica e recente è sorto un luogo comune: l’idea che la musica classica sinfonica sia qualcosa di simile ad un trattato di logica matematica, cioè qualcosa di sostanzialmente immutabile, definitivo, scritto e pensato per essere immutabile e definitivo. Nonostante l’inevitabile continua possibilità di reinterpretare continuamente il significato della musica classica, motivo per il quale essa mantiene tutto il suo senso ancora oggi, rimane il fatto che la gran parte della musica classica, cioè quella che termina agli inizi del XX secolo, per trasformarsi in musica “colta”, viene per lo più intesa come qualcosa di monolitico e unilaterale. Vale a dire un testo rigido e privo di sfumature, intrinsecamente legato ad un’interpretazione che può variare, ma solo in minima parte. L’idea comune è, dunque, che la musica classica sia un monolito. La realtà è ovviamente molto diversa, va da sé, ma vale la pena mostrare quanto questo luogo comune sia falso. Cercheremo di mostrare l’infondatezza del luogo comune utilizzando una produzione pervasiva, sebbene minore, della musica classica: le variazioni su un tema.

E’ ben noto che Johan Sebastian Bach e Ludwig Van Beethoven fossero degli eccezionali improvvisatori. L’arte dell’improvvisare musica a comando, sulla base di una variazione su un tema, non è certo figlia del jazz, che l’ha istituzionalizzata a forma principale di composizione. La musica jazz semplicemente ha potuto conservarsi principalmente grazie alle incisioni su supporti materiali esterni ai fogli di carta con pentagrammi. Per tale ragione, essa ha potuto continuare ad evolversi molto più sulla base delle variazioni che sulla selezione dei temi. La musica classica, per come la conosciamo oggi, è sostanzialmente il risultato di ciò che siamo stati in grado di conservare nella cultura della musica scritta e trascritta, perché quello era sostanzialmente l’unico strumento a disposizione per poter conservare la musica. Questo non significa che Bach, Mozart o Beethoven fossero semplicemente dei filosofi trasposti in musica, capaci di dedicarsi esclusivamente alle composizioni scritte sulla carta perché quanto più vicino ai massimi sistemi, già propri della cultura classica tedesca. Quello che vorrei mostrarvi qui è una selezione di opere di grandi della musica, i quali hanno conservato una serie di variazioni su un tema. Le variazioni su un tema non sono certamente il frutto di un’improvvisazione. Al contrario, quello che proporrò sono per lo più tra le opere più ragionate che conosca in termini musicali, ma il concetto dell’arte dell’improvvisazione è quello che fonda le variazioni e le dà un senso. Sicché sarebbe ora di rivedere le opinioni comuni su quello che è “il monolito uniforme” della musica classica. 

Il concetto della Verginità eterica in un singolare matrimonio mistico nel 1561, unico nella Chiesa: Vescovo, vuoi prendere la Badessa come tua sposa?

Prospettiva del dipinto “Nozze mistiche di Pistoia” di Kristian Zahrtmann. Il quadro è di pubblico dominio.

Kristian Zahrtmann (1843-1917), con quest’opera, raffigura tra il 1893 e il 1894 lo svolgimento di un antico rito religioso riguardante l’insediamento del nuovo vescovo nella diocesi locale. Quest’opera è conservata nel museo Bornholms Kunstmuseum a Gudhjem importante località in Danimarca.

La cerimonia comportava una sorta di unione mistica tra il nuovo presule e la chiesa pistoiese, rappresentata dalla badessa del monastero benedettino di San Pier Maggiore.

Le nozze mistiche, secondo le fonti storiche del 1561, avvenivano addirittura su di un letto all’interno della chiesa, e si protrassero fino alla fine del Cinquecento.

Accompagnato dal clero e dalle famiglie della nobiltà pistoiese, il nuovo vescovo entrato in città da Porta Lucchese, raggiungeva solennemente il sagrato di San Pier Maggiore, dove avveniva, su due scranni e di fronte agli occhi dell’intera cittadinanza, lo scambio di anelli con la badessa. Capolavori dell’architettura e scultura toscana facevano da sfondo della scena ecclesiale, citati e rielaborati in modo fantastico in base ai canoni che allora armonizzavano i principî di un gusto in piena affermazione.

VENERE IN CORNICE – Un “cric” del braccio dentro la piscina d’un ventaglio / A “jack” of the arm inside the pool of a fan

Leggiamo un haiku di Yamaguchi Seishi: < La pistola, sulla dura superficie della piscina, risuona >. C’è la connessione fra la sicura ed il tappo. Ovviamente lo sparo si percepisce inquietante perché non attutisce, come la superficie d’acqua. Brana ha posato per uno scatto al bianconero. Precisamente, lei si trova sul bordo d’una piscina. Il corpo sdraiato dal fianco sinistro s’alza, grazie al “cric” del braccio. Sembra una posa che aggiunge plasticità marmorea alla piscina: ci basta menzionare la scultura al neoclassicismo Paolina Borghese, di Antonio Canova. Più in generale, Brana si mimetizzerebbe fra l’art nouveau della balaustra o del patio. Sullo sfondo, c’è tanta vegetazione. Qualcuno immaginerà che gli arti di Brana si dispongano “a pistola”. Allora, lo “sparo” avrebbe colpito una colonna quadrata, da una balaustra: c’è un cerchio nero.

We read a haiku of Yamaguchi Seishi: < The gun, on the hard surface of the pool, resounds >. There is the connection between the safety lock and the plug. Of course the gunshot is perceived disquieting because it does not cushion, like a water surface. Brana posed for a shot in black and white. Precisely, she is at the poolside. The body lying down from the left side is raised, through a “jack” of the arm. It seems a pose which adds marmoreal plasticity to the pool: it’s enough for us to mention the sculpture of the neoclassicism Paolina Borghese, by Antonio Canova. More in general, Brana would camouflage herself between the art nouveau of the balustrade or of the patio. On the background, there is many vegetation. Somebody will imagine that the Brana’s limbs are arranged “as a gun”. So, the “gunshot” would have hit a square column, from a balustrade: there is a black circle.

Il dit ‘Du Chevalier Tort’: una risistemazione della bibliografia e nuove prospettive d’indagine

Introduzione

La letteratura francese medievale presenta ancora oggi testi, in particolare esperimenti poetici brevi e dalla cifra stilistica tutt’altro che sublime, che hanno visto attenzione critica minima applicatagli, o che addirittura ancora difettano di una sistemazione critica e di un’edizione. Consapevole di questa realtà filologica, nel novembre 2024 presentai, a conclusione del percorso di laurea triennale in Lettere all’Università degli Studi di Milano, una tesi dal titolo Il dit Du Chevalier Tort: saggio di edizione critica. Il testo in questione, tràdito da quattro manoscritti e diviso in due redazioni, è un esperimento poetico in alessandrini monorimati, di una lunghezza che va dai quaranta ai sessanta versi, a seconda della redazione.

I quattro manoscritti testimoni sono:

  • Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 19152, ff. 70vc-71rb (siglato D);[1]
  • Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 2168, ff. 213vb-214rb (siglato H);
  • Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 25545, ff. 4va-vb (siglato I);
  • Manoscritto Oxford, Bodleian Library, Digby 86, ff. 190r-191r (siglato Z);

Paradoxes of Skepticism

https://en.wikiquote.org/wiki/Sextus_Empiricus

Skepticism – Between a Malevolent Use of Language and Positive Philosophical Attitude

Introduction

Skepticism is an ancient philosophical attitude. I have been skeptical about many forms of skepticism and I still am.[1] My argumentation against it was that skepticism is based on a malevolent use of language to prove something clearly paradoxical or contradictory. In a sense, all skeptical philosophy is impossible in the strongest sense of the word ‘impossible’. The grounding of this conclusion is very simple. The skeptics are unable to prove what they want, and they construct arguments whose nature is self-defeating in a very fundamental sense.

However, at the same time, skepticism is an unreplaceable component of all philosophical edifices and, beyond them, all human thinking. Among the best philosophers were deemed skeptical at one point and the accusation was almost invariably right. They were skeptical about something specific, and their arguments were to disprove a portion of the assumed shared beliefs to replace them with something different, being it a reformist or creative endeavor. Here I try to show why both tenets are true: radical skepticism is pointless and yet we need some form of it. Understanding how this is not a contradiction is the topic of this essay.

 

Skepticism and Its Philosophical Relevance

Skepticism is a philosophical attitude, not a philosophy. As an attitude, it is necessary and it consists in the unwillingness to accept anything as true or given or presumed beforehand. At the same time, this is not the primary objective of classic skepticism, whose goal was aligned with Stoicism and Epicureanism: peace of mind (ataraxia) from the ‘evils’ of the world.[2] We must start from the extreme form of it; that is, skepticism as a philosophy and not just as an attitude: “Sextus presents scepticism as a kind of philosophy, distinguished from others not by the content of its doctrines (there are none), but apparently by its attitude to philosophical problems and theses.”[3] According to this position, there is no solid foundation for any statement and proposition, no matter the origin, cause and formulation. The skeptical argument is the refuse of any possible argument at its extreme.

VENERE IN CORNICE – Uno sposalizio del fiume per lo pneumatico a passeggio / A marriage of the river about walking the tyre

Gustave Flaubert immagina che si dileguino il rotolio dei carri, il chiasso delle voci ed il latrato dei cani, dalla città, mentre la donna si slaccia il cappello, alla miniatura simbolistica per l’approdo in un’isola tranquilla. Ines ha posato per uno scatto al bianconero, con la risoluzione grafica che si percepisce sgranata. Lei passeggia sulla riva d’un fiume. Dall’outfit, interamente al bianco, emergerebbe un cappello logoro, in sostituzione d’uno pneumatico abbandonato, che sarebbe stato pescato utilizzando un ramo tagliato dalla pianta, e trattenuto con le mani. Uno sposalizio del fiume risplenderebbe di meno, se comparato allo sposalizio del mare, anche laddove l’acqua indicasse un percorso (simbolicamente di vita), contro la temuta perdita nel bosco. Qui Ines rimpiazzerebbe il cane a passeggio sull’argine, allenandolo a raccogliere il bastone lanciato per lui. Certamente l’uomo deve rispettare la natura, evitando d’inquinare.