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L’arte della diplomazia – Henry Kissinger

diplomasi

Il libro Diplomacy di Henry Kissinger, tradotto in italiano come L’arte della diplomazia, è un saggio edito dalla Sperling & Kupfer. Si tratta indubbiamente di un saggio di eccezionale ampiezza e profondità sulla diplomazia, sulla sua teoria e prassi. Ma in particolare esso è un saggio di storia della diplomazia, che parte da Richelieu e dalla sua nozione di ʽragion di statoʼ, passando per l’elaborazione della concezione dell’equilibrio di potenza imposto nelle relazioni internazionali dalla politica europea dei secoli XVII-XIX, per arrivare alla rivoluzione wilsioniana in cui la politica internazionale e le relazioni internazionali vengono impostate sulla base di un’ideale democratico e di autodeterminazione dei popoli. Il libro termina con un’analisi generale geopolitica sulla fine del mondo bipolare a seguito della vittoria del blocco occidentale-liberale-democratico sull’ Unione Sovietica e i suoi satelliti e alleati.

Il saggio di Henry Kissinger è di dimensioni ampie ed è indubbiamente assai articolato. In particolare, Kissinger propone una duplice chiave di lettura delle relazioni internazionali: da un lato c’è una prassi puramente realista, in cui gli statisti e i diplomatici impostano le relazioni internazionali sulla base dei soli stati di interesse riconosciuti per la loro nazione; dall’altro lato, invece, stanno coloro che vorrebbero proporre un modello politico ideale (se non proprio utopico) alla politica generale con gli altri stati. I due esempi più emblematici sono Bismarck e Woodrow Wilson. Bismarck, infatti, è interessato esclusivamente alla realizzazione di obiettivi politici puramente pragmatici, imposti dai bisogni nazionali del momento, a prescindere dal fatto che questi siano o meno ʽmoraliʼ in un senso forte. L’obiettivo politico determina una ragion di stato puramente cossequenzialista in cui i fini giustificano e motivano i mezzi. Dal lato opposto si situa Woodrow Wilson, almeno nella chiave di lettura di Kissinger, il quale propone un modello universalistico e ideale delle relazioni internazionali. Wilson, infatti, aveva come ideale quello di costruire un mondo di pace perpetua garantito dalle istituzioni internazionali. In mezzo a questi due estremi si situano gli altri grandi statisti.

In generale, dunque, i modelli della politica internazionale si costituiscono su due differenti fuochi: lo stato di interesse statale (nazionale o meno) e l’idealismo politico. Entrambi i modelli hanno a cuore una certa forma peculiare di pace, ma essi hanno una diversa visione della pace. Infatti, per il realista, il cui fondamento stesso di ogni azione politica dipende dagli stati di interesse (da non confondere con una nozione di “necessità”, che si presta a una batteria di obiezioni che qui non si può considerare ma che è anche meglio evitare) il modello di pace può essere garantito solo a condizione che la pace sia essa stessa fondata su uno stato di interesse. Sicché essa è ottenuta quasi sempre mediante la dissuasione, che è una nozione relativamente negativa della pace: essa è l’assenza di guerra proprio perché si minaccia una condizione di conflitto svantaggiosa per tutte le parti in causa. Il modello di pace dell’idealista, invece, consiste nel riconoscimento del valore delle istituzioni internazionali come garanti di una mediazione di quegli stati di interesse che di per sé non sono in grado di mantenere la coesistenza pacifica dei popoli.

La preferenza di Kissinger per il realismo politico non è un mistero ed emerge nel libro dalla sua disamina, acuta quanto di dettaglio, dei maggiori statisti neo-realisti, su cui svettano le figure di Richelieu (portato addirittura a fondatore della ʽragion di statoʼ incarnata nella prassi politica e non già semplicemente come ideatore di un modello teorico) Bismarck, Metternick, Stalin, Roosevelt, Nixon e Reagan su tutti.

Il libro è dedicato all’analisi della politica internazionale mondiale elaborata dall’Europa del XVII secolo e alla sua evoluzione in cui l’equilibrio internazionale si reggeva esclusivamente sull’equilibrio di potere (balance of power). Eppure, a seguito dei rivolgimenti storici culminati nelle due guerre mondiali, sembra che tale equilibrio sia forse non sufficientemente stabile. Comprendere se e perché le cose stiano così è proprio uno degli obiettivi del saggio in cui la pace non è mai un fatto riconosciuto come l’alternativa alla guerra ma come una condizione precaria garantita sotto molte condizioni la cui essenza è uno dei problemi stessi delle relazioni internazionali.

Kissinger in realtà ha come vero obiettivo l’analisi della politica estera americana. La prova di questo fatto consiste nel poco spazio dedicato alle altre potenze durante il periodo della guerra fredda (che costituisce un buon terzo dell’intero libro). Se nelle parti precedenti l’analisi di Kissinger era ben bilanciata tra le parti in causa, dal 1950 in poi l’interesse dell’autore è soprattutto devoluto alla politica americana. Questo fatto è particolarmente sorprendente se si considera l’attenzione di Kissinger dedicata a Stalin, del quale (a parte le aberrazioni psicologiche e le sue derive autoritarie) si porta una lunga analisi ed è un modello di statista di alto livello secondo l’autore. Dopo la presidenza Truman l’attenzione del lavoro è ampiamente squilibrata a favore della politica americana, non tanto rispetto alla sua preminenza qualitativa, quanto rispetto allo spazio quantitativo ad essa dedicato. E’ vero che la politica estera americana è considerata anche nei periodo precedente alla sua “emersione” come superpotenza mondiale, ma è anche vero che la dinamica conflittuale/collaborativa tra le altre potenze precedenti era stata di maggior rilievo: dalla guerra di Corea in poi l’attenzione di Kissinger è soprattutto rivolta alla sola parte americana.

A parte questo squilibrio nell’ultimo importante terzo del libro, l’opera è molto chiara, leggibile e riesce a fornire una chiave di lettura estremamente articolata della storia delle relazioni internazionali e della diplomazia. E’ pur vero che la lettura che Kissinger dà è quella di uno studioso che ritiene che la politica internazionale sia fondata o sia da fondarsi sostanzialmente sugli stati di interesse delle potenze (quindi una forma di realismo politico nelle relazioni internazionali), piuttosto che su progetti politici ideali o utopici. Ed è per questo che il modello americano si inquadra, in Kissinger, come modello ideale in un senso di esempio storico di virtù e ambivalenza. Infatti, gli Stati Uniti sono animati da un reale idealismo nei confronti della politica internazionale, fondata sul rifiuto di ogni forma di colonialismo e imperialismo e sul riconoscimento del valore dell’autodeterminazione dei popoli come fondamento stesso della sovranità di un popolo rispetto ad un certo territorio. Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti sono sempre stati attenti al proprio stato di interesse, nonostante il loro modello utopico di “messianesimo”.

Non è un caso, infatti, che Kissinger dedichi molto spazio ai due presidenti che hanno costituito la formazione di questo duplice elemento della politica estera americana, sin da quando gli USA hanno iniziato a rifiutare, almeno in parte, il loro istintivo isolazionismo: Theodor Roosevelt e Woodrow Wilson. Gli Stati Uniti, così, sono la sintesi di entrambi i modelli esemplari delle relazioni internazionali, sicché essi sembrano occupare un posto a parte nel piedistallo della storia, almeno nell’interpretazione fornita da Kissinger. Sia detto che questa sorta di esaltazione della potenza americana, a parte la relativa comprensibilità per le inclinazioni personali di un autore che è stato all’interno della politica estera degli USA per molto tempo e abbia partecipato in modo tanto decisivo alle sue sorti rispetto ad un decennio di particolare impegno nel contesto della guerra fredda, si evince soprattutto indirettamente, cioè dalla ricostruzione storico-causale delle relazioni internazionali. Henry Kissinger è indubbiamente un pensatore robusto e intelligente, dotato di una sua peculiare sobrietà, sicché non bisogna trarne l’idea che egli sia un esaltato. Però è chiaro che l’opera, per quanto molto curata su un piano storico, mantiene l’impronta della direzione di una certa parte della politica americana (di ispirazione realista e conservatrice).

In conclusione, L’arte della diplomazia è un libro di eccellenza non soltanto negli studi di relazioni internazionali, ma in generale nel più ampio settore della storia della politica internazionale dal XVIII secolo sino al crollo dell’Unione Sovietica. Si tratta indubbiamente di un saggio di grande acutezza. Esso, poi, costituisce senza dubbio una lettura sostanziale per comprendere la storia della guerra fredda, sia per ragioni propriamente inerenti all’opera che alla biografia dell’autore che, in questo caso, non può essere sottostimata. In fine, sia detto che l’inglese di Henry Kissinger è estremamente limpido, chiaro e leggibile, dotato di una sua peculiare grazia. Quindi consigliamo la lettura del lavoro in lingua originale per chi è disponibile ad affrontare un’opera di una simile mole in lingua inglese. Ma lo sforzo sarà ben ricompensato sia dai contenuti che dalla forma stessa dell’opera.


Henry Kissinger

L’arte della diplomazia

Sperling & Kupfer

Pagine: 698.

Euro:  19,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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