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Il vampiro: un’analisi filosofica

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Forse qualcuno di voi si è chiesto il motivo per cui i vampiri piacciono tanto. Almeno, a me questa domanda è balenata per la testa più di una volta. Infatti a me i vampiri non dicono assolutamente niente. Non li trovo né belli né brutti, né affascinanti né repellenti. Non mi sembrano neppure una stramberia. Semplicemente li ignoro.

Naturalmente mi sono imbattuto nella visione di più di un film o narrativa che, in modo diretto o indiretto, considerava la figura del vampiro. Ma il mio problema non era capire in sé cosa fosse il vampiro, ma comprendere perché i vampiri piacciono tanto. E sin dalle origini, sin dai lavori di Bram Stoker e dell’eccezionale Nosferatu il vampiro di Murnau, il vampiro si è imposto subito all’attenzione del pubblico. Ci deve essere un motivo per questo. O, come sempre, una serie di motivi.

Intanto il vampiro evoca una atmosfera gotica, di mistero e di antico, che può affascinare. Infatti, il vampiro (un essere di fantasia) ha un forte legame con il passato oscuro, quasi sempre del medioevo, in cui le immagini dell’immaginario sono spesso di morte e di dominio dell’occulto. Il fascino per i poteri misteriosi congiunti al male hanno sempre interessato le persone, perché rivedono un aspetto della loro realtà che li domina ma li vorrebbe vedere dominatori: essi si sentono schiavi della tecnologia, che non capiscono (quanti sono in grado di spiegare il funzionamento di uno smartphone o del computer, strumenti ormai indispensabili? Ma anche quanti sono in grado di spiegare il funzionamento della caffettiera?), ma allo stesso tempo vorrebbero essere i depositari di quel sapere che la tecnologia dispone e dischiude. Quindi il fascino goticheggiante avvolge il vampiro e lo rende comprensibile alla luce della società ad alto impatto tecnologico che, però, ignora i fondamenti naturali di quello stesso sapere. Il vampiro conserva il fascino del potere che non può essere dominato.

Legata a questa caratteristica c’è sempre il fascino dell’uomo depositario di un potere unico, capace di sopraffare tutti gli altri, eccetto di quelli dotati di un potere contrastante. L’idea di essere unici, unici per un potere anche maligno (anzi, soprattutto per questo), è sempre stato un motivo di fascinazione dalla notte dei tempi. Gli stregoni non sono altro che i depositari di quelle forze ancestrali che non si vincono né si dominano, ma da cui si può essere i fedeli. E’ il fascino, dunque, dell’abnegazione a poteri infiniti che possono essere colti soltanto da una piccola minoranza e perseguiti solo da una persona. Inoltre nell’uomo permane sempre, specialmente nel povero di spirito scientifico, un residuo dell’infante che tenta di controllare il mondo pensandosi dotato di poteri unici (si pensi anche alla letteratura supereroica nata nel fumetto americano).

Oltre all’atmosfera di morte e di potere occulto, il vampiro è un non morto. Quindi è legato sia alla vita che alla morte a doppio filo. Ovviamente è molto più legato alla vita che non alla morte, giacché non si è mai visto un essere morto parlare e deambulare. Però l’idea che egli sia morto e allo stesso tempo permanga nell’esistenza in maniera traviata, affascina l’immaginazione perché esso è la rappresentazione visuale della vita che non ha un termine positivo, che continua ad assalire il vivo che ha terminato l’esistenza. In questo il vampiro è simile allo zombie perché suscita la fantasia primordiale, costitutiva e ancestrale del culto dei morti, sovvertendolo: da protettori i morti diventano non soltanto fantasmi, ma veri e propri persecutori. La vita del non morto è ossessionata dalla vita dei vivi e viceversa. Anche in questo senso il vampiro è legato intrinsecamente al passato, che cerca continuamente di rivivere pur nella continua e inevitabile frustrazione di non poterlo più evocare. Sicché egli è la metafora di un mondo che non esiste più ma continua a vincolare negativamente la storia del presente.

Il legame indissolubile tra vita e morte diventa, così, ambiguo perché si ritrova in un essere solo, che non è né vivo né morto. Questa compenetrazione di opposti genera l’angoscia dell’uomo che vive, pur avendo terrore della morte e del suo spettro. Il risultato è che il vampiro evoca sentimenti contrastanti perché è il depositario della morte, l’angelo sterminatore, ma anche in un corpo ancora vivo, un essere abbastanza umano. Egli, così, dischiude il fascino del combattimento interiore per non cedere alla morte dell’anima, fatta di paura, tormento, angoscia e depressione. Infatti il vampiro vive soltanto nelle tenebre profonde della notte, come i peggiori incubi. E gli incubi per definizione si hanno quando si chiudono gli occhi, cioè quando ogni fonte di luce è invisibile. Ancora una volta, dunque, si rievoca il gotico (immaginario) e il medioevo (passato reale) come immagini di sfondo su cui si basa la figura del vampiro, cioè dell’uomo immerso nelle tenebre e nella morte.

Ma il tratto più peculiare e più vincente del vampiro è altro. Certo egli si porta dietro il fascino del non morto (del vivo morto o del morto vivo, come si è visto entrambe le direzioni sono presenti nella figura del vampiro), del potere occulto che domina la vita e la deturpa, del passato che rende schiavi e non liberi, della tenebra che cancella progressivamente la luce. Tutto questo è solo lo sfondo della figura del vampiro, a cui ci siamo accostati procedendo da lontano. Il tratto vincente del vampiro, almeno rispetto alla società e alla cultura contemporanea dominata da una complessa interazione tra elementi eterogenei che sfugge alla semplice riduzione ad una sola fonte di conoscenza, è il suo essere avido e privo di vita di per sé.

Il vampiro non può vivere, nel suo strano senso, senza il sangue altrui. In parole povere egli prende senza dare. Il vampiro è un super-bambino che si nutre di sostanza altrui senza doverne dare alcuna e senza avere o sentire il dovere morale di contraccambiare in qualche modo, di restituiredonare in cambio. Egli è l’emblema stesso della povertà e della miseria umana, cioè di quell’istinto predatore insito in tutti noi, che cerca di arraffare il più possibile senza dare in cambio mai niente. E questo istinto nel vampiro è puro, perché non controbilanciato né dall’amore né dalla ragione, entrambi limiti agli istinti e alla forma pura di egoismo supremo. E’ l’istinto del bambino, il quale è niente senza la madre e il padre che lo accudiscono e lo sfamano. Il vampiro è un bambino senza genitori, abbandonato nel mondo e incapace di agire se non cercando continuamente di predare. Come il bambino, il vampiro è sempre affamato, come il bambino il vampiro deambula ma non ha consapevolezza del futuro. Come il bambino nasce cablato da migliaia di anni di evoluzione biologica e finisce per vivere in un mondo che non può capire, così il vampiro nasce nella notte ancestrale, nella tenebra completa e, quindi, per sopravvivere ha bisogno di altri. Ma a differenza del bambino, il vampiro non può amare e non ha futuro. Egli è l’essere castrato per eccellenza.

Infatti si solleva sempre il legame tra sangue-sesso nella figura del vampiro, ma questa non è che la superficie. Perché il vampiro non può dominare il mondo con il sesso perché è un essere sterile d’amore. Il vampiro è rapace, cioè prende il sangue di altri per sopravvivere ma allo stesso tempo non dà mai niente in cambio, se non la perversione della vita stessa. Per tale ragione, dunque, il vampiro è sia rapace che sterile.

In fine, il vampiro è l’essere depresso per eccellenza. Il depresso è slegato dal mondo, si sente unico nel senso di totalmente solo. Il depresso sente di essere l’unico in senso assoluto ad avere dei problemi che, quali che siano, sono solo suoi propri e nessuno al mondo potrà levarglieli. Il vampiro è esattamente come il depresso: è oppresso dalla solitudine di chi crede di essere unico nel mondo ad avere un fardello insopportabile, una illusione infantile, che domina quotidianamente gli spiriti più poveri, che lo conduce a cercare la vita in altri perché lui di vita non ne ha né per sé né per nessuno. Il risultato è una forma peculiare di cannibalismo che non è propriamente fisico (come nel caso degli zombie) ma è selettivo. Il sangue, da sempre simbolo di vita e di forza, è l’essenza vitale che il vampiro preda per sé stesso, per alleviare le sue sofferenze.

Potrà sembrare paradossale, ma, a mio giudizio, gli elementi vincenti del vampiro sono essenzialmente tre: la sua avidità di vita altrui, la sua incapacità di amare (sessualmente e sentimentalmente), la sua intrinseca depressione dovuta alla solitudine. In sostanza egli è l’emblema dell’uomo ancora vincolato al suo passato di bambino, incapace ancora di capire la realtà che lo circonda, che determina in lui la paura folle del presente e lo conduce alla prostrazione della depressione, inducendogli una condizione di repressione sessuale e sentimentale opprimente, che crede unica nel mondo.

E infatti la nostra società vede il tema dominante della castrazione fisica nella continua assenza di calore umano, ben chiaro nell’emblema della bellezza promiscua, androgina e confusa che vede l’amore come una sorta di ginnastica tra i sessi e si esprime attraverso il culto di un corpo percepito come oggetto marcito da migliorare e aggiornare perpetuamente. Allo stesso modo di come si esorcizza la solitudine recandosi in posti affollati in cui è impossibile parlare con nessuno perché tutti senza alcun legame con gli altri: è la società dei club dei suicidi (per rievocare il titolo di un libro di Stevenson). Questo ci conduce alla considerazione della presa di coscienza che il mondo civile sia costituito da un insieme di bambini poco educati e mal cresciuti, abituati a vedere la propria pochezza da cui non si sa come uscirne e da cui non si vuole veramente uscirne, che aspetta la salvezza da terzi, pur senza lavorare per tale salvezza. Sono esseri abbandonati sin da subito da un contesto familiare assente, specchio di un contesto sociale individualista partizionato al ribasso, che li conduce a cercare di intrattenere rapporti con altre persone senza mai dare niente in cambio. Essi vogliono mangiare alla tua tavola, ma non ti portano mai un pensiero. Essi vogliono chiamarti alle ore tarde della notte, però ti rifiutano la telefonata. Essi sono capaci di bagnarti la spalla, ma non ti cercano mai quando sono felici. Essi ti intristiscono quando sei felice e ti opprimono quando sei triste. Sono coloro che godono dagli incidenti stradali e dai disastri aerei, ma si terrorizzano a salutare il proprio vicino di casa. Sono quelli che a lavoro ti temono, ti odiano ma ti sorridono parlando del tempo atmosferico.

In fine, il vampiro è una figura laica nel senso che nasce da una forma di superstizione. Per capire il simbolo del vampiro non c’è bisogno della religione, che infatti è il nemico del vampiro. Infatti conficcare un paletto nel cuore del vampiro è tanto poco atto di fede, quanto poco c’è di fede nel vampiro, ovviamente privo della capacità di credere in qualsiasi cosa che non sia la propria avidità per la vita altrui. Quindi il vampiro ritorna sotto la veste di una superstizione propria della nostra società, laica fino al punto di aver sostituito il maligno con una forma più concreta, e ben meno significativa, di “cattivo”. Sicché il vampiro nasce e vive in una società priva di una chiara ideologia e religione.

La verità, allora, è che il vampiro è una figura vincente perché è una figura tanto simile all’uomo medio che, tutto considerato, non c’è bisogno di vedere i raccapricci orrorifici e sanguinolenti dei film per capire che cosa sia l’idea del vampiro. Esso è semplicemente quell’uomo impotente che vaga a caso in un mondo che non capisce, non vuole fare la fatica di capire, che cerca di dominare tramite mezzi mediocri ed infantili, pervaso da un mondo fatto di simili che non ama e non vuole amare e da cui non può essere amato. Non è un caso, dunque, che il vampiro sia diventato una delle figure dominanti non del medioevo e non dell’illuminismo. Esso è una peculiare figura (post)romantica, propriamente decadente che prende la sua vittoria nella società del nascente capitalismo rampante dell’età degli imperi. Insomma, il vampiro è soltanto una faccia della normalità e, forse per questo, non mi mai sembrato niente di particolarmente interessante. Forse, più semplicemente, una questione di gusti?

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