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Il gattopardo – Giuseppe Tommasi di Lampedusa

“Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma nel luglio del 1957. Il suo capolavoro, Il Gattopardo, fu pubblicato un anno e mezzo dopo la sua morte; era rimasto a lungo inedito, anzi era stato rifiutato da molti editori, ma al suo apparire fu subito riconosciuto come una delle massime opere letterarie del nostro secolo [XX n.d.R.]. (…) lettore accanito, interprete raffinato della letteratura francese dell’ottocento, Lampedusa non ebbe in realtà militante vita di letterato. Ufficiale effettivo fino al ’25 (tra l’altro, nella prima guerra mondiale era stato protagonista di una romanzesca fuga dal campo di prigionia di Polsen), visse sdegnosamente appartato durante il ventennio e soggiornò a lungo all’estero. Oltre al Gattopardo ha lasciato alcuni racconti e abbozzi di opere narrative incompiute, saggi e appunti di critica letteraria”.[1]

Il Gattopardo è considerato un classico della narrativa italiana del XX secolo, edito nel 1958, quando ormai l’autore doveva aver perso le speranze di poter pubblicare il volume (ma questa è una nostra congettura…). Come si conviene, dunque, alla prassi dell’accademia di fronte ai libri postumi vincenti, si applica una retrospettiva immediata per rivalutare la vita e l’opera di un autore che, incomprensibilmente, è stato ignorato in vita. Come se, naturalmente, quegli stessi critici che hanno prontamente ʽriabilitatoʼ il testo fossero o sarebbero molto diversi rispetto a quelli che lo avevano ignorato.

Ad ogni modo, Il Gattopardo è un romanzo storico la cui ambientazione si situa nel periodo burrascoso della storia italiana in cui l’ascesa del regno di Sardegna era ormai imminente e l’aria di un rinnovato spirito liberalistico, sia rispetto all’istituzione che all’economia, sembrava dover segnare i tempi. Il primo capitolo vien fatto iniziare nel maggio del 1860, giusto qualche mese prima dello sbarco dei mille garibaldini sulle coste siciliane. Il romanzo si impernia nella ricostruzione della vita di una famiglia nobile siciliana, il cui simbolo principale è quella di un Gattopardo, appunto, simbolo araldico dell’antica casata che dà anche il titolo al romanzo.

Il protagonista principale è Don Frabrizio, Principe e sommo capo, il vero e proprio Gattopardo. Egli è un uomo colto, altezzoso perché a nessuno aveva il dovere di chinare il capo, interessato a questione astrofisiche, ateo nello spirito ma religioso nell’apparenza o, per meglio dire, egli era uno scettico su ogni cosa che non fosse egli stesso e il suo proprio partito, che poi combacia con il suo modo di pensare la vita e le cose. Non si poteva definire propriamente un uomo brutale, perché in fondo egli era brutale solo perché era nella natura dei nobili esserlo. Per parafrasare Orson Welles e le sue memorabili parole di Quarto potere: “egli non era un uomo brutale, solo faceva cose brutali”. Nel momento in cui l’unico interesse di un nobile è se stesso, evidentemente la sua brutalità è più un fatto secondario che una prima natura. Ad ogni modo, Don Fabrizio era posto in bilico tra due ere, quella della nobiltà borbonica ormai decadente (ma non ancora decaduta) e quella dell’avvenire, cioè dell’affermazione della società liberale. La sua famiglia, d’altronde, mostrava pienamente i segni esteriori e interiori di questo stato di sfacelo: ogni suo figlio, maschio o femmina che fosse, non aveva né il suo carattere né la sua cultura né la sua autorità. Il suo successore e continuatore ideale sarà Tancredi, un nipote, figlio di un ramo secco della famiglia: costui si impone da subito come il più scaltro. E infatti fu Tancredi ad enunciare la frase de Il Gattopardo che è passata alla storia. Citando a memoria: “per non cambiare niente bisogna cambiar tutto”. Tancredi, dunque. Più scaltro nel senso che sa farsi tornare i conti: sa essere amabile con le donne, ciarliero con gli uomini, apprezzato compagno d’arme nell’esercito, intonato nella società, sobrio con i religiosi e ironico scettico nella società civile.

Rimane il fatto che, tutto considerato, sembra che anche uno come Tancredi, determinato e spregiudicato, non sia paragonabile a quello che un Don Fabrizio avrebbe riconosciuto come pienamente onorevole per sé e la sua famiglia, almeno in tempi in cui la nobiltà contava veramente qualcosa. Ad ogni modo, dopo che Garibaldi sbarca in Sicilia, Don Fabrizio si trasferisce per qualche tempo nella località di Donnafugata. In quel locus pocus amoenus Tancredi dichiara il proprio amore per la bella Angelica, entità prefabbricata nella scuola toscana con i soldi dell’arricchito borghese, splendida ragazza diciassettenne (età che anche il Leopardi aveva elogiato come momento di massimo splendore femminile) la cui spregiudicatezza nell’arrampicata sociale era almeno pari a quella di Tancredi e la cui voluttà sensuale, che domina molto del romanzo e sembra dominare molto della vita dal sapore profondamente arcaico della Sicilia di Tomasi di Lampedusa; la cui voluttà sensuale sembra essere quantomeno pari a quella di Tancredi: uniti in una momentanea alleanza, Tomasi di Lampedusa non si toglie il piacere di lasciar intendere che poi le alleanze verranno infrante in nome di interessi costituiti più forti nel futuro.

Concetta, la figlia del Gattopardo con la più alta parvenza di carattere, si era a sua volta innamorata di Tancredi. Ma la prospettiva dell’immediata sensualità conquistata di Angelica e il futuro patrimonio del padre che Tancredi avrebbe ricevuto in dote dal sposare la sua controparte borghese, nonché una certa altezzosa ritrosia di Concetta (che morirà zitella insieme a tutte le figlie di Don Fabrizio, sostanzialmente beote e decadenti come i loro palazzi figli di uno snobismo demodé e fuori dai tempi) determinarono un chiaro corso degli eventi. Dopo che Don Fabrizio rifiuta la candidatura al senato del nuovo regno italiano, dopo qualche ballo ed effimera considerazione, dopo che il Gattopardo riconoscerà la ritirata su ogni fronte e la perdita di ogni speranza, sentita come un abbandono del soffio vitale, il romanzo termina con la distruzione dell’ultima creatura vivente che aveva portato solo gioia in quel mondo in cui nessuno ha saputo sopravvivere alla distruzione di ogni nucleo di senso che la vita stessa impone a quei poveri di spirito che forse avranno una salvezza in un altro mondo. Perché in questo sono destinati alla miseria interiore ed esteriore: per questo la loro salvezza, nel migliore dei casi, è da posticipare in un mondo più confacente alle loro necessità. Quando il simpatico Bendicò, cane gioioso in vita e innocente impagliatura in morte, risuscita antichi ricordi nella inacidita zitella Concetta viene buttato nel macero, ecco che Tomasi di Lampedusa chiude il suo libro, in coerenza con lo spirito di fondo che pervade tutto il suo romanzo: un senso di morte che non poteva chiudersi che con l’annullamento dell’ultimo simbolo di un soffio di vita che ormai era totalmente fuori posto.

I personaggi centrali del romanzo sono, in vero, assai pochi e tra essi domina per importanza Don Frabrizio Salina (sia per il numero di pagine che per la qualità delle descrizioni). Egli viene così presentatoci:

Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita sapevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra villa Salina e la bottega di un orefice era un frequente andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira, a tavola, gli faceva spesso piegare in cerchio. Quelle dita, d’altronde, sapevano anche essere di tocco delicatissimo nel carezzare e maneggiare; e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie; e le viti, le ghiere, i bottoni smerigliati dei telescopi, cannocchiali e “ricercatori di comete” che lassù, in cima alla villa, affollavano il suo osservatorio privato, si mantenevano intatti sotto lo sfioramento leggero. I raggi del sole calante accedevano il colorito roseo, il pelame color miele del Principe; denunziavano essi l’origine tedesca di sua madre, di quella principessa Carolina la cui alterigia aveva congelato, trenta anni prima, la Corte sciattona delle Due Sicilie. Ma nel sangue di lui fermentavano altre essenze germaniche ben più incomode per quell’aristocratico siciliano, nell’anno 1860 (…): un temperamento autoritario, una certa rigidità morale, una propensione alle idee astratte che nell’habitat morale molliccio della società palermitana si erano mutati rispettivamente in prepotenza capricciosa, perpetui scrupoli morali e disprezzo per i suoi parenti e amici, che gli sembrava andassero alla deriva nei meandri del lento fiume pragmatistico siciliano. Primo (ed ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l’addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste alla astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Basti dire che in lui orgoglio e analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l’illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli (come, di fatto, sembravano fare) e che i due pianetini che aveva scoperto (salina e Svelto li aveva chiamati, come il suo feudo e un suo bracco indimenticato) propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe fra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che una adulazione. Sollecitato da una parte dall’orgoglio e dall’intellettualismo materno, dall’altra dalla sensualità e faciloneria del padre, il povero principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano, e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo.[2]

Il lettore ci scusi di questa citazione interminabile, ma il fondamento ultimo di tutto il romanzo sta in questa descrizione. Appunto perché molto, se non tutto, ruota attorno alla figura centrale del Principe Don Fabrizio Salina. Per questa ragione, meritava riportare il passo per comprendere la sua completa sostanza. Egli era un nobile illuminato a metà, come anch’esso dominato dalla luce del sole siciliano, che ha una sua parte nelle pagine del romanzo: egli, infatti, sembra avere una luce senza sfumature, dove tutto si risolve in una forma peculiare di alterigia dovuta a meriti di casta e meriti individuali ma pur sempre astratti e lontani dalla natura concreta e pratica della politica. Di tutto, infatti, si occupa Don Fabrizio, tranne che degli affari pubblici. E la sua giustificazione la fornisce al messo del nuovo stato italiano: il popolo siciliano è sempre stato sotto la dominazione forzata di un potente, ma il caldo e la natura ostile della Sicilia lo hanno condotto ad uno scetticismo radicale non soltanto nei confronti del potere politico, ma pure nei confronti di se stessi. Il siciliano ha imparato l’arte dell’indolenza, che è il principio sovrano di resistenza non violenta che nessun tiranno potrà mai abbattere: proprio perché la violenza si può combattere con altra violenza, l’odio con l’amore e l’amore con l’odio, l’indolenza è l’annullamento stesso di ogni senso ultimo della vita e, di conseguenza, è l’approdo ultimo del nichilista di fatto. E la Sicilia, dal basso all’alto dall’alto al basso, è la patria naturale di ogni resistenza all’attività. Questa tesi viene sostanzialmente enunciata da Don Fabrizio, nonostante lo scetticismo del messo, proprio per spiegare perché egli stesso non se la senta di credere minimamente nelle possibilità che la sua nuova eventuale carica avrebbe potuto cambiare le sorti della Trinacria.

Se Don Fabrizio è l’uomo venuto su dai secoli di un crocevia di esperienze di dominio su una terra intrinsecamente ostile e abitata da uomini che a loro volta hanno imparato a seppellire il loro cuore ben al di sotto la polvere formata dalle carcasse dell’umanità ivi morta (metafora, questa, che nel libro sembra assurgere alla presa di coscienza di una sempiterna natura umana e della storia), non significa che egli sia l’unico risultato di tale esperienza del vivere. Le donne di casa Salina, Maria Stella e Concetta, sono la degna moglie e figlia, rispettivamente, del Don Fabrizio. La prima isterica, la seconda acida, la prima incapace di provare sentimenti nei confronti del mondo se non nella misura in cui questi siano l’immediata concretizzazione della sua miserabile egoistica incertezza, la seconda incapace di trovare sbocchi positivi al suo amore potenziale, risultano due donne incupite dall’inutile e vacuo trascorrere del tempo. Niente sembra far posto nel cuore sabbioso delle due donne che non sia la paura intrinseca di vivere, sia pure con tutte le scomodità di questo fatto.

E’ pur vero che ne Il Gattopardo c’è addirittura spazio anche a individui più dinamici, ma posti debitamente su uno sfondo relativo. Infatti, Tancredi e Angelica, con il loro amore (intrinsecamente carnale e, quindi, mai salvifico: perché per ogni possibile speranza arriva puntuale la cancellazione, negandone immediatamente o mediatamente ogni possibile anfratto), Tancredi e Angelica, dunque, sono personaggi indiscutibilmente più dinamici e avrebbero potuto assurgere al ruolo principale del romanzo. Se non fosse che la storia è quella di una nobiltà decadente e non del nuovo apparire del nulla che cambia sotto il sole, per usare un’immagine che all’autore potrebbe suonare affine. Infatti, è Tancredi che, con la sua intelligenza immanente e concreta e sempre pronta ad afferrare il vantaggio concreto per riuscire a non elevarsi mai dal bassorilievo del pietrame che si insinua nelle fessure delle scarpe, è colui che enuncia la frase celebre del romanzo:

Il Principe ebbe una delle sue solite visioni improvvise: una scena crudele di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato [che avevano trovato nella tenuta al principio del libro]. “Sei pazzo, figlio mio. Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re”. Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe uno di quei suoi accessi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi quelli che ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?”[3]

Celebre passo, che a noi serve per mettere in mostra due proprietà importanti, una di Tancredi e una del romanzo. Di Tancredi si può enunciare il suo piano concreto di instaurare un ritrovato sistema di governo fondato sulla furberia del volta gabbana al momento giusto, perfetto e in linea con il volgere della nuova epoca. Dunque, una qualità umana dei soliti avvoltoi della storia, capaci di durare quel tanto che serve per “cambiare tutto e non cambiare niente”.

La seconda proprietà, invece, è da ascrivere al pensiero sotteso del romanzo. Non è affatto evidente che Tancredi abbia ragione. Anzi si può dire che solo assumendo un fatto metafisico fondamentale la celebre frase non suoni totalmente falsa. In fondo, tutto cambierà realmente, tanto è vero che i Salina evaporeranno al sole trinacrio, nonostante il loro nome, dimostrando tutta la loro inconsistenza. La frase può essere ipotizzata come vera se si assume il fatto, appunto metafisico, che in realtà non ci sia nulla da cambiare: perché la storia dell’umanità (o, almeno, della Sicilia tratteggiata da Tomasi di Lampedusa) è sempre destinata ad un incessante movimento superficiale che non serve ad altro che a congelare l’esistente. In altre parole, Tancredi qui è il portavoce del pensiero profondo che pervade l’opera e, propriamente, che il mondo sarà sempre quell’irriducibile calura immonda, immota che si combina in infinte forme ma infine rimane pur sempre la stessa inutile palude. Per tanto, quel che si deve fare, in fondo, è solamente assecondare quel mutamento per non rendersi ancor più disprezzabile questa esistenza già di per sé disprezzabile.

Tancredi tanto quanto Angelica (nome non casuale) non sono altro che il contraltare del mondo che non cambiando sarà destinato alla cancellazione totale e suprema. Proprio perché non cambiando risulta inaccettabile all’esistenza del presente. E infatti i due sono quelli che maggiormente hanno caratteristiche borghesi, quel sozzo mondo, sempre e comunque dipinto a tinte fosche dal Tomasi di Lampedusa, in ascesa ma ormai ineludibile: 1860, il destino è alle porte e si ode vicina la campana a morte per i Don Fabrizio vari che ormai hanno già abdicato la loro autorità di fronte al destino.

Angelica, bella e artefatta, sensuale e avida, perfetto contraltare femminile del dinamico Tancredi, la cui filosofia di vita è identica a quella dell’arrampicatore sociale, privo di sostanza e per questo (e solo per questo) reso audace dalla necessità. Ma alla fine finiranno (così dice l’autore) per terminare il loro amore nell’aridità della carne che, una volta asciutta e troppo battuta, finisce per perdere mordente. Tema caro, questo, all’autore, come in altri ben più grandi (ad esempio, Maupassant): amore, sempre incapace di mantenere le promesse perché irrimediabilmente coincidente con l’innamoramento carnale. Non c’è mai catarsi ma sempre una puntuale castrazione nell’amore di Tomasi di Lampedusa, nonostante che gran parte dei pensieri e dei fatti del romanzo (si pensi a Don Fabrizio o al peso – e alla prolissità – delle pagine dedicate a Tancredi e Angelica). Angelica, infatti, porta addirittura il marchio della sua vacuità nel suo stesso nome: lontana dalla qualità dell’angelo salvifico, non è altro che uno dei tanti ingranaggi che determinano quell’immota varietà che è la moltitudine inutile che si affaccia nella storia dai secoli nei secoli.

Lo stile del romanzo è estremamente ricercato, a tratti eccellente, soprattutto nella prima parte del libro. Infatti, si potrebbe partizionare l’opera in due parti. La prima è tutta quella contenuta prima delle lunghe e tediose pagine dedicate all’amore di Tancredi e Angelica, mentre la seconda è quella che segue. Ma soprattutto la cesura viene fornita dal momento in cui arriva il messo del nuovo stato a casa Salina per richiedere la partecipazione di Don Fabrizio alle attività del nuovo senato italiano. Nella prima parte domina un senso ironico dell’esistenza, composta da un distacco leggero, ma al contempo sagace, che poi si perde totalmente per finire in un susseguirsi di pagine avvolte da un turbato senso di morte totale di ogni soffio vitale concreto e ogni ideale astratto. Quando Don Fabrizio enuncia il “caso della Sicilia”, della sua intrinseca incapacità di uscire da quell’indolenza che è la morte di ogni senso di umanità, ecco che scatta qualcosa tra le pagine del romanzo: è l’abdicazione dell’ironia che ha definitivamente ceduto il passo alla pesantezza di una ragione invischiata all’interno dei labirintici mali di un mondo già di per sé scomparso per le sue proprie malattie. E questo si rispecchia tanto più nel fatto che ogni personaggio o finisce per terminare la sua esistenza o finisce per essere totalmente svuotato dalla fiducia nella vita. E infatti, in questo totale sfacelo Tancredi e Angelica, i personaggi antistatici di un romanzo già di per sé abbastanza imperniato su se stesso nella propria immobilità (tutto si svolge in pochissimi ambienti e tra pochissimi personaggi), finiscono totalmente sullo sfondo.

Il Gattopardo è un romanzo che lascia molto intendere dei gusti e del sentire comune di quel mondo che prima non ha saputo accettarlo (perché troppo pessimista e troppo materialista) per poi ritrovarlo (proprio perché troppo pessimista e troppo materialista). La vena ironica asciugata non ha consentito di portare un capolavoro coerente sul piano degli intenti, cosa che sarebbe stata possibile al principio. Mentre in un lavoro a suo modo simile, Il giorno del giudizio, Salvatore Satta riesce a trovare una sua coerenza nell’estrema lucidità senza estremi di ironia proprio perché già di per sé interessato a ricercare un senso di concretezza reale che non ammette un ironia così pervasiva. Sostanzialmente perché il distacco non è mezzo di accettazione o comprensione: esso segue o precede, ma non è la comprensione o accettazione di un mondo. Invece, Tomasi di Lampedusa riesce ad essere incostante (e latamente incoerente su un piano letterario) proprio perché dapprima vuole quasi scrivere un ritratto ironico di un mondo antico, sin tanto che poi non ne vede le ragioni da vicino e, scrivendole, le comprende così a fondo da finire egli stesso irretito e terminare, così, in un senso di morte totale e avvincente dal quale neppure il lettore più entusiasta può allontanarsi durante la lettura delle pagine del libro, belle quanto aride.


Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Il Gattopardo

Feltrinelli

Pagine: 299.

Euro: 17,00.

 


[1] Dall’introduzione al volume.

[2] Tomasi Di Lampedusa G., (1958), Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, pp. 10-11.

[3] Ivi., Cit., p. 24.

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