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Tag: Tibullo

«Nec facie placet illa sua, sed amore mariti» (Amores III, iv, 27): tracce di desiderio mediato e triangolare nelle elegie d’amore ovidiane

ManfredK, ‘Ovidstatue in Sulmona 2018’ (Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0 Internatinoal); Copyright: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sulmona_Statua_di_Ovidio_2018.jpg

Introduzione:

Alla pubblicazione del saggio di René Girard Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), si aprirono nuove e affascinanti chiavi di lettura critica delle opere. Il saggio si premurò di sovvertire e scardinare, nella loro completezza, le istanze millantatorie di un desiderio autentico che avevano contraddistinto gli ideali filosofico-morali dell’uomo d’epoca romantica e post-romantica, che pur affondavano profonde radici nella poetica d’amore d’ogni tempo, fin dalla classicità latina. Ponendo in luce la fallacia di una pretesa di desiderio spontaneo, Girard, “intellettuale irregolare”,[1] propose una serie di esempi a supporto della sua tesi dalla schiera dei grandi classici letterari: dapprima nel Don Chisciotte come apogeo del desiderio triangolare, identificando il voto alla cavalleria del Chisciotte come frutto della mediazione di Amadigi, e le mutazioni che subiscono i desideri di Sancho Panza per mediazione del Chisciotte; di seguito con il caso di Emma Bovary nel romanzo di Flaubert, il cui desiderio è mediato dalle mediocri letture giovanili; e ancora con gli eloquenti casi de Il rosso e il nero di Stendhal, e della Recherche proustiana, approdando infine ai molteplici casi degli eroi di Dostoevskij. Una selezione canonistica certamente di prim’ordine, che tuttavia non approda al versante della poesia latina, ancorandosi di fatto da ciò il titolo ben intende, la menzogna romantica e la verità romanzesca. Tentando di sovrapporre le categorie in questione, vale a dire ricercando queste “filigrane girardiane” nella poesia della classicità latina, si scopre – forse non con grande sorpresa – che il risultato non cambia.

Con un contributo di eccelso valore, Gianpiero Rosati (2022: 32-35) ha messo in evidenza la straordinaria anticipazione in Ovidio del meccanismo psicologico girardiano del desiderio, con una considerazione ad ampio spettro che ha abbracciato tanto l’Ovidio elegiaco delle opere giovanili, quanto le Heroides e le Metamorfosi. Il presente lavoro, debitore del contributo del professor Rosati,[2] e sulla scorta di Girard, si pone come obiettivo critico quello di porre in evidenza le tracce significative di un desiderio mediato. Si prenderanno in considerazione i tre principali trattati d’amore Ovidiani in distici elegiaci, vale a dire gli Amores, l’Ars Amatoria e i Remedia amoris,[3] al fine di scovare, nelle relazioni che Ovidio presenta come esemplificazione delle proprie tesi, un desiderio triangolare sotteso quanto normalizzato nel suo essere. Il presente contributo si pone come fine ultimo quello di incrementare il corpus dei passaggi, dalle sopracitate opere, che presentano una peculiare traccia, più o meno evidente, di desiderio mediato.

Ovidio – la figura di Ovidio nella letteratura latina

[Originariamente pubblicato in data 5 novembre 2013]

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VITA

Publio Ovidio Nasone[1] nacque a Sulmona da una famiglia equestre in ascesa, il 20 marzo del 43 a.C., poco dopo la morte di Caio Giulio Cesare. Frequentò a Roma le principali scuole di retorica dove apprese molte nozioni linguistiche e letterarie da maestri come Arellio Fusco e Porcio Latrone, in vista della carriera forense e politica che spettava a un equites. Completò gli studi con un viaggio in Grecia, come si usava spesso tra i letterati romani dell’epoca, che lo porterà ad avere una maggiore coscienza di sé all’interno di un possibile sviluppo futuro letterario. È proprio per questo che tornato a Roma, abbandonò la carriera politica ed entrò a far parte del circolo di Messalla Corvino, entrando a far parte di quel mondo di poeti e letterati che stimolarono Ovidio nelle sue produzioni poetiche e letterarie.

La letteratura latina nell’età Giulio-Claudia – i generi minori

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Con la dinastia Giulio-Claudia si intende quella serie di imperatori (nell’ordine Augusto, Tiberio, Claudio, Caligola e Nerone) che regnarono dal 14 a.C. fino al 68 d.C.. E’ difficile poter inquadrare in una sola immagine i caratteri della letteratura di questo periodo: infatti, se da un lato nascono figure letterarie celebri come Virgilio, Orazio, Ovidio e Seneca, dall’altro invece nascono generi letterari, considerati minori, con nuove figure di letterati che non riesco a imporsi come punti cardinali di riferimento letterario. Questo è dovuto probabilmente al fatto che tutti gli imperatori di questa dinastia svilupparono dei gusti letterari particolari e distinti l’uno dall’altro e anche al fatto che non stilarono un progetto culturale importante come quello che aveva ideato Augusto.

Orazio – Vita e opere

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VITA

Orazio è stato uno dei letterati più prolifici di tutta la storia letteraria di Roma. Quinto Orazio Flacco nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, una colonia militare romana, al confine fra Apulia e Lucania. La sua era una famiglia di liberti e il padre era probabilmente un possidente di una piccola proprietà, da cui forse trasse spunto Orazio in alcune delle sue opere. Nonostante la famiglia non fosse ricca, fu garantita a Orazio la migliore educazione possibile presso Roma, dove frequentò la scuola del grammatico Orbilio. Costui usava elargire nerbate per convincere i suoi scolari a studiare l’Odusia di Livio Andronico.

Orazio quando ormai aveva terminato l’assimilazione della cultura latina, decise di intraprendere un viaggio lontano da Roma e si recò presso Atene, dove approfondì le sue conoscenze filosofiche ascoltando le lezioni di maestri come Cratippo di Pergamo e di Teomnesto. Attratto dagli ideali della libertas, Orazio si arruolò nelle truppe di Bruto, all’epoca rifugiate ad Atene, lontane dalle persecuzioni di Cesare. Ricevette il comando di una legione con il titolo di tribuno militare, fino a quando la rotta di Filippi nel 42 a.C. interruppe la sua breve carriera militare. Come Alceo, Archiloco e Anacreonte dirà di aver abbandonato lo scudo per salvarsi la vita. Tornato a Roma l’anno successivo per potersi guadagnare da vivere divenne uno scriba quaestorius e da questo anno cominciò a scrivere versi e a mettersi in contatto col mondo dei letterati. Nel 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentarono a Mecenate e da quest’anno avviò una lunga collaborazione con il consigliere di Ottaviano che gli donerà un podere nella Sabina, garantendogli una tranquillità economica che gli assicurerà la lontananza dagli affanni e dalla scomodità della vita nell’Urbe.

Caratteri letterari del periodo augusteo, 43 a.C. – 17 d.C.

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Con “età augustea” gli storici intendono quel periodo che parte dalla morte di Cesare per terminare alla morte di Augusto, o ancora dalla morte di Cicerone alla morte di Ovidio, contemporanee a quelle dei due politici romani. A partire dal 43 a.C. emerge la figura di Gaio Giulio Cesare Ottaviano che si farà nominare Augustus, Augusto, un impegnativo cognomen che assume a partire dal 27 a.C. e non prima.