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Mese: Maggio 2026

VENERE IN CORNICE – Il charleston fa un brindisi di raso / The hi-hat makes a satin toast

Per Silvia Ballestra, in una sinestesia, i damerini col papillon e la camicia plissettata si muovono al ritmo dei contrabbassi o d’una batteria, dal rullante al charleston. L’eleganza ammorbidisce l’elettrizzazione, dal rock al glamour. Valentina è stata inquadrata di profilo, e col corpo ad ingranaggio sullo sgabello, tramutato in calice a causa d’un “brindisi” dai tacchi a spillo alto. Il fondale bianco ha una purezza metallica. Ma quanto l’abito in raso rosso si percepirà “ebbro”, se lo sguardo serio e sveglio sa dove bisogna mettere i piedi, per non cadere? A parità del nero, la pelle dei tacchi forgerà un’incudine dello sgabello, la cui base s’allargherebbe per il piatto d’un charleston.

According to Silvia Ballestra, in a synaesthesia, the fops with a bow tie and a pleated shirt move to the rhythm of the double basses or of the drums, from the snare drum to the hi-hat. The elegance softens the electrification, from the rock to the glamour. Valentina was framed in profile, and with the body as a gear on a stool, turned into a goblet because of a “toast” from the stiletto high heels. The white backcloth has a metal purity. But how much will the satin dress be perceived as “drunk”, if the serious and awake gaze knows where it has to put the feet, avoiding to fall? For the same black, the leather of the heels will forge an anvil on a stool, whose basis would be broadened for the cymbal of a hi-hat.

SCHOPENHAUER E LA MUSICA

Opera dell’autrice

Arthur Schopenhauer come filosofo si è occupato molto anche di musica, alla quale, nel suo straordinario impianto concettuale, attribuisce un ruolo significativo, o meglio, essenziale. A differenza delle altre arti, infatti, che Schopenhauer considera alla stregua di imitazioni del mondo fenomenico, la musica rappresenta per il filosofo di Danzica l’accesso privilegiato e diretto al noumeno, all’essenza stessa della realtà. Egli sviluppa questa tesi originale, nel suo capolavoro “Il mondo come volontà e rappresentazione”, che segna uno dei momenti più influenti dell’estetica moderna e che anticipa anche molte riflessioni novecentesche sulla dimensione metafisica del suono (Schopenhauer, 1819). Per la piena comprensione del significato che la musica viene a rivestire nel complesso pensiero schopenhaueriano bisogna partire dalla distinzione fondamentale che il filosofo pone tra “rappresentazione” e “volontà”. Il mondo che percepiamo attraverso i nostri sensi e con il quale interagiamo quotidianamente non è altro che rappresentazione, ordinata secondo le forme dello spazio, del tempo e della causalità già individuate da Kant (Schopenhauer, 1819). È dietro quest’apparenza, questo velo di Maya[1], che si cela il noumeno, l’essenza della realtà, che è volontà, cioè una forza cieca, irrazionale che si autoalimenta e che costituisce l’essenza di tutto ciò che esiste, esseri umani inclusi (Schopenhauer, 1819). In specifico, l’uomo sperimenta la volontà come desiderio, brama che anela soddisfazione: ogni bisogno, ogni desiderio soddisfatto lascia, però, immediatamente spazio a un nuovo insopprimibile desiderio, generando una condizione permanente di sofferenza e inquietudine (Schopenhauer, 1819), un circolo da cui non sembra possibile liberarsi.  Vivere, allora, è sinonimo di bisogno mai soddisfatto, quindi, di dolore e incessante ricerca di un appagamento che sfugge continuamente (Schopenhauer, 1819).

IL TRIANGOLO DELLE OPPPOSIZIONI: UN MODELLO ERMENEUTICO

PROCEDURA

PREMESSA

Il seguente scritto rappresenta il risvolto ermeneutico di uno studio teorico precedente, intitolato Mysterium iniquitatis. Il mistero del male, che è possibile leggere ai seguenti indirizzi:

https://www.scuolafilosofica.com/12880/mysterium-iniquitatis-il-mistero-del-male

https://zenodo.org/records/18776144[1]

Il modello ermeneutico del Triangolo delle Opposizioni implica che la dinamica fondamentale di qualsiasi oggetto, fenomeno o evento sia riconducibile all’interazione fra tre elementi costitutivi: due Opposti (O1, O2), in conflitto per la risorsa vitale o Enèrgheia (E), compresi, cioè contenuti e interpretati, da un Testimone (T). Tale modello è utile nell’analisi dei conflitti in sistemi complessi. Ma è più utile in tutte le situazioni, le circostanze e gli avvenimenti in cui, affinché essi possano essere compresi, debba essere rilevato il conflitto latente che li determina.

La seguente procedura offre uno schema rigoroso e auto-valutante per applicare il Triangolo, riducendo al minimo la soggettività dell’analista. Anche se non si deve dimenticare che la validità dei risultati non potrà che dipendere dalla quantità dei dati raccolta e dalla qualità dell’analista. E, soprattutto, non si deve dimenticare che in nessun processo conoscitivo è possibile eliminare un residuo di soggettività. Anzi, questo ne costituisce sempre il lievito.

Il cinema di Stanley Kubrick

 [Originariamente pubblicato in data 12 settembre 2016]

Pili G., (2019), Anche Kant amava Arancia Meccanica – La filosofia di Stanley Kubrick, Pistoia: Petite Plasiance


Per una volta devo iniziare un articolo in modo personale. A differenza di gran parte dei lavori da me scritti, in cui la mia devozione o i miei sentimenti vengono sempre lasciati ben oltre il secondo piano, questo articolo è per me un confronto con qualcosa che ritengo superiore. Purtroppo non ho mai conosciuto Stanley Kubrick. Ma per me è stato anche qualcosa di più di un maestro, perché i maestri sono come i padri: li si ama, li si ammira ma li si rifiuta, almeno in parte, per poter vivere una vita autonoma. Per me Stanley Kubrick rappresenta un ideale metafisico, un esempio assoluto e totalizzante, proprio perché non è stato per me niente di più e niente di meno di un’ispirazione piena e totale, un modello di perfezione, un esempio da seguire come può essere un canone di vita astratto e, allo stesso tempo, definitivo.

Non è possibile esaurire qui il cinema di Kubrick. Nessuno può averne la pretesa. Vorrei, però, cercare di fissare alcuni punti, soltanto alcuni, che sembrano importanti per provare ad approcciarsi al suo cinema. Intanto, Kubrick è il regista che più di tutti può essere assimilato a Beethoven, l’altro mio esempio ideale. Infatti, come in Beethoven, anche in Kubrick districare l’importanza della forma rispetto al contenuto è un’operazione implausibile. Lo studio della forma in Kubrick è inscindibile dalla densa natura della sostanza che egli di volta in volta ci presenta. Un esempio per tutti è Arancia Meccanica (1971) in cui il tema della violenza nei rapporti umani è declinato in un climax ascendente verso l’astrazione e, proprio per questo, nonostante la potenza delle immagini, studiate in tutti i terribili dettagli, la forma domina almeno quanto il contenuto. In alcuni film Kubrick è comunque più interessato al contenuto di quanto non sia alla forma (per esempio in Eyes Wide Shut (1999), anche se parzialmente incompiuto è comunque ben rappresentativo del suo cinema) ma talvolta anche viceversa (2001 Odissea nello spazio (1968)). Quindi, già stabilire se lo stile sia più importante della poetica è chiaramente un’operazione implausibile. In Kubrick stile e contenuto sono due facce inscindibili di una medaglia che non può essere considerata se non come una totalità.

CAPIRE IL «DAODEJING» DI LAOZI

Figura 1: Scuola cinese della dinastia Ming: Laozi consegna il Daodejing, inchiostro su carta. Immagine di pubblico dominio.

Il  «Daodejing»

Il testo più antico del taoismo è il Daodejing (pinyin; Wade-Giles: Tao Te Ching), che viene tradotto come il Libro della Via (Dao) e della Virtù (De) ed è il più antico della Cina.

E’ un libretto diviso in 81 brevi capitoli, composto da aforismi da meditare come asserzioni o nozioni, un testo noto anche come Wuqianzi wen, scritto in 5000 caratteri.

La data di composizione è incertamente collocabile durante il periodo della dinastia Dong Zhou (Zhou Orientali: 770-256 p.e.v.) e meglio ancora nella seconda metà del VI secolo con la versione attribuita a Laozi. Fu trovata nel 1993 in una tomba nella versione scritta su listelle di bambù, seguita poi da una seconda versione su seta stilati a cavallo fra il III e il II secolo p.e.v. e da una terza versione dal textus receptus.

Comprendere il Daodejing è stato sempre il problema che ha reso la vita difficile agli studiosi fin dai tempi in cui furono diffusi i primi testi. Naturalmente è stato ancora più arduo lo studio dell’approccio ai testi, per il fatto di dover leggere le varie traduzioni che a volte sono differenti fra loro. Di qui le interpretazioni erano decisamente differenti fra loro, sia a causa della lingua cinese, oltre alla complessità dell’argomento[1].