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Filosofia della mente

Parte 1

Mente – corpo

Paradigma dualistico del problema mente – corpo:

Ipotesi 1: esiste il corpo.

Ipotesi 2: esiste la mente.

Ipotesi 3: Mente e corpo sono due entità totalmente distinte.

Se esiste la mente, se esiste il corpo, se la mente e il corpo sono due entità totalmente distinte allora nessuna proprietà della mente è riducibile a quella del corpo.

Tesi d(ualismo): mente e corpo sono due sostanze diverse e irriducibili.

Ipotesi 4: una descrizione è riducibile ad un’altra se e solo se i termini dell’una e dell’altra sono riscrivibili nei termini dell’una e dell’altra. Sp. (cioè le due descrizioni devono avere la stessa forma ).

Se una descrizione è riducibile ad un’altra se e solo se i termini dell’una sono riscrivibili nei termini dell’altra e viceversa, se mente e corpo sono due entità ( sostanze ) completamente distinte allora la descrizione della mente e la descrizione del corpo sono irriducibili l’una all’altra.

Tesi 2d: la descrizione dell’attività mentale e del comportamento sono del tutto irriducibili l’una all’altra.

 

Paradigma materialismo

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: “il fisico” può essere descritto nei termini del vocabolario della fisica galileiana.

Se tutto ciò che esiste è fisico, se il corpo è fisico, se la mente non è fisica allora il corpo esiste e la mente no.

Tesi aM(aterialismo): il corpo è ciò che esiste.

Sp ( la mente, come sostanza diversa dal corpo, no ).

 

Materialismo fisicalista

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: il corpo è ciò che esiste.

Ipotesi 3: il fisico può essere adeguatamente descritto nei termini del vocabolario della fisica galileiana.

Se il corpo è ciò che esiste, se il fisico può essere adeguatamente descritto e spiegato nei termini della fisica galileiana allora la mente non esiste come sostanza ed è efficacemente descrivibile nei termini della fisica galileiana.

Tesi 1F(isicalista): la mente, in quanto evento fisico, è adeguatamente descrivibile nei termini della fisica galileiana.

Sp. ( La mente tuttavia può essere comunque descritta anche in modo alternativo alla fisica. In questo caso, saremo di fronte ad una teoria materialista fiscalista non riduzionista, come il funzionalismo. Se invece si interpreta in senso forte la tesi fisicalista allora la descrizione del mentale sarà posta solo nei termini del vocabolario della fisica e non sarà possibile avere attendibili descrizioni alternative. In questo senso, si parlerà di riduzionismo. Importante è specificare che, sebbene non si capisca bene come, il materialismo in genere non è necessariamente fisicalista e il fisicalista stesso non necessariamente è un riduzionista-eliminativista ).

 

Materialismo eliminativista

Ipotesi 1: tutto ciò che accade è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico è adeguatamente descrivibile nei termini della fisica galileiana.

Ipotesi 3: tutto ciò che non è fisico non esiste.

Se la mente è una sostanza diversa dal corpo allora non è fisica dunque non esiste. Se la mente coincide col corpo allora è il corpo e dunque è descrivibile dalla fisica.

Tesi 1E(liminativista): la mente non esiste.

Tesi 2E: qualunque descrizione del “mentale” attinge ad una serie di nozioni vuote, dunque nessuna descrizione del mentale in termini alternativi a quelli fisici è sensata/significativa.

 

Obiezione all’eliminativismo

Ipotesi 1: il mentale non esiste

Ipotesi 2: la verità si predica delle credenze.

Ipotesi 3: le credenze sono stati mentali.

Se le credenze sono stati mentali, se il mentale non esiste allora non esistono manco le condizioni di verità per le credenze.

Tesi aO.: dunque, le credenze non sono né vere né false.

 

Paradigma dell’identità psico-fisica

Ipotesi 1: tutto ciò che accade è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico è descrivibile dalla fisica.

Ipotesi 3: mente e corpo sono una stessa e unica cosa.

Ipotesi 4: ad ogni stato mentale corrisponde uno e un solo stato cerebrale e viceversa.

Se mente e corpo sono una stessa e unica cosa, se la mente si lascia descrivere e il corpo si lascia descrivere allora la mente e il corpo pur essendo una stessa cosa, avranno descrizioni diverse.

Tesi PF1: mente e corpo sono una sola cosa con due descrizioni diverse relazionabili tra loro.

 

Obiezione di Putnam

Ipotesi 1PF: ad ogni stato mentale corrisponde uno e un solo stato fisico e viceversa.

Ipotesi 2: una descrizione è riducibile ad un’altra se e solo se i termini dell’una mantengono le stesse proprietà una volta riscritti nei termini dell’altra.

Ipotesi 3: due stati mentali sono identici se e solo se sono uguali i relativi stati cerebrali ( per l’ipotesi 4 del paradigma PF ).

Ipotesi 4: esistono più cervelli.

Se due eventi fisici in due cervelli provocheranno la stessa configurazione fisica allora i due cervelli proveranno la stessa e medesima cosa.

Tesi Ob.1: dunque, quando dico “voglio mangiare una mela” avrò la stessa occorrenza mentale di una qualunque altra persona che dica “voglio mangiare una mela”. Alla parola “mela” proverò la stessa e medesima cosa di chi penserà a “mela”.

Tesi Ob.2: dunque, un cane che vede un pezzo di carne sulla graticola proverà la stessa e medesima cosa di chi, da uomo, vedrà la carne sulla graticola.

( Il ragionamento funziona in questi termini: due cervelli proveranno la stessa e medesima cosa qualora siano configurati allo stesso modo. Ad occorrenze cerebrali identiche seguono stati mentali identici. Ciò significa poter ammettere che qualunque cervello, se configurato in modo analogo a quello di un altro, prova la stessa e medesima cosa dell’altro ).

 

Obiezione antiriduzionista

Ipotesi 1: uno stato mentale ha un corrispettivo ed unico stato cerebrale.

Ipotesi 2: di uno stato mentale e di uno stato cerebrale esistono due descrizioni proprie diverse l’una dall’altra.

Ipotesi 3: le descrizioni diverse del mentale e del fisico possono essere ridotte alla descrizione fisica ( idea fisicalista ).

Ipotesi 4: il principio di riduzione è operabile se e solo se ciò che riduco nella riduzione mantiene le proprietà.

Se uno stato mentale ha un corrispettivo ed unico stato fisico, se il mentale è descrivibile in termini diversi ma equivalenti a quelli fisici allora la descrizione del mentale ridotta alla descrizione fisica deve mantenere tutte le caratteristiche della descrizione mentale in termini mentali. Tuttavia la descrizione mentale non mantiene tutte le proprietà che ha nella sua espressione in termini mentali, una volta trasposta in termini fisici.

Tesi aO.: dunque, la descrizione mentale non è riducibile nei termini fisici.

 

Obiezione antiriduzionista di Kripke

Ipotesi 1: lo stato mentale e lo stato cerebrale sono identici per ipotesi dell’identità psicofisica ( ipotesi 3 ).

Ipotesi 2: uno stato mentale può non essere prodotto dal corrispondente stato cerebrale e uno stato cerebrale non causa necessariamente sempre lo stesso stato mentale.

Ipotesi 3: ( verità contingente ).

Tesi aO.: L’identità psicofisica non è vera in tutti i mondi possibili e dunque è, al limite, una verità contingente.

( L’idea fondamentale di questo ragionamento è semplicemente mostrare che l’ipotesi dell’identità psicofisica è, appunto, una ipostesi e non una verità analitica, a priori. L’idea è sorretta dal fatto che uno stato mentale non è sempre prodotto dalla stessa configurazione fisica. Per esempio, la sollecitazione di una certa fibra nervosa può causare un certo dolore ma anche non causarlo. Questa è una verità contingente e dunque non consente di porre un vincolo analitico tra gli stati mentali e gli stati fisici, dunque se c’è una verità nella teoria psicofisica, questa non può che essere contingente ).


 

Paradigma del comportamentismo psicologico

Il comportamentismo psicologico è un approccio al mentale che mira a spiegare solo ed esclusivamente il comportamento. Il principio del comportamentismo psicologico è quello di considerare il comportamentismo spiegabile esclusivamente in termini di in-put e out-put mettendo tra parentesi tutto ciò che è etichettato comunemente come “mentale”.

Obiezione di Chomsky.

Se il comportamentismo intende spiegare il comportamento solo a partire da determinati stimoli senza tenere in considerazione di alcun che di mentale, se la credibilità del comportamentismo risiede nella capacità di predizione del comportamento, allora il comportamentismo non è sostenibile come approccio scientifico. Il comportamentismo non riesce a prevedere comportamenti “sovrabbondanti” rispetto alla povertà degli stimoli che lo dovrebbero porre, il linguaggio, nel suo apprendimento, per esempio, non sembra essere semplicemente riducibile alle poche nozioni che abbiamo e dalle quali, pure, ricaviamo tutto il resto. E se il comportamentismo si attiene solo alla registrazione di comportamenti che si manifestano solo a determinati in-put/stimoli, allora riesce a predire solo una limitatissima gamma di comportamenti, che pure non sarebbe in grado di spiegare.

Queste due obiezioni hanno fatto crollare l’approccio del comportamentismo psicologico.

 

Comportamentismo logico

L’obbiettivo della ricerca scientifica non deve essere quella di spiegare in chi sa quale modo la mente operi, semplicemente ci si può accontentare di una spiegazione fisica del comportamento. La psicologia

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico ( ipo-tesi materialista ).

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico è descrivibile dalla fisica ( ipo-tesi fisicalista ).

Ipotesi 3: il comportamento è un fenomeno fisico.

Se il comportamento è un fenomeno fisico, ciò che è fisico è descrivibile allora il comportamento si deve ridurre ad una descrizione fisica di esso.

Tesi c(comportamentista)1: Dunque, il comportamento deve essere descritto in termini fisici.

In altri termini, l’idea del comportamentismo risiede nella constatazione di fatto che il comportamento è una questione fisica e, per tanto, da tale deve esser trattata. I ragionamenti fondanti del comportamentismo sono quelli di Wittghenstein e quello di Ryle.

a)      La critica di Wittghenstein al dualismo cartesiano ( genericamente inteso come dualismo delle sostanze senza specificare le varie soluzioni di Cartesio alla questione del mentale ).

Ipotesi 1: ci sono due persone che guardano dentro una scatola senza che l’uno possa guardare nella scatola dell’altro.

Ipotesi 2: le due persone usano una stessa parola per indicare ciò che vedono nella scatola.

Se le due persone usano una stessa parola per indicare ciò che vedono nella scatola, se le due persone non possono vedere ciò che l’ciascuno vede nella propria scatola, allora le due persone, a prescindere da ciò che vedono nella propria scatola, crederanno di vedere ciò che vede l’altro.

Tesi W1: dunque le persone crederanno di vedere ciò che vede l’altro.

L’idea è molto semplice: Wittghenstein mostra come non si possa trattare un fatto mentale allo stesso modo di un fatto oggettivo. Infatti, tutti possiamo tranquillamente usare parole inerenti stati mentali senza mai poter verificare se quelle parole hanno lo stesso significato che hanno per le altre persone. L’analogia della scatola si fonda sull’idea che, come per gli stati mentali, entrambe le persone non vedono ciò che entrambi denominano con la stessa parola. Il punto è che il fatto che le due persone vedano poi una stessa cosa o una diversa è per loro impossibile da verificare: l’uso linguistico della parola non dipende dal contenuto. Questo ragionamento può esser applicato agli stati mentali: non si può dire se una persona con “sto provando dolore” stia sostenendo la stessa cosa di quando io asserisco “sto provando dolore”.

Wittghenstein non si propone di proporre di sostenere una tesi positiva intorno alla natura degli stati mentali, si limita semplicemente a mostrare come la tesi del dualismo non è plausibile: non esiste alcuna possibilità di asserzione sull’esperienza interiore intesa come esperienza-d’accesso privilegiato.

b)      La proposta di Ryle.

Ipotesi 1: il comportamentismo è la psicologia scientifica.

Ipotesi 2: esiste la psicologia del senso comune.

Ipotesi 3: la psicologia del senso comune è una teorica che pensa al mentale come descritto da una serie composita di stati mentali.

Se la psicologica del senso comune è una teoria che pensa al mentale come descritto da una serie composita di stati mentali, se il comportamentismo accetta il fiscalismo, se il fiscalismo ammette l’esistenza dei soli fatti fisici, se tutto ciò che non è fisico non esiste allora la teoria psicologica del senso comune è falsa in quanto basata su concetti falsi.

Tesi R.a: Dunque la teoria psicologica del senso comune è falsa in quanto basata su concetti falsi.

Tesi R.b: Dunque la teoria psicologica del senso comune è una descrizione razionalizzante dei comportamenti.

In altre parole, l’idea di Ryle è quella di mostrare come non si possa sostenere, da un lato, la credibilità della psicologia del senso comune di fronte al fiscalismo: essa è falsa per il semplice fatto che gli stati mentali, entità linguistiche fondamentali e insostituibili per le sue spiegazioni, non esistono.

Tuttavia Ryle non nega l’esistenza della teoria psicologica e la descrive come una “razionalizzazione” del comportamento. Noi, non riuscendoci a spiegare in altri termini il comportamento umano, siamo indotti a cercare delle ragioni per il comportamento altrui e così renderlo giustificabile ai nostri occhi.

Obiezioni al comportamentismo logico: l’insufficienza del “comportamento” per la sua stessa spiegazione e descrizione; e il problema dell’aspetto qualitativo degli stati mentali.

Le obiezioni al comportamentismo logico sono di due generi diversi. L’idea di Ryle era quella di proporre una traduzione dei termini del linguaggio psicologico comune nei termini di un più scelto e preciso linguaggio scientifico. In questo senso, tutte le descrizioni della psicologia del senso comune, riguardanti gli stati mentali, devono essere riproposti in termini comportamentali. Se questo fosse possibile sempre, Ryle avrebbe ragione.

Tuttavia così non è perché per spiegare gli stati mentali ne necessitiamo di molti altri antecedenti e successivi ed, in questo senso, è impossibile eliminare del tutto gli stati mentali dalla descrizione. Negata la possibilità di una traduzione, è negata anche la possibilità del progetto di Ryle. ( L’idea di dover riscrivere il linguaggio della psicologia del senso comune in termini di linguaggio scientifico non è esclusiva di Ryle, ma di tutti quelli che sostengono tale psicologia-non-scientifica una teoria falsa. Quasi tutti gli eliminativisti sono di questo parere e lo sono senz’altro i coniugi Churchland, neurofisiologi eliminativisti. D’altronde, una volta supposto che gli stati mentali sono una realtà linguistica più che una realtà “reale” –giacché tutto ciò che c’è è fisico, materiale nel senso più limitante del termine- è conseguente che la volontà sia quella di riscrivere un linguaggio nei termini dell’altro, più scientifico e, per definizione, rigoroso ).

La seconda obiezione è quella che non si riesce a descrivere la qualità dell’esperienza interiore, per esempio, è impossibile descrivere il “dolore” come sensazione e nemmeno come “comportamento” qualora faccia di tutto ( e lo faccia benissimo ) per mascherarlo. In effetti, ciò che definisce “ho un dolore” è proprio il fatto che io provi una qualche qualità tale che, se tolta, è tolto anche il senso della frase. Il fatto è che in termini di comportamento è impossibile descrivere quest’aspetto.


Paradigma funzionalista

 Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico è descrivibile nei termini della fisica.

Ipotesi 3: uno stato mentale è uno stato definito nei termini del suo ruolo funzionale.

Ipotesi 4: uno stato funzionale è il ruolo causale dello stato mentale.

Ipotesi 5: il ruolo causale è l’insieme delle cause che determina uno stato mentale e che sono determinati da esso.

Ipotesi 6: l’intera descrizione degli stati mentali implica la descrizione della mente.

Se l’intera descrizione degli stati mentali implica la descrizione della mente, se uno stato mentale è uno stato definito nei termini del suo ruolo funzionale allora la descrizione funzionale è irridibile alla descrizione fisica.

Tesi F.a: la descrizione funzionalista non è riducibile ai termini della fisica.

L’idea fondamentale del funzionalista è quella di riuscire a salvaguardare, da un lato, il fisicalismo, e dall’altro l’indipendenza ( della descrizione ) del mentale. La questione funzionalista, si badi bene, è una questione tutta di spiegazione-descrizione e non è una questione ontologica, nel senso che accetta l’ontologia proposta dal fisicalismo, ma non accetta l’idea che il mentale sia interamente riscrivibile in termini fisici.

Il fatto è che una delle tesi del funzionalismo ( quella fisicalista appunto ) pone come una realtà la materia che è descrivibile nei termini della scienza fisica. Ma anche il mentale è una faccenda di questo tipo. Ora, se così stanno le cose, perché si deve porre una ulteriore descrizione del mentale intesa in modo forte, cioè irriducibile nei termini della fisica galileiana? Una delle ragioni addotte dai funzionalisti è quella che il funzionalismo offre una spiegazione di alto livello estremamente più semplice di quella che darebbe altrimenti la fisica e, in tal modo, non è riducibile a quella.

Si badi che l’idea funzionalista non è una sorta di descrizione-alternativa a quella scientifica, bensì sfrutta uno dei principi di cui la stessa scienza si avvale: del principio di causalità finale. Un certo stato mentale è definito da ciò che lo precede ma anche da ciò che determina in vista di un certo altro stato mentale. Come il cuore è definito dal suo ruolo causale che svolge nell’organismo, allo stesso modo lo stato funzionale. L’idea è dunque quella di porre gli stati mentali descrivibili come se fossero delle entità causali all’interno del loro campo di esistenza. Essi causano e sono causa di. Ma in questa “causalità di” si pone il fine dello stato mentale stesso senza il quale non sarebbe tale.

E in questo senso vediamo come la descrizione degli stati mentali sopravvenga alla descrizione fisica in quanto, per quanto uno stato mentale sia senz’altro determinato da certe cause fisiche, non per questo si può definire a partire esclusivamente da queste. Per porre rimedio a questa mancanza si fa uso di questa teleologia predicata dello stato mentale. Ed è una questione descrittiva in quanto, a livello fisico, la teleologia non si applica ma ci è indispensabile per definire certe relazioni che gli stati mentali hanno-

Il funzionalismo dunque è in tutto una teoria scientifica o che, per lo meno, ha un intento genuinamente scientifico e si propone di difendere questo approccio in nome della pretesa di salvaguardia dell’”indipendenza del mentale dal fisico” e in nome del “non sacrificio del fisicalismo”.


Teoria rappresentazional-computazionale della mente

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico è descrivibile nei termini della fisica-

Ipotesi 3: uno stato mentale è definito a partire dalla sua funzione all’interno del sistema mente.

Ipotesi 4: la funzione di uno stato mentale è definita a partire dalla definizione del ruolo causale che esso svolge all’interno dell’intero sistema “mente”.

Ipotesi 5: uno stato mentale è uno stato computazionale.

Ipotesi 6: uno stato computazionale è parte di una computazione.

Ipotesi 7: la computazione mentale è una computazione su rappresentazioni.

Ipotesi 8: la rappresentazione è un raggruppamento di informazioni sul mondo.

Ipotesi 9: la rappresentazione è o vera o falsa.

Ipotesi 10: la rappresentazione atomica è l’atomo della conoscenza.

Se la computazione mentale è una computazione su rappresentazioni, se la rappresentazione è un raggruppamento di informazioni sul mondo allora il mentale è un linguaggio mentale.

Tesi F.a: il mentale è un linguaggio mentale.

Se il mentale è un linguaggio mentale, se la rappresentazione è o vera o falsa, se la rappresentazione atomica è l’atomo della conoscenza allora computazioni su rappresentazioni vere sono vere.

Tesi F.b: dunque computazioni su rappresentazioni vere sono vere.

Se la rappresentazione è vera, se uno stato mentale è uno stato computazionale, se la computazione avviene tra rappresentazioni vere allora ne segue un’altra anch’essa vera.

Tesi F.c: dunque, se la computazione avviene tra rappresentazioni vere allora ne segue un’altra anch’essa vera.

Notiamo come il funzionalismo di Fodor sia a prescindere dalle determinazioni fisiche in quanto gli stati mentali sopravvengono rispetto agli stati fisici. In particolare, nella teoria di Fodor, gli stati mentali sono parti di computazioni che altro non sono che algoritmi. L’algoritmo è un problema risolvibile secondo un numero limitato di passi. In questo senso, la computazione è un passaggio-dell’algoritmo. La mente è un linguaggio dotato di proprietà sintattiche e semantiche.

L’attività mentale è un continua attività computazionale tale che il mentale, sopravvenendo al fisico, non può essere senza di questo ed è con questo in armonia nel senso che allo svolgersi degli stati cerebrali si svolgono anche gli stati mentali-computazionali.

Lo stato mentale è definito a partire dalla sua funzione, ruolo causale che svolge all’interno del sistema “mente”. In questa definizione, lo stato mentale non è definito come nella teoria dell’identità psicofisica, in relazione biunivoca tra uno stato cerebrale e uno stato mentale. Ovvero, ad uno stato mentale possono corrispondere diversi stati fisici. In questo senso, il funzionalismo descrive l’attività a prescindere dalle sue determinazioni materiali. Il che non significa dire che il funzionalismo non sia una teoria materialista, ma che, almeno nella teoria di Fodor, è antiriduzionistica.

La teoria di Fodor è si fonda sullo sforzo di mantenere intatta la validità della teoria psicologica del senso comune che pensa alle sue spiegazioni in termini di causalità di stati mentali, definendola in termini scientificamente accettabili.

Al problema dell’implementazione del mentale, Fodor propone la mente come una serie di macchine di Turing raccordate tra loro. La macchina di Turing è un dispositivo composto da due parti: da un lato una testina e dall’altro una pellicola potenzialmente segmentata infinita. La pellicola può contenere simboli oppure no. La testina è in grado di leggere i simboli, di spostarsi a sinistra in relazione ad un certo simbolo, di spostarsi a destra, di spostare un simbolo oppure di scriverne uno. La testina, se programmata in modo da tener presente il passo in cui si trova in un dato momento, è in grado di svolgere qualsiasi problema ben formulato nei termini delle istruzioni che la macchina può leggere.

La macchina di Turing è un dispositivo ideale definito a partire da due componenti, ma è importante notare che i due componenti sono definiti non dalla loro composizione materiale ma dalla loro funzione all’interno dello svolgimento dell’algoritmo. In questa “immagine” sta il ruolo del fisico nella descrizione funzionale.

 

Obiezione al funzionalismo: la questione della qualità degli stati mentali

Il funzionalismo descrive il mentale come complesso di stati mentali, stati funzionali definiti dal loro ruolo causale. Ma in questa descrizione rimane tagliata fuori la connotazione propriamente qualitativa degli stati mentali.

Il dolore, in quanto descrizione qualitativa di uno stato mentale, non trova spazio nella descrizione funzionalistica.

La risposta dei funzionalisti è molto interessante e profonda: in quanto la teoria funzionalista è una teoria scientifica ed in quanto la teoria scientifica si rifà solo a ciò che è osservabile, è coerente che non tratti degli aspetti qualitativi del mentale che, per definizione, non sono osservabili.

 

Obiezione al funzionalismo: problema delle descrizioni funzionaliste

Ipotesi 1: la popolazione cinese è composta da un numero elevato di individui sufficiente da pensare che

Ipotesi 2: ogni singolo uomo della popolazione cinese è una “testina” di una macchina di Turing.

Ipotesi 3: uno stato mentale è definito dalla sua funzione, posta dal ruolo causale che intrattiene all’interno del sistema “mente”.

Ipotesi 4: una descrizione funzionale sopravviene rispetto alla descrizione fisica.

Se una descrizione funzionale sopravviene rispetto alla descrizione fisica, se la popolazione cinese è composta da un numero sufficiente di individui da pensare che ogni singolo uomo della popolazione cinese è una “testina” di una macchina di Turing, se uno stato mentale è definito dalla sua funzione, posta dal ruolo causale che intrattiene all’interno del sistema “mente” allora la popolazione cinese costituisce una mente.

Tesi SC1: dunque, la popolazione cinese sarebbe secondo una descrizione funzionale “una mente”.

Il problema della descrizione funzionale è proprio che 1) prescinde dalla determinazione materiale, 2) può descrivere cose anche molto diverse. In questo senso, una descrizione funzionale della mente dovrebbe riuscire a porre vincoli più forti sulle proprie descrizioni.

 

Obiezione al funzionalismo della teoria rappresentazional-computazionale della mente: la stanza cinese

Ipotesi 1: un uomo è all’interno di una stanza.

Ipotesi 2: l’uomo possiede delle istruzioni per associare a dei simboli della lingua cinese altri simboli del cinese.

Ipotesi 3: la stanza ha una parete forata dalla quale possono passare delle informazioni.

Ipotesi 4: l’uomo riceve una frase in cinese.

Se l’uomo possiede delle istruzioni per associare a dei simboli della lingua cinese altri simboli del cinese, se l’uomo riceve una frase in cinese allora egli è in grado di rispondere alla frase cinese senza per questo saperlo.

Tesi Sa: dunque, l’uomo è in grado di rispondere alla frase cinese senza per questo saperlo.

La tesi dimostrerebbe che l’uomo è in grado di rispondere alla frase cinese senza esser minimamente consapevole di ciò che ha risposto ( e si possono immaginare molti tipi di possibili domande-risposte anche molto divertenti… ). Questa obiezione verte sul fatto che la TRMC è una teoria fortemente “formale”, che prescinde dunque dal contenuto degli stati mentali. Con questo esempio, Searl riesce a mettere in luce proprio questo problema.

L’analogia tra la stanza cinese e la “mente” della teoria sta nel fatto che l’uomo, nell’atto di associare i simboli della domanda a quelli della risposta, compie effettivamente delle computazioni delle quali egli è del tutto inconsapevole. In questo senso, se la teoria della TRMC fosse vera allora ogni uomo sarebbe del tutto ignaro delle computazioni ( o degli stati mentali ) che egli compie. Ed in quanto questo sarebbe negato dalla teoria ( e da chiunque faccia riferimento alla teoria del senso comune ), ciò non sarebbe accettabile neanche da Fodor.

 

Obiezione dell’intelligenza artificiale

L’obiezione dell’intelligenza artificiale è semplicemente la messa in evidenza della difficoltà da parte di psicologi TRMC di riuscire a costruire una “mente” a partire dalle tesi del funzionalismo fodoriano. Ora, questa obiezione non necessariamente risulta decisiva in quanto si fonda sull’idea “comportamentista” che vuole che due cose che svolgano lo stesso comportamento abbiano un stato mentale interno identico. Un computer di scacchi sarebbe una buona simulazione della “mente” che gioca a scacchi proprio perché riuscirebbe a svolgere delle mosse definite valide dalle regole del gioco.

Ciò non è affatto necessario: potremmo anche realizzare computer simili a noi senza per questo sapere se gli stati mentali loro sarebbero identici ai nostri o, se dietro il comportamento, ci fosse qualcos’altro.

D’altronde, data la definizione di stato mentale come stato funzionale definito dall’insieme dei nessi causali, questa obiezione sembra essere, almeno in una certa misura, credibile. Fodor infatti non sarebbe disposto ad ammettere che, qualora una macchina costruita a partire dai principi della TRMC che svolgesse tutti i compiti di una qualunque “mente”, tale macchina non sia definita “macchina pensante”. Il problema della teoria fodoriana è che essa deve funzionare anche a prescindere dal sostrato fisico “biologico” e dunque, il problema sollevato dall’impossibilità di porre una mente artificiale non può essere posto a partire da problemi di natura fisica ed in ciò sta la sua problematicità di fronte alla TRMC.

Cause mentali

1) Principio di realizzabilità multipla (tesi funzionalista ): uno stesso stato mentale può essere determinato da più stati fisici. Questo principio risponde a problemi di tipo fisico e non di tipo logico.

2) Sopravvenienza psicofisica ( tesi riduzionista/eliminativista ): la sopravvenienza psicofisica pone una uguaglianza tra stati mentali e stati fisici.

Esiste uno stato mentale se e solo se esiste un corrispondente stato fisico unico e determinato per quello stato mentale.

3) Teoria dell’identità di occorrenze: due o più occorrenze di uno stato mentale sono identiche se e solo se sono identici gli stati fisici.

Identità di occorrenze può essere accettata dal funzionalismo come caso particolare di sopravvenienza. E’ generalmente possibile la realizzabilità multipla e solo in particolari casi ci troviamo di fronte alla possibilità di identità di occorrenze.

Sopravvenienza degli stati mentali ( idea funzionalista ): la sopravvenienza degli stati mentali si definisce a partire da tre principi: 1) dipendenza, 2) covarianza, 3) irriducibilità.

Ipotesi 1( dipendenza ) : uno stato mentale dipende dalla presenza di uno stato fisico che lo determina.

Corollario I: uno stato mentale esiste se e solo se esiste uno stato fisico che lo determina.

Corollario II: uno stato mentale gode di una serie di proprietà perché implicate dal relativo e necessario sostrato fisico.

Ipotesi ( covarianza ) 2: due stati mentali sono identici se e solo se sono identici i loro stati fisici.

Ipotesi ( irriducibilità ) 3: la descrizione dello stato mentale è irriducibile a quella dello stato fisico.

Il principio di realizzabilità multipla non ammette il principio di covarianza in quanto un medesimo stato mentale può essere posto da stati fisici diversi.

Il principio di identità di occorrenze ammette sia il principio di covarianza che di dipendenza ma riduce il principio di irriducibilità.


 

Il problema dell’argomento dell’esclusione causale

La domanda è come uno stato mentale sia una possibile causa di uno stato fisico. Lo stato mentale o non è una possibile causa di uno stato fisico oppure è una possibile causa di uno stato fisico. I problemi posti dalla causalità fisico-mentale possono riassumersi nel seguente paradosso:

1)      Gli stati mentali sono causa di stati fisici.

2)      Solo gli stati fisici sono causa di stati fisici.

3)      Gli stati mentali sono distinti dagli stati fisici.

Il problema è il seguente: se si ammette che gli stati fisici siano la sola causa adeguata degli stati fisici allora ne segue che gli stati mentali non sono causa di stati fisici. Il che significherebbe che il “mentale” sarebbe solo una descrizione di un evento fisico e dunque non avrebbe alcun ruolo. E’ questa la posizione nota come “epifenomenismo” ed è considerata come uno degli estremi negativi del problema.

D’altronde, se accettiamo che gli stati mentali sono causa di stati fisici allora non si vede come possa essere vero che solo gli stati fisici siano causa di altri stati fisici. Il principio di chiusura causale verrebbe meno e ciò non sarebbe accettabile agli occhi di qualunque fisico.

Il problema dunque si articola in due estremi entrambi insostenibili secondo le idee dei “più”: da un lato l’idea che la mente non abbia alcuna autonomia e, dunque, sia del tutto passiva. L’altra possibilità è quella di aprire le porte ad un ulteriore tipo di causalità rispetto a quella fisica.

Epifenomenismo: la mente non è in grado di causare alcun che. Esiste solo in quanto si definisce come distinta dal corpo.

Causalità degli stati mentali sugli stati fisici: gli stati fisici sono la causa di stati mentali e questi possono essere causa di altri stati fisici.


Risoluzione del problema della causalità mente/fisica

Monismo anomalo di Davidson.

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico può essere descritto dalla fisica.

Ipotesi 3: il mentale è una descrizione alternativa a quella fisica.

Se tutto ciò che esiste è fisico, se il mentale è una descrizione alternativa alla fisica allora la descrizione mentale è irriducibile a quella fisica.

Tesi D.a.: dunque la descrizione mentale è irriducibile a quella fisica.

Se tutto ciò che esiste è fisico allora il mentale è fisico.

Tesi D.b.: dunque il mentale è fisico.

 

Obiezione di Kim al monismo anomalo

Ipotesi 1: il mentale non è descrivibile dalla fisica in quanto per descrivere gli stati mentali si implica una catena di stati mentali e non di stati fisici.

Ipotesi 2: la normatività del mentale è la logica che pone gli stati mentali come razionalizzazioni del comportamento.

Ipotesi 3: esiste solo una descrizione del mentale in termini di mentale.

La soluzione di Davidson non è una soluzione al problema “mente/corpo” e si limita solo a registrare una distinzione di vocabolario e non a porre una relazione tra la mente e il corpo o, al limite, tra la descrizione fisica e quella mentale.


 

Monismo nomologico

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: il mentale sopravviene al fisico.

Ipotesi 3: gli stati mentali non hanno efficacia fisica ma rilevanza.

Tesi a: il mentale, come complesso, è regolato da norme autonome sufficienti a spiegare il mentale.

Tesi b: gli stati mentali causano altri stati mentali nel senso che sono tra essi connessi tramite regole normative ( ovvero che attestano una certa regolarità ).

Strategia deflazionista:

Ipotesi 1: Qualunque descrizione sul comportamento implica l’intenzionalità di chi descrive.

Ipotesi 2: La causalità è una nozione intenzionale dipendente dagli scopi del soggetto.

Ipotesi 3: la causalità è vera se e solo se è vera alla luce di una analisi controfattuale.

Tesi a: la descrizione fisica non è adeguata alla descrizione del mentale.

Tesi b: tra stati mentali e stati fisici non c’è necessariamente alcuna connessione.

In quanto la tesi deflazioniste non pongono le teorie come antiriduzioniste, antifisicaliste ( addirittura antimaterialiste ) e non sopravvenienti, sono molto screditate.


 

Neoriduzionismo e riduzionismo funzionalistico e riduzionismo connessionista

Riduzionismo di Kim

Ipotesi 1: il fisico è tutto ciò che esiste.

Ipotesi 2: il fisico è descrivibile dalla fisica.

Ipotesi 3: uno stato mentale è definito a partire dai ruoli causali che intrattiene all’interno del sistema “mente”.

Se il mentale è un evento fisico, se qualunque evento fisico è descrivibile dalla fisica allora il mentale è adeguatamente descrivibile dalla fisica.

Tesi K.a: dunque il mentale è adeguatamente descrivibile dalla fisica.

Ipotesi 4: il mentale si può descrivere nei termini:

stato mentale = ruolo causale Λ qualunque X mentale → esiste un Y fisico.

Tesi Kb: dunque, deve esistere una descrizione metnale altrettanto vera che quella fisica.

Tesi Kc: proposta della legge-ponte mentale/fisico dalla forma:

lo stato fisico F implica lo stato mentale M se e solo se lo stato fisico F implica tutte le proprietà  degli stati mentali.


Le reti neurali

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: il mentale è fisico,

Ipotesi 3: il mentale esiste.

Tesi RNa: bisogna creare un nuovo linguaggio adeguato al mentale.

Corollario I: è necessario eliminare il vocabolario mentale del senso comune.


 

Altri tipi di dualismi: le grandi paure dei filosofi materialisti.

Il dualismo delle proprietà

Esiste una sola sostanza dotata di proprietà fisiche e non fisiche non riducibili le une alle altre.

Il dualismo epistemologico

Esiste una sola sostanza tale che siano unici gli eventi ma non le descrizioni, così un medesimo fenomeno ammette più di una descrizione.

Il problema dell’intenzionalità degli stati mentali

L’intenzionalità è una proprietà di alcuni stati mentali tali che questi vertono su qualcosa ovvero sono vicoli di informazioni sul mondo.

Ipotesi 1: lo stato intenzionale si esprime con la forma “X crede che Y”.

Ipotesi 2: la questione della natura e possibilità dello stato mentale riguarda il problema della rappresentazione del mondo in quanto contenuto.

Ipotesi 3: il problema dell’intenzionalità illumina sul problema della relazione mente-ambiente.

Tesi a: al variare dell’interpretazione dell’ambiente o della mente cambia pure la visione stessa dell’intenzionalità.

 

Possibili varianti sul problema dell’intenzionalità

Realismo intenzionale: l’intenzionalità è reale ed è una proprietà genuina degli stati mentali. La teoria del senso comune si fonda su concetti veri e dunque è vera.

Eliminativismo: la mente non esiste e così pure non esistono gli stati mentali, motivo per il quale la teoria psicologica del senso comune non è vera: si basa su concetti falsi.

Interpretativismo: la mente come realtà indipendente dal corpo non è vera, ma la psicologia del senso comune, in quanto linguaggio selezionato a lungo nel tempo, è una buona descrizione-spiegazione del comportamento. Essa è vera proprio perché descrive comportamenti. Pur essendo l’intenzionalità inesistente, la psicologia del senso comune rimane una spiegazione efficace dei comportamenti.

 

Psicologia del senso comune

Ipotesi 1: gli stati mentali sono stati intenzionali.

Ipotesi 2: gli stati intenzionali conservano delle informazioni sul mondo.

Ipotesi 3: il comportamento è determinabile da credenze.

Tesi a: il comportamento delle persone è descrivibile a partire dalla descrizione dell’intenzionalità degli stati mentali.

Tesi b: il comportamento è spiegabile a partire dall’intenzionalità.

 

Realismo intenzionale

Ipotesi 1: è vero che gli stati mentali sono stati intenzionali.

Ipotesi 2: è vero che gli stati intenzionali conservino delle informazioni sul mondo.

Se è vero che gli stati mentali sono stati intenzionali, se è vero che gli stati intenzionali conservino delle informazioni sul mondo, se la psicologia del senso comune descrive i comportamenti a partire dalla descrizione di stati intenzionali allora la psicologia del senso comune descrive adeguatamente i comportamenti.

Tesi Ria: dunque, la psicologia del senso comune descrive adeguatamente i comportamenti.

 

Eliminativismo

Ipotesi 1: è falsa l’idea che gli stati mentali siano stati intenzionali.

Tesi a: dunque tutta la teoria della psicologia del senso comune è del tutto falsa.

Corollario I: il ragionamento su concetti vuoti, per la legge della conservazione del contenuto in un ragionamento, è vuoto anch’esso. Dunque l’ipotesi della psicologia del senso comune è vera.

 

Interpretativismo

Ipotesi 1: gli stati mentali sono stati intenzionali è falso.

Ipotesi 2: la descrizione/spigazione della psicologia del senso comune è vera.

Se gli stati mentali non sono stati intenzionali, se la descrizione/spiegazione della psicologia del senso comune è vera allora la psicologia del senso comune è vera perché descrive/spiega comportamenti.

Tesi Ia: dunque la psicologia del senso comune è vera perché descrive/spiega comportamenti.

L’interpretativismo intende salvaguardare la psicologia del senso comune in questo modo: la spiegazione in termini psicologici è credibile in quanto usa parole per designare dei comportamenti. I comportamenti sono effettivamente degli stati fisici reali tali che a partire da un comportamento ne segue necessariamente un altro. La psicologia del senso comune si limita proprio a far questo: a porre delle connessioni tra comportamenti. Ora, che questo sia fatto con delle descrizioni di stati interiori non ha importanza a livello della predizione comportamentale in quanto ad ogni “intenzionalità” di uno stato mentale corrisponde un reale comportamento. In questo modo la descrizione psicologica del senso comune è efficace pur fondandosi su concetti falsi.

 

Strategia del realismo intenzionale di Fodor

Ipotesi 1: la mente è l’insieme degli stati mentali.

Ipotesi 2: gli stati mentali sono definiti a partire dal loro ruolo causale all’interno del sistema “mente”.

Ipotesi 3: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 4: tutto ciò che è fisico è descrivibile dalla fisica.

Ipotesi 5: gli stati funzionali sono stati computazionali.

Ipotesi 6: le computazioni sono computazioni su rappresentazioni.

Ipotesi 7: le rappresentazioni sono o vere o false.

Ipotesi 8: le rappresentazioni possono essere gli atomi di una conoscenza ( linguistica ).

Ipotesi 9: le rappresentazioni godono del principio di composizionalità.

Ipotesi 10: le rappresentazioni sono delle informazioni sul mondo.

Tesi a: gli stati mentali sono stati intenzionali.

Tesi b: la descrizione/spiegazione della psicologia del senso comune è vera.

Tesi c: la descrizione degli stati mentali può essere descritta in termini fisici.

Il problema è se gli stati mentali sono stati rappresentazionali, se le rappresentazioni sono denotabili in termini di falsità o verità, allora gli stati mentali implicano delle norme per l’attribuzione di verità o falsità. Ma ciò viene contro la tesi fisicalista in quanto tali norme sarebbero irriducibili alla descrizione fisica.

Strategia dell’interpretazione.

Ipotesi 1: tutto ciò che esiste è fisico.

Ipotesi 2: tutto ciò che è fisico può essere adeguatamente descritto dalla fisica.

Ipotesi 3: gli stati mentali sono intenzionali.

Ipotesi 4: la teoria psicologica del senso comune è vera.

Tesi a: la teoria psicologica del senso comune descrive in termini non scientifici il comportamento.

Tesi b: descrivendo il comportamento, la psicologia del senso comune riesce a spiegare il comportamento futuro.

Tesi c: la psicologia del senso comune travisa il valore dell’intenzionalità ma è comunque in grado di spiegare il comportamento.

Emergentismo

Tesi d: gli stati mentali sono visti dal soggetto come tali e si manifestano ogni qual volta il soggetto vi ponga attenzione.

Tesi e: gli stati mentali emergono dal soggetto che li considera.


Le teorie del contenuto

I problemi del contenuto sono la sua definizione, la sua fissazione e la sua individuazione. La definizione del contenuto è un problema in quanto non si lascia imbrigliare solamente in questioni di tipo sintattico e, dunque, formale. C’è chi crede che sia possibile far a meno della sua definizione, eliminando il problema alla radice. Ma tale atteggiamento sembra essere in contrasto con l’evidenza.

Gli altri problemi sono relativi e conseguenti al problema della difficoltà della definizione del “contenuto” di uno stato mentale: l’individuazione e la fissazione. L’individuazione è il principio discriminante del contenuto, ovvero quello che lo pone come “diverso” da quello di un altro stato mentale.

Il problema della fissazione è invece il problema dell’origine e della formazione del contenuto. In altre parole, da dove proviene questo contenuto?, quale è la causa e quale è la sua procedura di produzione-fissazione?

Come al solito, c’è chi si limita a constatare che il contenuto esiste mentre c’è chi si limita a dire che non esiste. Ci sono posizioni intermedie e nessuna per il momento risulta più credibile delle altre. Ci sembra uno di quei classici problemi irrisolvibili che provocano dispute tra sordi.

 

Nella teoria di Fodor

Ipotesi 1: teoria funzionalista.

Ipotesi 2: irriducibilità descrittiva del mentale al fisico.

Tesi a: la rappresentazione dal punto di vista fisico è l’insieme delle cause che l’hanno determinata.

Tesi b: la rappresentazione è la proprietà semantica del linguaggio mentale.

 

Posizioni sull’origine del contenuto

Semantiche del ruolo inferenziale: il contenuto della rappresentazione è dato da tutte le interferenze da queste deducibili e da tutte le inferenze che la implicano.

Semantiche causali informazionali: il contenuto della rappresentazione è posto da una causa determinante la rappresentazione.

Semantiche teleo-causali: il contenuto della rappresentazione è posto dallo scopo biologico della rappresentazione stessa ovvero dal suo stesso scopo a partire da determinati bisogni della specie.

 

Internismo ed esternismo: la questione per eccellenza del contenuto degli stati mentali

Essendosi radicata nella filosofia analitica l’idea che si possa fare a meno dello studio della storia della filosofia, essa si è finita per gongolare nell’idea che riesca a spiegare tutto come se tutto ciò che dice fossero questioni nuove. Per il solo fatto di essere trattate per via analitica, che in sé dice tutto e niente, pensano in tanti di aver risolto tutte le questioni fondamentali. A parte la discutibilità di questo fatto, un fatto è indiscutibile: che la filosofia analitica si ferma costantemente sui problemi della filosofia classica dando le stesse risposte e fermandosi sulle stesse problematiche. Così le obiezioni e le proposte sono quelle che si sono susseguite da Cartesio, da Locke sino ad oggi con una tranquilla continuità incurante delle presunte analisi dei filosofasti analitici. E ciò non sarebbe manco una cosa degna di discussione e nota se non fosse per il fatto che la presunzione e la convinzione pretesa da tali filosofi è tale che sembra impossibile non sorridere sulle questioni di contesa, come se fossero loro i primi a porre determinate questioni, sforzandosi come folli nella gara a trovare l’ultima tessera del puzzle quando non sono che a porre la cornice.

 

Esempio della terra gemella

Ipotesi 1: esistono due gemelli.

Ipotesi 2: i due gemelli vivono in due pianeti in tutto identici ma diversi.

Ipotesi 3: nella terra l’acqua è H2O, mentre nell’altro pianeta l’acqua è XYZ.

Ipotesi 4: le due medesime sostanze sono del tutto uguali per proprietà, differiscono esclusivamente per costituzione interna.

Tesi F(funzionalista): i due gemelli, a parità di costituzione e stati mentali interni, si riferiranno ad “acqua” come a una stessa cosa pur avendo contenuti mentali diversi.

Tesi b: è impossibile pensare ad una qualche variazione nel comportamento dei due gemelli.

Tesi c: i due gemelli, avendo medesimi stati interni, proveranno lo stesso stato interno quando si riferiranno ad “acqua”.

 

Teoria del doppio aspetto

Una parte dello stato mentale dipende dall’esterno, una dall’interno: il contenuto dall’esterno mentre la forma è posta dall’interno.

 

Problema dell’esternismo nei confronti della teoria rappresentazional computazionale della mente

Ipotesi 1 esternismo: gli stati mentali sono nel contenuto determinati almeno in parte dall’esterno.

Ipotesi 2 esternismo: due stati mentali possono essere identici nella forma e diversi nel contenuto.

Ipotesi 1 funzionalismo: lo stato mentale si definisce a partire dal suo ruolo causale.

Ipotesi 2 TRMC: lo stato mentale sopravviene al fisico.

Ipotesi 3 TRMC: lo stato mentale è nel contenuto determinato da un altro stato fisico per regola sintattica.

Problema 1: come è possibile rendere compatibile l’impotesi che almeno in parte del contenuto di uno stato mentale è determinato dall’esterno con l’ipotesi che il contenuto di uno stato mentale sia determinato dal contenuto di un altro stato mentale? ( Problema internismo-esternismo; problema della semantica della TRMC ).

Problema 2: come è possibile che due stati interni possano avere diverso contenuto pur essendo di forma identica?

La percezione.

La percezione è uno stato mentale di natura rappresentazionale-intenzionale e non ha alcun contenuto concettuale.

Corollario I: la percezione è una conoscenza non concettuale dunque può avvenire a prescindere da una qualunque conoscenza preliminare.

Corollario II: la percezione non implica in alcun modo una possibile inferenzialità.

Corollario III: la conoscenza concettuale, in quanto posta da possibili inferenze, pone a sua volta delle possibili inferenze, dunque la conoscenza concettuale è inferenziale, quella percettiva no.

 

Ipotesi generali della percezione

Ipotesi 1: la percezione è un contenuto inferenziale.

Ipotesi 2: la percezione non è causa formale di inferenze né da essa possono porsi delle inferenze.

Corollario I: la percezione non implica conoscenza concettuale.

Ipotesi 3: la percezione si pone come attività indipendente dalla volontà e dalla conoscenza del soggetto.

Corollario II: dunque la percezione non si può correggere né a partire dalla volontà né a partire dalla conoscenza.

Ipotesi 4: in una certa misura il contenuto di una percezione è più vivido di quello di un concetto ( oggetto del pensiero astratto e cioè che fa a meno della determinazione particolare ).

 

Teoria causale della percezione.

Ipotesi 1: un soggetto esperisce X ↔ X causa l’esperienza della percezione.

Un soggetto ha una percezione P di X ↔ esiste un x tale che causa P.

Ipotesi 2: non si può percepire qualcosa che non sia presente.

Ipotesi 3 ( definizione dell’allucinazione ): la percezione deve corrispondere perfettamente all’oggetto esperito.

 

Obiezioni alla teoria causale della percezione

Problema 1: se la percezione è posta da delle cause come è possibile che possa sbagliarmi?

Problema 2: se la percezione fosse determinata da una causa che determina una immagine falsa ma che appare vera, come faccio a distinguere se la tale percezione è vera o falsa?

Problema 3: se una certa immagine è producile solo dai sensi, allora coloro che fanno uso di protesi non riescono ad avere le stesse percezioni di coloro che non ne adoperano.

 

Teoria computazionale dell’azione visiva

Ipotesi 1: la teoria computazione è una teoria funzionalista.

Ipotesi 2: il funzionalismo implica una descrizione fisica e una descrizione mentale.

Ipotesi 3: la percezione deve essere spiegata sia a livello fisico che a livello di funzione mentale.

Tesi a: dunque la spiegazione si svolge a tre livelli: computazione, algoritmica e implementazionale.

Ipotesi 4: la visione ha come scopo quello di distinguere le forme.

Ipotesi 5: la visione avviene in tre fasi: rilevamento delle forme, della profondità e confronto con modelli innati.

Teoria ecologica della visione:

Ipotesi 1: gli organi di senso sono stati selezionati dall’evoluzione.

Tesi a: dunque le stesse percezioni sono state selezionate dall’evoluzione.

Tesi b: dunque l’obbiettivo della percezione è quello di un comportamento aderente/conseguente alla necessità della circostanza.

Ipotesi 2: gli oggetti della percezione sono distinti gli uni dagli altri a partire dagli usi che di questa si possono fare.

Tesi c: il fondamento della cognizione è il complesso delle operazioni senso-motorie tra l’animale e l’ambiente.

Rappresentazioni analogiche e rappresentazioni procedurali.

 

Rappresentazioni analogiche nella TRMC

Ipotesi 1: le informazioni sono codificate secondo un formato linguistico.

Ipotesi 2: le caratteristiche del formato linguistico ( rappresentazione ) sono l’arbitrarietà e la discretezza.

Ipotesi 3: l’arbitrarietà è predicata della rappresentazione in quanto, come simbolo, poteva esser diverso ( non c’è relazione tra il simbolo e la sua denotazione ).

Ipotesi 4: la discrezione è l’implicazione dell’accettazione del principio di composizionalità: una rappresentazione o è atomica o è composta.

Rappresentazione analogica: la rappresentazione analogica è uno stato mentale che somiglia a ciò che rappresenta ( il classico esempio della pittura muta ).

Rappresentazioni implicite: i significati sono procedure e le rappresentazioni implicano un “saper-fare”.

 

Connessionismo

La rete neurale è l’insieme di unità connesse volte a simulare l’attività neuronale. Il connessionismo è la proposta di studiare il mentale a partire dalla ricostruzione-simulazione dei processi cerebrali.

DF1: le unità sono singoli neuroni.

DF2: le connessioni sono le sinapsi.

DF3: le unità godono di stati di attivazione ovvero di un valore numerico che misura il grado di eccitabilità dell’unità stessa.

DF4: ogni connessione è caratterizzata da un peso che codifica la forza o l’intensità della connessione. Il peso può essere positivo o negativo: se positivo allora la connessione sarà eccittatoria, se negativo inibitoria.

DF5: una unità può essere connessa con più unità.

DF6: la rete neuronale può autoregolarsi.

 

Il connessionismo come ipotesi architettonica

Ipotesi 1: le reti neurali sono cerebriformi.

Ipotesi 2: le reti neurali dipendono dall’Hardware neuronale.

Tesi a: dunque le reti neurali sono antifunzionaliste.

Ipotesi 3: le reti neurali NON manipolano simboli.

Ipotesi 4: le informazioni elaborate dalle reti sono di natura simbolica.

Tesi b: dunque il connessionismo non è computazionalismo in quanto non è manipolazione di rappresentazioni.

Corollario I: le rappresentazioni mentali emergono come strutture di più alto libello distribuite sulle unità.

 

Sistemi dinamici

Ipotesi 1: esistono sistemi di equazioni non lineari.

Ipotesi 2: il comportamento del sistema tende ad essere instabile ( conseguenza della non linearità delle equazioni ).

Ipotesi 3: esistono degli stati, detti attrattori, in cui il sistema tende a stabilizzarsi.

 

Modularità della mente

Ipotesi 1: la mente è un sistema modulare.

Ipotesi 2: un modulo è una attività di traduzione di informazioni.

Ipotesi 3: il modulo deve rispettare tre caratteristiche a) obbligatorietà, b) accessibilità limitata, c) specificità di dominio.

Ipotesi 4: il modulo è a livello fisico composto da sistemi in-put.

Ipotesi 5: lo stato centrale è isotropico e non guineano.

 

Moduli secondo i neuropsicologi

Ipotesi 1: il modulo è ciò che riunisce una pluralità di dati sotto un unico incapsulamento.

Ipotesi 2: il modulo è localizzabile ( situato in una certa regione del cervello ).

Ipotesi 3: il modulo è dissociabile ( definibile e studiabile a prescindere dagli altri ).


Riflessioni generali sulla filosofia della mente

La riflessione sulla filosofia della mente inizia con la domanda: che cosa è la mente? Prima di riflettere sulle possibili domande, bisogna prima domandarci in che modo intendiamo rispondere.

Questo problema, sull’analisi preliminare del linguaggio, è un problema nato di recente, con la filosofia analitica. Nella storia della filosofia, il linguaggio è sempre stato più una conseguenza dell’oggetto che il problema metodologico fondamentale. Il discorso del metodo di Cartesio è stata una rottura in questo senso in quanto nessuno prima aveva esplicitamente esposto un metodo a prescindere dall’ambito di studi, il metodo infatti si proponeva una cosa sola e specifica: quella di pervenire a idee chiare e distinte.

Dal discorso del metodo alla filosofia analitica ci sono stati molte riflessioni importanti ma una cosa è rimasta abbastanza ferma: che la questione metodologica venga prima che la questione ontologica. La risposta ontologica segue dopo il problema del metodo adottato. Questa non è una necessità logica, bensì è in questo modo che viene affrontato il problema.

La filosofia analitica ritiene che i problemi per esser risolti vadano formulati secondo precisi criteri linguistici e la filosofia della mente nasce dalla filosofia analitica. Dalla filosofia analitica molti ereditano i metodi di analisi del problema, prima di tutto trattato in modo da esser reso “chiaro”, una critica preliminare ai vari significati contradditori che sono stati scambiati per una unità inscindibile è ritenuta generalmente insostituibile. All’analisi terminologica segue la costruzione dell’idea. In quanto la filosofia analitica procede solo dopo una radicale epurazione del linguaggio, essa spesso risulta molto sterile e le argomentazioni propositive spesso si reggono su ragioni estremamente sottili. E la sottigliezza delle argomentazioni è proprio causata da quel metodo che mira all’epurazione del termine fino a raggiungere un minimo nucleo di significato. Ma le implicazioni, tanto più è povero il significato di un termine, sono povere.

La filosofia del linguaggio, la filosofia prima della filosofia analitica, è la base su cui si fonda la filosofia della mente. Eppure non sarebbe sufficiente. Infatti la filosofia della mente ha come proposito proprio quello di dare un significato “reale” all’attività del soggetto che conosce. Dunque è inevitabile che la filosofia della mente affronti delle problematiche tipicamente epistemologiche. Il significato di “atto cognitivo”, di “coscienza”, di “percezione” sono tutte domande inerenti tanto alla questione epistemologica che a quella della mentale. In realtà, è difficile stabilire a priori cosa sia e cosa non sia materia di discussione all’interno della filosofia della mente in quanto è proprio la mente stessa a generare quelle nozioni che noi affermiamo.

In questo senso, la filosofia della mente si propone proprio di “vederci chiaro” sulle problematiche proposte dall’epistemologia e dalle concezioni moderne della mente.

Dunque linguaggio e logica sono senz’altro le basi inamovibili della filosofia della mente contemporanea, basi senza le quali non si riesce a comprendere bene lo sfondo su cui si muovono i filosofi. Se la questione epistemologica è senz’altro quella dominante, e quella ontologica è spesso una conseguenza del modo con cui si è trattata l’epistemologia, non si può ignorare una delle nostre forme di conoscenza più accreditate: la scienza.

Il valore che la scienza è andato ad assumere è stato semplicemente uno straordinario crescendo sino al punto che i filosofi stessi si considerano un gradino al di sotto di quello degli scienziati. In un certo senso, oggi la filosofia deve alla scienza la sua sopravvivenza, ciò secondo molti filosofi di linea anglosassone. Se la filosofia analitica è fondamentalmente filosofia anglosassone e se l’epistemologia non può trascurare le questioni della scienza ecco che la filosofia della mente, fondandosi proprio sull’epistemologia e sulla filosofia del linguaggio viene a delinearsi come debitrice anche di un altro genere di filosofia: la filosofia della scienza e alla scienza in generale.

E’ ormai idea comune che si sia affermata nel mondo una conoscenza somma: la scienza, la scienza fisica-matematica. La scienza fisica matematica è il modello aureo di tutte le scienze e sommamente ammirata da tutti i filosofi, invidiata per capacità predittiva, per capacità descrittiva, insomma, per la precisione. Che poi molto la scienza debba alla filosofia, per il metodo, per le problematiche, eventualmente anche per le risposte errate che questa ha dato, sembra esser passato inosservato a molti.

E tuttavia non si può fare a meno di tenere in considerazione che l’ideale modello di spiegazione-predizione-descrizione degli eventi fisici sia proprio la scienza.

In conclusione, la filosofia della mente analizza i problemi derivati dalla diverse definizioni possibili di: “cosa è la mente”. Tuttavia, tali problemi sono incomprensibili se non si tiene conto del fatto che la filosofia della mente 1) li affronta con, quel che si può chiamare, metodo analitico, 2) che come modello di conoscenza, dalla quale trae molte informazioni, è la scienza, 3) che le problematiche siano soprattutto di carattere epistemologico e le soluzioni al problema ontologico siano soprattutto il frutto delle risposte al problema conoscitivo e sono spesso strumentali a queste.

I vari possibili paradigmi: il dualismo cartesiano, il materialismo-fisicalismo, la teoria dell’identità psicofisica,  l’eliminativismo, il funzionalismo, il comportamentismo.

 

Il dualismo cartesiano

Se c’è una cosa che i filosofi della mente hanno rigettato quasi interamente è senz’altro il paradigma cartesiano.

L’idea di Cartesio era quella di fondare la conoscenza su una intuizione: gli atti cognitivi sono gli atti coscienti, che conosco attraverso un accesso privato. Una volta che mi rendo conto di questo, mi rendo anche conto che ciò che conosco a partire dagli atti coscienti è una conoscenza del tutto diversa da quella che ho delle cose.

La mente e il corpo sono due sostanze diverse che non hanno nulla in comune tra loro. Se la mente e il corpo sono due sostanze del tutto diverse, devono essere diversi gli atti conoscitivi che me le fanno conoscere e, con questi, anche le relative descrizioni.

Due cose diverse, due esperienze diverse, due descrizioni diverse. Il paradigma di Cartesio potrebbe essere riassunto appunto in questo modo.

I filosofi della mente hanno attaccato duramente, in modi anche molto diversi questo paradigma, cercando di sostenere una versione monista della mente.

 

Il materialismo-fisicalismo

Il materialismo-fisicalismo è la visione ontologica standard dei filosofi della mente intorno al problema mente/corpo. Ovvero, la domanda è: quale è la relazione che intercorre tra la mente e il corpo? Esiste qualche relazione o non ne esiste alcuna?

Sappiamo già la risposta di Cartesio, e di tutte le proposte cartesiane: non esiste alcuna relazione tra la mente e il corpo: sono sostanze diverse e non comunicano in nulla.

La visione che lentamente sin dal settecento è andata ad affermarsi, escludendo la parentesi idealistica dell’ottocento continentale, è stata quella materialista. Tutto ciò che esiste è materia, per esser più precisi: tutto ciò che esiste è quel che la fisica pone come fondamento ultimo della realtà: massa ed energia.

Il materialismo ha sempre rivendicato la mortalità dell’anima e oggi rivendica, più semplicemente, che la mente è il corpo. Le visioni materialiste sono quasi sempre fisicaliste. Il fisicalismo è l’idea secondo cui tutto ciò che è fisico è descrivibile adeguatamente a partire dalla scienza fisico-matematica.

Il materialismo è dunque la visione ontologica alternativa a quella dualista e rivendica l’unicità tra mente e corpo, prediligendo il corpo come oggetto di ricerca per una comprensione-descrizione coerente del mondo.

 

La teoria dell’identità psicofisica

La teoria dell’identità psicofisica è una delle versioni del materialismo. Dobbiamo infatti notare un problema che il cartesianesimo non doveva affrontare: che valore ha la descrizione che noi facciamo dei comportamenti basati su stati mentali, comunque intesi? Il valore della descrizione del mentale è effettivamente un problema per colui che sostiene che esiste solo il corpo in quanto, se esiste solo il corpo, allora dobbiamo poter descrivere tutto quello che descriviamo in termini mentali, anche in termini fisici. Dobbiamo riuscire a ridurre le descrizioni mentali a quelle fisiche altrimenti riconosciamo che non tutto è descrivibile dalla fisica e, a questo punto, potrebbe essere in virtù di qualche faccenda epistemologica poco sgradevole ( per esempio che la scienza non è in grado di spiegare interamente la realtà… ).

In questo caso, il problema epistemologico segue a quello ontologico: una volta ammesso che esiste solo il corpo, devo anche descrivere tutto in termini fisici. Non basta certamente dire che ciò che non è spiegabile oggi possa esserlo domani, bisogna cercare quanto meno i criteri che riescano a determinare questa possibilità oggi inattuabile.

Una delle versioni più antiche del materialismo che tenta di dare una definizione al problema mente/corpo in termini di linguistici è quella dell’identità psicofisica: l’identità psicofisica è la teoria che pensa al mentale come identico al corpo. La descrizione mentale è parallela a quella fisica tuttavia non si può ridurre l’una all’altra e viceversa. Le due descrizioni filano senza toccarsi pur descrivendo il medesimo fenomeno.

L’identità risiede proprio nel fatto che non esiste “mente” ma semplicemente un evento del quale diamo due descrizioni diverse.

L’identità psicofisica può essere pensata o in termini di identità dei singoli stati mentali oppure di identità di stati mentali di stesso genere.

Nell’identità di genere due stati mentali si dicono identici per il solo fatto di partecipare allo stesso genere: come i triangoli sono identici in quanto hanno tutte le medesime proprietà rispetto ad una medesima definizione, allo stesso modo sono pensati gli stati mentali secondo questa visione. C’è chi ha obbiettato che così un animale ha il mio stato mentale se le condizioni determinano lo stesso tipo di risposte: una sardina inseguita da uno squalo ha la mia stessa occorrenza se fossi a mia volta inseguito da uno squalo.

Il paradigma eliminativista:

Il paradigma eliminativista è l’approccio che tende a pensare al mentale come qualcosa di inesistente. Come s’è visto, questa è una conseguenza dell’accettazione dell’approccio materialista, tuttavia la risposta è diversa da quella dell’identità psicofisica: in questo caso infatti, anche la descrizione che facciamo degli stati mentali è del tutto vuota in quanto si fonda su concetti vuoti.

La teoria eliminativista è quella più radicale in quanto pensa al mentale come una descrizione vuota, come poteva essere l’alchimia prima della scienza.

Eliminativisti sono molti approcci di neuroscienziati, come i coniugi Churchland i quali affermano che le descrizioni mentali e la teoria psicologica non scientifica ( cioè che opera delle descrizioni e spiegazioni a partire dall’idea che esistano stati mentali intenzionali ) sono semplicemente delle descrizioni prive di significato e, dunque, da sostituire con una psicologia scientifica adeguata.

Il paradigma eliminativista è in linea con le tesi materialiste, rifiuta il cartesianesimo, e stabilisce una serie di possibili approcci al mentale. In generale sono eliminativisti tutti coloro che ritengono vuota la psicologia del senso comune e la mente riducibile in tutto al corpo, in questo senso, la teoria eliminativista è a pieno titolo materialista e fisicalista.

 

Il paradigma funzionalista

Sempre rimanendo all’interno delle tesi materialiste, il problema che sorge è, come abbiamo visto, non tanto quello ontologico, per esempio su cosa siano gli stati mentali, una volta posto che siano stati fisici descrivibili dalla fisica, quanto stabilire che validità abbiano le descrizioni che comunemente facciamo del mentale.

Abbiamo già visto diverse possibilità e tutte si riducono tra chi accetta la descrizione mentale e chi no. Il dualismo è una forma di sciovinismo descrittivo, che pone il mentale esistente e altro rispetto al corpo, viceversa l’eliminativismo è lo sciovinismo inverso che ritiene che il mentale non sia da nessuna parte e, per tanto,  anche le descrizioni del mentale siano da ritenere appieno come descrizioni vuote.

Abbiamo già visto una posizione intermedia che è quella dell’identità psicofisica: nell’identità psicofisica è riconosciuto il valore ad entrambe le descrizioni e sono esse correlate. Un evento fisico se e solo se un evento mentale e viceversa. Il problema poi nasce proprio da questa rigidità dei parametri descrittivi e di come sia possibile che menti diverse possano provare stati mentali diversi in situazioni analoghe.

Anche il funzionalismo è una teoria materialista e anche il funzionalismo cerca di salvaguardare gli stati mentali e la loro descrizione. Tutto ciò che esiste per il funzionalista è il fisico, e su ciò, sono tutti d’accordo. Il mentale è definito come il complesso degli STATI mentali: uno stato mentale è definito dall’insieme dei ruoli causali che intrattiene con tutti gli altri stati. In quanto si definisce in relazione al ruolo che ha all’interno del sistema, lo stato mentale si definisce a partire dalla funzione che svolge. In questo senso, funzionalismo. Il complesso mentale è dunque definito come insieme di stati funzionali.

Esistono diverse interpretazioni del funzionalismo e qui ne vedremo rapidamente due: il funzionalismo della teoria rappresentazional computazionale della mente e il funzionalismo di Kim.

La TRMC è la teoria psicologica funzionalista per eccellenza la quale definisce uno stato mentale come stato funzionale. Lo stato mentale però ha la caratteristica di essere uno stato computazionale. Uno stato computazionale è un passo di un algoritmo tale che alla fine, l’algoritmo ponga una soluzione del problema che sta svolgendo. Tutti gli stati mentali sono dunque parti di computazioni e le computazioni sono su rappresentazioni. Le rappresentazioni sono degli insiemi di informazioni sul mondo che svolgono la funzione di simboli rispetto alle computazioni in atto. In questo senso, la mente si configura pienamente come un linguaggio-mentale. In questo senso, il linguaggio segue delle precise regole sintattiche ( le computazioni ) e precise regole semantiche ( le inferenze su rappresentazioni ). E si possono porre ulteriori parametri di natura puramente linguistica: una rappresentazione può esser pensata come atomo della conoscenza e dunque può esser vera o falsa e da una rappresentazione vera, o da una serie di rappresentazioni vere, ne seguirà una implicazione altrettanto vera ( carattere inferenziale del linguaggio ).

La TRMC per quanto sia la teoria funzionalista più celebre e più accreditata ( nei pochi giorni di storia della filosofia della mente ), non è l’unica. Infatti la TRMC accetta pienamente l’idea materialista e anche l’approccio fisicalista ma non ammette il riduzionismo: ovvero non ammette la possibilità che la descrizione mentale possa ridursi a quella fisica o viceversa.

Ed è proprio su questo punto che non si trovano d’accordo alcuni funzionalisti che invece riduzionisti: perché una teoria sia funzionalista basta che uno stato mentale sia definibile a partire da una serie di ruoli causali che ne determinano la funzione all’interno del sistema mente ma non è necessario sposare l’idea che gli stati mentali siano parti di computazioni e, dunque, che il mentale non possa descriversi in termini fisici.

La proposta di Kim ha proprio il proposito di definire una teoria funzionalista che, contemporaneamente, mantenga possibile il riduzionismo: uno stato mentale è definito dalla serie di proprietà poste dallo stato fisico definito secondo il complesso relazioni che lo hanno posto. Questa sarebbe la forma della “legge” ponte tra la descrizione mentale e quella fisica.

Al di là della validità di tale proposta, è un possibile approccio funzionalista al mentale alternativo a quello fodoriano.

Tre idee per obiezioni alle teorie funzionaliste:

  1. Cosa non è descrivibile a partire dalle premesse funzionaliste? Idea dell’eccessiva vastità del dominio delle descrizioni funzionaliste. ( L’esempio della popolazione cinese ).
  2. La questione qualitativa degli stati mentali.
  3. L’intelligenza artificiale funzionalista non riesce a ricostruire una mente in grado di agire nel mondo.

 

Il comportamentismo logico

L’ultimo approccio affrontato, è quello comportamentistico. Il comportamentismo è stato sostenuto da filosofo inglese Ryle e si fonda su due ipotesi fondamentali: tutto ciò che importa alla psicologia è la descrizione del comportamento e gli stati mentali sono concetti vuoti.

Secondo Ryle ciò che ci interessa è semplicemente dare una descrizione dei comportamenti altrui, non tanto stabilire se effettivamente abbiano o no avuto un certo stato mentale oppure no. Questo implica che è il comportamento il problema essenziale e non se esistano degli stati mentali. Conseguenza di questa idea è che è il comportamento l’oggetto di studio e ciò implica che deve esser tentato di spiegare a prescindere dalla realtà del mentale.

La descrizione degli stati mentali è posta semplicemente per riuscire a razionalizzare il comportamento altrui e, quindi, di per sé è una descrizione vuota. Ciò sembrerebbe portare ad un approccio eliminativista Ryle, mentre egli sostiene una posizione divenuta celebre: la descrizione della psicologia del senso comune è vera non perché descrive cose realmente esistenti ( gli stati mentali ) ma perché descrive comportamenti.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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