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Il mio nome è Bond, James Bond!

Sean Connery as James Bond

Interessato alla filosofia del cinema?

Pili G., (2019), Anche Kant amava Arancia Meccanica – La filosofia di Stanley Kubrick, Pistoia: Petite Plasiance

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Goldfinger: Buona sera, 007!

Bond: Io mi chiamo James Bond!

(…)

G: Anche io ho un giocattolo nuovo, ma ampiamente più pratico. Lei ha davanti a sé un laser industriale il quale produce un tipo straordinario di luce che non esiste in natura. E’ in grado (…) a distanza ravvicinate di tagliare del metallo massiccio. Ora le mostro!

B: Lei si aspetta che io parli?

G: No, mi aspetto che lei muoia!

Goldfinger

Bond: Si, questa è la mia seconda vita.

Blofeld:Si vive solo due volte, James Bond.

Si vive solo due volte

 

James Bond è un personaggio inventato dallo scrittore Ian Fleming (1908-1964) la cui fama è dovuta principalmente alle trasposizioni cinematografiche che hanno visto attori come Sean Connery e Pierce Brosnan tra i vari interpreti. In questo articolo ci contreremo soprattutto nella disamina del personaggio di Bond e della sua evoluzione, senza entrare necessariamente nella disamina tecnica e particolareggiata di tutti i film.

Va detto che si tratta di una saga abbastanza diversa da quelle che ormai il cinema-televisione degli ultimi vent’anni ci ha abituato a vedere. Infatti, il cinema si è sempre più avvicinato al piccolo schermo e il piccolo schermo al grande: la struttura a soap opera è diventata comune. Serie come House of Cards sarebbero potute comparire tranquillamente al cinema, sia per durata sia per qualità registica, mentre film come la saga di Twilight sono già pensati per riproduzioni su schermi (di qualsiasi tipo) di piccola dimensione. Ma James Bond non nasce come Il signore degli anelli o Guerre stellari, cioè saghe pensate per essere tali.

James Bond è più vicino ad un personaggio dei fumetti, che sta come un segnaposto per reinterpretare il personaggio prima di tutto e, poi, per reinterpretarne la storia. Si tratta probabilmente di un unicum nella storia del cinema recente. Infatti, agli inizi del cinema simili “saghe” non erano così infrequenti. Ovvero, esistevano interi cicli di film che uscivano sfruttando la permanenza di un unico personaggio, il quale assume via via la funzione della “maschera” di un carattere carnevalesco: chi sta dietro la maschera ne cambia il contenuto ma ne mantiene intatti i simboli e i significati. Un esempio emblematico è Tarzan, che conobbe una certa fortuna, abbastanza assimilabile a quella di James Bond, ma anche di Dracula, Frankenstein etc..

Per comprendere il personaggio-Bond bisogna rifarsi in qualche modo all’idea che esso sia appunto una maschera. Una maschera è qualcosa di rigido, fisso e immutabile. Allo stesso tempo, la maschera cambia storia in funzione di chi la indossa. In Bond, il personaggio rimane lo stesso, ma varia il suo background e alcune sfaccettature nelle interpretazioni del personaggio che può assumere toni più seri (Brosnan e Craig), più ironici (Moore), più equilibrati (Connery) o più ondivaghi (Dalton) a seconda di come l’attore e la sceneggiatura ne reinterpretino il ruolo. Vedremo che la storia del personaggio-Bond assume una parabola e forse un punto di non ritorno con l’ultima reinterpretazione di Daniel Craig, il quale rompe tutta la storia e la tradizione della maschera di Bond. Vedremo che il Craig-Bond in realtà continua a mantenere intatti alcuni ideali di fondo e il concetto ultimo di Bond, nonostante abbia segnato una svolta probabilmente definitiva. Prima di arrivare a Craig, bisogna ricostruirne il personaggio e la sua storia.

James Bond è un agente segreto al servizio di sua maestà, la regina d’Inghilterra. Lavora quindi per l’MI6, ha come capo M, come addetto alla tecnologia Q e come segretaria Money Penny. Tutti i Bond, compreso il Bond-Craig, hanno una vis erotica incontenibile, una capacità di sedurre le donne diremmo implausibile, una fortuna al tavolo da gioco proverbiale e una capacità di sfruttare gli eventi decisamente fuori dall’ordinario. Inoltre, Bond si veste sostanzialmente sempre allo stesso modo, mantiene gli stessi caratteri somatici di fondo: un maschio bianco, alto, bello, attrattivo, dinamico e… occidentale. Infatti, probabilmente James Bond è esattamente il cattivo per antonomasia delle femministe. Tutto ciò che a queste ultime non va a genio, Bond lo rappresenta. Su questo ci torneremo.

Ritornando alla costruzione generale della maschera, si noterà subito che Bond è un personaggio molto vicino al mondo del fumetto. Infatti, egli è il supereroe senza superpoteri. L’essere supereroe nasce dal fatto che egli sostanzialmente è infallibile. Anche quando tutto l’esercito dell’armata rossa gli corre dietro, egli si salva sempre. Anche quando la Spectre, l’organizzazione terroristica internazionale superpotente già in auge dai primi film di Bond cerca di ucciderlo, succede sempre qualcosa che miracolosamente lo salva. Una delle sue permanenti ancore di salvezza sono proprio le donne che, prima o poi, lo aiutano e gli si concedono, un tratto questo comune al genere noir che aveva dominato le sale cinematografiche e le librerie dagli anni ’30 agli anni ’50 del XX secolo: si pensi ai capolavori come La fuga o al Falco Maltese, con il grande Humphrey Bogart come maschera prediletta per i ruoli di falsi disillusi. Quindi, Bond è la proiezione ideale dell’uomo borghese occidentale.

Egli ha tutto ciò che un uomo maschio occidentale crede di dover volere per sé: tutte le donne che vuole, tutta la fortuna di cui ha bisogno, un fascino irresistibile, la battuta sempre pronta e raggiunge sempre la vittoria. Non ultimo, Bond è anche quasi onnisciente.

Conosce una quantità di lingue neppure numerabile e quando qualcuno gli chiede un’informazione, egli, pur non avendo internet a disposizione, sa sempre rispondere in modo adeguato. Bond avrebbe tranquillamente essere assunto per redare da solo l’enciclopedia britannica! Qualcuno potrebbe obiettare che Bond non ha né moglie, né figli, né soldi. Ma quando si hanno tutte le donne che si vogliono… solo gli sfigati ne hanno una per tutta la vita! Lo sa Hollywood, lo sa anche Bond. E’ vero, non ha soldi. Ma quando hai i gadget di Q e la possibilità di viaggiare dove vuoi, cosa te ne fai realmente? Tutto è alle spese dell’MI6.

In realtà, la figura di Bond è vincente probabilmente perché non parla esclusivamente ad un tipo specifico di maschio adulto occidentale. Andando ancora più a fondo, Bond non è altro che un adolscente-bambino, ovvero di chi ha già la capacità di procreare ma non ha ancora visto l’attrito della vita e pensa che tutto gli sia concesso. Non per niente tante bondgirl – così note – gli rinfacceranno questo elemento: “Tu sei soltanto un bambino che gioca” gli vien detto in Goldeneye (1996), un film su cui torneremo più volte.

Bond si permette atti di insubordinazione che nessun capo accetterebbe. Bond si prende quello che vuole e poi fa anche il bene della nazione, già che c’è. Perché anche i bambini sono istintivamente portati a riconoscere i valori dei genitori e a non metterli mai in discussione. La caratteristica di Bond è che, a differenza di tutti noi, egli non ha attrito, nulla gli va sostanzialmente storto e se desidera qualcosa, prima o poi (più prima che poi) la ottiene. E tipicamente ottiene più facilmente proprio tutte le cose che normalmente richiedono più fatica e più rischi! Egli si relaziona alle donne senza neppure porsi il problema di un rifiuto. Perché chi rifiuterebbe Bond? Presto o tardi tutte cedono. Egli ottiene i soldi senza sforzo perché ha quelle dell’MI6. Soldi, donne… e conoscenza. Egli impara una lingua baciando una bella donna seminuda in un letto (Il domani non muore mai).

Soldi, donne e conoscenza sono notoriamente le tre cose che richiedono più sforzo per essere acquisite e avere capacità sufficienti da ottenere tutte e tre questi rari e difficili elementi è assai improbabile. Non solo, ma Bond è capace di pilotare qualsiasi tipo di veicolo, dalle macchine sportive agli aerei, dagli elicotteri ai carro armati (una delle scene di inseguimento più belle dell’intera saga è l’inseguimento sul carro armato T55 dell’armata rossa guidato da Bond).

https://youtu.be/yy-MKdRwhHs  

Bond riesce a fare qualsiasi cosa e ci riesce senza sforzo, divertendosi perché egli non ha limiti. Inoltre, dato che Bond ha tutto, non ha mai paura di perdere niente. Egli può riconquistare quello che gli serve senza dover pagare dazio. Di fatto, ha tutto il tempo a sua disposizione perché egli è eterno, non invecchia, non si stanca, non deperisce, non ingrassa, non dimagrisce. Non si fa mai realmente male (anche quando gli rompono le ossa, dopo qualche giorno di riabilitazione insieme a delle bellissime infermiere – solo lui le trova sempre così belle! – ritorna alla carica).

Quindi, Bond è la proiezione ideale dell’individuo occidentale nel mondo della guerra fredda. Per questo, in un capolavoro come Prova a prendermi (2002) di Stephen Spielberg, ambientato negli anni ’60, quando Di Caprio si guarda allo specchio scopre che vuole imitare James Bond e ne compra il vestito e la macchina (la mitica Aston Martin). Ma il punto non è questo. Il punto è che un ragazzo qualunque vorrebbe specchiarsi e vedersi Bond. Lui è il ragazzo che si è fermato, ad un certo punto, a pensare e si è immaginato: bello, fortunato, invincibile, simpatico, onnisciente.

https://www.youtube.com/watch?v=MDx0EpKPBbQb 

Che lavoro può fare una persona del genere? Abbiamo già detto che i suoi valori di riferimento devono essere quelli maturi, per essere apprezzato dalla società di cui fa parte e di cui vive. Quindi un incarico governativo è meglio di uno commerciale: più nemici, più onore. Inoltre, per mantenersi libero rispetto agli impegni del futuro, non bisogna mai avere un passato. Non devi essere tracciabile per vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Come tutti gli studenti fuori sede scoprono, la vita ritorna a prenderti quando vivi in un contesto in cui le persone si ricordano di te e ti tracciano. Per mantenere l’anonimato ed essere sempre pronti a reinventare se stessi in base alle circostanze, quale miglior lavoro dell’agente segreto?

Non solo, ma l’agente segreto, oltre ad essere affascinante e appetibile di per sé (così gli vien detto in Il domani non muore mai (1997)) e ad essere in un certo senso il paladino della sua nazione, consente anche di vivere senza identità. Puoi cambiarla continuamente, puoi rivederla a piacimento in base a quello che desideri e quello che ti serve. E infondo, un adolescente è colui che ancora non ha un’identità e non sa ancora quale assumere o quale la vita gli imporrà. Quasi tutti, infatti, vivono con un’identità personale che dipende dalla storia casuale di incontri, contatti, sfide e ripensamenti inutili perché non hanno avuto la capacità di decidere cosa volevano diventare e perché. Ma Bond è cristallino in questo. Non è combattuto dai dubbi, è sicuro di se stesso nella sua totale assenza di personalità. Non ha rimorso perché ha sempre il futuro nelle sue mani.

Questo, dunque, per quanto riguarda il personaggio-Bond. Veniamo adesso a tracciarne la parabola. Il primo Bond venne interpretato da Sean Connery che, per molti, rimarrà “l’unico” Bond. Il Bond di Connery è senza dubbio il più equilibrato, tra una bellezza e fascino indubbi e una ironia marcata. D’altra parte, Connery è senz’altro il miglior attore in senso generale che abbia mai interpretato Bond. Inoltre, i film di Bond-Connery sono godibili indipendentemente che uno ne apprezzi la costruzione della maschera-Bond: Dalla Russia con amore (1963), Goldfinger (1964), Thunderball (1965), Una cascata di diamanti (1971) sono film d’azione di un valore non trascurabile, per il loro genere. Connery varierà lo stile di interpretazione. Al principio egli ha più fascino di quanto abbia ironia per poi invertire le due caratteristiche. Il Bond-Connery quindi è quello che creerà davvero il mito di Bond ma va anche detto che i tempi erano i più propizi. Per una figura come quella di Bond, bisognava avere un contesto storico adeguato. Erano ancora gli anni ’60, pre-Vietnam e pre-contestazioni del ’68 e pre-femminismo. Sia detto chiaramente che la maschera-Bond sopravvive ancora oggi, infatti, perché cattura qualcosa che al maschio occidentale solletica nel profondo, abituato com’è ad essere esattamente il contrario di Bond. E quindi, pur contestandolo, pur rimettendone in discussione i valori di fondo, egli lo riconosce ancora come una valida proiezione di se stesso. La castrazione del sogno di essere Bond non era ancora insinuata quando Connery inizia a interpretare Bond e quindi la vittoria del personaggio-Bond è netta.

Ma le cose cambiano. Dopo il film, Al servizio segreto di sua Maestà (1969) con George Lazenby, che non ha avuto seguito, si investe su interprete che calcherà l’interpretazione sull’elemento ironico di Bond, Roger Moore. Con Moore l’elemento surreale e ideale di Bond emerge con maggior forza perché prima di tutto non è un bell’uomo e non ha probabilmente alcun fascino. Quindi, tutto il suo successo dipende dal fatto che egli è Bond e non che Bond è bello e fascinoso come Sean Connery. Questo è un passaggio importante perché fissa il centro sulla figura di Bond e non su quella dell’interprete e quindi consente di creare una autonomia del vincitore:  basta essere Bond per essere dei vincenti, non conta chi sei e cosa fai. Se in Bond-Connery la parabola di ascesa è netta e il personaggio assume il valore di un ideale, con Bond-Moore le cose cambiano leggermente.

Rimane sempre un personaggio vincente, sia con la sorte che con le donne, ma si capisce che il personaggio rasenta l’autoironia. Il Bond-Moore si prende poco sul serio e per questo i film risultano molto divertenti, spassosi e privi di quella serietà latente che un fascino come quello di Connery non consentiva. A nostro avviso, film come La spia che mi amava (1977) (con pezzi girati in Sardegna) e Octopussy (1983), sono tra i migliori dell’intera saga. Quindi, se Connery è il Bond-perfetto, Moore è il Bond-autoironico. D’altronde, anche la guerra fredda stava attraversando una nuova fase meno calda e gli ultimi film di Bond sono chiaramente debitori del clima di distensione, tra la détente di Brezhnev e la Glasnost di Gorbaciov. Anche se in Octopussy il nemico è un alto ufficiale dell’armata rossa che vuole la guerra a tutti i costi, rimane il fatto che ormai c’è un chiaro doppio riconoscimento tra le due superpotenze e infatti i nemici diventano sempre più delle persone malvagie (come ne L’uomo dalla pistola d’oro (1974) o Moonraker (1979)) e non dei nemici del governo di natura istituzionale o più o meno governativa. Insomma, anche Bond intuiva che la guerra fredda e i suoi valori stavano terminando.

Dopo Moore si ha avuta la purtroppo breve parentesi di Timoty Dalton, che forse avrebbe meritato più spazio. Soprattutto Vendetta privata (1989) è uno dei film che rivaleggia con i migliori della saga. Ormai al termine della guerra fredda, il Dalton-Bond in questo film agisce appunto per ragioni personali, slegate dalla politica internazionale, anche se poi colpisce dei narcotrafficanti, tra i futuri nemici degli stati occidentali. Inoltre, se con Connery-Bond e Moore-Bond la violenza è stilizzata e la complessità dei personaggi (tutti) è limitata, con Dalton-Bond si inizia a cambiare. Infatti, non basta più un personaggio a due dimensioni, appunto la proiezione dell’adolescente su un mondo vasto e complesso, ridotto all’osso. Proprio perché la guerra fredda sta per essere vinta, i motivi dell’esistenza di un Bond incominciano a venire meno. Il timore della sua inutilità incomincia a salire. E questo diverrà esplicito in Goldeneye (1996), dove la nuova M (una donna, per la prima volta, a capo di James Bond “Mi hanno detto che la nuova M è una signora”, dirà l’ex agente del KGB riciclato a nuovo capitalista a 007 ironicamente), dove la nuova M appunto dirà a Bond:

“I think you are a sexist misogynous dinosaur, a relic of the Cold War”

“Io penso che lei sia un dinosauro misogino e sessista. Una reliquia della guerra fredda”.

La nuova M, interpretata da una sempre eccezionale Judy Dench, esprime quello che ormai pensano tutti. E quindi tutti si chiederanno che spazio possa ancora avere un Bond. Ed è quello che si stava già delineando con il Dalton-Bond. Ma è solo con Pierce Brosnan che Bond inizia a rinnovarsi. Goldeneye è probabilmente un capolavoro in senso generale perché riesce nel mostrare il delicato passaggio della fine della guerra fredda al nuovo nascente ordine mondiale, con il passato ancora incombente e l’eredità ancora tutta da chiarire. Il Brosnan-Bond è il più serio di tutti, quello che ha meno battute e le dice con più freddezza. Si tratta del più British degli 007, Connery compreso. Inoltre, già da qui il rapporto di Bond con le donne inizia a cambiare.

Egli diventa meno macho e più accondiscendente verso il gentil sesso, che sta emergendo come paritario (addirittura in film come questi) anche se forse prima facie (si veda oltre). Non solo, ma i film si incupiscono, diventano più seri, più involuti, più complessi. E più violenti. Infatti, con il Connery-Bond e Moore-Bond i film non mostrano chiari segni di realismo ed è un fatto a suo modo strano, se ci si pensa. Infatti, il sangue è da sempre sinonimo di divertimento, macabro ma pur sempre bramato all’unanimità da un pubblico di massa come quello dei Bond movie. E non a caso film come Arancia Meccanica sono e rimangono amati anche dal giovane pubblico: l’orrore della violenza esplicita e brutale rimane impressa a tal punto che si è disposti a reggerla, in quanto oggetto di interesse fine a se stesso. Ma in Bond questo elemento era assente e il motivo è che Bond doveva essere stilizzato, doveva rendere il Superman dietro la maschera, il Clark Kent che non è Superman ma è un povero allocco. Un allocco al contrario, ma pur sempre tale. Tutto era un gioco, un gioco per i rimasugli adolescenziali di adulti non ancora vinti dalle responsabilità (o proprio perché vinti da esse), ma pur sempre un gioco. Con Brosnan-Bond le cose si fanno serie, anche se la rottura definitiva arriverà solo con Casino Royale (2006).

Infatti, la prima fase della fine della guerra fredda (1991-9/11 2001) ha lasciato spazio all’idea che il mondo sia un bel posto in cui vivere, a condizione che si eliminino i cattivi, cioè singoli esseri umani malvagi perché le istituzioni libere e democratiche (già presenti o di lì a venire, si supponeva) sono già garanzia di prosperità. E il Brosnan-Bond si adopera per questo. Siamo ancora in una dimensione in cui il bene e il male non si sono mischiati in modo confuso, in cui Bond è ancora sicuro di se stesso e della sua organizzazione, anche quando egli sappia che un po’ M ci aveva visto giusto: in fondo è anche una reliquia della guerra fredda. Questo, un tema che rimarrà vivo fino a Spectre (2015), visto che esplicitamente in quest’ultimo film il gruppo “00” è a rischio di essere chiuso nientemeno che da una burocrazia che ormai lo vede come improduttivo. Ironico il fatto che anche nei film di James Bond i nuovi cattivi sono interni allo stato e sono proprio i burocrati, un fatto evidentemente sentito dal pubblico di tutto il pianeta (occidentale). E così prima Bond elimina il passato e le ombre della guerra fredda (Goldeneye (1996)), poi si dedica a far fuori squilibrati più o meno dis-organizzati (Il domani non muore mai (1997) e Il mondo non basta (1999) e La morte può attendere (2002)). Si faccia caso alle date: non siamo ancora al 2001, ma ci stiamo arrivando (La morte può attendere è stato concepito comunque prima del 2001, anche se è uscito dopo). Ma al cinema post-9/11, così come viene inteso un certo modo di intendere la realtà e il cinema, ci arriva anche Bond quando arriva Daniel Craig.

Dopo La morte può attendere (2002), probabilmente uno dei film meno riusciti della saga e soprattutto di Brosnan, arriva il nuovo Bond. Ci sono voluti ben dieci anni di tentativi, ma alla fine si arriva davvero ad una nuova figura, che rompe con tutta la tradizione passata. Con Casino Royale (2006) il nuovo ordine mondiale post-guerra fredda si mostra per quello che è. Non c’è più uno scopo collettivo come nella guerra fredda, non c’è più un chiaro collante sociale e il bene e il male sono sempre più uniti. L’informazione non diegetica consente agli sceneggiatori di supporre che ormai gli spettatori sono sufficientemente disillusi da non accettare più un Bond simpatico, bello e affascinante (a mio avviso, Craig non è nulla di tutto questo). Un palestrato gigantesco ex rugbista con le orecchie a sventola, dai colori un po’ rosati e privo di una solida chioma va più che bene, purché si metta un buon vestito bianco o nero che ne metta in risalto i pettorali sviluppati e i pantaloni “il sedere da schianto” (o qualcosa del genere, così ci dice una convincente Eva Green – eloquentemente chiamata “Vesper”, il nome della stella della sera). Nientemeno, dunque, tutt’altro che un efebico asessuato dei tempi moderni. E non si può tornare ad un Bond-Connery perché troppo nettamente schierato dalla parte dei buoni. In un mondo che rifiuta di credere di essere buono, e si trastulla nel pensare di poter giocare dalla parte dei cattivi pur senza pagarne il prezzo, anche Bond deve sporcarsi le mani e con le mani anche un po’ tutto il resto.

L’ultima parte della saga di Bond, quella in cui si ha il Craig-Bond, non ha quasi nulla più a che fare con la storia di Bond. Proprio all’inizio di Casino Royale si assiste alla scena di gran lunga più violenta di tutta la saga intera: Bond ammazza quasi a mani nude un uomo in un bagno pubblico. Si tratta di una scena brutale, violenta e sostanzialmente fastidiosa dove il bianco e nero serve a marcare il fatto che sia il principio, bianco e nero sempre più visto anch’esso come una reliquia del passato e conservato da film pretenziosi e intellettualoidi (come già rimarcava ironicamente Woody Allen in un suo film della fase degli anni ’90 del XX secolo). Ma serve come un pugno sullo stomaco. E’ il segnale che un nuovo Bond è nato, un Bond che al barista non chiede un “Martini. Agitato, non mescolato” ma gli risponde “Ma che cavolo me ne frega!”. La proiezione ideale dell’uomo di oggi non è più quella degli anni della guerra fredda, in cui bene e male potevano essere invertiti ma infondo erano sempre molto chiari. Oggi non lo si accetta più, si concepisce una visione delle cose solo apparentemente più complessa e in realtà solamente superficiale. Un nichilismo reale viene accettato acriticamente, solamente perché non si ha neppure la voglia di capire da che parte stare e cosa volere. Tutto è accettabile perché si è accettato di non avere la voglia di avere quel minimo di responsabilità che consente di discriminare una persona da una bestia. Negli smart environment è l’uomo che ha accettato di essere il vero robot.

Questo smarrimento, apparente rifiuto delle categorie morali, diventa palese nell’ultimo film di Craig-Bond, Spectre (2015), nel quale Bond è come un “aquilone in un uragano” per usare questa immagine abbastanza ironica involontariamente. Si noti che per Sam Mendes questa immagine deve essere proprio importante, se in un film come American Beauty (1999) si intrattiene a riprendere una busta fatta volare dal vento come se fosse qualcosa di meraviglioso. Tutti oggi ci sentiamo come “aquiloni in un uragano” e non sappiamo sostanzialmente che fare. E’ la tragedia aristotelica: vediamo il bene (forse), vorremmo farlo (di nuovo, forse) ma è il mondo a costringerci ad agire contro di esso (purtroppo). Certo, il mondo di oggi è troppo superficiale per consentire di avere tragedie edipiche, ma l’idea dell’impotenza di fronte ad un destino infame e conosciuto come tale è comunque avvertita come se la realtà stesse esattamente così. Certo, Bond alla fine ottiene quello che vuole, ovvero l’equazione “donna + incolumità personale + macchina superaccessoriata + alcolici saltuari = sogni di una vita realizzati”: a dimostrazione del fatto che tutto considerato certi ideali proiettati non tramontano mai, anche se la donna è rispettata (ma ne siamo sicuri?) e la macchina è ottenuta di straforo. Dettagli, visto che siamo sempre fermi allo stesso punto, sempre fermi agli stessi inutili, vacui e infantili desideri di una vita mediana, senza impegno, gradevole e infondo del tutto inutile.

Il Craig-Bond è confuso a tal punto che è difficile seguirne le trame, altrimenti sempre così semplici, lineari e leggere. Goldeneye rappresenta, probabilmente, quel capolavoro che ha in sé i germi delle imperfezioni future, come i noir degli anni ’50 del XX secolo, eccellenti ma che già lasciano intravedere la parabola che porterà il genere all’autodissoluzione. E così veniamo al Craig-Bond, che è appunto l’autodissoluzione di Bond.

Non c’è più nulla del personaggio di Bond, non c’è più niente della storia e dei cliché dei vecchi film. Anche in questo caso, come nella politica estera post-guerra fredda, si è voluto dare un colpo di spugna perché si è creduto che il passato sia remoto, morto e sepolto, da dimenticare quanto prima per fare largo alla nuova sgomitante dinamica gioventù ingessata in abiti formali per sopperire a qualsiasi significato dentro il vestito. Bisogna innovare, bisogna cambiare… per niente. Il risultato è che il Craig-Bond è tanto poco Bond quanto poco un suo superamento. E’ diventato soltanto lo specchio del modo di vedere attuale: non del tutto senza valori, non del tutto privo di idee, ma talmente confuse che tutto diventa una notte dove tutte le vacche sono nere. E infatti anche Bond non è più così buono, così ingenuo, così leggero. In Skyfall (2012) prima e in Spectre (2015) poi i nemici di Bond sono suoi alter-ego, neanche troppo ideali. Si giunge all’assurdo di avere un Blofeld tanto cattivo quanto motivato da ragioni puramente personali: egli mette su tutta una baracca di terrorismo e sorveglianza internazionale solo perché il padre aveva preferito Bond a lui. Siamo arrivati al punto che per avere un cattivo, c’è bisogno di una ragione così idiosincratica, personale ed egoistica da risultare sostanzialmente priva di alcun senso!

Si faccia caso che la Spectre degli anni pre-Craig, presente sin da Connery-Bond, era un’organizzazione non governativa che operava nei traffici illegali per conseguire un controllo-ombra sul mondo dietro le due superpotenze della guerra fredda, USA e URSS. Questo aveva un senso che non era legato ai vari individui specifici, alle loro ragioni. E infatti i membri della Spectre non aveva nomi ma numeri, esattamente come gli agenti “00”. Anche loro erano dei segnaposto perché ciò che contava era la vittoria della Spectre, non del singolo Blofeld che, non a caso, ha cambiato spesso volto e interprete. Tutto questo oggi non può suonare realistico neppure per i cattivi, che anche loro devono essere dei criminali egoistici ed egotisti, possibilmente privi di personalità (mi spiace che sia toccato proprio a Christoph Waltz il ruolo di questo Blofeld, cioè ad uno dei migliori attori del XXI secolo).

Bond allora diventa l’adolescente confuso, intristito, chiuso in camera a chiedersi perché il mondo è così difficile da capire. Lo bullizzano tutti, nessuno gli dice perché il mondo è così decisamente contrario ai suoi desideri. Ma sempre un adolescente rimane. E allora, volendo ancora trovare qualcosa che collega il Craig-Bond al Connery-Bond, possiamo probabilmente rivedere la stessa logica adolescenziale, sebbene totalmente ribaltata. Craig-Bond è il Connery-Bond che ha scoperto che il mondo non è ai suoi piedi e, siccome non lo capisce e istintivamente ne ha paura, pesta i piedi (o spara qualcuno, a seconda dei casi) perché nessuno gli fornisce uno straccio di ragione per vivere. E naturalmente lui non ha nessuna voglia di trovarsene una dentro di sé, visto che la famosa legge morale non la trova né la si trova fuori di sé.

Infine, tutto è cambiato anche attorno a Bond. Money Penny, fino al Brosnan-Bond e in tutta la saga single impenitente ed esplicitamente in adorazione di Bond, si permette addirittura di consigliare a Bond di staccare ogni tanto e concedersi dei pezzi di vita normale (cioè un compagno saltuario con cui avere dei rapporti sessuali, nientemeno. Perché, in fondo, non li può avere lei, single come è?). Lei, si, è diventata nera, nell’era del melting pot, è giusto aggiornare almeno i comprimari. Q è un giovane nerd, probabilmente omosessuale se non asessuato, che devolve la sua vita ai “due gatti a casa” (così dice in Spectre). M è un vecchio, unico che ancora possiede un po’ di memoria storica, sintomo del fatto che ancora una volta per trovare un po’ di saggezza dobbiamo ritornare alle cariatidi perché i giovani vagano senza meta in un mondo senza scopo. Infine, si insiste molto nella costruzione della personalità dei comprimari perché adesso è il caso di smascherare anche loro: da segnaposto, da macchiette assurgono a ruolo inclusivo nella saga perché c’è bisogno di mostrare come lo sguardo confuso non lasci fuori proprio niente. Tutto va bene, tutto giusto per non sembrare un espediente.

In Skyfall (2012) di Sam Mendes, che già ci ha abituati a film che non sono chiari nella loro tremenda ambiguità di film da botteghino scaltri o film con qualche velleità estetica di spessore, si ritrova un Bond che lascia intendere di poter essere bisessuale (non omosessuale, ma una concessione al non-macho era doverosa). Scaltri espedienti? Tutta questa rivisitazione sembra appunto ad uso e consumo di una visione caotica di fondo. In altre parole, non c’è affatto uno sdoganamento reale dell’alternativo (donna, razza, non eterosessualità). Sembra, invece, soltanto il sintomo di un grande smarrimento, di una grande confusione in cui i valori di riferimento (al maschile, razzialmente orientati e sessualmente definiti eterosessuali) sono solo confusi non modificati e tantomeno oggetto di critica. Essere in dubbio ed essere confusi non né un valore né un privilegio, come scopre il grandioso personaggio di 8 1/2 di Fellini, interpretato memorabilmente da Marcello Mastroianni. E’ solamente l’indice di una propria mancanza di chiarezza e onestà intellettuale. Non è colpa del mondo, ma di sé stessi.

E infatti alla fine Bond rimane eterosessuale e le sue donne non sono diventate più normali, ma ancora più belle e ovviamente prive di interesse o spessore di sorta. Eva Green, Lea Seydoux e Olga Kurilenko sono probabilmente in sequenza le tre più belle Bondgirl di sempre. Non solo, ma a differenza della gran parte delle bondgirl passate, si tratta di attrici già affermate prima di essere le comprimarie di Bond, indice del fatto che l’elemento del desiderio della donna perfetta (e impalpabile) è rimasto perfettamente intatto. Bond non decelera la sua capacità di seduzione, visto che tra le altre ci passano una quantità di donne da far sentire in difetto il più avido dei maschi latini. E infatti alla fine Bond rimane anche attaccato ai suoi giocattoli tecnologici, a tal punto da farsi ricostruire la sua Aston Martin, da cui attingere forse non più un Don Pérignon ma una birra (si noti… sempre alcolici). L’unica cosa sicura è che Bond non fuma più. Questo è l’unico valore morale che il XXI secolo si è preso cura di darci in consegna, visto che le cure mediche per i tumori al polmone dovuti statisticamente al fumo non valgono le spese statali pubbliche del welfare state post-Westfalia. Mentre, invece, i morti per alcol, tra incidenti stradali, coma etilici ed epatite, quelli sono politicamente corretti sufficientemente da consentire ai film da mostrare gente che quando non ha niente di meglio da fare succhia languidamente un bottiglia di birra come una tettarella per adulti (non un’esclusiva dei recenti Bond movie, per carità. Basta guardare Ocean Twelve (2004) dove al posto di una sigaretta un Brad Pitt della situazione si mangia continuamente qualcosa o sbevazza un drink, tanto da far sorgere la domanda di come riesca a gestire il suo fisico asciutto). Infine, Bond continua ad essere un vagabondo girovago. In Quantum of Solace (2008) si fa fatica addirittura a contare quanti fusi orari Bond ha dovuto cambiare ed è sorprendente la sua capacità di reggere al jet lag, nel frattempo che lo spettatore si sta ancora chiedendo in quale parte del mondo egli sia finito!

A prescindere dall’opinione che si possa nutrire sui film con il Craig-Bond, un fatto può essere sottolineato. Siamo in un mondo in cui neppure Bond può risultare simpatico, buono, ingenuamente dalla parte giusta (ma sempre da quella parte della barricata). Sarebbe ora il momento di cercare una risposta. Perché Craig-Bond non mostra maggiore maturità di un Moore-Bond, non mostra neanche maggiore spessore (sebbene ne abbia la pretesa) e neanche un superamento. Craig-Bond mostra soltanto che la confusione non è un valore, che tante idee centrifugate in un calderone oscuro in cui il bene e il male sono solo parole non fanno una visione complessa della realtà ma la sua assenza.

Quindi, in ultima analisi, la saga di James Bond ha vinto perché siamo tutti degli adolescenti, che vogliono una donna bellissima, una macchina potente e una sicurezza fisica ed economica per vivere come ci pare a noi, se siamo capaci di vivere giusto negli attimi sufficienti per avere un neanche troppo buono orgasmo. Queste sono cose che ci piacciono da talmente tanto tempo che, in ultima analisi, ci vien da chiedere se, in tutta questa confusione, il vero dubbio sia nel fatto che sia mai possibile o auspicabile un mondo in cui un maschio adulto diventa finalmente un uomo, come l’avrebbero inteso nel mondo classico. Dio ce ne scampi! Ma no. Noi non vogliamo essere diversi, pagare il prezzo di niente. E allora, in fondo, dopo tutto siamo sempre dei miserabili adolescenti a cui piace pensare di essere molto diversi dai nostri genitori. Che sempre non capiscono niente.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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