Press "Enter" to skip to content

Isola di San Pietro e Carloforte Un percorso in Canoa in Sardegna

Isola di San Pietro: cenni generali alla storia e alla geografia dell’isola

Carloforte

In questo articolo proponiamo diversi agili itinerari. Procederemo da sud-est e gireremo in senso orario per terminare a nord-est. Iniziamo, dunque, dal tragitto che inizia dalla zona del Giunco e termina nella zona del Geniò. Prima di cominciare, vale la pena sapere che l’isola di San Pietro ospita il paese di Carloforte, ex colonia genovese fondata nel XVIII secolo. La sua caratteristica bellezza è dovuta ad una ricchezza paesaggistica e varietà architettonica distintiva rispetto al resto del panorama sardo, con l’unica e parziale eccezione de La Maddalena (Sassari, Sardegna).

Carloforte - Isola di San PietroSebbene si dica che esistano tre nuraghi nell’isola, strutture troncoconiche a “tholos” tipiche di tutta la civiltà mediterranea e distintiva della civiltà nuragica della Sardegna, rimane il fatto che essa non ha visto uno sviluppo antropocentrico sensibile sino a tempi recenti, coincidenti con l’arrivo dei genovesi, ora da Tabarca ora dalla stessa madrepatria. I vari tentativi di ripopolamento dell’isola di Sardegna hanno portato anche a simili approcci anche nell’isola di San Pietro, con i medesimi scarsi risultati. Tuttavia, si trova ancora traccia di ciò nella zona delle Tanche, dove è presente una via in cui le baracche (così denominate le case della campagna) si affacciano l’una di fronte all’altra, creando così una via unica oltre il paese.

Carloforte è un paese prospero, specialmente se confrontato con il resto dell’area sarda direttamente di fronte, ovvero il Sulcis-Iglesiente. La sua economia è basata sul turismo stagionale e sullo sfruttamento delle molteplici risorse marine, compresa la celebre tonnara. Vale la pena sottolineare che lo sviluppo di queste due fondamentali attività economiche nell’isola è particolarmente radicato perché tradizionale.

A differenza di gran parte del resto della Sardegna, i carlofortini hanno mantenuto e avviato molte relazioni con il resto dell’Italia, ovvero prima con Genova e poi con il nord Italia. Io stesso ho conosciuto dei continentali del nord che periodicamente venivano a Carloforte perché avevano baracche ereditate dai parenti di altre generazioni. Questo è testimoniato anche dal fatto che una celebrità del cinema italiano come fu Vittorio Gassman visitò il paese e l’isola di San Pietro nel 1962. In generale si tratta di turismo per famiglie, ma ultimamente si è assistito ad uno svecchiamento dell’età media della popolazione turistica. Va detto che le infrastrutture dedite ai divertimenti per i giovani sono relativamente poche, mentre l’offerta per un turismo incentrato su blocchi familiari è storicamente radicata.

La tonnara anch’essa è un’attività antica nell’isola ed è parte della tradizione non solo economica ma proprio culturale dell’isola. La conoscenza stessa del tonno è vasta e variegata in ogni sua parte e piatti tipici come “i guresi” testimonia sino a che punto la conoscenza del pesce era ed è profonda. Ancora oggi i ristoranti più accreditati dell’isola non possono permettersi di non avere nel menù diversi piatti di tonno. E’ addirittura possibile avere il tonno dalla prima all’ultima portata, dal cuore di tonno alla bottarga, dalla pancia al trancio tutto può essere a base di questo pesce. Curiosamente, non mi risultano piatti di pasta tradizionalmente a base di tonno e probabilmente il motivo sta nel fatto che esso era sufficientemente energetico da costituire un piatto a sé, senza meritare “lo spreco” di essere cucinato insieme alla pasta. La cucina tradizionale del tonno è già di per sé una storia culturale alimentare assolutamente da scoprire.

Per chiunque non sia così digiuno di storia della Sardegna e della geografia dell’isola, si renderà subito conto che Carloforte è una rara eccezione nel panorama isolano sardo. Infatti, prima di tutto è un paese sul mare che vive di mare, nelle sue molteplici accezioni. Il popolo sardo è sempre vissuto nell’entroterra, prima di tutto perché le incursioni post-impero romano provenienti dal nord Africa rendevano la costa estremamente esposta (ricordiamo che il nord Africa era interamente dominato dalla potenza di Roma sino al crollo dell’impero e, considerando l’impero bizantino, anche oltre). Non si trattava dei problemi attuali – così assurdamente trattati in modo assolutamente irrazionale -, ma di ben altre agguerrite popolazioni. Dopo il crollo dell’impero romano e prima dell’arrivo degli spagnoli (ma anche durante), l’isola è sempre stata esposta alle incursioni delle popolazioni nordafricane che venivano a depredare l’isola, in cerca di schiavi e bottino. Per inciso, anche Carloforte porta traccia di questo fatto nella sua storia, quando alcuni carlofortini vennero fatti schiavi in almeno un’incursione barbaresca.

Le miserabili condizioni di vita della popolazione isolana sarda dell’entroterra, martoriate dalla malaria e da una alimentazione che oggi supporremmo delle aree dei paesi in via di sviluppo, nonché da una classe dirigente notoriamente divisa e certamente raramente illuminata, hanno prodotto la soluzione ideale: il rifugio nell’entroterra. Ancora nel periodo spagnolo si vedono i rimasugli di questi problemi storici, giacché l’isola viene disseminata di torri di avvistamento, soprattutto nell’area litoranea della zona est, sud e ovest. Ne abbiamo descritta una nell’itinerario proposto nell’isola di San Macario (Pula, Sardegna).

Si trattava ovviamente di una soluzione piuttosto inefficiente, sintomo del fatto che altre e più efficaci risposte mancavano. Di fatto, la sicurezza delle aree costiere della Sardegna è rimasta qualcosa di astratto fino a tempi molto recenti, cioè circa 150-200 anni, un periodo sufficientemente breve da non consentire una efficace riconversione pro-mare della popolazione sarda e, soprattutto, della sua economia. Il principale risultato è stato che le aree costiere notoriamente celebri sono, sì, rimaste incontaminate, ma sono diventate l’oggetto di preda di ricchi uomini d’affari non certamente sardi che potevano permettersi allora il prezzo di comprare la terra a basso costo. Ancora oggi, il turismo in Sardegna non è rivolto ai sardi e i sardi non godono del valore aggiunto, il surplus, dell’economia del turismo perché il plusvalore della manodopera sarda va principalmente agli uomini del continente, quando italiani. E quindi su circa 350 paesi in Sardegna, soltanto circa 50 sono sul mare, cioè 1/7. Una cosa sorprendente se si pensa alla lunghezza del litorale sardo.

Solo con l’urbanesimo e il relativo boom economico degli anni ’50 ha infine sospinto la popolazione sarda a riversarsi sulla costa, dove le città di Olbia, Sassari, Porto Torres, Cagliari e Quartu, con i loro hinterland, ospitano da sole circa da 1/3 a 1/2 di tutta la popolazione dell’isola. E’ in corso un fenomeno di invecchiamento ed erosione complessiva della popolazione dell’interno della Sardegna e con la crisi economica l’emigrazione dei giovani con sufficienti risorse economiche ha accelerato ulteriormente un processo di dispersione della popolazione all’interno. Tuttavia, rimane che la Sardegna è stata e rimane ancora molto una terra dominata dalla campagna sulla città.

Non solo la popolazione sarda non è una popolazione di marinai e ha trovato la sua soluzione “storica” nell’entrata massiva sull’entroterra a tal punto che ancora oggi in alcune aree della Sardegna si dice che “i veri sardi” stanno all’interno; ma la Sardegna è stata oggetto di contesa delle repubbliche marinare e, poi, della Spagna imperiale. Cioè tutte popolazioni marinare. In realtà questo trend fa parte della realtà storica dell’isola, giacché già i fenici e poi i cartaginesi avevano iniziato il fenomeno di controllo sull’isola da parte di potenze talassocratiche, poi pienamente confermate dall’impero romano che, sebbene non si trattasse di una talassocrazia simile a quella ateniese, rimaneva comunque tale rispetto alla Sardegna, il “granaio” di Roma.

Questo dovrebbe aver dato una buona idea del perché Carloforte è un paese così particolare, nel panorama assai striminzito dell’architettura urbanistica sarda. Anche da un punto di vista storico rimane un’eccezione. Essa si presenta, e vuole presentarsi, come la “piccola Genova”. Il popolo carlofortino, almeno fino alla generazione di mio nonno, rivendicava con orgoglio la loro isolanità rispetto alla “Sardegna”. L’orgoglio di essere genovesi è rimasto intatto, conservatosi nel tempo insieme alla lingua e alle tradizioni. La cucina dell’isola è decisamente genovese, con la pasta al pesto e la cucina del pesce, specialmente del tonno, come piatti principali. Ad esso si è aggiunto il Cascà, cus cus, per delle ragioni storiche peculiari che dipendono dal fatto che appunto gli ex coloni genovesi fondatori provenivano da Tabarca, un’isola a nord della Tunisia. Non è questo il luogo per intrattenersi sulla storia di Carloforte, ma valeva la pena rimarcare l’eredità genovese del paese.

Carloforte

Infatti, non solo il popolo carlofortino ha mantenuto nei secoli forti legami con la madre patria, Genova, ma ha anche mantenuto la lingua sicché le strade strette vengono chiamate “carrugi”, esattamente come a Genova. E come a Genova lo sviluppo della città procede in verticale, sebbene la zona litoranea sia stata più clemente e abbia consentito lo sviluppo dell’area urbana anche in pianura. Il paese è assolutamente da visitare, soprattutto l’area antistante il porto, ma vale la pena anche di vedere il fortino rimasto nell’entroterra della città e le mura di cinta. Infine, vale la pena anche girare l’isola.

L’isola ha una grande varietà di paesaggi, motivo per il quale rimane anch’essa unica nel panorama già di notevole spessore della Sardegna. In particolare, l’isola è coperta per 2/3 da macchia mediterranea, soprattutto nella zona sud e nella zona a nord. Diversi canaloni scavati lentamente dalla pioggia finiscono direttamente al mare, in particolare nella zona nord. Di cui tre di essi costituiscono tre veri e propri fiordi (Cala Lunga, Cala Vinagra e Cala Fico). Nella zona di Cala Fico c’è anche una struttura della LIPU grazie alla quale potrete scoprire la notevole bellezza dei falchi della regina, che vengono sino in Sardegna a nidificare. Questi falchi sono, come tutti i rapaci, di una bellezza ed eleganza peculiari e si tornerà a parlare di loro.

L’entroterra è caratterizzato dalla presenza di una vegetazione fitta e bassa, ma diversificata in funzione delle varie tipologie di terreno e di altezza. Luoghi particolarmente suggestivi sono il Fungo, ovvero un’antica pietra a forma di fungo oggi (credo) purtroppo rovesciato; la zona del Faro, il belvedere e l’orrido. L’orrido è una meraviglia della natura, giacché l’isola di San Pietro è di origine vulcanica e ve ne potrete rendere pienamente conto dalla conservazione di questa colata lavica di circa 60 metri sul livello del mare, a strapiombo direttamente sul mare. Potrete ammirarlo anche se siete in barca, dal di sotto. Vi consiglio caldamente di stare attenti, giacché il salto è davvero impressionante e non protetto. Naturalmente, tutta l’isola è meravigliosa da punto di vista della ricchezza paesaggistica marina, quindi non perdo tempo ad elencarvi tutti i siti che potete visitare dal mare.

Oggi esistono diversi percorsi di tracking, assolutamente di grande bellezza. Mi sento calorosamente di consigliare il percorso, abbastanza agile, che esplora l’area di Sepoltura. Il nome piuttosto lugubre mi riporta alla memoria il più tragico dei nostri tentativi di giro dell’isola, quando ci ritrovammo in gravi difficoltà. Ad ogni modo, il percorso di tracking è segnato ed è abbastanza comodo da percorrere, visto che potete andarci anche semplicemente con delle scarpe (non consigliate comunque) da tennis. Il percorso vi fa passare all’interno di un canalone e poi risalirete fino a giungere alla casa colonica di grandi dimensioni, rimasta relativamente intatta nella zona.

Infine, l’ultima area non marina assolutamente da visitare è la zona delle saline, proprio vicino al paese. Da qualche anno è disponibile un buon percorso guidato da pannelli esplicativi che parte dalla zona sud del porto. Il percorso è comodo da fare, tutto in pianura e vi conduce alla scoperta di un’area di grande bellezza, oggi diventata sede della nidificazione dei fenicotteri e di altre specie di uccelli. Oltre alle ragioni prettamente paesaggistiche di origine naturale, il paesaggio è arricchito dalla conservazione dei macchinari delle antiche saline, affiancate dal canale omonimo in cui vengono ormeggiate piccole imbarcazioni che contribuiscono a creare fascino nel fascino.

Chiudendo questa parte preliminare, possiamo dire che l’Isola di San Pietro è di notevole bellezza. Per essere conosciuta in tutte le sue parti è necessario avere molto tempo a disposizione, ma un turista che voglia averne una buona idea, può fermarsi da sei a dieci giorni.


Carloforte - 1Primo percorso

[Isola di San Pietro – Est, Sud e Sud-Ovest]

Il Giunco – Geniò/La mezza Luna

Distanza (Solo andata): 6 km (circa, solo andata).

Tempo: 240’.

Difficoltà: Semplice.

Area di accesso proposta: il Giunco

Mezzo di trasporto: Canoa [il percorso è naturalmente traslabile per qualsiasi imbarcazione].

Frequento l’isola di San Pietro e Carloforte (Iglesias, Sardegna) da quando sono nato. Ho più volte tentato con mio fratello, Wolfgang, di girare l’intera isola a piedi, senza mai riuscirci. Ogni volta c’era un imprevisto (il caldo, zone inaccessibili, un brutto temporale…) che hanno reso impraticabile la riuscita dell’impresa. E’ vero che sommati i tragitti dei quattro tentativi si può dire che abbiamo coperto tutta l’isola. Ma non siamo stati in grado di farcela in una sola volta. Per chi voglia tentare l’impresa è necessario avere molta acqua a disposizione e almeno quattro giorni e un clima favorevole, assolutamente da escludere in piena estate.

Posso anche dire di avere un’ottima conoscenza di tutti gli approdi al mare e di aver sostanzialmente girato l’isola in canoa, a più riprese, per circa i 3/4, perché il tratto a Nord-Ovest mi è ancora sconosciuto rispetto ai tragitti con la fedele amica di vetroresina. Infatti, è l’unica zona di difficile accesso e il mare quasi sempre non consente di poter uscire dai due fiordi, Cala Fico e Cala Vinagra, unici due punti di possibile ammaraggio. Ho compiuto tante volte il giro intero dell’isola con imbarcazioni a motore.

Questo percorso è consigliato soprattutto quando il vento dominante (2/3 volte) spira da maestrale e magari vi rende inaccessibili le aree a ovest o a nord. Mentre è un percorso che non può essere compiuto in tutta la sua lunghezza qualora il vento e il mare siano di scirocco. Questo vento caldo porta un mare incrociato ed imprevedibile e, se è cospicuo, rende impossibile andare oltre la punta della spiaggia di Guidi. Quindi, anche quando il mare è di scirocco, potete comunque precorrere 2 km e se siete amanti del genere, potete anche divertirvi. Ma mi sento di sottolineare la cautela che ci vuole e comunque di non procedere oltre la zona a sud-est dell’isola, dove poi il mare diventa davvero proibitivo. Inoltre, tutta l’area successiva alla punta del Giunco, dove poi si trova la spiaggia di Girin, è divisa da insenature con spiagge meravigliose a zone totalmente dominate dai massi e scogliere alte anche dieci metri e che, quindi, non consentono agili ripari in caso di mare avverso.

Venendo a questo primo percorso, esistono diversi punti di facile accesso al mare nell’area nota come “il Giunco”. La mia prediletta area di ammaraggio è quella oggi frequentata dai cinofili, che portano le loro simpatiche creature al mare. E’ grazie a questi ultimi che ho scoperto che i migliori amici dell’uomo hanno talvolta una certa incapacità a capire che la canoa non è uno strano animale. Abbaiando anzitempo al vostro apparire dal mare, vi avvertono che non si spiegano la natura dell’imbarcazione. Non c’è alcuna ragione di aver paura, naturalmente. Ho notato che tale incertezza è talvolta condivisa da certi piccoli infanti che non si spiegano la natura dell’oggetto-canoa e si vogliono sincerare della natura dell’oggetto toccandolo!

L’area del Giunco è caratterizzata da un bassissimo fondale per un’ampiezza di 600 m2. Per gli amanti delle spiagge, l’intera area ha un’acqua cristallina e “pulita”, ovvero così viene intesa l’acqua priva del turbidume proprio delle zone in cui si trovano tracce di posidonie morte dal caratteristico colore marrone. Non mi so proprio spiegare perché le persone amino discernere la qualità dei siti da simili futili dettagli, ma se siete del parere che per voi sia un particolare importante, allora sappiate che quest’area può essere di vostro gradimento.

Con la canoa procedete verso sud. Vi renderete presto conto di essere usciti dall’area del Giunco quando il fondale si fa prima più azzurro e poi diventa blu scuro. A quel punto vi siete lasciati dietro le spalle la zona dal basso fondale e state procedendo verso la prima spiaggia, quella di Girin. La troverete presto sulla vostra destra. E’ un buon punto per effettuare una prima tappa, se siete ancora muscolarmente ancora freschi. Potrete sfruttare un’area non frequentata dai bagnanti, che vedrete direttamente di fronte a voi. Dato il fatto che prima di arrivare ci sono diversi scogli con basso fondale, state attenti a non rigare la vostra amata compagna di viaggio, che sempre scricchiola e si addolora in simili circostanze!

Procedendo oltre Girin, la costa si presenta dominata da una zona di rocce, caratteristica di tutto il percorso che, come detto, alterna spiagge a scogliere. Arrivate dopo 500 m alla spiaggia di punta nera, caratterizzata dal fatto che in mezzo c’è un molo costruito da rocce. La prossima tappa dista da voi a 1 km e mezzo, quindi tenete presente che vi aspetta un po’ di tempo in cui non sarà facile trovare punti di ammaraggio. La spiaggia di Guidi è parte di un ampio golfo al cui principio ci sono delle scogliere con alcune grotte che potete vedere ed esplorare senza scendere dalla canoa. Il golfo è complessivamente lungo 1 km e mezzo, forse anche un po’ di più. Anche in questo caso, trovare zone per scendere e godervi il paesaggio dalla terra ferma non è difficile. In quest’area, protetta dal vento dominante di maestrale, nel periodo estivo usano ormeggiarsi molte barche, in genere assai belle che completano il paesaggio.

Una volta superato l’ampio golfo di Guidi vedrete la punta più a sud dell’isola, uno dei posti più suggestivi del nostro percorso, dove un tempo stavano le due colonne, ora ormai sempre più “la colonna”. Ma prima di arrivarvi passerete di fronte alla spiaggia per eccellenza dell’isola. Pur non essendo di ampie dimensioni, la Bobba è caratterizzata da un mare cristallino, “pulito” (alla continentale), verde acqua ed azzurro. La bobba è una minestra di fave, tipica di Carloforte e non so se ci sia una correlazione tra il nome della spiaggia e l’area marina di fronte e la zuppa (nota per essere di un verde chiaro). Data la peculiare passione con cui i carlofortini soprannominano le cose e le persone, non mi stupirebbe affatto scoprire che il nome della località dipende da una ancestrale associazione di idee, la cui simpatia è sempre stata una loro peculiare caratteristica distintiva. Lascio questo alla speculazione di più esperti. Ad ogni modo, la Bobba merita una visita, anche solo di passaggio.

Quindi oltrepassata la spiaggia, vedrete di fronte a voi una certa quantità di scogli affioranti e, su di essi, molti cormorani, uccelli marini di colore nero, noti per non avere la ghiandola che rende impermeabili e quindi devono asciugare le piume al sole. Ovviamente, la ragione per cui la selezione naturale non gli ha dato la suddetta ghiandola, presente per esempio nei gabbiani, è probabilmente dovuta al fatto che essi cacciano sotto il livello del mare e per un canoista è sempre molto divertente vederli sfrecciare sotto il mare (quando riuscite ad essere sufficientemente vicini dal vederli nuotare con le loro zampe sotto di voi non ve lo dimenticate più).

Quando avrete fatto un angolo di circa 40° verso nord-ovest vedrete quel che rimane delle “due” colonne. Si tratta di due pilastri di roccia staccati dalla terra ferma e si alzano per una decina di metri sopra di voi. Lo spettacolo visto dalla vostra canoa è ben altra cosa rispetto a quello che potreste avere da qualsiasi altra parte, giacché solo con una canoa potete passarvi proprio in mezzo! Quindi l’insenatura stretta vi permette comunque di passare, stando attenti alla forte risacca causata dal frangersi delle onde sui tanti scogli affioranti e direttamente sulla terra ferma.

Andando oltre, potete arrivare fino all’ampio golfo del Geniò, costeggiando la bella spiaggia di piccole dimensioni del Lucaise. Potete girare attorno all’isola-scoglio del Geniò e poi tornare in dietro. Il percorso è di quasi 6 km per un totale di 12 (andata e ritorno). Volendo potreste anche andare avanti, per vedere la bella insenatura e le belle grotte della mezza luna (per altri 600 metri di percorso). Ma mi sento di consigliarvi di soppesare bene le vostre risorse, visto che dovrete anche tornare in dietro.

Questo percorso può essere spezzato in più modi e ricostruito in modo da risultarvi il più agevole possibile. Tuttavia, se il tempo lo consente e volete davvero avere un’idea organica di questa parte dell’isola, mi sento di suggerirvi di farlo interamente. Infine, ritornando alla base, al Giunco, potete anche andare verso Nord, fino al braccio sud del porto. L’area prossima al braccio ospita dei vecchi cantieri e potete vedere l’inizio del paese da quella parte e prima l’osservatorio astronomico in cui, un tempo, si calcolava l’asse di rotazione terrestre. Tenete presente che l’area precedente ai cantieri è fortemente battuta da un vento costante dalla terra piuttosto forte perché l’aria non trova ostacoli e si incanala dalla zona d’altura dell’isola per procedere direttamente a 270° rispetto a voi senza alcun ostacolo. La brezza di terra è sempre sostenuta nell’area. Non c’è nulla di pericoloso perché l’area è sempre sicura, almeno se vi tenete sui margini di sicurezza. Tuttavia è uno dei tratti più faticosi da percorrere che io conosca di tutta l’isola. Quindi, questo è un percorso alternativo rispetto a quello consigliato, magari quando spingervi verso sud è sconsigliato per via del vento di scirocco.


Carloforte-2Secondo percorso

[Isola di San Pietro – Ovest, Nord-Ovest]

La caletta – Capo Sandalo

 Distanza (solo andata): 6 km (circa).

Tempo: 180’.

Difficoltà: Semplice.

Area di accesso proposta: La caletta

Mezzo di trasporto: Canoa

Questo itinerario è uno dei più belli che abbia mai fatto nella mia vita di canoista. Lo consiglio assolutamente a tutti gli amanti della canoa. Tuttavia, devo assolutamente far rilevare che esso è estremamente raro, non difficile. Infatti, è raro poter avere il tempo a favore, giacché il sito è esposto al mare aperto sia da scirocco che, soprattutto, da maestrale. Come visto, essi sono i due venti dominanti nell’isola e quasi sempre l’itinerario è impercorribile. Il mare di fronte è aperto e non trovereste terra ferma prima della Spagna! Quindi le onde sono quasi sempre un ostacolo insormontabile. Potete solo accedere alla spiaggia della caletta e, quando il tempo è a sfavore, non potrete procedere né verso sud né verso nord. In queste circostanze le onde raggiungono dimensioni ragguardevoli. Se siete canoisti molto esperti e volete concedervi un po’ di divertimento potete, con molta prudenza, sfidare un po’ le onde, con le giuste e dovute contromisure. Ma assolutamente non avventuratevi lontano, non sfidate il mare della zona inutilmente.

Se il tempo è favorevole, dovete subito prendere la canoa è fiondarvi alla caletta, la spiaggia più grande dell’isola, da cui è assolutamente agevole scendere. L’area prevede anche alcuni parcheggi, quindi è tutto perfetto per il più bel giro in canoa dell’intera isola di San Pietro. La caletta è una spiaggia piuttosto ampia, dominata dal vecchio hotel direttamente a picco sul mare. L’area sud del litorale offre una peculiare visione di una collina bassa, declinante dolcemente, con baracche tipiche e un baretto simpatico direttamente sulla spiaggia. Partite dal punto più agile che trovate, dopo aver percorso una cinquantina di metri per trasportare la vostra canoa al mare.

Quando vi siete lasciati la caletta alle spalle, procedete sempre verso nord e sulla destra troverete la punta dei cannoni, che è il proseguo delle colline dell’entroterra, che declinano verso il mare sino a formare delle scogliere di tre-quattro metri di altezza. Se volete un aneddoto, una volta ci siamo recati lì per il giro dell’isola e siamo stati invasi dalla più grande aggressione di zanzare che io abbia mai visto! La punta dei cannoni e la sua area è comunque molto suggestiva e consiglio di andarci anche in macchina e a piedi. Nella zona immediatamente di fronte alla punta dei cannoni ci sono molti scogli affioranti e il fondale è piuttosto basso, quindi rimanete sempre a una decina di metri dalla costa.

Seguendo il golfo troverete la punta dei laggioni, verso cui potete dirigervi. L’acqua è caratterizzata da un blu profondo limpido e intenso, nel quale il vostro sguardo si perderà ripetutamente. Lo spettacolo è meraviglioso. Tutta la costa è alta e le scogliere impervie si offrono di fronte a voi, maestose e semplici. Vi consiglio, se potete, di scendere dove vi aggrada, nell’area della punta dei laggioni. In una delle insenature vi potrete riposare un attimo e sopra di voi vedrete volteggiare i falchi della regina. Ne ho visto davvero tanti, maestosi e placidi nel loro volo semplice, fatto di pochi battiti d’ali. Sentirete anche lo stridulo richiamo dei volatili e vi chiederete se la comunicazione è solo propria degli esseri umani e perché voi non potete partecipare al dibattito!

Lasciata la punta dei laggioni, potrete procedere verso gli scogli delle spine. Tutta quest’area costiera, oltre la punta dei cannoni, non offre particolari pericoli circa gli scogli, sempre facilmente visibili e offre molti punti di approdo, accessibili esclusivamente via mare. Inoltre, il fondale in genere è molto alto e quindi non correte il rischio di ferire la vostra canoa, sempre così sensibile a simili dettagli. Quindi, procedendo oltre arriverete all’area del becco e sopra di voi potrete vedere le antiche baracche dei minatori, le cui miniere di bauxite costituivano una delle risorse economiche dell’isola nei tempi andati.

A questo punto il golfo piega a 90° verso nord, quindi voi dovrete andare verso ovest, verso l’isoletta di fronte alla punta di capo rosso. Da lì potrete ancora procedere verso nord, se ve la sentite, per un altro km e vedere tutta l’area del capo sandalo. Oltre vedrete l’isola del corno, tuttavia troppo distante per essere raggiunta in piena sicurezza, a meno di avere un appoggio navale rassicurante vicino a voi.

La descrizione dei luoghi aspri e inaccessibili lascia il tempo che trova di fronte alla realtà del paesaggio, che solo la vista può dare. Dato il colore del mare, la grandezza delle colline che declinano e rompono direttamente sul mare, la consapevolezza di essere in una delle zone più impervie dell’isola rendono l’esperienza del tragitto qualcosa di unico. Si tratta probabilmente dell’itinerario più bello dell’isola e se avete l’occasione di percorrerlo, fatelo subito perché le occasioni che avrete per le ragioni climatiche esposte non saranno infinite!


Carloforte-3Terzo percorso

[Isola di San Pietro – Nord, Nord-Est – Nord-Ovest]

Tacca Rossa – La punta delle Oche

Distanza (solo andata): 6,5 km (circa).

Tempo: 180’.

Difficoltà: Moderata.

Area di accesso proposta: Tacca Rossa

Mezzo di trasporto: Canoa

Non c’è un itinerario “sbagliato” nell’Isola di San Pietro. Questo è senza dubbio di alto livello. Il punto di accesso può essere effettuato in tutta l’area di tacca rossa. La zona della partenza ha la strada al livello del mare, che costeggia la costa ma non fino alla punta. L’area che parte dal braccio del porto dei pescatori e giunge sino alla punta è sempre protetto da tutti i venti. Quindi, se non sapete cosa fare per via del clima sfavorevole, potete sempre affidarvi alla parte nord-est dell’isola e fare una pagaiata in tutta sicurezza.

Questo itinerario può essere fatto a condizione che il maestrale non sia particolarmente forte e il mare lungo dal nord-ovest troppo alto. Tenete presente che tutta l’area della punta è esposta ai venti e le onde possono raggiungere anche vari metri di altezza. In questo caso, potete lasciare la canoa nella zona vicina alle tonnare, percorrere qualche tratto a piedi e andare alla punta per godervi lo spettacolo sublime della mareggiata. I marosi che si frangono sulle aspre rocce rendono noi umani insignificanti di fronte allo sprigionarsi della potenza del mare.

Se il clima è favorevole e le onde sono ragionevoli, potete valicare la punta. Da tacca rossa alla punta ci sono circa 2 km. Prima di arrivarci potete vedere tutta l’area di tacca rossa, con le caratteristiche baracche di fronte al mare e le barche ormeggiate placidamente tra i tassoni. Passerete sopra zone di bassissimo fondale, ma quasi mai c’è realmente il rischio di toccare con la pancia della canoa, sebbene in taluni punti non riuscirete ad immergere interamente la pagaia. Mentre procedete banchi di posidonie vi accarezzeranno il ventre della canoa. Giungi vicino alle tonnare, vedrete le barche della tonnara ormeggiate, mentre a 30° di prora vedrete l’isola dei ratti e l’isola piana, di cui parleremo nel prossimo itinerario.

La punta si presenta come una serie di scogli affioranti e fondali alti. Una volta scapolata la punta, girerete di quasi 90° verso ovest e procederete in direzione ovest-nord ovest. Seguite la costa, mantenendo sempre la distanza di sicurezza. Ben presto vi approccerete ad uno dei tre fiordi dell’isola, il canale di cala lunga. Tutta la circumnavigazione della punta e l’arrivo al fiordo consta di altri 1200 metri circa. Il fiordo non è particolarmente bello, data l’acqua ferma e il paesaggio piuttosto brullo. Tuttavia, può comunque valere la pena accedervi per dare uno sguardo. Una volta usciti dal canale, ritornerete in mare aperto, con un colore marino intenso. Tutta la costa si presenta come alta ed impervia, quasi mai accessibile. Non ci sono molti punti sicuri in cui approdare, ovvero dove lasciare la canoa per farvi un bagno. In compenso, la natura è incontaminata e la bellezza del mare di fronte alle alte scogliere è decisamente potente. Usciti da cala lunga vi consiglio di seguire la costa e oltrepassare le tacche bianche, dei punti di scogliera in cui il colore della composizione del terreno è, appunto, bianca.

Da cala lunga alla grotta delle oche ci sono altri 2,5 km e quindi vi consiglio di procedere sapendo che poi dovrete anche tornare in dietro. In questo caso, se il tempo e favorevole e la vostra sicurezza è garantita, vi consiglio di andare e arrivare alla celeberrima grotta. Oltre cala lunga avete due golfi da percorrere. Dopo il secondo la costa ospita varie insenature e vere e proprie grotte, di cui le più celebri sono la grotta col buco e la grotta delle oche. Vale la pena di dire che non… troverete delle oche nella grotta delle oche. Essa è così chiamata per via del nome “ochin” che in genovese-carlofortino significa “cormorano”. Quindi la traduzione, come sempre italianizzata con i piedi, è “grotta dei cormorani”. Non ho mai visto un cormorano nella “grotta dei cormorani”, ma la bellezza del mare è considerevole e rende questa insenatura meta di tanti, sicché mi sento di consigliarvi cautela più che dal mare dai più pericolosi, sempre, esseri umani. Imprevedibili soprattutto quando credono che una barca sia qualcosa di affine ad un’automobile marina.

Sebbene non sia così per infinite ragioni, gli usuali avventori non lo sanno e quindi governano l’imbarcazione in maniera pedestre. Sarebbe anche salutare non fare entrare le barche con il motore acceso, per evitare l’inquinamento. Ma sin tanto che l’amore della natura si misura solamente sulla venerazione religiosa di alcune specie animali, possiamo avere delle persone attente a tutto, ma non alla pulizia e al rispetto delle risorse di un paese.

A questo punto, esplorata la grotta delle oche, potete tornare in dietro. L’itinerario, solo andata, è lungo circa 6,5 km e il totale è di 13 km, quindi senza strafare e facendo qualche salutare pausa, potrete impiegare dalle 3 alle 4 ore per percorrere l’intero percorso.


Carloforte-4Quarto percorso

[Isola di San Pietro – Nord, Nord-Est – Est]

Tacca Rossa – Isola dei Ratti e Isola Piana

Distanza (solo andata): 6 km (circa).

Tempo: 180’.

Difficoltà: Moderata.

Area di accesso proposta: Tacca Rossa

Mezzo di trasporto: Canoa

Il quarto percorso è senz’altro uno dei miei preferiti. E’ assai raro poterlo percorrere interamente per via del fatto che il punto più a nord dell’isola piana è difficilmente oltrepassabile. Il mare è completamente aperto a nord e a ovest e, come abbiamo detto molte volte, i venti dominanti rendono quest’area particolarmente esposta tanto alla forza del mare che a quella del vento, quindi state attenti, rispettate le usuali procedure di sicurezza quando volete avventurarvi.

Anche in questo percorso consiglio di scendere dalla zona di tacca rossa. La prima parte dell’itinerario è identica a quello precedente. Quindi partiamo direttamente da quando dovrete girare di circa 80°-90° verso l’isola dei ratti. Consiglio di approcciarla dalla parte sud, perché è l’unica comodamente accessibile dal mare. L’apertura di mare che si stende dall’isola dei ratti alla terra ferma è lunga circa 500-600 m ed è percorribile in condizioni di mare non eccessivamente mosso.

Una volta giunti alla parte sud dell’isola dei ratti, consiglio di lasciare la vostra amata compagna di viaggi in un punto sicuro. L’approdo più agile è nella punta dell’isola a sud-est, dove avete anche una spiaggetta a sabbia a grani grossi di colore rossastro, misti a conchiglie e carapaci di molluschi sbriciolati. Lì potete lasciare la canoa e girare l’isola per intero a piedi. Dall’isola dei ratti avete la vista dell’isola Piana di fronte a voi, a nord, a est la Sardegna e a ovest l’isola di San Pietro e le tonnare della punta in particolare.

L’isolotto dei ratti è piccolo, si alza sul livello del mare di qualche decina di metri al massimo e può essere girato interamente, ma non potete salire nel punto più alto perché una fitta vegetazione costituita da agavi e piante grasse molto spesse impediscono il passaggio. Nella parte più a ovest dell’isola, dove potete vedere il mare frangersi sulla punta a nord-ovest, nidificano i gabbiani. Quando ci passate lo scoprite per via del fatto che gli uccelli incominciano a librarsi nell’aria e vorticarvi minacciosamente a distanza di una decina di metri. Ma non abbiate paura, non vi faranno alcun male. Quando vi sarete girati verso sud, vedrete tutta l’estensione del canale di san Pietro, la zona di mare tra la Sardegna e l’isola di San Pietro.

Ritornati in canoa, potete procedere verso la punta più a sud dell’isola Piana per un tragitto di altri 500 m circa. L’isola ospita un villaggio turistico e non potete accedervi via mare perché è tutta proprietà privata. Ma per fortuna ancora il mare è zona libera e potete tranquillamente fare il vostro giro. L’isola Piana era la residenza del marchese di Villamarina, di cui ancora l’isoletta porta traccia. Quindi portatevi oltre il molo sud del porticciolo dell’isola Piana e procedete oltre. L’area è disseminata di scogli affioranti e di un basso fondale. Ma con anche poca cautela potete passare tranquillamente al di sopra.

La costa dell’isola si fa via via più alta con il procedere verso nord. Potete ammirare il bellissimo fondale a nord dell’isola, approssimandovi al giro verso sud rispetto alla punta più a nord. Ed questa ultima parte del tragitto ad essere quella più rara da poter percorrere. Essa richiede un clima estremamente favorevole per via della totale esposizione della zona ai venti dominanti e al mare. Quindi procedete solo se siete assolutamente sicuri perché dalla punta a nord dell’isola fino alla punta dell’isola di San Pietro sarete esposto in modo massiccio alla forza del mare. Una volta che vi sarete portati oltre la punta dell’isola Piana, potete girare verso sud. A questo punto, potete finire di circumnavigare l’isola piana e fare il “passetto”, il passaggio tra l’isola Piana e l’isolotto dei ratti. Lo stretto passaggio è dominato da una forte corrente proveniente da nord-ovest, quindi tenetene presente la consistenza. A questo punto potete ritornare alla punta e andare verso casa.


percorso-5Quinto percorso

[Isola di San Pietro – Est –]

Tacca Rossa – La Punta e Canalfondo

Distanza (solo andata): 6 km (circa).

Tempo: 180’.

Difficoltà: Facile.

Area di accesso proposta: Tacca Rossa

Mezzo di trasporto: Canoa

Sebbene questo percorso non sia obiettivamente il più bello di quelli proposti, esso ha il vantaggio di essere percorribile in quasi qualsiasi condizione metereologica. Si tratta di un tratto di mare sempre protetto, sicuro e accessibile. Ancora una volta iniziamo dalla zona di Tacca Rossa. Procedete verso la Punta e poi ritornate alla base. Questo l’abbiamo visto nei due itinerari precedenti. Veniamo allora alla parte sud di Tacca Rossa.

Il primo punto di rilievo paesaggistico è la spiaggia piccola ma molto bella di cantagallina. Ormai avrete famigliarizzato con gli epiteti coloriti carlofortini. Non ho idea dell’origine del nome! La spiaggia è facilmente accessibile dal mare e si apre in una radura in cui ci sono dei pini, alberi dominanti di tutta la zona. Il fondale è basso e sabbioso.

Oltre la punta che chiude l’area della spiaggia, vi ritroverete nella zona del canalfondo. Tutta l’area sebbene non sia sicuramente tra le più belle dell’isola, mantiene intatto un suo fascino, dovuto principalmente al colore del mare che riflette il colore dei pini della pineta sopra l’altura. Tutta l’area è dominata da una grande quantità di depositi di posidonie, sparse in tutto l’arco del golfo e che si adagiano a strati sul litorale. Quindi la zona costiera è accessibile per una fermata ma non è particolarmente bella la composizione della stessa costa.

Procedendo verso sud potete completare il vostro tour arrivando sino al piccolo porto dei pescatori. Tenete presente che dal porto dei pescatori sino alla punta prima di Tacca Rossa, descritta poco sopra riferendoci alla spiaggia di Cantagallina, il mare è sicuro ma contrario. E’ uno dei punti di transito più faticosi da percorrere per via di una continua corrente proveniente dalla punta e che si concentra in quest’area sino alla parte di fronte a Cantagallina. Il percorso totale è lungo circa 6 km. Potete anche soltanto fare una delle due parti (da Tacca Rossa alla Punta o da Tacca Rossa al porticciolo).


Carloforte


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *