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Il cinema di Sergio Leone

Ramon al cuore. Se vuoi uccidere un uomo lo devi colpire al cuore. Sono parole tue, no?

Quando un uomo con la pistola incontro un uomo col fucile, quello con la pistola è l’uomo morto. Vediamo se è vero.

Per un pugno di dollari (Sergio Leone) – Clint Eastwood

Sergio Leone (1929-1989) è stato uno dei più celebri registi italiani degli anni ’70 del XX secolo. Egli è considerato uno dei padri del genere “spaghetti western” e la “trilogia del dollaro” (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo) rimane tutt’oggi tra le saghe cinematografiche più viste e seguite. Ovvero, la resistenza all’intemperie del tempo e ai sempre fluttuanti gusti della massa, vero ultimo giudice del cinema, si dimostra proprio dal fatto che, nonostante tutto, i film di Sergio Leone vengono ancora mandati spesso in televisione, specialmente quelli della trilogia. Paradossalmente, diremmo.

Infatti, Sergio Leone era notoriamente molto impegnato politicamente, come dimostra sia C’era una volta il West e, soprattutto, Giù la testa, film che inizia con una nota citazione di Mao: “la rivoluzione è un atto di violenza”. Nonostante il suo impegno politico, è probabilmente il cinema-intrattenimento che rimane ancora oggi l’elemento più apprezzato del cinema del Nostro.

La produzione cinematografica di Sergio Leone non è stata, purtroppo, particolarmente estesa e conta sostanzialmente: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono Il brutto e Il cattivo, Giù la Testa, C’era una volta il west e C’era una volta in America. Si parla anche di un primo peplum, ma non fu firmato dal regista col suo nome e comunque la sua vera carriera inizia con il successo insperato e straordinario di Per un pugno di dollari, il suo più genuino capolavoro. Infatti, in Per un pugno di dollari si ha la sintesi del suo cinema più puro, non vincolato a ideologie o visioni politiche specifiche. Esso è puro intrattenimento, una rilettura del genere americano del western, sebbene totalmente privo dei classici punti di riferimento del cinema fondativo western americano, alla John Ford. Infatti, gli americani costruirono il western come mitologia di massa della nuova nazione americana.

Sin da Griffith e la sua Nascita di una nazione, il cinema americano più impegnato storicamente fu un tentativo supremo di costruire una visione del mondo analoga a quella delle canzoni medioevali per l’Europa. Ovvero, il cinema western era un’idealizzazione e mitizzazione di alcune figure: il cowboy, lo sceriffo, il bandito, l’indiano e il nero, la moglie devota e la natura selvaggia. Tutti questi elementi si ritrovano in L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford (1894-1973), uno dei più grandi film della storia. Si tratta, infatti, della storia di un senatore (James Stewart) il quale deve la sua fortuna al sacrificio di un amico, che uccise il bandito Liberty Valance (interpretato dal grande Lee Marvin). L’amico, interpretato magistralmente da John Wayne, era un pistolero dal cuore d’oro, innamorato della donna che sarà poi la sposa del senatore. Nessuno sa che il pistolero uccise il bandito per evitare l’omicidio di colui che era l’oggetto d’amore della fidanzata. Sicché tutti credono che il giovane legale era davvero anche capace di uccidere l’uomo più temuto della città. Ed è proprio per questo che vinse le elezioni: perché oltre la legge seguiva anche la forza. Il senatore racconterà la vera storia al Morning Star, giornale fondato da un suo amico, il direttore si rifiuta di pubblicare la storia perché “tra la leggenda e la realtà, vince la leggenda”. Nessun film meglio di questo racconta il significato del cinema western per gli americani.

Ma Sergio Leone non era un americano. Era un regista italiano e non poteva essere che così. Nel suo western si possono ritrovare scontri tra amici, scontri tra uomini prezzolati e scontri ideologici, ma nessun significato salvifico ulteriore. Non si tratta di un cinema nichilista in senso lato, ma di un cinema nichilista nei confronti dei valori del western americano. Infatti, in Per un pugno di dollari il protagonista è un uomo senza nome, interpretato da un giovane Clint Eastwood (che riconobbe l’importanza di Leone nell’economia della sua carriera). Il pistolero senza nome, è anche parzialmente buono ma è principalmente un abile uomo d’affari:

“I Rojo da una parte e Baxter dall’altra. E io nel mezzo”

e

“Continuando così, tra non molto, lei diventerà un uomo ricco!”

“Signora, questo è esattamente quello che mi fa rimanere qui!”.

Fa il gioco di sponda per stare sempre dalla parte del maggior guadagno, fino a quando le due famiglie non si eliminano a vicenda e lui è costretto, anche per amicizia, a terminare i Rojo.

L’amicizia maschile è senza dubbio uno dei temi dominanti di tutto il cinema di Leone. In tutti i film c’è un qualche legame forte tra due maschi uniti da un vincolo, per quanto diversi e per quanto dominati da un duro destino. In Per un pugno di dollari il pistolero è amico dell’oste dell’unica locanda del paese. In Per qualche dollaro in più il riscoperto Lee Van Cleef diventa amico del giovane pistolero (Eastwood), in tutto analogo a quello di Per un pugno di dollari e in nome di questa amicizia si costruisce la lotta senza quartiere alla banda di criminali, ciascuno motivato da ragioni diverse (vendetta per uno, soldi per l’altro). In Il buono, il brutto, il cattivo un bandito dal volto simpatico (Il brutto, Wallace) diventa amico di un bounty killer (Eastwood) e insieme finiranno per cercare di bloccare Sentenza (Van Cleef), il cattivo, e giungere per primi alla scoperta di un tesoro. In Giù la testa i due protagonisti finiscono per vivere un’intensa relazione di amicizia, per quanto terminata tragicamente. In C’era una volta il West i legami di affetto sono meno stringenti, ma non assenti. Infine in C’era una volta in America è l’intero film ad essere costruito sulla base dell’amicizia del gruppo di banditi e, soprattutto, tra i due protagonisti principali, Noodles (De Niro) e Max (James Woods).

Si tratta in tutti i casi di amicizie maschili, vale a dire improntate su un rispetto che in parte o in tutto è giocato dalla consapevolezza di due elementi fondamentali: (a) il rispetto dipende intrinsecamente dalla forza o dalle qualità individuali capaci di affermare i protagonisti nel mondo; (b) il legame tiene sin tanto che non ci sono ragioni che impongono una revisione del rapporto. In altre parole, l’amicizia non è considerato un legame di valore universale, ma una peculiare forma di alleanza cementata da un riconoscimento sentimentale che non diventa mai dovere. I protagonisti dei film di Leone riconoscono tutti un valore all’amicizia, ma non ne fanno mai dipendere da essa la propria vita né un senso del dovere che non sia sacrificabile agli interessi egoistici del momento. Il pistolero senza nome lascerà l’oste da solo, salutandolo sostanzialmente così: “Governo messicano da una parte, governo americano dall’altra. E io nel mezzo. Troppo pericoloso. Ciao!” In Il buono, il brutto e il cattivo i due protagonisti si alleano insieme e si concedono di quando in quando qualche momento sentimentale, nonostante si siano cercati di eliminare reciprocamente. Ma è propria dell’amicizia maschile una certa forma di goliardia, di tentativo di una certa sottomissione dell’amico a sé o viceversa, anche quando poi tutto finisca, appunto, in gioco e in una genuino e paritario reciproco rispetto. Sicché niente di strano.

In Giù la testa la relazione di amicizia è struggente e finisce tragicamente, perché uno dei due alla fine si sacrifica per una causa maggiore. Infine, in C’era una volta in America l’amicizia è addirittura il tema che dà senso all’intero film, giocato su un terribile tradimento: uno dei due amici si sacrifica per gli altri, mentre l’altro amico tradirà tutti per ambizione.

Da un lato, dunque, l’amicizia è l’unico valore universale del cinema di Leone e, dall’altro, è anche sempre destinato ad essere imperfetto perché la vita non consente un legame pieno e totale, ma solo parziali alleanze, sovrapposte a sentimenti ed emozioni positivi, ma passeggere. L’amicizia tra donne non compare mai. Probabilmente perché è molto diversa da quella maschile. Forse cinematograficamente premia(va?) di meno, chissà… Non solo. Ma nell’universo presentato da Leone, non si dà mai il caso che si generi un’amicizia tra uomo e donna, se non nel caso passeggero di C’era una volta il west: non solo non c’è amicizia, ma semmai c’è una sorta di latente ostilità. Infatti, l’amicizia maschile è brusca e talvolta violenta, ma sempre schietta ed onesta, proprio perché brusca e talvolta violenta. Inoltre, essa è esplicitamente una forma di alleanza contro le avversità. Ed è anche il suo limite e problema, da un punto di vista del valore: essendo alleanza, essa dipende intrinsecamente dalle circostanze, non dai due elementi relazionati, sicché può venire a cessare o, anche peggio, a rovesciarsi. Tutti i drammi più veri dei film di Leone sono proprio amicizie tradite, cessate o ribaltate. Nel caso della relazione tra uomini e donne, invece, l’alleanza non è mai così chiara, non è mai così chiaramente altruistica anche se in senso debole. Sembra resistere la possibilità che la relazione sussista per interessi egoistici ineliminabili. Così Sergio Leone tratteggia poche donne e quasi nessuna di esse sembra essere capace di qualità tali da giustificare un film. E non è a caso che in C’era una volta il West, in cui Claudia Cardinale interpreta una prostituta-vedova (doppiezza non da poco!), lei non solo è poco “femminile” (nonostante la sua bellezza e sensualità ben note), ma ha anche relazioni di amicizia ancora più deboli di quelle inscenate in altri film.

Oltre all’amicizia, il cinema di Leone considera come temi propri quello dell’uomo all’interno di un mondo violento e brutale, fatto di solitudine e assenza di salvezza. Nessuno dei film può dirsi totalmente a lieto fine, in tutti domina un latente senso di sconfitta, soprattutto da parte dei protagonisti. Anche nella “trilogia del dollaro” si ritrovano elementi vagamente romantici, da questo punto di vista. Questa assenza di speranza non scatena quasi mai un senso di nichilismo pieno e totale, a parte nel caso di C’era una volta in America e forse neppure in questo caso. Infatti, da un lato il tema dell’uomo nel mondo è trattato relativamente in modo superficiale, da un altro lato l’amicizia sembra essere il valore capace di lasciar passare un certo senso, non diremmo di ottimismo, ma di latente possibilismo (brutta parola, ma fa capire). Inoltre, il senso di nichilismo è alleggerito, come detto, sia dal fatto che esso non è l’obiettivo, sia dal fatto che il cinema di Leone, come si è detto più volte, è principalmente di intrattenimento.

I film di Leone si giocano principalmente su momenti specifici, quasi che i film siano nati da due o tre idee chiarissime e tutto il resto sia stato costruito per dare un senso a queste. Si tratta di sequenze specifiche, eccezionali e straordinarie, in cui inquadrature spericolate e innovative si mischiano ad un montaggio potente e ad una musica adeguata. Un esempio classico è il triello de Il buono, il brutto e il cattivo, oppure la scena di C’era una volta in America in cui De Niro mischia il caffè nella tazza, insieme al trillo del telefono. Non si contano le scene memorabili perché il cinema di Leone, pregio e limite, si gioca appunto interamente su queste sequenze. Per esempio, Per un pugno di dollari inizia con il pistolero senza nome che viene umiliato da dei balordi. Allora, dopo essersi fatto spiegare dall’oste la situazione, va ad ammazzare i balordi. I dialoghi sono pressappoco questi:

“Che fine ha fatto il tuo mulo? Te lo sei lasciato scappare?” – Tra le risate dei balordi -.

“Ah, è proprio di questo che sono venuto a parlarvi. C’è rimasto male”.

“Chi?”

“Il mio mulo. C’è rimasto molto male per quei quattro colpi che gli avete sparato tra le zampe. E adesso pretende le vostre scuse”.

“Ehi, ma ci stai prendendo in giro?”

“No. No, no… Io ho tentato di spiegargli. Ma lui non ha voluto sentire ragioni”.

Risate.

“Fate molto male a ridere. Al mio mulo non piace la gente che ride. Ha sempre l’impressione che si stia ridendo di lui. Ma se mi promettete di chiedergli scusa, con un paio di calci in bocca ve la caverete”.

Dopo aver ammazzato i balordi, l’altra scena centrale è l’introduzione del cattivo, Ramon, interpretato da Gian Maria Volonté (con un doppiaggio molto diverso dalla sua voce originale). Dopo la carneficina ad opera di Ramon, il film ha una sparatoria tra le due famiglie rivali. Poi si passa al pestaggio violentissimo del pistolero, all’eliminazione della famiglia Baxter da parte dei Rojo, per finire nel gran finale in cui il pistolero fa piazza pulita dei Rojo e uccide Ramon. Tutto il film, dunque, è costruito su alcune scene madri e il resto è sostanzialmente di cerniera. Sin da Per un pugno di dollari si comprende come il cinema di Leone abbia proprio questa caratteristica strutturale: vincolato ad alcune scene chiave e privo di capacità artistiche superiori nelle fasi di cerniera.

Va detto, comunque, che i limiti dei film di Leone sono appunto molto più di sostanza che di forma. I suoi film sono principalmente fatti da immagini ed è questa la caratteristica capace di rendere ancora godibili le sue pellicole. Le parole contano poco, anche quando si trovano dialoghi memorabili. Ma la loro memorabilità non dipende tanto dalla sostanza, ma dalla forma: si tratta di dialoghi brillanti, ricchi di battute e controsensi, se non completamente paradossali rispetto al contesto (come quello sopra). E non è un caso, infatti, che i dialoghi più memorabili si ritrovino proprio nella trilogia del dollaro, cioè nella prima parte della sua produzione. Infatti, la seconda parte, i tre film finali, più impegnati, non riescono a decollare perché mancano i contenuti e perché sono meno ironici. Non a caso. Al salire dell’impegno politico e ideologico di Leone, scende la carica ironica per le stesse ragioni: salendo il climax ad esso si sacrifica una parte della forma. Eppure proprio su quella forma, su quella ironia Leone aveva intessuto il suo successo.

I limiti, dunque, del cinema di Leone si ritrovano nell’ultimo sofferto film, C’era una volta in America, sofferto perché ha impiegato oltre dieci anni di lavoro. Si tratta indubbiamente del film più ambizioso sotto molti punti di vista. Innanzi tutto, esso è ben poco ironico e il tema dell’amicizia e della vita come lotta perpetua sono centrali. Inoltre, essa è probabilmente la pellicola più lunga girata da Leone. Anche qui ritroviamo scene semplicemente magistrali, come per altro tutto il lungo flashback in cui si racconta la storia di quattro poveri ragazzi, futuri gangster. La ricostruzione del periodo storico costituisce un esempio magistrale di ricreazione di un’ambientazione che trascende i semplici dettagli realistici ed assume una straordinaria capacità di attribuire un alto senso di realtà e credibilità. Il cinema di oggi ha assunto un’attenzione spasmodica per i dettagli più insignificanti, ma è sempre più ginecologico, freddo e privo di capacità di trasmettere un mondo per via emotiva, filmica e “pittorica”. In C’era una volta in America le strade di Brooklin puzzano, se ne sente l’odore del fango e dello sterco di cavallo; come si sente l’odore della pasticceria dell’ebreo, come si sente l’umidità dell’acqua portuale satura di sozzure eppure così viva. Questo vitalismo potente delle immagini trasuda anche nei personaggi, così divenuti figure per emozioni che noi tutti proviamo e sentiamo. A livello emotivo, dunque, si riesce addirittura a ricordarsi dei propri primi innamoramenti sfuggenti, grazie all’ingenuo e innocente voyerismo del giovane protagonista. Questo alto senso di realtà è indubbiamente uno dei pregi indubbi di un film non sempre straordinario.

Infatti, il film contiene anche tutti i paradossi del cinema di Leone. Innanzi tutto, è inconcludente sul piano dei contenuti. L’amicizia tra Max e Noodles finisce in modo drammatico, ma perché? Non si capisce il motivo del tradimento, si rimane molto insoddisfatti dall’analisi dei due amici. Inoltre, non c’è quasi alcuna costruzione psicologica fine o almeno sufficiente dei protagonisti, per non parlare dei comprimari (Patsy, Coockey e Deborah). Avevamo già avuto modo di dire che l’amicizia tra uomini e donne è sostanzialmente impossibile e forse anche impensabile. In C’era una volta in America questo elemento non propriamente esaltante, ancorché forse non del tutto falso (una provocazione?), si vede sin troppo bene: Deborah viene stuprata da Noodles all’ennesimo rifiuto; da notare che Noodles era sempre stato innamorato profondamente di lei. Giustificare uno stupro è impossibile moralmente e uno stupro al cinema è sempre un atto forte e violento. Va giustificato su un livello estetico, con argomenti e ragioni forti. In questo caso, non ne ho mai trovato. Caso del tutto diverso dai casi di Arancia Meccanica (Stanley Kubrick) o A History of Violence (David Cronenberg), due casi emblematici perché clamorosi. Eppure in questi due film lo stupro inscenato è tristemente necessario per l’economia estetica del film e, infatti, esso rimane fissato allo spettatore, consapevole di aver visto qualcosa di terribile, ma anche di necessario da un punto di vista estetico. Una simile giustificazione è, a mio modesto avviso, del tutto introvabile in C’era una volta in America. In questo elemento, per altro, si vede molto bene quanto si diceva prima: il rapporto uomo/donna è impensabile e quando diventa possibile si configura frustrante se non proprio castrante e appunto per questo violento fino all’estremo (anche in C’era una volta in West si trova una scena più garbata di sesso non pienamente consenziente o molto limitatamente tale).

Ci sono anche altri limiti. Innanzi tutto, il film è troppo lungo. Molte sono le scene di raccordo semplicemente vuote, sostanzialmente inutili. In secondo luogo, come già si diceva, non c’è analisi storica, non c’è analisi psicologica e la costruzione dei personaggi riesce a caratterizzarli in modo complessivamente insoddisfacente. E questo è un problema per un film che si incentra sulla storia di un’amicizia, per altro misteriosamente finita male. Le scene madre, dunque, sono straordinarie ma sono anche prive di un significato intrinseco. Un film è una totalità e deve essere giudicato nel suo complesso. Per questo, C’era una volta in America non può essere paragonato a Il padrino Parte I o a Il padrino Parte II (di Francis Ford Coppola), non può essere paragonato a Quei bravi ragazzi (di Martin Scorsese), non può essere paragonato a Scarface (di Howard Huges). Perché? Perché può essere localmente più bello, ma globalmente molto inferiore: un film dovrebbe essere superiore alla somma delle sue parti.

Prima di concludere, vale la pena sottolineare che il cinema di Leone ha avuto influenze anche su registi fondamentali e, se vogliamo, superiori, come Stanley Kubrick (che pare lo chiamò per comprendere come scegliere le musiche in relazione alle scene) o Clint Eastwood. Un grande estimatore e continuatore di Leone è Quentin Tarantino che, non per niente, condivide anche croci e delizie del cinema del cineasta italiano. I suoi film si richiamano esplicitamente a Leone e anche il suo modo di concepire i film (scene madri e cerniere) è molto affine a quello dell’italiano. Rimane il fatto che Tarantino è un vero nichilista. Egli non riconosce valore neppure all’arte, ma solo al divertimento. Per Tarantino basta che funzioni, che sia divertente e tutto va bene. Il che è, comunque, uno stile, per quanto uno stile chiaramente privo di costrutto. E in tal senso staremo a vedere cosa ne penseranno i posteri, anche se va detto che le condizioni che rendono apprezzato il cinema di Tarantino si fondano sulla nostra struttura sociale e culturale e, quindi, forse anche il suo cinema sopravvivrà. Ma non tutto. Staremo a vedere quale e fino a che punto un cinema così privo di contenuti, sebbene di forma straordinaria, possa durare. Ma questo non è il caso di Sergio Leone.

Leone era un nichilista che voleva trovare qualcosa di più. Era un uomo oppresso dalla lotta della vita, riprodotta brutalmente per quello che è o esagerata e misurata in litri di sugo-sangue. Leone non era, tutto considerato, un nichilista. Ma era figlio dei suoi tempi, tempi che lasciavano aperta la speranza ad una rivoluzione, ad un sovvertimento del mondo, alla fine delle ingiustizie. Probabilmente Leone ci credeva con la testa ma non con il cuore, credendo nell’amicizia con il cuore ma non con la testa. Il risultato è una serie di contraddizioni irrisolte: divertimento o ideologia?, contenuti o pura forma?, amicizia o tradimento? Rivoluzione o accettazione della lotta eterna della vita? Sergio Leone, dunque, era figlio dei suoi tempi. Eppure il suo cinema sta vincendo contro la sfida del suo tempo per entrare, appunto, nell’eternità.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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