Press "Enter" to skip to content

Breve storia dell’Islam (II): L’espansione arabo-islamica


Scopri i libri della collana o i servizi editoriali di Scuola Filosofica!


1. Il califfato dei Rashidun

Nel precedente articolo abbiamo interrotto la nostra narrazione al momento della morte di Maometto nel 632. Il Profeta non aveva predisposto alcuna norma successoria, una mancanza in parte dovuta al fatto che nell’Islam delle origini, in virtù del peculiare contesto socio-politico in cui nacque, non era prevista una particolare autorità temporale. Maometto aveva esercitato parzialmente delle funzioni a tratti riconducibili a quelle di un monarca, ma l’aveva fatto in qualità di inviato di Dio, uno strumento attraverso il quale Allah esprimeva il suo volere.

Essendo però Maometto considerato il ‘sigillo dei profeti’, risulta pacifico che dopo di lui nessun altro avrebbe più potuto assumere la leadership della comunità islamica in qualità di portavoce investito direttamente da Allah.

Ad ogni modo, fin dai primi momenti che seguirono la sua morte, la Umma si ritrovò in una situazione di forte instabilità. In assenza di un’autorità politica attorno alla quale cementare la comunità islamica, il rischio di una sua spaccatura si fece via via più concreto dando presto avvio ad un dibattito volto a mettere d’accordo il mondo musulmano circa la definizione dei criteri di legittimità che permettessero di eleggere un successore di Maometto.

I due criteri fondamentali a cui si farà ricorso per la scelta dei successori del Profeta sono:

  • il principio genealogico-tribale (nasab) – per il quale si teneva conto sia dei legami di parentela nei confronti di Maometto, sia dell’appartenenza alla sua tribù (Quraysh), in particolare a determinati clan l’importanza dei quali veniva valutata in base al prestigio detenuto in età pre-islamica.
  • il principio di sabiqa – per il quale si teneva conto dei meriti acquisiti contribuendo all’affermazione dell’Islam durante la vita del Profeta. È pur vero che, anche tenendo in conto la sabiqa, risulterà sempre fondamentale l’appartenenza ai Quraysh, determinando così un vero e proprio monopolio della guida della Umma da parte di tale tribù.

Ad ogni modo, come primo rappresentante della Umma venne designato Abu Bakr del clan Taym, non vicino genealogicamente a Maometto, né facente parte di un clan dei più influenti, ma scelto per la sua sabiqa, essendo stato tra i primi ad abbracciare l’Islam ed entrando a far parte quasi da subito della ristretta cerchia del Profeta. Sarà proprio Abu Bakr a definire il suo ruolo come Khalifat rasul Allah (vicario dell’inviato di Dio), da cui il termine Califfo. Con Khalifa si era soliti indicare nel mondo arabo una figura che faceva le veci di un qualunque dignitario in sua assenza, e che aveva il compito di mantenere inalterata la situazione precedente fino al ritorno del dignitario stesso. Da ciò si comprende bene come le motivazioni della scelta di tale termine da parte di Abu Bakr si trovino nella sua volontà di salvaguardare la Umma mantenendone inalterato lo stato delle cose. La sua guida durerà fino alla sua morte nel 634.

Verrà dunque eletto come nuovo Khalifa Umar del clan Adi, scelto stavolta non per la sua sabiqa ma in quanto provvisto di un buon nasab. Sotto la sua guida ebbe inizio un periodo di continue espansioni e conquiste militari (in arabo futuh) delle tribù della Umma, conquiste che ancora oggi impressionano per rapidità ed estensione territoriale. Le futuh proseguiranno con grande slancio anche dopo la morte di Umar, perdendo intensità solo intorno alla metà dell’VIII secolo, quando il dominio islamico si estenderà ormai dalla catena dell’Atlante nell’Africa nord-occidentale fino all’Indo, dalle pendici del Caucaso fino alle coste meridionali della penisola arabica. I motivi del grandioso successo delle futuh del VII-VIII secolo sono molteplici e di varia natura, ma prima di esporli terminiamo il resoconto degli avvicendamenti alla guida della Umma fino al termine del cosiddetto califfato dei Rashidun (califfato degli ortodossi), così come viene chiamato il periodo nel corso del quale la carica di Califfo venne detenuta da Abu Bakr, da Umar, e dai loro due successori Uthman e Alì, prima dell’imporsi di una prassi dinastica per mano della dinastia Omayyade che guiderà la comunità islamica dal 661 al 750.

Alla morte di Umar nel 644 viene scelto come successore Uthman del clan Umayya, un clan tra i più influenti in seno alla tribù Quraysh che in principio si era duramente opposto a Maometto e all’Islam. Tale scelta venne operata principalmente per motivi di nasab seppure la sabiqa di Uthman fosse notevole considerato che egli fu tra i primi a convertirsi all’Islam nonostante l’opposizione del suo clan. Fu  per volontà di Uthman che vennero raccolte in forma scritta nel Corano le tradizioni orali facenti capo alle rivelazioni di Djibril.

Il terzo Califfo muore a Medina nel 656 a seguito di un assalto di guerrieri islamici provenienti dall’Egitto e dalla Mesopotamia che gli si opponevano, non riconoscendo la legittimità della sua leadership. Tale assalto trova le sue motivazioni nell’assenza di un riconoscimento universale all’interno del mondo islamico nei confronti della leadership di Uthman, dinamica ricorrente in seguito lungo tutta la storia dell’Islam e che si spiega se si considera che, essendo Maometto considerato il ‘sigillo dei profeti’, dopo di lui nessun uomo, nemmeno un Califfo, avrebbe più potuto possedere un carisma divino tale da rendere indiscutibili le sue decisioni. In questo modo singoli e gruppi di dissidenti potevano opporsi ai Califfi, riconosciuti più o meno diffusamente, facendo leva sulla non conformità della loro elezione e del loro operato rispetto ai principi dell’Islam e al volere di Allah. Per questo motivo, e per via della natura delle consuetudini alla base dell’organizzazione delle tribù arabe, delle quali un pilastro fondamentale era rappresentato dalla legittimità della difesa dell’autonomia tribale rispetto a qualunque potere centrale che cercasse di irregimentarne in maniera consistente l’operato, i Califfi saranno si considerati figure indispensabili per evitare una possibile disgregazione della Umma, ma, al di là di questo ruolo di semplici rappresentanti della comunità islamica, i frequenti tentativi di imporre la loro volontà riguardo questioni sia temporali che spirituali saranno spesso contrastati e avranno successo solo quando sostenuti dal potere militare.

Successore di Uthman sarà Alì, cugino di Maometto e sposato con sua figlia Fatima, scelto sia per il suo eccellente nasab (non avendo avuto il Profeta figli maschi, Alì ne era l’erede diretto), sia per la notevole sabiqa. Peraltro Alì venne preso in considerazione come possibile Califfo già durante il califfato di Uthman da parte di un cospicuo gruppo di sostenitori di una successione dinastica al titolo di Khalifa che facesse capo ai discendenti del Profeta. Costoro son conosciuti come Shi’at Alì (sostenitori di Alì), da cui il termine italiano sciiti.

Allo scopo di esercitare un più stretto controllo sulla comunità islamica, il quarto Califfo depose numerosi governatori dei territori di recente conquista, rimpiazzandoli con propri fedeli. Tra di essi vi era il governatore della Siria, Mu’awiya ibn Abi Sufyan del clan Umayya, il quale, in risposta alla deposizione, accusò Alì di essere tra i mandanti dell’assassinio di Uthman, garantendosi rapidamente l’appoggio di un consistente numero di musulmani che ne chiedevano l’elezione a Khalifa. Lo scontro degenerò presto in un duro conflitto militare che si risolse non per mano di uno dei 2 contendenti, ma di un esponente di un gruppo minoritario separatosi già da qualche tempo dagli sciiti, la Kharigiyya (da cui il termine kharigiti), repressi con forza da Alì. Secondo costoro il titolo di Khalifa sarebbe dovuto andare a colui che, di volta in volta, sarebbe stato considerato il più meritevole nei confronti della religione islamica, il miglior musulmano, tenendo dunque conto esclusivamente della sabiqa. Proprio un kharigita fu l’esecutore dell’assassinio del quarto Califfo nel 661.

Senza più rivali del livello di Alì, Mu’awiya poté quindi farsi riconoscere come Khalifa inaugurando il califfato Omayyade (dal nome del clan Umayya), caratterizzato da una prassi di successione dinastica alla guida della comunità islamica, sostenendo la propria candidatura anche grazie agli ingenti mezzi militari ed economici di cui disponeva per aver governato sulla Siria, la più ricca tra le regioni conquistate dai musulmani.

Da questo momento possiamo mettere a fuoco la genesi del più grande scisma interno alla religione islamica, che la caratterizza ancora ai nostri giorni, ovvero la divisione tra:

  • sunniti – sostenitori di Mu’awiya, degli Omayyadi e, in generale, dell’idea che qualunque musulmano, preferibilmente arabo, potesse assumere la guida della comunità islamica.
  • sciiti – sostenitori di Alì e dell’idea che la guida dell’Islam (da loro indicata col termine Imam e non Khalifa) dovesse essere necessariamente un diretto discendente di Maometto.
  • kharigiti – i quali difendevano l’idea che la guida del mondo musulmano dovesse andare a colui che aveva più meriti nei confronti dell’Islam.

 

2. Motivi del successo delle futuh

Nel precedente paragrafo abbiamo accennato alla rapidissima e impetuosa avanzata dei musulmani in Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo nel corso del VII e dell’VIII secolo che ha caratterizzato sia il califfato dei Rashidun, sia il periodo della dinastia Omayyade del quale si parlerà più approfonditamente nel prossimo articolo.

La rapidità dell’espansione arabo-islamica può far meraviglia ma, ad uno sguardo più attento, si possono cogliere alcuni particolari che rendono lo strepitoso successo delle futuh più facilmente comprensibile.

Innanzitutto le futuh islamiche iniziano ad interessare i territori al di fuori della penisola arabica intorno alla metà del VII secolo, in un momento particolarmente propizio visto che le due maggiori potenze dell’epoca confinanti con la penisola arabica, ossia l’Impero Bizantino (che all’epoca copriva Balcani, penisola ellenica, Tracia, Anatolia, Siria, Palestina, Egitto e buona parte della fascia costiera del nord Africa più alcuni territori nella penisola italiana e nel sud della penisola iberica) e l’Impero Sasanide (che comprendeva la Persia, la Mesopotamia e l’attuale Afghanistan), si trovavano in una condizione di estrema debolezza essendosi conclusa nel 628 la guerra romano-persiana.

Era stato questo un conflitto durissimo, iniziato nel 602, che aveva visto inizialmente i sasanidi conseguire grandi successi occupando Siria, Palestina, Egitto e buona parte dell’Anatolia, arrivando a minacciare direttamente la stessa Costantinopoli. Gli ultimi due anni del conflitto (627-628) videro la riscossa dell’esercito bizantino, guidato dall’imperatore Eraclio, che giunse fino alla capitale sasanide Ctesifonte costringendo alla pace l’imperatore Kavad II che aveva appena rovesciato il padre Cosroe II con l’aiuto dell’aristocrazia. Il risultato del conflitto fu un netto indebolimento militare ed economico sia dell’Impero Sasanide che dell’Impero Bizantino, nonostante la vittoria.

Inoltre le due potenze erano da tempo abituate alle periodiche incursioni delle bande beduine provenienti dal deserto arabo, certo fastidiose ma non pericolose per la loro sopravvivenza, gestendo la difesa in modo blando senza ricorrere ad alcun tipo di fortificazione di confine o guarnigione permanente. Ciò poteva bastare per far fronte a saltuari attacchi di singole tribù arabe, ma non al potenziale bellico della totalità di esse riunite sotto la bandiera dell’Islam. Così, quando nei primi anni ’30 del VII secolo le forze islamiche si riversarono al di fuori della penisola arabica, i due imperi sottovalutarono inizialmente la minaccia opponendo una seria resistenza con l’utilizzo di forze militari ingenti quando ormai era troppo tardi e incorrendo nel 636 in due pesantissime sconfitte, rispettivamente i bizantini sulle rive dello Yarmuk, un affluente del Giordano, e i sasanidi presso Qadisiyya nell’odierno Iraq. Per l’Impero Sasanide la fine arrivò in breve tempo in seguito alla decisiva sconfitta del suo esercito nel 642 a Nihawand, nell’Iran nord-occidentale, dopo la quale l’intera Persia venne occupata dagli arabi. Dopo lo Yarmuk Bisanzio invece sopravvisse all’avanzata islamica perdendo però il controllo delle ricche province della Siria e dell’Egitto oltre che della Palestina e della fascia costiera dell’attuale Libia.

Un altro aspetto che favorì in maniera decisiva l’avanzata araba in territorio bizantino e sasanide fu il comportamento standard che i musulmani adottarono nel gestire i rapporti con le popolazioni dei territori occupati. Secondo il Corano la scelta tra la conversione all’Islam o la morte era da prospettarsi solo nei confronti degli ‘adoratori di idoli’, vale a dire coloro che professavano religioni non abramitiche. Per i Dhimmi (le ‘genti del Libro’, ovvero cristiani ed ebrei) la scelta era invece tra la conversione o la corresponsione di un tributo di natura ed entità non meglio precisate, la jizya, pagato il quale si otteneva
la dimma, ossia la protezione della vita, del patrimonio mobile e immobile, delle pratiche cultuali e dei santuari. Per questo motivo, fin dalle prime conquiste, gli arabi adottarono l’abitudine di contrattare le condizioni di sottomissione delle popolazioni sconfitte, pretendendo, in cambio della libertà di culto, tributi che inizialmente risultarono di molto inferiori alla normale tassazione a cui erano sottoposte tali popolazioni sotto l’Impero Bizantino e quello Sasanide. Ciò era dovuto all’inesperienza dei conquistatori arabi che, provenendo da regioni povere e trovandosi catapultati in alcune delle regioni più ricche del mondo di allora (Siria, Egitto, Persia), ignoravano la reale portata delle condizioni economiche di tali territori.

Per quanto riguarda i cristiani della Siria e dell’Egitto, ma anche la minoranza cristiana presente in Persia, più che il decremento del tenore dei tributi, risultava allettante la possibilità di mantenere le proprie pratiche cultuali, possibilità negata sotto il dominio bizantino e sasanide. In Siria e in Egitto era infatti assai diffusa la corrente cristiana monofisita, una corrente che vedeva in Gesù Cristo operare fondamentalmente la natura divina, condannata già nel 451 d.C. al concilio di Calcedonia e per questo repressa duramente dalle autorità bizantine, ricorrendo spesso perfino all’esercito. Allo scopo di poter mantenere la libertà di esercitare il proprio culto furono gli stessi cristiani di Siria e d’Egitto ad accettare in maniera entusiastica i nuovi signori arabi. Al pari loro, la minoranza cristiana presente in Persia, di confessione nestoriana (eresia condannata nel 431 d.C. al concilio di Efeso, secondo la quale in Cristo la natura umana e quella divina risultano totalmente separate e la Vergine è generatrice di Cristo ma non di Dio), accolse con favore l’arrivo degli arabi e la liberazione dal controllo delle autorità persiane, le quali non consentivano loro alcuna libertà di culto essendo lo Zoroastrismo l’unica religione consentita all’interno dell’Impero Sasanide.

In questo modo, durante la loro avanzata, gli arabi si garantirono una generale collaborazione da parte delle popolazioni locali, e rendendo ben disposte verso un eventuale passaggio sotto il loro controllo anche  popolazioni ancora sottoposte alle autorità bizantine e sasanidi. Così facendo, se inizialmente era necessaria una prova di forza per convincere gli abitanti dei territori invasi a prendere in considerazione l’idea di trattare con i musulmani, col tempo bastò la loro fama di ‘buoni padroni’ a spingere popolazioni ancora al di fuori della loro influenza a contrattare la loro sottomissione al califfato. Inoltre, capendo quanto questo tipo di trattamento nei confronti dei Dhimmi fosse stato utile per facilitare la loro espansione, nell’avanzata verso est gli arabi finirono per considerare anche chi professava lo Zoroastrismo e l’Induismo come ‘genti del Libro’, rendendo possibile anche per loro la scelta tra conversione o pagamento della jizya, dimostrando una lungimiranza pressoché sconosciuta alle altre potenze dell’epoca.

Se prendiamo in considerazione l’aspetto dell’organizzazione militare delle futuh possiamo isolare ulteriori elementi fondanti il loro successo. Tali incursioni si svolgevano secondo modalità tipiche della società tribale araba. Ogni tribù perseguiva obiettivi propri senza sottostare alla guida di un capo militare unico per tutta la Umma. Perfino i Khalifa, pur aspirando alla guida militare delle tribù (il secondo Khalifa Umar, ad esempio, si proclamò amir al-mu’minin, ovvero comandante dei credenti, allo scopo di sancire la propria autorità militare su tutti i musulmani, ma tale titolo rimase un titolo puramente formale), non riuscirono, se non in rarissime occasioni, ad imporre la propria guida sulle futuh. Questo aspetto, unito all’alta pressione demografica che caratterizzava la penisola arabica nel VII secolo garantendo un enorme bacino di risorse militari umane, rese l’avanzata islamica difficilmente contrastabile in quanto essa procedeva secondo numerosissime linee di penetrazione dirette verso obiettivi diversi, i quali potevano mutare a seconda delle occasioni che si prospettavano di volta in volta, rendendo vano qualsiasi tentativo di intercettare il grosso delle forze di invasione da parte di bizantini e sasanidi, i quali operavano per lo più facendo ricorso a concentrazioni di eserciti numerosi e ben addestrati ma inadatti a bloccare le futuh. Quand’anche una delle bande arabe fosse stata intercettata e sconfitta, il grosso delle forze islamiche non ne avrebbe risentito e altre bande ne avrebbero presto preso il posto, secondo una dinamica che A. Noth, nell’opera Storia del mondo arabo, associa efficacemente all’immagine dell’idra.


Bibliografia

Haarmann (a cura di), Storia del mondo arabo, Mondadori, Milano 2011

Lo Jacono, Storia del mondo musulmano, Einaudi, Torino 2004

M. Di Nola, L’Islam, Newton Compton, Roma 1989

Filoramo (a cura di), Storia delle religioni, Laterza, Roma 1999


Giacomo Carrus

Sono nato nel 1986. Ho conseguito la Laurea in Lettere Storiche con lode all’Università di Cagliari dove attualmente frequento il primo anno della magistrale in Storia e Società. Sono co-autore del libro “La guerra fredda – Una guida al più grande confronto del XX secolo” (editore Le Due Torri) e mi occupo di Storia Medievale, in particolare della Storia Bizantina. Appassionato dell’ambito militare, con il quale ho avuto un breve trascorso nel 2011 arruolandomi nell’Esercito Italiano, sono socio della Società Italiana di Storia Militare (SISM).

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *