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E’ un bene mettere al mondo un figlio?

Ogni uomo e ogni donna, raggiunta una certa maturità biologica, sentono il bisogno di avere un figlio e non semplicemente di compiere atti sessuali. Esiste una differenza importante tra l’esigenza di compiere un atto sessuale e quella di avere una prole. Nel primo caso, si tratta di voler sfogare un bisogno impellente e di abbassare il proprio senso di solitudine sessuale il che può essere operato in molti modi e non necessariamente attraverso un atto sessuale che comporta, anche solo in linea di principio, la genesi della prole. Questo fatto può essere rimarcato dall’evidenza singolare e dalle statistiche sulle pratiche sessuali: molte persone preferiscono atti sessuali non vaginali per la soddisfazione del proprio bisogno, così che se tale bisogno è estinto con pratiche che rendono impossibile la procreazione e vengono preferite a quelle che, invece, possono causare la nascita di un nuovo individuo, allora può sussistere (e sussiste) la necessità esclusiva di esaurire il proprio bisogno sessuale indipendentemente dal bisogno di avere della prole. Viceversa, sussistono casi in cui si compiono atti sessuali con la finalità di avere dei figli. Tale necessità è, in genere, avvertita in modo cosciente e le persone se ne accorgono in base al fatto che la loro soddisfazione o felicità risulta indipendente dal loro benessere sessuale: si può essere sessualmente soddisfatti pur avendo il bisogno di avere un figlio. Ammesso che non sia un’esperienza umana sostanzialmente universale, riportiamo alcune evidenze che suggeriscono questa conclusione: (1) ci sono persone che sono disposte a praticare delle azioni figlie della superstizione pur di raggiungere l’agognato obiettivo; (2) ci sono persone che adottano dei bambini per averne uno; (3) ci sono persone che sono disposte a perseguire il proprio obiettivo con ogni mezzo consentito dalla scienza. Per tanto, è lecito distinguere il bisogno puramente sessuale da quello di procreare. Ne concludiamo che si parla molto spesso a sproposito di “bisogno di procreare” quando si parla di “istinto sessuale”. Da ora in poi assumiamo che le due proprietà siano distinte e, almeno parzialmente, indipendenti.

L’uomo si distingue, in tal proposito, dall’animale per almeno due proprietà: (1) l’uomo sa di voler procreare, l’animale no; (2) l’uomo ha delle intenzioni le quali possono essere qualificate moralmente come buone o cattive. L’animale non sa riconoscere la distinzione tra istinto sessuale e istinto procreativo giacché il maschio di un cavallo sente il bisogno di sfogare la propria necessità sessuale ma il cavallo non ha idea delle conseguenze del suo atto. Per la selezione naturale, che finalizza le azioni della specie al fine di aumentare il numero e la forza degli individui di una particolare categoria, è sufficiente che gli animali sentano l’esigenza di soddisfare il proprio istinto riproduttivo senza che da ciò segua che l’animale sappia quali sono le conseguenze: il fine dell’individuo animale è solo quello di sfogare la propria necessità, che poi questa abbia delle rilevanti conseguenze è totalmente precluso dalla sua possibilità di comprensione: l’animale non sa di avere figli, ma si comporta in base a ciò che l’insieme dei suoi istinti gli suggerisce. Così, per un animale, che compiere un atto sessuale implichi che si riprodurrà. è un fatto del tutto casuale, per l’individuo, mentre è un fatto non casuale, dal punto di vista della specie.

L’essere umano, invece, sa distinguere quando sente il solo bisogno sessuale e quando sente il bisogno di procreare, fatto salvo dei casi di ignoranza che, nella storia dell’umanità, non devono essere stati così rari. Oggi, però, si può assumere che la grande parte degli individui delle società tardocapitalistiche sappiano distinguere le due esigenze perché sanno distinguere le loro conseguenze.

L’uomo si differenzia dall’animale anche perché può e sa qualificare le sue intenzioni, prima che queste abbiano delle conseguenze sul piano dell’azione. Non consideriamo, qui, l’inazione come un’azione propriamente intesa. La domanda: “E’ un bene mettere al mondo dei figli?” è ben formulata perché ci si può legittimamente chiedere se l’intenzione di avere un figlio sia un bene, proprio in quanto può essere oggetto di qualifica etica e morale.

Riportiamo i possibili atteggiamenti riscontrati alla nostra richiesta di risposta a tale domanda a persone qualunque. Prima di portare le nostre critiche, riportiamo le tesi dominanti:

(I) il figlio è una necessità biologica tale che una volta che si senta tale necessità si è legittimati automaticamente a mettere al mondo un figlio;

(II) il figlio implica l’accrescimento della propria felicità, per tanto, da un punto di vista prettamente personale, un individuo procrea per ragioni egoistiche;

(III) il genitore sente di voler dare una possibilità a un nuovo individuo di essere felice, per tanto, sulla base di un esigenza altruistica, il genitore vuole formare una nuova persona perché questa seconda persona possa essere felice;

(IV) se nessuno procreasse, la specie umana si estinguerebbe;

(V) procreare significa rendersi parzialmente resistenti alla morte perché (V*) il nascituro conserverà metà del genoma del genitore; (V**) il nascituro si ricorderà del genitore e trasmetterà i suoi ricordi ai suoi figli, creando, così una catena di ricordi del genitore;

(VI) il genitore sa di invecchiare e necessità di cure durante la vecchiaia e, si assume, che ciò sarà fatto dal figlio.

Le risposte possono essere catalogate in tre categorie: (a) le risposte biologiste, cioè la (I), la (IV), la (V*); (b) le risposte egoistiche (II), (V**) e (VI); le risposte altruistiche (III). Discuteremo ciascuna categoria e ne vedremo i pregi e i difetti e cercheremo di capire se queste sono risposte corrette alla domanda chiave: “E’ un bene mettere al mondo un figlio?”

Le risposte biologiste hanno il pregio di spiegare il motivo per cui, da un punto di vista biologico un essere umano riconosce di avere il bisogno di procreare. Nella tesi si esprime compiutamente tale pensiero e, a parer nostro, risulta la migliore delle tre formulazioni: (I) il figlio è una necessità biologica tale che una volta che si senta tale necessità si è legittimati automaticamente a mettere al mondo un figlio. La tesi biologista ci sembra perfettamente comprensibile ad una corretta spiegazione dei fatti naturali, ma va incontro all’obbiezione fondamentale, comune a tutte le tesi di questo tipo: questo non ci dice perché sia un bene che si metta al mondo un figlio. La tesi biologista ci dice soltanto perché, da un punto di vista biologico, venga prodotto un nuovo individuo, ma non ci dà nessuna ragione per dire perché ciò sia buono. Se ciò è buono, non dipende dal fatto che la natura ci ha costruiti in questo modo. Mostriamo subito il motivo: se un pazzo lucido ci dicesse “io so che è sbagliato ammazzare, ma sono fatto così” noi lo potremmo scusare ma non lo potremmo lodare o difendere da un punto di vista morale; egli potrà essere anche difeso per avere delle attenuanti legali, ma da un punto di vista morale saremo inclini a condannare il suo atto, ammesso che assumiamo che tale persona non sia un soggetto morale perché del tutto incapace di gestire le sue azioni dal punto di vista intenzionale. Le singole tesi, poi, vanno incontro a problemi specifici: la (I) il figlio è una necessità biologica tale che una volta che si senta tale necessità si è legittimati automaticamente a mettere al mondo un figlio; va incontro al problema di definire la parola morale “legittimato” che non rientra nel panorama biologico: essa è una parola morale, conseguentemente, deve assumere una regola morale che definisca la legittimità della (I), ma la (I) non possiede, di per sé, la possibilità di dire di se stessa di essere una regola corretta, se lo è. La (V*) procreare significa rendersi parzialmente resistenti alla morte perché il nascituro conserverà metà del genoma del genitore; va incontro al problema di spiegare il perché rendersi parzialmente resistenti alla morte sia l’indice di una buona intenzione. Se lo è, non è scontato e tale tesi ha tutta l’aria di rientrare in un parziale egoismo di fondo. In fine, essa è in buona parte falsa perché il nascituro non rende immortale il genoma del genitore (a meno che non sia un clone) ma una parte (1/2), parte che andrà a diminuire progressivamente con il susseguirsi delle generazioni, ammesso che non si arrivi mai all’estinzione della linea familiare. In fine, la (IV) se nessuno procreasse, la specie umana si estinguerebbe, non implica assolutamente niente, di per sé. Infatti, la (IV) ci dà un motivo molto astratto (e ci chiediamo se ci sia mai stato anche un solo uomo che abbia messo al mondo un figlio sulla base di tale motivazione) per mettere al mondo un figlio senza che tale motivo sia a sua volta definito come buono: un uomo può essere condannato per aver causato la morte di un secondo individuo, ma l’umanità non è un individuo (è un insieme di individui), così che anche la sua inazione (che abbiamo considerato non equiparabile ad un’azione) causa indirettamente la sparizione della specie, sparizione che non è la morte di nessun individuo e, per tanto, non si pone il problema della condanna, com’è logico: è molto diverso schiacciare un bottone e distruggere l’umanità con una serie di esplosioni atomiche dall’evento di non procreare.

Veniamo alle tesi egoistiche. Esse sono così facili a comprendersi che non ci pare che abbisognino di spiegazioni, per tanto giungiamo subito alle critiche: la (II) il figlio implica l’accrescimento della propria felicità, per tanto, da un punto di vista prettamente personale, un individuo procrea per ragioni egoistiche; non dice perché l’accrescimento della propria felicità sia una buona intenzione, ci dice soltanto che sussiste una certa intenzione: essa sposta il problema, ma non lo risolve perché non dà una risposta al problema. La (II) è come se dicesse “E’ un bene mettere al mondo un figlio perché è un bene per me” (che ha l’aria di essere circolare perché suona molto simile a dire “E’ un bene mettere al mondo un figlio perché è un bene”). Ma il fatto di rivendicare l’atto di procreazione sulla sola base del proprio egoismo costituisce, al massimo, una spiegazione di tipo psicologico, ma non costituisce la possibilità di qualificare l’atto dal punto di vista morale, perché non definisce alcun bene e dà per implicito il fatto che l’aumento della propria felicità sia un bene inequivocabile. Tuttavia, è inaccettabile fondare la qualifica di “bene” sulla base dell’egoismo perché ci sono molti atti egoisticamente fruttuosi che sono anche moralmente nefasti, com’è il caso di chi decide che uccidere un uomo per cento euro sia un bene perché aumenta la propria quantità di denaro e, correlatamente, di felicità. Se la ragione risiede nel solo egoismo, allora qualunque azione basata sull’egoismo risulta buona e ciò, ovviamente, risulta una posizione indifendibile: in fondo, anche Hitler potrebbe aver agito sulla base di ottime ragioni prettamente egoistiche come, d’altronde, deve aver fatto. La tesi (V**) procreare significa rendersi parzialmente resistenti alla morte perché il nascituro si ricorderà del genitore e trasmetterà i suoi ricordi ai suoi figli, creando, così una catena di ricordi del genitore; risulta assai ingenua perché (a) risulta, per lo più falsa (chi si ricorda anche solo del nome dei propri bisnonni e dei propri trisnonni?) e (b) non risulta molto convincente sulla base di una motivazione che dovrebbe avere la pretesa di valere per tutti. Inoltre, la propria paura della morte non giustifica moralmente che una persona si rivalga su un altro. Dunque, le tesi fondate sull’egoismo sono tutte da rigettare e offrono dei pericolosi argomenti sulla base dei quali si può giustificare quasi qualunque cosa.

Veniamo, ora, alla tesi altruistica: (III) il genitore sente di voler dare una possibilità a un nuovo individuo di essere felice, per tanto, sulla base di un esigenza altruistica, il genitore vuole formare una nuova persona perché questa seconda persona possa essere felice. Questo argomento, che viene presentato, di quando in quando, dalle persone, non offre grandi chiarimenti ma solo una formulazione confusa di un intento. Innanzi tutto, vien da chiedersi perché bisogna creare un nuovo individuo per dare l’opportunità a qualcuno di essere felice. In secondo luogo, la bontà dell’intento sarebbe tale solo a condizione che si parli di individui già esistenti perché l’azione sarebbe indirizzata verso di loro: se un’intenzione è buona solo se è indirizzata verso un individuo preciso ed esistente, altrimenti l’intenzione è solo condizionalmente buona (condizionalmente buona perché deve essere rispettata la condizione ulteriore che l’individuo in questione venga effettivamente ad esistere), allora la (III) non risulta una buona intenzione ma solo un buon intento per delle eventualità future. Inoltre, rimane il fatto che non è necessario per rispettare la (III) di creare un nuovo individuo, perché, appunto, ci si può dedicare alla vita degli altri, già presenti, effettuando delle azioni effettivamente buone perché indirizzate ad individui già presenti. Mentre, per rispettare la (III) si devono porre nuove condizioni (nascita del figlio, benessere del feto, buona salute dei genitori, buona educazione ecc.), condizioni che, appunto, non solo rendono estremamente improbabile la (III), qualora si realizzi la formazione della nuova persona, ma, pure rispettando tutte le condizioni, ancora nel migliore dei casi, siamo di fronte ad una condizione necessaria ma non sufficiente per la felicità di un individuo. In fine, se la felicità attiene a molti livelli diversi (fisico, sociale, economico, morale, spirituale), è assai discutibile che i soli genitori possano rendere felice in tutti i sensi la prole. Dunque, le obiezioni alla (III) rimangono due: (a) sembra impossibile parlare di buone intenzioni di fronte a persone puramente potenziali e non presenti; (b) rimane un intento assai difficile da realizzare, non solo in un mondo difficile come questo, ma anche nel migliore dei mondi possibili e vedremo il perché.

Questi sono gli intenti dichiarati dalla maggior parte delle persone, quando vengono messe di fronte alla scomoda domanda: “E’ un bene mettere al mondo dei figli?” Veniamo, adesso, alla precisazione di alcuni problemi. Innanzi tutto, puntiamo l’attenzione sulle conseguenze dell’atto. Mettere al mondo una persona significa donargli la vita ma anche la morte. Per tanto, un genitore consapevole dovrebbe decidere di mettere al mondo un figlio a condizione che sappia rispondere all’eventuale domanda: “perché mi hai messo al mondo, se poi devo morire?” Ma nessuno ha una risposta non controversa a questa domanda perché, anche formulando il quesito nel migliore dei modi, il problema rimane aperto. Non siamo in grado di rispondere anche quando ci siamo dati una risposta valida per noi: la validità della risposta, essendo un problema insolubile, è parziale e inattendibile, per tanto, non possiamo fornire una conclusione chiara e decisiva. Questo problema mina la possibilità di giustificare la vita di un figlio sulla base dell’ingenua assunzione che la sua vita sia solo felicità (quando tutti sappiamo che ciò è falso) proprio perché, anche ammesso che la vita sia solo felicità, rimane l’inquietante finale, che, a seconda della visione del mondo degli individui, può suscitare parecchia apprensione e sgomento. Dunque, anche nel migliore dei mondi possibili, nel quale non è esclusa la morte, non si può essere del tutto liberi di creare un figlio, liberi dai problemi del vivere. D’altra parte, in siffatto mondo (il migliore possibile), forse non ne sentiremo neppure l’esigenza, giacché l’indice di un’esigenza è già un dato di insoddisfazione.

C’è chi ha sostenuto che l’insieme degli eventi della nascita di un uomo siano positivi o siano per lo più positivi così che un bilancio delle conseguenze risulti a favore della procreazione. Se anche ciò fosse vero (perché non è affatto chiaro come misurare ciò) rimane il fatto che, a giudicare dalla Storia dell’umanità, ciò sarebbe vero per pochissimi uomini, nel migliore dei casi. In secondo luogo, come qualificare gli effetti? Se ne diamo una qualifica in base alla progressione degli eventi, allora dobbiamo qualificare i singoli eventi e, allora, sulla base di cosa? In fine, rimane il fatto che il figlio è un individuo da che nasce a che muore e non si può stimare con facilità l’insieme delle sue azioni dal momento in cui nasce al momento in cui muore. Rimane, però, il fatto che molta della responsabilità della felicità del figlio attiene ai genitori i quali, nella maggior parte dei casi, non si vogliono assumere tale onere se non per un periodo assai limitato nel tempo, salvo i casi più fortunati: ma non si smette che nella tomba di essere dei padri o delle madri.

I genitori sono responsabili di fronte al figlio e del figlio. Se un bambino compie un’azione, buona o cattiva, sarà la responsabilità dei genitori. Ma questo significa che una persona si assuma la responsabilità di ciò che non ricade direttamente nella sua mente e nel suo corpo. Se io compio un’azione cattiva, la responsabilità delle conseguenze di tale azione ricadono esclusivamente su di me e sono io responsabile di ciò. Una persona che voglia accusarmi di aver agito male, ricorrerà ad accuse sulla mia persona e io riconosco la validità di tali accuse. Per un figlio, invece, il discorso cambia: mettendo al mondo un bambino io non sarò responsabile esclusivamente perché le conseguenze dei miei errori ricadono anche sul figlio, direttamente o indirettamente. Così che non sarò solo io a pagare dei miei errori, ma anche la mia prole. Per tanto, come è possibile assumersi la responsabilità di una vita non propria? All’atto pratico, è evidente che un buon genitore è al corrente di tale responsabilità (forse, non si avvede del paradosso, perché dovrebbe ragionare sulle estreme conseguenze) e se ne assume tutti gli oneri ma rimane, in linea di principio, impossibile una tale operazione.

Per tanto, ritornando alla domanda “è un bene mettere al mondo un figlio?” rispondiamo che non ci sono ragioni decisive per asserirlo. Non ne abbiamo trovato e, a quanto pare, neppure chi mette al mondo dei bambini ce ne ha segnalate. Il che non significa che non si possano trovare ma, se ci sono, non sono incluse nelle proposte (I-VI) presentate e presentateci; inoltre devono passare attraverso le critiche preliminari che abbiamo evidenziato.

Mettere al mondo un figlio è una grande responsabilità, forse la più grande responsabilità che sia stata concessa all’uomo dalla natura o da Dio, e ci è in odio chi, per egoismo o leggerezza, compie un’azione di tale importanza la cui conseguenza non ricade esclusivamente su di sé, ma anche su una creatura innocente, che pagherà per i suoi errori, per la sua disattenzione e per il suo menefreghismo. Se il genitore agisce per egoismo, deve essere messo al corrente che è assai miserabile colui che per il suo bene singolare fa pagare a un terzo  il prezzo del suo egocentrismo, specialmente se il terzo poteva evitarsi di soffrire per un’intera vita per colpa di un altro.

La Storia è troppo poco lusinghiera, non c’è mai stato un mondo senza guerre, senza conflitti, senza odio, senza solitudine, senza amarezza, senza delusione, senza morte e senza angoscia. Tutti partono dicendo a se stessi, che tanto non toccherà a suo figlio, che le malattie spettano agli altri1, che le guerre verranno combattute da altre persone, che la prostituzione è un male di altri, che la schiavitù è praticata solo nel terzo mondo, un mondo assai remoto: ma quelle persone sono state generate da un padre e una madre che, nel migliore dei casi, non avrebbero desiderato il peggio e il male per il proprio figlio il quale, però, rientra pienamente in questo universo e nelle sue leggi.

E’ vero, talvolta ci accorgiamo di essere felici, ma facciamoci sempre delle domande quando compiamo azioni che non ricadono esclusivamente su noi stessi perché le conseguenze saranno importanti. Tanto più se la persona in questione è un essere inerme, venuto al mondo non nel migliore dei mondi possibili, nel quale dovrà vivere, lottare e morire, sepolto dalla stessa terra che eguaglia tutti ma non ha mai scaldato il cuore di nessuno.

2 Comments

  1. Jane liottiJane liotti ottobre 22, 2018

    Quando espongo questa teoria ( che è anche quella che condivido) a tutta la gente che frequento, mi sento un pesce fuor d’acqua. Ritengono tutti che la mia vita “sarà triste”. Sì, perché c’è da sempre la convinzione che ” se non ti crei una famiglia, cosa fai? Stai solo tutta la vita?”. E allora io non mi arrabbio. Ma provo una specie di compassione positiva (non da senso di superiorità). Sì perche sto parlando con gente che non è abituata a ragionare profondamente sulle cose. Figurati su un tema così importante come quello di mettere al mondo un figlio! Sono fermamente convinta che chi decida di mettere al mondo qualcuno, lo faccia a cuor leggero, pensando solo ai momenti in cui potrà tenere il suo pargolo in braccio; e ne è dimostrazione il fatto che molti dicano “quando vorrei avere un bambino” (e non usano la parola ‘figlio’). Ma dopo qualche anno il tuo pargolo sarà un bambino e poi un ragazzo che si discosterà da te per molte cose.

    • RedazioneRedazione ottobre 23, 2018

      Gentilissima,

      La ringrazio per questo commento. Tengo solamente a segnalare due considerazioni. La prima è che l’articolo non propone nessuna teoria. Esso semplicemente cerca di analizzare pacatamente le usuali argomentazioni forniteci sul tema in questione – delicato e ben poco discusso -. Non si dimostra alcuna tesi positiva in quanto tale ma solamente l’implausibilità di alcune risposte (tra le quali, per altro, si trova anche spazio per l’altruismo per quanto sicuramente non sia la proposta maggioritaria). La seconda è che, inevitabilmente, un simile tema solleva problemi, dubbi e inquietudini che non sono facili da risolvere alla luce della ragione. Effettivamente, ci dovrebbe essere maggiore sensibilità e comprensione anche per punti di vista diversi da quelli presunti standard. E questo, se vuole, è in realtà il problema maggiore.

      Un caro saluto,
      G.

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