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Mese: novembre 2011

Chisholm. Conoscenza e opinione vera

A cura di Pili Giangiuseppe                            www.scuolafilosofica.com

Schema.

Introduzione al problema della terza condizione della conoscenza dalla formulazione platonica.

Riformulazione del problema della terza condizione.

Inizio delle presentazioni delle varie candidate.

Enunciazione tesi candidata: “S ha prova adeguata che P è vera”.

Prima obiezione e la sua smentita.

Altre due obiezioni decisive.

Enunciazione di una nuova tesi candidata su base probabilistica e le sue possibili formulazioni.

Significato statistico della probabilità.

I problemi del significato statistico.

Significato induttivo della probabilità.

Problemi del significato induttivo.

Significato assoluto della probabilità.

Problemi del significato assoluto della probabilità.

Enunciazione di una nuova tesi candidata: l’osservazione.

Problemi dell’osservazione.

Ambiguità semantica.

Nuovo pericolo di circolo vizioso.

La proposta di Austin: partendo dall’analisi pragmatica del linguaggio ordinario si riconsidera il problema del Teeteto.

Definizione di “funzione esecutiva”.

La fallacia descrittiva.

I problemi della proposta di Austin.

I problemi della definizione di “funzione esecutiva”.

Sensi diversi del performativo.

Fallacia esecutiva di Austin e la riconsiderazione del problema del Teeteto.

Analisi di altri termini epistemici che esprimono valutazioni di proposizioni.

Evidente, ragionevole, più ragionevole, gratuita, indifferente,  accettabile, inacettabile.

Enumerazione e discussione delle varie definizioni.

La proposta di Chisholm per la definizione della terza condizione necessaria a definire la conoscenza.

 

Il problema dell’utilità attesa

(1)   Per un soggetto supposto dall’economia neoclassica vale la regola secondo cui egli sceglierà solo l’opzione che gli garantirà la massima utilità.

(2)   Poniamo che un uomo ricchissimo offra 100 $ ad un soggetto.

(3)   L’uomo ricchissimo pone la seguente condizione: se il soggetto rifiuta 100 $, potrà averne il doppio il giorno seguente. Ma se il giorno seguente il soggetto rifiuterà ancora, potrà avere il doppio dei soldi promessi in quel dì e così via.

(4)   Problema: quando il soggetto accetterà i soldi offerti dal ricco signore posto che nel giorno seguente avrà sempre raddoppiata l’utilità attesa del giorno presente?

Il problema della definizione del bello.

Il predicato “essere bello” si usa in continuazione, soprattutto in una società che ha istituzionalizzato il suo uso per etichettare e distinguere dei fatti morali. L’estetica è sempre stato un risvolto della morale dominante, la cui chiarificazione e concretizzazione attraverso immagini serve a rendere materiale un particolare aspetto morale. L’arte, attività propria della realizzazione del bello, si è sempre trovata a suo agio tra finanziatori interessati da un certo punto di vista morale e, di fatto, nella gran parte dei casi, l’intenzione dell’artista è sempre guidata da un interesse profondamente etico. Tuttavia, esiste un campo puro in cui è lecito pensare ed analizzare i fatti da un punto di vista puramente estetico e “puramente disinteressato”, con ciò bisogna intendere: indipendentemente da tutto ciò che non riguarda puramente l’estetica. In altri termini, il predicato “essere bello” deve essere utilizzato nell’esclusivo senso estetico, indipendentemente dagli usi ibridi, parzialmente impropri, che legano il predicato ad altre proprietà, prime tra tutte, la categoria di “piacere” e di “realtà”.

Il paradosso di Moore

Chi dice “Io so che p, ma non ci credo” si sta contraddicendo perché se sa che p, allora non può legittimamente non crederci.

Il paradosso di Moore è stato battezzato così da Wittgenstein e dal grande filosofo molto apprezzato perché, secondo lui, mette in luce l’assurdità di non credere ad una proposizione elementare che esprime un fatto, se affermata: “Oggi piove, ma io non ci credo”.

Il paradosso di Eutalo

Leipzig - Universität

Protagora acconsente di insegnare diritto a Eutalo a patto che non appena abbia vinto una causa, Protagora venga pagato. Eutalo riceve lezioni, ma al termine di queste non sostiene nessuna causa. Protagora decide di citarlo in giudizio per essere pagato.

1) Il ragionamento di Protagora (P.) era questo: se Eutalo vince, allora P. deve essere pagato per rispetto del patto. Se P. vince allora il tribunale costringerà Eutalo a risarcire P.. Dunque, in qualsiasi dei due casi, Protagora vincerà.

2) Il ragionamento di Eutalo (E.) era questo: se Protagora vince, allora E. non deve pagare perché egli non ha vinto la prima causa. Se egli stesso (E.) avesse vinto, allora era Protagora a pagare costretto dal tribunale.

Chi ha ragione?

Il paradosso dell’etica irrazionale

Di Giangiuseppe Pili                                                  www.scuolafilosofica.com

 

(I) L’etica si fonda sulla ragione oppure  (II) L’etica si fonda sui sentimenti.

(a) L’insieme degli elementi esistenti in natura che abbia la capacità di provare sentimenti è maggiore dell’insieme degli elementi esistenti in natura che sia razionale.

      (a.1) Il termine “sentimento” non viene definito.

      (a.2) Il termine “ragione” non viene definito.

      (a.3) I termini “ragione” e “sentimento” sono assunti come chiari.

      (a.4) Il termine “sentimento” e il termine “emozione” sono considerati identici.

(b) L’insieme di tutti gli elementi capaci di provare sentimenti include gli animali.

      (b.1) Ciò è evidente sia dall’esperienza ed è riconosciuto come vero almeno da Darwin a questa parte.

(c) Se l’etica si fonda sui sentimenti, se l’insieme degli elementi esistenti in natura che abbia capacità di provare sentimenti è maggiore dell’insieme degli elementi esistenti in natura che sia razionale allora l’etica fondata sui sentimenti ha un’estensione maggiore dell’etica fondata sulla ragione.

(d)  Se l’etica fondata sui sentimenti ha un’estensione maggiore dell’etica fondata sulla ragione, se l’insieme degli elementi capaci di provare sentimenti include anche animali allora anche gli animali sono soggetti eticamente definiti così pure i pazzi e tutti gli elementi non-razionali capaci di provare sentimenti.

(e) Dunque, (II) è inaccettabile e (I) è accettabile.

Il paradosso dell’inganno

               A Cura di Pili Giangiuseppe           www.scuolafilosofica.com

Posso essere ingannato da un’altra persona. Riuscirete ad ingannare qualcuno solo se nessuno crederà che lo state ingannando. Dunque è impossibile ingannare se stessi.

 

L’idea di questo paradosso è molto semplice. Ingannare qualcuno significa fargli credere qualcosa che sappiamo essere falso. Le condizioni per mentire a qualcuno, inteso in questo modo, sono due:

  1. Far credere qualcosa di falso,
  2. Celare il fatto che si sa che la credenza di base è falsa;

 

Il paradosso della teologia negativa

            Di Pili Giangiuseppe     www.scuolafilosofica.com

(1) Ogni proposizione in cui Dio è nome, è vera solo se nega qualche proprietà a Dio.

P(x) = falso.

Non P(x) = vero.

P(x) è una qualunque proposizione in cui la proprietà P è predicata a Dio che è l’unico elemento del dominio su cui abbiamo scelto di interpretare la funzione.

Questa è l’assunzione di base della teologia negativa, secondo cui di Dio non si può predicare che il negativo (giacché di Dio non possiamo possedere alcuna conoscenza positiva, in quanto siamo troppo limitati per comprendere in noi l’infinito).

(2) Se (1) è corretto, allora Dio rifiuta la logica del terzo escluso. Infatti:

P(x) e non P(x) = falso

non (P(x) e non P(x)) = vero

Nel caso di proposizioni semplici come P(x) Infatti, nel primo caso abbiamo una proposizione complessa non negata e, dunque, per (1) falsa. Per le proposizioni come P(x), cioè una proposizione semplice del calcolo dei predicati del primo ordine, non abbiamo difficoltà: se compare l’operazione “non” allora è vera, mentre, se non c’è allora è falsa. Per le proposizioni complesse bisogna specificare che saranno vere quelle che hanno “non” come operatore più “forte”, cioè quello i cui valori di verità sono anche quelli dell’intera proposizione.

Il paradosso della responsabilità sociale: l’intenzione è dell’individuo o della società?

La società o è un individuo, cioè un entità capace di avere intenzioni, oppure no. Solo l’agente cosciente, un individuo, è responsabile delle sue azioni. Dunque la società è responsabile solo se è un individuo.

 

1) Se la società è responsabile come tutto allora le singole parti non sono responsabili. Dunque, la società non è responsabile. (Cioè all’interno della società non esistono sotto-società né individui capaci di azioni responsabili perché si sta assumendo che la società si responsabile allo stesso modo di una mente rispetto alle sue singole facoltà).

2) Se la società non è responsabile come tutto allora non è responsabile. (Se la società non è responsabile come tutto, sembrerebbe che potremmo ammettere che lo possano essere le sue parti. Ma le sue parti sono definite come la società in generale, dunque, anche le singole parti della società non sono responsabili. Un altro ragionamento che porta alle stesse conseguenze: se parti di società sono responsabili allora parti di parti di società sono responsabili e anche parti di parti di parti di società sono responsabili etc. cioè: la responsabilità finisce nel singolo individuo. Il singolo individuo –un uomo- non è scomponibile a sua volta in parti. Inoltre, se fosse vero che parti di società fossero responsabili, come distinguerle da parti di società non responsabili?) 

Conseguenza: la società non è un individuo, se con individuo si intende una mente capace di avere intenzioni. Nessun gruppo di persone è responsabile e la responsabilità attiene ai singoli soggetti capaci di pensare.