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Zombie e fantasmi: due figure complementari

Ispirato da una proficua discussione con Francesco Marigo, mio caro amico, vorrei proseguire la strada intrapresa da Il vampiro: un’analisi filosofica con una analisi sugli zombie. Innanzi tutto, gli zombie potrebbero essere ispirati ad alla religione voodoo, ma quelli a cui mi riferirò io sono gli zombie concepiti dalla cultura popolare dei film. Come anche i vampiri, gli zombie sono delle figure che non mi hanno mai detto niente, sicché, rifiutando di pensare che il loro successo sia dovuto alla superficialità della gente, sempre invocata per spiegare qualcosa che non si capisce, tento di comprenderne il significato. Anche perché pure la superficialità ha le sue ragioni e la sua logica, sicché spiegare un fenomeno invocando la superficialità non aggiunge molto alle nostre conoscenze, semmai sposta il problema e addirittura lo complica.

night-of-the-living-deadPrima di iniziare vale la pena dire che, a differenza del vampiro, gli zombie sono considerati un autorevole problema filosofico a tal punto che la Stanford Encyclopedia of Philosophy, una delle sovrane fonti filosofiche analitiche e non solo del nostro evo, dedica una intera pagina alla questione. Infatti, prima di tutto ci si può domandare se gli zombie siano possibili, se la loro esistenza sia compatibile con il nostro mondo o se siano impossibili. In secondo luogo essi possono essere utilizzati in esperimenti mentali, ovvero scenari ipotetici in cui si testano le teorie filosofiche: la letteratura epistemologica (dai problemi di Gettier allo scetticismo) e la filosofia della mente (celebri i casi della terra gemella o proprio degli zombie) sono costitutivamente indirizzate da simili scenari immaginari. Gli zombie sono spesso invocati per i problemi legati alla relazione mente/corpo nella theory of mind and consciousness. Detto questo, io mi concentrerò esclusivamente sulla figura simbolica dello zombie, così come ci viene presentata dalla cultura popolare. Per i più interessati alle altre vicende, rimando all’autorevole voce della Stanford sugli zombie.

Dunque, lo zombie è un non morto umanoide, cioè un essere umano che ha perso una parte consistente della vita ma non tutta. La sua tipica caratteristica è quella di essere un corpo umano privo di anima (e non solo nel senso di mente, motivo per il quale non bastano i problemi della filosofia della mente per esaurirne la portata), cioè di ogni forma di capacità senziente, a parte una insaziabile fame di altri esseri umani. In questo senso è simile al vampiro. Ma il vampiro è una figura senziente, che persegue i suoi fini. Il problema del vampiro è quella di essere ottenebrato dai fini, per altro maligni e malvagi. O, per meglio dire, il vampiro è talmente ossessionato dal suo desiderio, da essere vicino al tossicodipendente e, quindi, non è privo di una sensibilità. Quindi il vampiro è lontano dallo zombie in tutti i sensi.

Mentre il fascino del vampiro nasce dalla sua stessa figura, romantica perché dominato da scopi (malvagi) che non può raggiungere, perpetuamente alla ricerca di vita e di potere, la ragione della forza dell’interesse per lo zombie va ricercato nella sua natura di “specchio deformante”. E, come ogni specchio, esso non è niente senza colui che guarda nello specchio e attraverso lo specchio. Infatti, lo zombie non ha coscienza, non ha intelletto. In una parola, non è un “lui”. Noi dovremmo piuttosto parlare dello zombie come di un “quello”: in inglese dovremmo usare l’”it” neutro e non l’”he/she”. Lo zombie è una specie di robot, per quanto nato su basi umane.

Il senso stesso dello zombie è dovuto allo spettatore che si vede come potrebbe essere se solo fosse privo di capacità emotive e intellettive. Inoltre, lo spettatore è istintivamente portato ad associare allo zombie credenze ed emozioni, perché è pur sempre una figura umana. Lo spettatore fa continuamente fatica a cancellare l’istinto primordiale che Spinoza chiamava empatia, cioè la capacità di attribuire emozioni agli altri. Lo zombie mette in discussione questa basilare sensazione, massimizzata quando lo zombie è un parente o un caro. Infatti, sin da La notte dei morti viventi, capolavoro di Romero, i momenti di massimo climax emotivo nascono quando i personaggi devono confrontarsi con i propri cari trasformati in zombie. Lo spettatore introietta la percezione del traviamento e dell’impotenza nel contrastare il bias cognitivo.

A differenza del vampiro, la forza dello zombie nasce dalla massa, caratteristica che mi ha fatto notare proprio il mio amico. Infatti, il vampiro è un individuo forte: è dotato di carattere, di emozioni e di intelligenza. Quindi è una persona responsabile, solamente malvagia fino all’essenza tormentata della sua anima perseguitata dal male. Lo zombie, al contrario, non può “vivere” se non con altri. Esso è una deambulazione (il)logica che si fionda sulla preda lentamente. Infatti, il problema dei personaggi de La notte dei morti viventi non è quello di abbattere uno zombie o di scappare da un paio di essi. Il loro problema è l’inesorabilità del destino che arriva. E’ la consapevolezza del vivo che la morte sta lentamente incombendo: si può scappare, si può evitare ma non si può eliminare mai del tutto. Quindi, il risultato è che lo zombie è la proiezione di un individuo perfettamente inerte, totalmente massificato, privato della sua individualità e personalità, che ha ceduto pienamente alla massa.

Lo zombie, in un certo senso, è sia il risultato di una percezione dell’individuo privo di emozioni e personalità che si può avere soltanto vivendo in società costituite da milioni di persone, impossibili da conoscere tutte. Sicché il volto diventa solo una maschera per un numero. Lo zombie è un essere che non ha senso se non come gruppo, perché totalmente indistinguibile dagli altri. Esso ha perso la sua individualità e la sua anima, sicché non è più un uomo, anche se ne ha tutta la parvenza. Sicché lo zombie diventa la metafora dell’uomo che guarda la sua società senza vederci umanità, circondato com’è da sconosciuti che non riesce più ad interpretare neppure a livello emotivo. Lo zombie, quindi, non ha senso se non come sorta di specchio riflettente, cioè di mezzo attraverso il quale lo spettatore si rivede come zombie. E siccome presto o tardi lo zombie arriva, egli sa che prima o poi dovrà cedergli. E’ la morte, dunque, che lo perseguita, che lo insegue per agguantarlo. Ma non la morte pacifica, quella che fa concludere la vita. Si tratta di una morte di superficie, cioè di ciò che ci priva delle nostre caratteristiche di esseri umani: quindi, la forma peggiore di annullamento proprio perché non totale. E arriverà il momento in cui la propria volontà di vita cede all’abbattimento di un destino che non si può vincere.

Il contrario perfetto dello zombie è il fantasma. Lo zombie ha un corpo, il fantasma no. Lo zombie non ha un anima, il fantasma ha solo quella. Mentre lo zombie non ha capacità di intendere e volere, il fantasma riesce a pianificare e a provare intense emozioni. Il fantasma nasce, infatti, da tre condizioni: (a) attribuzione di sentimenti ad uno spazio (il fantasma del lago, dell’opera…), (b) attribuzione di sentimenti ad una proiezione di una persona morta, ancora troppo viva per essere morta del tutto (il fantasma di Banquo nel Macbeth, il fantasma di un caro morto ossessionato dalla vita), (c) attribuzione di sentimenti ad una condizione astratta (il fantasma di un uomo che “non vuole” morire, il fantasma visto in una pianta, in una pietra etc.). Se lo zombie è l’emblema della massificazione dell’individuo, il fantasma è la scissione perfetta tra mente e corpo. Una mente che è così piena di vita che non si può credere terminata con la perdita del corpo.

In questo senso, un fantasma nel corpo di uno zombie diventa un uomo! Non stupisce che il fantasma sia una figura più antica dello zombie. Infatti, per l’esistenza di uno zombie è richiesta una società talmente sovraffollata da rendere impossibile attribuire a tutti un significato nella propria vita. E, ancora di più, è una società altamente densamente popolata perché anche il contadino del seicento non riusciva a conoscere tutti gli individui del mondo, ma non aveva il problema: veniva a contatto con i membri del suo paese e poco più, quindi non avvertiva la percezione di essere una goccia nell’oceano, inutile e stupido perché uguale agli insipidi esseri che lo circondano. Il fantasma, invece, è più intuitivo perché nasce dalla fantasia ordinaria dell’essere umano che antropomorfizza il mondo attraverso un carico di sentimenti che non riesce a vedere solo dentro di sé. Inoltre il fantasma dà senso a quella innata tendenza umana di scindere la mente dal corpo.

Il fantasma, dunque, è una fantasia piuttosto ordinaria, dovuta alla forza dell’emotività umana concentrata sullo spazio o sulla persona o entrambe. Lo zombie, invece, è il ribaltamento perfetto della figura del fantasma, più controintuitiva perché lo zombie è il portatore di un vuoto. Mentre il fantasma è un pieno, talmente denso da deviare la forza sociale di gravità (tutto finirà per assorbirlo e assorbire coloro che verranno a contatto con lui), lo zombie è un essere che restituisce il nulla. Lo zombie è un simulacro, una marionetta che ha perso i fili. Cioè un uomo comune privato degli scopi di un presunto burattinaio: senza lavoro, senza famiglia, senza religione, non gli rimane niente altro che diventare parte di un tutto omogeneo, ad esso speculare, e cannibalizzare coloro che ancora sono in grado di vivere. Non per niente i cannibalizzati si trasformano in zombie perché la massificazione è contagiosa.

In fine, una caratteristica vincente dello zombie, a differenza del vampiro, è la sua appartenenza al genere trash, vale a dire di quella infinita categoria di materiali che abbruttiscono lo spettatore e che lo spettatore ricerca per abbruttirsi e sentirsi, così, uguale e diverso dall’oggetto che percepisce. Egli guarda qualcosa di orrido per provare una sensazione catartica, analoga al più antico degli analgesici: premere contro il punto di dolore per provare sollievo dal fatto che esso scema parzialmente proprio dal fatto che prima è aumentato e poi diminuisce. Questo fatto era curiosamente trovato assurdo da Hobbes (di cui ne parla nel Leviatano) perché da una certa quantità di dolore, x, si passa ad una quantità di dolore maggiore, x+n. David Hume, invece, nel suo Trattato della natura umana riconsidera il problema osservando che il passaggio da x a x+n per ritornare a x determina una sensazione di sollievo relativo nel soggetto. Tutto questo per spiegare una caratteristica del mondo zombie: esso non terrorizza più di quanto disgusti. Un essere umano privo di anima e cannibale non può lasciare indifferenti (come nella celebre immagine della bambina che cannibalizza la madre in La notte dei morti viventi). Sicché lo zombie, molto più del vampiro (che lascia più o meno intatte le sue prede), vive nel mondo di quegli spettatori alla ricerca di un gusto raffinato del trash, cioè della sensazione di catarsi per abbruttimento relativo.

In definitiva, dunque, anche lo zombie nasce nella società di massa e attira per la sua capacità di frustrare lo spettatore, torturato dalla vista di uomini che non può considerare tali. Ancora una volta una percezione che lui conosce assai bene, costretto com’è a confrontarsi con esseri che sono in tutto dei simulacri vuoti, delle salsicce senza carne, dei burattini privi di un burattinaio. La società degli zombie è la società delle formiche impazzite che si autogovernano senza scopo e vagano per il mondo cercando esseri da divorare. Così lo zombie è, a differenza del fantasma (non per niente molto meno considerato nel cinema horror), una figura vincente della società di massa che fatica a concepirsi come una comunità di esseri umani. L’immagine del grande formicaio impazzito è quel sostrato più antico e profondo che la cultura popolare ha figurato a suo modo. In fondo, chi non si sente circondato dagli zombie?


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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