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Longevità – Perché invecchiamo e perché non dovremmo farlo – David Sinclair

Sinclair, D., (2019), Lifespan, London: Harper Collins


Longevità è un saggio introduttivo ai principi chimico-biologici della durata nell’esistenza, per dirla filosoficamente. Sinclair si prefigge come obiettivo quello di spiegare le ultime ricerche sulla longevità (ovvero, sulla prolungazione della vita indefinitamente). Egli enuncia cause ed effetti di quella che lui ha chiamato “teoria informazionale della longevità”. Inoltre, Sinclair cerca di trarre utili conseguenze dai dati ricavati per avere immediatamente un impatto sulla propria (e altrui) qualità e quantità della vita. Probabilmente futuro premio Nobel, Sinclair delinea le principali tesi che possono riassumersi in poco, ovvero nello spazio di questa recensione.

Prima di tutto le cause. La vecchiaia, secondo Sinclair, dovrebbe essere equiparabile ad una malattia. Non esiste un limite fissato ex ante per la morte, o la vecchiaia stessa. Per quanto ne sappiamo sulla codifica del genoma umano, non esiste una combinazione meccanica di geni che porti alla morte. La vecchiaia, secondo Sinclair, è causata essenzialmente dalla moltiplicazione di errori nella codifica del DNA, e altri processi cellulari, a seguito di cause esterne.

Esistono due livelli di accumulazione di errore, ovvero di entropia informazionale sistemica. Il primo è a livello “digitale” (così chiamato nel testo), ovvero delle singole sequenze del DNA. Il secondo è “analogico”, e dipende dalla presenza di sistemi di riparazione cellulare e del DNA da parte di enzimi specifici (sperando di essere precisi) e altri sistemi il cui scopo è quello di evitare danni permanenti al sistema-organismo. Statisticamente dopo una certa quantità di tempo, il sistema di recupero analogico tende a concentrarsi in zone sbagliate (ad esempio, tende a rimanere più sulle zone danneggiate del dovuto) così che, se in parallelo altra confusione o danni sono immessi nel sistema (corpo), il recupero diventa impossibile e i danni si accumulano. Allo stesso modo, danni alla sequenza del DNA avvengono continuamente per via di fattori esterni. Dopo una massa di tempo critica, il complesso di replica del DNA a livello cellulare tende a peggiorare statisticamente. Arrivati alla soglia critica di accumulo di errori a livello digitale ed analogico il corpo funziona peggio, ovvero “invecchia”.

Sinclair relativizza la nozione di “tempo” da mera sequenza di anni all’accumulo di tali errori nell’organismo. Questo sembra avere senso nella misura in cui sembra abbastanza assurdo misurare l’esistenza nei termini di una palla che ruota attorno ad un’altra palla in un determinato lasso di tempo (per i dubbiosi le due palle sono la Terra e il Sole). Un tale sistema di misura, non occorreva Sinclair, sembra inappropriato come minimo per valutare l’anzianità del corpo. Sinclair propone anche sistemi di misurazione di tale livello di anzianità biologica, cosa che richiede metriche e misurazioni neanche particolarmente sofisticate (qualcosa di più, ma non molto, di un Fitbit). La sua teoria informazionale sembra curiosamente e perfettamente con quanto Spinoza aveva sostenuto nell’Etica, ovvero che non esiste alcuna condizione essenziale che stabilisce la cessazione di un’entità nella durata (esistenza) proprio perché questo sarebbe in contraddizione con la sua stessa essenza. Questo non prova niente, naturalmente, se non che la logica può prevenire la scoperta scientifica (oltre al dato di fatto che, nel mondo delle idee, è ben difficile essere originali).

A seguito della teoria, che consente il rintracciamento delle cause della vecchiaia/longevità, Sinclair indica alcuni principi che, in linea di massima, dovrebbero rendere possibile l’estensione della vita. Egli sostiene che, in linea di principio, non si può pensare all’estensione della vita per decadi, se non secoli (d’altra parte, un secolo è pur sempre costituito da dieci decadi, quindi… a fortiori l’una è una conseguenza dell’altra). Il principio guida è lo sfruttamento di sistemi interni ed esterni all’organismo che ritarda l’accumulo della confusione (entropia) nella replicazione e riparazione del DNA sia a livello digitale che analogico.

Interessati a sapere il ricettario di Sinclair (non c’è bisogno di dirlo, ma nessuno qui si prenderà alcuna responsabilità per l’applicazione dei suoi principi, qui solo elencati in funzione di recensione)?

– I take 1 gram (1,000 mg) of NMN every morning, along with 1 gram of resveratrol (shaken into my homemade yogurt) and 1 gram of metaformin.

– I tale a daily dose of vitamin D, vitamin K, and 83 mg of aspirin.

– I strive to keep my sugar, bread, and pasta intake as low as possible. I gave up desserts at age 40, though I do steal tastes.

– I try to skip one meal a day or at least make it really small. My busy schedule almost always means that I miss lunch most days of the week.

– Every few months, a phlebotomist comes to my home to draw my blood, which I have analyzed for dozens of biomarkers. When my levels of various markers are not optimal, I moderate them with food or exercise.

– I try to take a lot of steps each day and walk upstairs, and I go to the gym most weekends with my son, Ben; we lift weights, jog a bit, and hang out in the sauna before dunking in an ice-cool pool.

– I eat a lot of plants and try to avoid eating other mammals, even though they do taste good. If I work out, I will eat meat.

– I don’t smoke. I try to avoid microwaved plastic, excessive UV exposure, X-rays, and CT scans.

– I try to stay on the cool side during the day and when I sleep at night.

– I aim to keep my body weight or BMI in the optimal range for health-span, which for me is 23 to 25.[1]

Questi principi potevano essere scritti in modo più compatibile con la logica che non con l’aneddotica, che è sempre e giustamente da prendere con il giusto alto grado di scetticismo. I principi di Sinclair sono fondamentalmente tre. (a) Mangia poco. Mangiare poco diminuisce il grado di confusione complessiva del sistema-corpo a livello digitale. (b) Mangia bene (ovvero, come vuole un luogo ormai comune, mangia principalmente piante). Considerando il cibo come un oggetto che si trasforma in pezzi di corpo ed energia (che è quello che è), è bene avere qualità in entrambi.

(a) & (b) sono motivati dal fatto che la scarsità quantitativa forza l’organismo ad attivare sistemi interni di rallentamento dei processi che generano entropia, sia a livello digitale che, in questo caso soprattutto, analogico. Diciamo pure che mangiare poco (un pasto al giorno, circa) è il più grande principio guida pratico di Sinclair che è già di per sé contro il “buon senso” (e quindi ottimo indicatore per una buona regola perché niente che ha veramente senso segue il buon senso – altrimenti la vita non sarebbe quella grande difficoltà che è ed è sempre stata. Purtroppo, i consigli della nonna sono quello che sono: niente). A questo segue il freddo.

Il freddo, infatti, come anche l’attenzione all’esposizione a fattori degradanti esterni (UV exposure, fumo etc.) forza i sistemi di controllo analogici ad attivarsi e, quindi, tende a far diminuire l’entropia corporea. Anche questo sembra avere senso perché va in linea col secondo principio della termodinamica e delle macchine termiche che, infatti, vuole la confusione generale del sistema causata e misurata in funzione dell’energia termica presente nel sistema. Il freddo non evita ma rallenta la confusione complessiva.

Infine, Sinclair consiglia anche qualche farmaco (non integratore, farmaco) che sembra aiutare nella direzione indicata.

A questo punto abbiamo finito il tour del saggio e, a parte qualche altra minore osservazione, si può ben dire che esso è esaurito. Possibile che di 400 pagine (300 escluse note, liberatorie, disclaimer e ringraziamenti, nonché diagrammi la cui confusione e leggibilità è pari al grado di vecchiaia di un bicentenario in sovrappeso e fumatore) se ne potessero leggere circa dieci? E’ possibile. Infatti, Lifespan (Longevità) è un testo esemplare per come non dovrebbe essere scritto un testo di divulgazione scientifica e questo per una serie concomitante di fattori che rovinano delle idee e principi obiettivamente eccezionali. Ma infatti, se c’è una cosa che la ricerca scientifica mostra, è che la scienza – quando funziona – si riassume in molto poco. Non perché ci voglia poco a capire ma perché quel che individua è accurato proprio perché puntiforme.

Prima di tutto, in generale, non esiste individuo che sia uno scienziato la cui qualità non sia principalmente introdotta in funzione del laboratorio o dell’istituto di cui fa parte e, possibilmente, del numero di citazioni che riceve. Come un tempo i nobili, essi traggono la loro qualità prima di tutto da una lunga lista di categorie burocratiche (“professore/ricercatore” etc.), geografiche (“che lavora in”), editoriali (“che pubblica in”) che non aggiungono assolutamente nulla alla validità delle loro scoperte. In un testo di divulgazione, sapere che un John Smith lavora all’MIT di Boston nel laboratorio di Frank Jr. con illustri colleghi, le cui ricerche son state pubblicate su Science e Nature… è assolutamente irrilevante e aiuta a creare la sensazione che la scienza sia una sorta di condizione nobiliare dove chi ha più titoli vince e, a prescindere dalla scala evolutiva dei laboratori in cui si lavora. E, come nella nobiltà europea che ha resistito ben oltre Napoleone, bisogna sempre e comunque elencare i titoli, altrimenti si fa uno sgarbo irrinunciabile. Qualsiasi sia la spiegazione di tali e infinite reiterazioni di questo principio stilistico, da un puro e affezionato illuminista sempre e comunque sostenitore della scienza, si può sostenere che questo sia un ottimo sistema per disincentivare la lettura nonché la percezione che la scienza sia una ricerca aperta verso la verità, qualsiasi essa sia.

In secondo luogo, il testo è per almeno un terzo devoluto ad argomenti aneddotici che con i principi scientifici hanno ben poco e riescono soltanto a relativizzare proprio il loro valore. La sobrietà è una inevitabile caratteristica della ricerca scientifica. Infatti, sapere che mia nonna a 98 anni legge e fa le parole crociate non genera in me alcun principio induttivo sulla vita né di mia nonna, né mia, se non il fatto che senza fare niente di speciale ha 98 anni. Né dovrebbe generare alcun ragionamento in nessuno in particolare. Purtroppo, una volta letto Lifespan il lettore conosce i dettagli della famiglia di Sinclair, dai figli alla nonna Vera. In questo modo si trasforma un lavoro scientifico in un ricettario alla Artusi, campione di incassi per due secoli in Italia, ma francamente irrilevante sotto ogni altro aspetto (cucina a parte).

Oltre al terzo di aneddotica, abbiamo almeno un terzo di ragionamenti puramente ipotetici. Ricadendo in quello che si può chiamare “fallacia ingegneristica”, Sinclair si avventura in remote speculazioni su un futuro in cui l’umanità intera (!) vivrà decadi in più di lunga, ottima vita. Sarà probabilmente il fatto che da studente è diventato un PhD e da PhD postdoc, e da postdoc a professore e leader di laboratori (almeno un paio in due continenti), insomma, sarà il fatto che il suo tunnel di progressione è stato così lineare (o irreale a parte che negli USA) da sembrargli assolutamente naturale, che si è perso altri fattori esogeni alla linearità dell’evoluzione delle cose umane. Questo non diminuisce la portata dei suoi risultati, ma sicuramente inficia l’efficienza della comunicazione. Per sostanziare il punto, portando evidenza empirica, riporteremo una citazione:

“Soon it won’t matter if the morbid pipeline for human organ trasplations ends. That pipeline never met the demand anyway. In the future, when we need body parts, we might very well print them, perhaps, by using our own stem cells, which will be harvested and stored for just such an occasion, or even using reprogrammed cells taken from blood or a mouth swab. And because there won’t be competition for these organs, we won’t have to wait for things to go catastrophically wrong [car incidents NDR] for someone else to get one – we’ll only have to wait for the printer to do its job.”[2]

Basta contare la quantità di “might”, “will/won’t”, “perhaps” e altre introduzioni di possibilità per comprendere che qualcosa sta funzionando male. Fin tanto che si introduce un primo livello di possibilità, considerando che si parla di un futuro possibile, può ancora essere lecito considerare seriamente l’argomento. Ma l’estensione del possibile si incassa a tal punto che il ragionamento, se si può chiamar così, diventa qualcosa del genere: “E’ possibile che gli italiani continuino a mangiare la pizza nel futuro. Date le esplorazioni spaziali, è possibile che risolveremo il problema della coltivazione del grano sulla luna. Le pizze potrebbero essere più buone usando il grano lunare, che costerà di meno, salvando così migliaia di vite”. Quale può essere il grado di interesse di un simile ragionamento? Fosse anche vero, lo sarebbe infine talmente per caso, che rende la mera possibilità una speculazione qualsiasi, totalmente irrilevante scientificamente.

Sia chiaro che gli argomenti scientifici sono a tal punto convincenti (per il sottoscritto), che ho già iniziato a seguire i principi della theory of aging di Sinlair. Le perplessità sono di natura, per così dire, stilistica, più che ogni altra cosa.

Sinclair è indubbiamente più abile a parlare che non a scrivere, ma d’altra parte in quanto australiano di Sidney, PhD all’University of New South Wales, professore di genetica e co-Direttore del Paul F. Glenn Center for the Biology of Aging alla Medical School di Harvard, con 75159 riportate su Google Scholar (H-Index sconosciuto ma sufficiente a bloccare un calcolatore degli anni 70’), incluso nel Time Magazine’s 50 Most Influential People in Health Care, nonché Officer dell’Order of Australia etc. è possibile che possa raggiungere anche un migliore traguardo nel futuro con forse un altro collaboratore alla macchina a da scrivere (o computer), potenzialmente capace di limitare aneddoti sulla nonna Vera, la madre morta di tumore, il padre ringiovanito e il fratello parzialmente concepito come potenziale tester di controllo per se stesso, e ragionamenti ipotetici, con probabili più dati in possesso, arrivando verosimilmente ad espandere solamente quei pochi dati solidi – invero scientificamente e pubblicamente eccezionali. Dato che il futuro sta arrivando, ma è ancora di là da venire, per il momento, da ascoltare il podcast con Lex Friedman, disponibile anche su YouTube.


David Sinclair

Longevità


[1] Sinclair, D., (2019), Lifespan, London: Harper Collins, p. 304.

[2] Ivi., cit., p. 207.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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