Press "Enter" to skip to content

House of Cards: una analisi filosofica


Interessato alla filosofia del cinema?

Pili G., (2019), Anche Kant amava Arancia Meccanica – La filosofia di Stanley Kubrick, Pistoia: Petite Plasiance

Scopri i libri della collana di Scuola Filosofica!


Non si tratta di un libro (anche se la serie è tratta da un libro). E non si tratta neppure di un ebook. Si tratta di una delle serie televisive più quotate e viste del momento. Innanzi tutto, colgo l’occasione per ringraziare il mio giovane amico, Matteo Bucalossi, che mi ha spronato a immergermi nella visione della serie. Ma Matteo non è stato il solo a indirizzarmi verso l’analisi di House of Cards, visto che anche un altro amico, Luca P**o, mi aveva a suo tempo chiesto un parere tecnico. Nonostante il mio inveterato scetticismo circa le serie televisive e sitcom, dato il fatto che Matteo e Luca non si erano sbagliati in altre circostanze, ho deciso di dare credito alla sua testimonianza e vedere di che si trattava.

House of Cards è un intreccio di storie che fanno capo all’eroe negativo, Frank Underwood. Che si tratti dell’eroe è presto detto: da quando gli viene rifiutato il ruolo di segretario della difesa, egli si industria in tutti i modi per avere il suo riscatto, fino a diventare presidente degli Stati Uniti d’America, dopo l’impeachment del presidente Garrett Walker, di cui era diventato il vice presidente. Che si tratti di un eroe negativo è evidente per chiunque abbia visto anche solo cinque minuti della serie: rifiuta i valori umani come limite ultimo alle azioni (politiche), non dispone di alcun valore religioso (dato che arriva sino a sputare sul crocefisso) ed è discutibile che nutra sentimenti amorevoli verso la moglie. Perché l’amore e la benevolenza sono cose assai diverse e vanno tenute distinte. Si aggiunga al quadro che Frank Underwood ha anche un polimorfismo sessuale a dir poco stupefacente: sembra il classico eterosessuale capace di avere moglie e amante contemporaneamente, ma poi si scopre una sua vena omosessuale, fino a giungere a condividere sua moglie con la sua guardia del corpo.

In fine, bisogna pur dirlo, la coppia Underwood non ha figli, un tema che viene spesso riproposto in più puntate. E questo è il sintomo dell’idea che, ancora una volta, la famiglia vuole essere al centro della questione: perché Frank e Claire sono una coppia affiata (con un fiato malefico e luciferino, certo, ma pur sempre affiatata) eppure malata, intrinsecamente ed estrinsecamente. Infatti, è facile immaginare come l’assenza dei figli sia facile a considerarsi come una sorta di “mancanza” di una coppia ideale, così nell’immaginario collettivo e nel senso comune. D’altra parte, Claire abortisce più volte e sia lei che Frank sono concordi nel non volere figli: Frank in una puntata si spinge sino a dire di non sopportare i bambini, dichiarazione che, con la sensibilità dell’uomo medio del XXI secolo, risulta addirittura pesante se non offensiva, per quanto a volte solo per un pudore educativo: ben diversa, ad esempio, su questo tema era la coscienza dell’uomo qualunque del XIX secolo, come ci insegna Dickens. Insomma, Frank Underwood è indubbiamente un eroe cattivo. Ma è anche, a suo modo, un genio.

Frank è il classico uomo del sogno americano (che poi lui stesso rifiuta nel suo forte discorso in cui annuncia la riforma sul lavoro). Viene da una famiglia povera: il padre è un alcolizzato violento, che avrà l’onore di morire senza nessuno al funerale e Frank avrà a sua volta l’onore di orinare sulla sua tomba al momento giusto… La madre era una cameriera e rubacchiava di quando in quando e, una sera, prima di portare al monte di pietà un paio di orecchini, se li mette per “sapere come ci si sentiva ad avere dei gioielli originali” (cito a memoria). Frank Underwood fa la scuola militare (il Sentinel, che gli dedica anche una biblioteca) e alla fine riesce a fare un’ampia scalata verticale attraverso l’uso sistematico e scientifico della menzogna,  della persuasione e della coercizione fisica e morale per giungere alla vetta della politica.

Il suo essere geniale, per quanto di un genio pervertito (o, almeno, questa dovrebbe essere l’idea), è mostrato da due fattori: egli incarna la figura del “mentore” o “maestro”, nota a tutti gli scrittori di sceneggiature; inoltre egli è efficiente. Che egli sia un “mentore”, facilmente accettato da uno spettatore medio, è dato dal fatto che si rivolga direttamente in telecamera, spiegando i suoi punti di vista o raggiri (secondo una mia professoressa si richiamerebbe al teatro shakespeariano in cui l’attore si rivolge direttamente al pubblico). In secondo luogo, egli motiva e spiega le sue azioni, lasciando intendere che tutti coloro i quali non avessero capito o non approvassero le sue ragioni, sempre così stringenti e pragmatiche, sono nel migliore dei casi degli ingenui. In altre parole, si costruisce un personaggio a cui si attribuisce volentieri autorità nel suo campo, autorità epistemica (cioè basata sul sapere). Questo consente, infatti, allo spettatore di immedesimarsi direttamente con Frank, proprio perché finisce per cedergli sul piano delle ragioni: sebbene lo spettatore medio non sia altro che un uomo qualunque, che accetta la realtà senza avere i mezzi e gli strumenti per cambiarla (se non fosse così, saremmo dominati continuamente da persone la cui attività individuale sarebbe più di quanto è lecito vedere nelle strade di mezzo pianeta civile), egli è incline a riconoscere a Frank delle ragioni forti per il suo operato, anche quando egli stesso non vorrebbe o non sarebbe mai in grado di accettarne le conseguenze.

E in questo c’è un altro tratto di carattere interessante di Underwood. Ed è il suo essere estremamente coerente e costante. Più coerente che costante, visto che egli non abbandona mai la sua logica e finisce per travolgere anche quell’unico elemento di valore che non rientrava totalmente nella politica, cioè il suo rapporto con Claire (sebbene egli ripeta in più occasioni che a lei doveva la sua scalata politica e la sua forza politica ben più di tutto il resto). Quindi gli si tributa volentieri anche il valore della coerenza che, in genere, è appannaggio di pochi in questo mondo, perché è molto facile accettare la corruzione degli altri per essere corrotti a nostra volta e per sentirci tutti legittimati nell’errore. E quindi è facile sentire il discorso: governo ladro, potessi soltanto governare a mia volta per essere più ladro di loro! Il ragionamento (se così lo vogliamo chiamare) sta alla base del motivo per cui un Frank Underwood è stimato: è coerente e fa quello che tutti si immaginano facciano tutti, solo con più determinazione degli altri. Da qui la sua costanza infaticabile.

Frank Underwood è dunque un maestro pervertito, un genio del male. E la sua perversione e malignità è mostrata anche dal fatto che egli non ha limiti in nessun senso, se non in quelli che gli impongono gli altri, più o meno con la forza. E la sua genialità è senza limiti anche perché, a ben vedere, è senza una buona ragione. Egli è proprio come il Mefistofele che chiede di continuo le anime degli altri, ma che non deve pagare mai di tasca propria (in un certo senso). In questo c’è quasi il fascino violento del vampiro che succhia il sangue perché non ha lui niente da dare agli altri. Infatti, egli non è animato da ragioni di principio, siano esse morali, epistemiche o estetiche. E non è neppure determinato da ragioni di rivalsa sociale (nato povero, muoio da potente). O almeno questo è un aspetto che una Claire non avrebbe mai accettato dal marito, e quindi va scartata. In realtà uno dei motivi per cui Frank Underwood risulta così magnetico è proprio il fatto da essere privo di senso. Egli potrebbe, forse, accostarsi alla figura cristiana del diavolo, che appare diversamente da quello che è e “inganna l’uomo che lui stesso non esiste” (come recita Spacey stesso in I soliti sospetti in cui, anche lì, incarna un personaggio affascinante quanto malvagio).

La sua sensatezza, infatti, è solo di superficie. Agisce per conquistarsi il potere (lo dice esplicitamente), perché sarebbe l’unica cosa che conta. Ma se niente ha un valore per ragioni di principio allora o il potere ha un valore per ragioni di principio oppure perché? Se ha un valore in base a ragioni di principio allora esiste almeno un valore per ragione di principio, e allora l’assunto che gli uomini che credono nei principi sono degli ingenui (nel migliore dei casi) è falso. Oppure il potere ha ragione in base ad una sua peculiare qualità. Ma la realtà è che non c’è nulla di più proteiforme del potere. E allora, se la sua qualità consiste proprio nel suo essere efficace e mutevole, vien da pensare che esso è proprio il contrario di quanto si direbbe essere qualcosa dotato di valore intrinseco: l’oro ha il più alto valore dei materiali proprio perché non muta mai!

Allora si scopre che Frank Underwood è un genio della razionalità strumentale, cioè di ciò che ci garantisce di arrivare agli obiettivi. Ma è un nano della razionalità finale, nella misura in cui egli non sa neppure perché sta facendo quello che sta facendo. E anche questo, in fondo, costituisce un tratto vincente di Frank, rispetto alla sua capacità di affascinare. Perché la maggioranza delle persone di questo globo sono troppo concentrate per farsi domande sul come raggiungere i loro (possibilmente piccoli) obiettivi, che farsi due conti sulla natura e sensatezza di quegli obiettivi. Ho bisogno di soldi, voglio un figlio, voglio una macchina etc. e poi si passa al calcolo dei mezzi. Non ci si chiede (se non raramente) se sia veramente un bisogno quello dei soldi, se veramente si vuole un figlio e non una scimmia da addestrare perché ci tenga a noi compagnia, se veramente quell’automobile ci serva oppure sia solo un modo come un altro per non pensare ai veri problemi della vita. Sicché Frank è un genio comprensibile, non come quei poveri deficienti che guardavano le stelle per non sentire il borbottio della fame. Quelli sono i geni “strani”, che non piacciono perché non si capisce in base a quale straccio di ragione preferiscano la fame alla fama o, piuttosto, a quei surrogati che tengono a galla le piccole speranze di ogni giorno: non a caso, in una recente serie televisiva si trattava un celebre personaggio del rinascimento come una sorta di divo pervertendone i veri e propri momenti di genio puro, perché un simile genio non sarebbe accettabile né comprensibile. Ma Frank Underwood è la proiezione dell’Io di chi vorrebbe avvicinarsi a lui solamente perché lui sa fare quel che gli altri non sanno o non hanno il coraggio di fare. E quindi, a maggior ragione, è un genio. Una sorta di grande tiranno della mente, cosa che in pochi sono stati e saranno mai.

A fianco a Frank c’è comunque una degna metà, la cui dolcezza è discutibile. Infatti, Claire Underwood, a mio parere il personaggio più riuscito, è solamente una versione biologicamente femminile di Frank. Il fatto che biologicamente sia una femmina non significa che non abbia ripercussioni politiche. In fondo è la first lady non il presidente (ad esempio) – almeno nelle prime due serie e mezzo -. E di fatto costruisce una carriera parallela a quella del marito, a cui concede e chiede continuamente favori. Anche per questo essi non possono fare a meno l’uno dell’altro. In ogni caso, Claire è la prosecuzione di Frank con altro corpo. Essa è spregiudicata almeno quanto il marito, anche se ha più moti di umanità del marito (ma che sfrutta come atti politici, come nel caso dell’omosessuale morto suicida in Russia). Claire non ha figli, anche se a volte li vorrebbe e a volte no. Claire ha un amante che poi lascia. Ancora una volta il sesso, estremamente importante nella serie. Discutibile – perlomeno – la scena in cui si lascia intendere un rapporto a tre con Frank e la guardia del corpo (Meechum). In fine, Claire mischia la glacialità all’umanità e in questo, a differenza di Frank, consiste il suo preciso tratto perverso, che la rende ancora più inquietante del marito.

Eppure si tratta di una famiglia minimale efficiente, che rispetta molte delle caratteristiche della famiglia standard, almeno nell’immaginario collettivo. Si amano, si rispettano (più e più volte viene sottolineato questo fatto), si stimano a vicenda profondamente (e già questo non è uno dei tratti più diffusi tra le coppie di questo mondo) e si riconoscono come una unione che lavora insieme, che fissa obiettivi comuni e li raggiunge. Inoltre, sono estremamente onesti tra loro: sanno delle reciproche avventure, dei bisogni da esorcizzare e si accettano, nei limiti del possibile, anche sotto questo aspetto. Anche questo tratto di onestà estrema non è soltanto eccezionalmente rara, ma una virtù in senso stretto.

Ma il paradosso è appunto che in quello stesso immaginario collettivo una famiglia deve avere dei figli: se non si realizza subito questo istinto, la coppia moderna ed emancipata arriva a comprenderlo alla soglia dei quarant’anni, quando la solitudine non si può cancellare più con un paio di festicciole al sabato sera e occorre correre ai ripari in fretta e si dice, allora, che il problema era la carriera e non la manza di determinazione o coraggio. Ma non è solo una questione di soldi. Claire e Frank a volte divergono profondamente sulle scelte politiche e si insultano da un lato per amarsi da un altro. In altre parole, riescono a concepirsi distinti in base ai contesti d’uso della parola (quando si parla di politica si fa politica e quando si parla di amore si fa amore). In genere questa è una attitudine rara. Se uno ruba in privato allora ci si aspetta che rubi anche in pubblico, come se le due proprietà fossero logicamente dipendenti (e non è così, nonostante la realtà politica spesso ci possa far propendere per il contrario). Allo stesso modo, se uno sta antipatico, allora è anche un cretino sul lavoro. E via dicendo. Quindi, Claire e Frank sono anomali anche in questo senso, seppure non sono sbagliati in questo senso.

In fine, in generale, anche se una famiglia non è produttiva in senso biologico, può esserlo sotto altri aspetti. Ad esempio, sono felici tra loro, si sentono bene, riescono a lasciarsi alle spalle la vita quotidiana e la sua lotta proprio perché le due persone sono felici tra loro. O, almeno, questo è quello che ogni uomo o donna ragionevoli, a prescindere dai gusti e dalle inclinazioni personali, vorrebbe o si aspetterebbe da una famiglia e quando scopriamo che le cose non stanno così, ci sentiamo traditi. Ed è su questo punto che Frank e Claire sono particolarmente anomali, rispetto alle aspettative: essi sono, appunto, infelici nella maggioranza dei casi e tra loro si crea continuamente un muro di solitudine perché l’obiettivo non è la felicità, ma rispettare il patto che hanno a tempo debito preso reciprocamente. E’ la natura del vincolo, del patto, sormontato da orpelli politici e da ragioni quotidiane, a fondare la vera unione dei due. E’ una santa alleanza per gli obiettivi di vita che entrambi riconoscono e che, per questo, ammirano a vicenda. Ma tra gli obiettivi di questa vita non c’è e non ci può essere spazio anche per la felicità. Neppure in famiglia, per quanto una famiglia sui generis.

Il resto dei personaggi sono sostanzialmente molto meno interessanti di questi due, anche se sono una sorta di progressione al ribasso di uno dei due. Ci sono i “soldati” (Doug e Seth, ad esempio), che sono come Frank Underwood, solo che devono sempre stare all’ombra di uno più potente per sperare di poter fare la stessa progressione verticale. Oppure ci sono gli ingenui (Garrett Walker), le principali prede del pescecane. In fine, anche se sono rari, c’è il mondo della società civile, che si assume vagamente idiota, buona in senso lato (come Rachel o la compagna) e egoista in senso stretto (come il cuoco-giardiniere nero), incapace di alterare realmente lo stato di cose e, quindi, totalmente passiva.

Lo sfondo sociale di House Of Cards è una sorta di inferno a cielo aperto. Infatti, la sensazione è che tra la ricerca del lavoro e di una raccomandazione il passo sia breve e normalmente non si vada molto oltre. Il mondo è, così, dipinto come una discarica nella misura in cui le poche persone di valore (umano) sono ben lontane dalla Casa Bianca (e se ci sono, vengono presto allontanate perché selettivamente inefficienti). E anche questo aspetto quasi infernale della realtà ci serve per mostrare il fatto chiaro che in un simile mondo non ci si può aspettare nessuno migliore di un Underwood (o di un Petrov) come capo supremo. Le persone sono presentate continuamente come corrotte o corruttibili, capaci di sfruttare anche una gestazione a fini personali pur di ottenere qualcosa (il caso della dipendente di Claire o, indirettamente, di Claire stessa). Non c’è limite. E allora Underwood risulta ancora più legittimato, in fondo, dallo stato di cose. Non essendoci speranza, tutto è lecito.

Le relazioni umane sono sfilacciate e mostrano quello che gli scrittori di fantascienza ci hanno sempre pronosticato che il futuro vede gli uomini atomizzati e congelati tra loro. La sessualità è addirittura sotto assedio nella serie, nella misura in cui non c’è quasi un solo rapporto d’amore tra due persone che si amano e che sono disposte a tutto solo l’uno per l’altra o almeno a volersi bene quel tanto che basta da essere felici insieme e non nonostante stiano assieme. Scene di sesso di ogni tipo vengono a fare capolino nei momenti più inaspettati. C’è tutto lo spettro possibile: dal coito a tre (solo accennato, per fortuna, anche se lasciato intendere da un video pornografico eloquente che Frank guarda al computer e fa in modo che la sua guardia lo veda), dal rapporto omosessuale tra lesbiche (sempre raro e sempre prudente nella cinematografia americana), continuando con la segretaria che si eccita provando dolore fino a giungere alla marine che avrebbe dichiarato di riconoscere nel rapporto violento la sua unica forma di sessualità, per finire a rapporti vorremmo dire tradizionali ma in abbondanza di tipi e posizioni. Non parlo certo né da bigotto, né da libertino ma è chiaro che il sesso nella serie gioca un ruolo di primo piano, di amplificatore sia di attenzione che di tematica morale o sociale, che mostra, ancora una volta, il fatto che il mondo sia alla deriva e sempre più congelato nella solitudine costante anche e soprattutto nella sessualità.

In generale, anzi, c’è addirittura il sentore che tutto questo sesso non sia che una forma di sovrabbondanza per negare l’evidente richiesta. In altre parole, starebbe come le cifre false dell’abbondanza sovietica per quanto riguardava la produzione di grano. A me sembra che, nonostante tutto, questa rappresentazione del sesso non sia altro che il rovesciamento della realtà ma non di quanto si crede o ci si aspetta.  Quasi tutto quello che si vede nella serie è pura finzione, questa abbondanza è solo una illusione, ma conferma, ancora una volta, le aspettative medie.

Ciò che risulta evidente nel sesso è evidente anche nelle altre due sfere di interesse della serie. Vale a dire la religione e il potere. La religione che, forse, può colpire più uno spettatore americano che non quello europeo, è oggetto di critica e inquietudine allo stesso tempo. Nessuno o quasi è interessato realmente alla preghiera o, in generale, alla riflessione religiosa. A parte, paradossalmente, lo stesso Frank Underwood. Ma solo quel tanto che gli basta per poter dire di capire il Dio del vecchio testamento (“che governa con la paura…”) ma non quello del nuovo (che pretenderebbe addirittura amore). Anche questo fatto, in tempi di revival delle religioni in generale, è un fatto che sottolinea la caratteristica luciferina di un mondo che sembra girare a vuoto. Perché tutto gira a vuoto, nonostante sembri al contempo così reale. Infatti, il potere diventa privo di senso, se non vincolato a dei principi (lo abbiamo già detto). Ma è proprio questo il punto: non c’è un senso e quindi ci si arrende a questo strano stato di cose. In questo, volendo trovare un illustre precedente, Frank ricorderebbe quel Tancredi di Il gattopardo che, pur di mantenersi al potere, vuole cambiare tutto per non cambiare niente.

A mio giudizio House of Cards è indubbiamente una serie di alta qualità. Essa riesce davvero ad appassionare lo spettatore su delle questioni su cui normalmente non sarebbe disposto a fargli spendere un minuto della sua esistenza (politica interna, politica estera, riforme politiche…). A dimostrazione del fatto che la politica non è priva di un suo fascino, a condizione che a farla sia un Frank Underwood che ti prenda direttamente in telecamera e te la spieghi con tutta quella carica di giusto cinismo che molti di noi vorrebbero avere (senza poi pagarne il prezzo). E allora si scopre che non è la politica ad essere noiosa, ma è il modo di raccontarla. Per questo House Of Cards è una serie che merita di essere vista: perché fa ragionare e spinge a cercare di capire ciò che, normalmente, si rifiuta per principio. Si aggiunga a questo quadro una regia di sobria memoria classica, in cui sono abolite le telecamere a mano e in cui le scenografie, puntigliosamente ricostruite, danno un alto senso di realtà. Senza tacere di un cast degno di opere di rilievo, a cominciare da un Kevin Spacey, ispiratissimo, a finire ad una Robin Wright, dalla recitazione di eccellenza, misurata e senza sbavature. Vorremmo dire impeccabile.

Eppure sembra che la serie non sia priva di qualità dubbie. Prima di tutto, essa vorrebbe essere realistica, quando, nel migliore dei casi, non è che una esasperazione dei peggiori tratti della realtà. In questo errore incappa spesso l’artista che finisce per dimenticarsi che il male sarà anche tanto ma non sarà mai tutto e, soprattutto, si convince nel credere che tutto è male perché egli ne è già convinto in anticipo. Sicché si vede la stessa realtà ma si oblitera anche la sfumatura positiva, il valore umano che si riesce sempre a trovare. Nella misura in cui lo si voglia davvero trovare. Se si tratta di realismo, allora non è stato mostrato tutto. Se invece è una caricatura di un mondo, allora non si capisce perché tutto lo sforzo di rappresentazione del mondo per come ci si aspetta proprio nei suoi risvolti peggiori. Perché non farlo anche per quelli migliori? In fine, le ambiguità dei personaggi sono poche e sono tali da non consentire mai una vera e propria catarsi verso la costituzione di figure che non siano solo persone. In altre parole, il personaggio è talmente specifico da non consentire di vedere un pezzo di umanità in esso, ma soltanto un uomo concreto che agisce in uno spazio concreto. Ma un capolavoro deve consentire simili generalizzazioni, proprio perché così consente di lasciare allo spettatore quella comprensione attiva che è la caratura dell’arte profonda. In fine, mi sia pur concesso, quando si arriva a queste caricature, anche quando ben fatte, si rischia di scivolare spesso in una forma di scatologia sofisticata ma castrante (in una parola, nel trash), che non produce mai niente di buono. O, almeno, non in una dimensione estetica che assurga ad un ramo che non sia solo l’esaurirsi dell’interesse del momento e si collochi in una cornice giustamente universale.

In definitiva, a mio modesto avviso, House Of Cards  sarebbe potuta essere una grande parabola sulla storia, una riflessione sul potere. Ma alla fine è finita per avvinghiarsi troppo proprio su quegli aspetti minori e deteriori di un mondo che sarà anche e soprattutto quello ma non soltanto. E in questa mancanza di sfumatura, in questa continua e ossessiva volontà di sminuire ogni elemento potenzialmente positivo, si finisce per vedere con gli occhi di chi non ha la capacità di discernere l’oro dalla sabbia. Ed è un vero peccato.


Ogni cosa che ho scritto è solamente la mia opinione e non vuole essere più di questo. Ringrazio in anticipo gli eventuali lettori e voglio sottolineare che si tratta esclusivamente di una mia lettura personale che non va oltre questo grado di pretesa.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

2 Comments

  1. salvatore magra salvatore magra 30 Aprile, 2015

    Incidentalmente, nel testo si tocca il tema della possibilità di procreare con l’intento, consapevole o meno, di bloccare la progettualità e la creatività del percorso di crescita dei figli, riducendo in certo senso le stelle in polvere, se mi si consente l’espressione. Un’interessante lettura pedagogica in senso critico su tali processi si rinviene in tale link http://www.psychiatryonline.it/node/5111

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *