Introduzione
La letteratura francese medievale presenta ancora oggi testi, in particolare esperimenti poetici brevi e dalla cifra stilistica tutt’altro che sublime, che hanno visto attenzione critica minima applicatagli, o che addirittura ancora difettano di una sistemazione critica e di un’edizione. Consapevole di questa realtà filologica, nel novembre 2024 presentai, a conclusione del percorso di laurea triennale in Lettere all’Università degli Studi di Milano, una tesi dal titolo Il dit Du Chevalier Tort: saggio di edizione critica. Il testo in questione, tràdito da quattro manoscritti e diviso in due redazioni, è un esperimento poetico in alessandrini monorimati, di una lunghezza che va dai quaranta ai sessanta versi, a seconda della redazione.
I quattro manoscritti testimoni sono:
- Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 19152, ff. 70vc-71rb (siglato D);[1]
- Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 2168, ff. 213vb-214rb (siglato H);
- Manoscritto Parigi, Bibliothèque Nationale de France, fr. 25545, ff. 4va-vb (siglato I);
- Manoscritto Oxford, Bodleian Library, Digby 86, ff. 190r-191r (siglato Z);
Uno status quaestionis aggiornato
Riguardo la bibliografia, nella sua interezza, che ha trattato il dit Du Chevalier Tort, esaustive indicazioni sono fornite nella scheda di presentazione curata da Françoise Rainville per il portale online Arlima, ad oggi aggiornata al 15 novembre 2025 (cfr. Rainville, Du chevalier tort): di seguito una sinossi dei dati.
Il testo, prima del lavoro da me presentato, aveva visto edizione in soli tre contesti: nell’edizione antologica di fabliaux e racconti medio-francesi proposta da Étienne Barbazan (1808, ed. curata da Martin Méon), che pubblica il testo di I; nell’ambito dell’edizione del codice oxoniense curata da Edmund Stengel (1871), che dunque segue il testo di Z; e nell’ambito del facsimile del manoscritto oxoniense curato da Judith Tschann e M. B. Parkes (1996). In tutti e tre i casi, l’edizione non ha seguito un iter filologico di studio dei testimoni allo scopo di individuare una genesi del testo, o quantomeno non è questo l’intento dichiarato a monte dei sopracitati studi.
Unico studio critico, senza finalità di allestimento di edizione, è invece quello proposto da Arthur Dinaux (1863), nell’ambito di un più ampio esame critico delle tradizioni trobadoriche della Francia settentrionale e del midi belga. Ulteriori menzioni sono in quattro distinti repertori bibliografici:
- Robert Bossuat (1955) inserisce il componimento all’interno di un sottoparagrafo del capitolo V, in cui si propone di raccogliere Quelques fabliaux anonymes (Ivi, p. 231). Il testo è dunque presentato come un fabliau, e sulla questione del genere letterario si avrà modo di discorrere in seguito, e figura nel medesimo elenco che ospita celebri fabliaux, che lo sono stricto sensu, come i celebri Auberée (nr. 2487), Audigier (nr. 2488), Le chastoiement d’un pére a son fils (nr. 2492) e La dame escolliee (nr. 2504). Nell’elenco, al nr. 2494, Bossuat parla del un fabliau anonyme che chiama Le chevalier tort (Ivi, p. 232; con peraltro una curiosa, ma comprensibile ai fini editoriali, soppressione della particella iniziale indicante il complemento di argomento in favore dell’articolo determinativo).
Il testo è inserito nell’ambito del capitolo V, che tratta La littérature bourgeoise. Nel trafiletto introduttivo Bossuat scrive che «Una letteratura destinata in gran parte al pubblico borghese delle grandi città del Nord si è sviluppata dopo la fine del XII sec. nel Nord della Francia» (1955: 224). Egli parla di una letteratura fatta di «fabliaux, di racconti piacevoli o di racconti animaleschi, […] che non sono sempre esenti da intenzione satirica generale o specifica» (ibidem), e ancora di una letteratura che non aveva la finalità «di istruire o edificante, ma di divertire e di suscitare una risata, senza prestare troppa attenzione ai mezzi impiegati» (ibidem).[2]
- Il testo è menzionato al nr. 183 del repertorio bibliografico di testi e manoscritti anglo-normanni curato da Dean J. Ruth con la collaborazione di Maureen B. Boulton (1999). Del testo si descrive, in maniera molto sintetica, la struttura: «Un conte, conosciuto anche come Le Fabliau du tort contre le tort, in verso alessandrino, 49-62 versi monorimati, riguardanti un cavaliere che andò a Roma per ottenere giustizia contro un altro [cavaliere, N.d.T.] che gli aveva sottratto la sposa.» (1999: 107). Il riassunto del contenuto sembra basato sulla rubrica incipitaria che figura nel recueil anglonormanno (ms. Z) che lo contiene. Aggiunge poi che il testo è «probabilmente non di origine insulare» (ivi).[3]
Significativa appare la scelta dei curatori di inserire il testo nell’ambito del sottoparagrafo Fables and contes moraux, sottraendolo di fatto all’etichetta di fabliau e aprendo a nuove considerazioni sul genere letterario.
- Menzione è nel repertorio bibliografico di Arthur Långfors (1917: 164), incentrato sugli incipit dei testi antico francesi anteriori al XVI sec. Sono trascritti i primi due alessandrini secondo la redazione più breve, a cui fanno seguito una serie di informazioni bibliografiche e una menzione del diverso incipit nella redazione tràdita dal codice Z. Non si propongono categorizzazioni di genere letterario, né commenti critici ulteriori.
- Infine, il testo figura anche nel corpus esemplato da Johan Vising (1923), dedicato alla lingua e letteratura anglo-normanna, e figura al nr. 274 (p. 65). Ben poche informazioni sono riportate: è presentato il titolo secondo il manoscritto Z, e con esso una citazione allo studio di Stengel. Più interessante, come già per gli altri repertori bibliografici, è la scelta di catalogazione del testo: lo si trova nella sezione della letteratura anglo-normanna di XIII sec., e nello specifico al paragrafo 5, Satirical and humorous pieces, un’etichetta che potrebbe di per sé collegarsi a quella di ‘fabliau’, ma che sembra segnare comunque una separazione dal genere, peraltro fortemente eterogeneo.
Per la completezza dello status quaestionis, si potrebbe decidere di includere anche le menzioni al testo che si ritrovano nell’ambito di studi codicologici mirati ai singoli recueils: ne sono un esempio gli sbrigativi commenti proposti da Susanna Fein (2019) e Jenni Nuttall (2019),[4] che non aggiungono informazioni critiche ulteriori a una prima disamina della forma o del contenuto. Tuttavia, vista l’esiguità di questi commenti, si ritiene di poter tralasciare la questione in questa sede. Si ritiene invece doveroso far riferimento alla menzione del testo fatta, oramai oltre un secolo fa, da Albert Schinz (1907) nell’ambito di un lavoro sulla produzione religiosa devota dell’abate Gautier de Coincy (1177 – 1236). In un riferimento relativamente svincolato dalla materia centrale del suo lavoro, Schinz parla del testo come di un fabliau che gioca sull’uso di una stessa parola rima, per poi inserire i primi sette alessandrini secondo l’edizione di Barbazan. La causa del giudizio di genere letterario, attribuito con così lampante certezza, è senz’altro da imputare alla fonte di partenza: l’antologia di Barbazan raccoglieva in particolare fabliaux, assieme a contes più in generale, il che ha senza dubbio influenzato la considerazione di Schinz. Si ritiene di inserire il lavoro di Schinz tra le voci bibliografiche essenziali per la capacità di questa menzione di fungere da elemento di spinta verso una profonda considerazione sul genere del testo, e più in generale sulla considerazione del genere fabliau nel suo insieme.
Nel trattare la questione del genere del testo, mi sono premurato di presentare una pars destruens che potesse efficacemente dimostrare come l’etichetta di fabliau mal si confacesse a questo testo. D’altronde, la scelta dei copisti (e plausibilmente anche dell’autore) di usare il termine, non vincola certo il testo alla concezione che oggi abbiamo del genere fabliolistico. L’etichetta è per sua natura sfuggevole e scivolosa, e ha senz’altro subito mutazioni del valore semantico nell’arco dei secoli. Pertanto, sarebbe improprio attribuire ciecamente questa etichetta al testo in questione, ignorando già che non si tratta di un racconto a rire en verses (Bédier 1894: 30), e che sia stato escluso dalla selezione antologica del Nouveau Recueil Complet des Fabliaux. Che l’etichetta non rifletta il contenuto era parso già ben evidente a Serena Lunardi che, nella sua disamina dedicata al manoscritto H, ha parlato per prima del testo come di un dit (cfr. Lunardi 2012: 71), puntualizzando che la critica contemporanea ha escluso l’etichetta di fabliau («Même si aujourd’hui ce texte n’est pas considéré comme un fabliau, il est quand même présenté avec cette désignation dans l’explicit contenu dans notre manuscrit: ci fenist li fabliax dou droit contre le tort» (ivi, p. 80).
Basandomi poi sull’attenta disamina del genere dit proposta nel 1996 da Monique Léonard, nonché da riflessioni offerte da Per Nykrog (1973), ho accettato e argomentato l’etichetta in questione, da cui anche la scelta di usare la forma anche nella titolatura della tesi. D’ora in avanti, e per ogni approfondimento si rimanda alla bibliografia indicata, il testo sarà convintamente indicato come il dit Du chevalier tort.
Nuove prospettive di studio del dit Du Chevalier Tort
Il disinteresse della critica filologica per questo testo affonda senz’altro le radici nelle ridotte prospettive di studio che il testo offre, nonché per la cifra stilistica, come già s’è detto. Tuttavia, il disinteresse, per quanto possa essere comprensibile, non è sempre a buon diritto: convinto dell’affascinante vicenda filologica che si cela dietro questo breve testo, l’intento che mi pongo, e a cui destino futuri sforzi di ricerca, è esattamente quello che impiegare lo spazio che Scuola Filosofica mi offre per una completa disamina – e insieme valorizzazione – di questo dit.
L’intenzione è di proporre, in pubblicazioni seriori e diversificate, un’edizione del testo con analisi della vicenda filologica, da cui poi procedere con l’approntare una nuova traduzione, che dia quanto più spazio alla facies linguistica e alle scelte lessicali, tutt’altro che banali, dei copisti. Ampio spazio intendo inoltre dedicare a un’analisi di filologia materiale, convinto che la collocazione di un prodotto letterario nel suo contesto manoscritto possa rivelare affascinanti dettagli ambo sulla realtà di copiatura e sul pubblico ideale che si è immaginato all’atto della stesura, nonché sulla società che ha prodotto e ospitato il testo, facendolo circolare ed evolvere. D’altronde, gli sforzi di ricerca della filologia d’anni più recenti si sono ampiamente dedicati a dimostrare come una considerazione del contesto manoscritto, oltre che a uno studio della tradizione, possa essere rivelatore di dettagli non secondari, e anzi invisibili ad altre analisi meno specificatamente dedicate.
In un saggio del 2010, apparso nel volume Le recueil au Moyen Âge, Richard Trachsler ha proposto un’arguta e sagace metafora per descrivere quella che, all’apparenza, sembra essere la fisionomia strutturale dei cosiddetti recueils de fabliaux – etichetta peraltro piuttosto problematica, come ben ha evidenziato:
«Pour bien comprendre où je veux e venir, vous devez savor que nous avons dans l’entrée de notre appartement une espèce de coupe, assez décorative, qui sert essentiellement à entreposer des objets dont on ne sait pas quoi fair dans l’immédiat, mais dont on est convaincu qu’il serviron encore: boutons arrachés des vêtements en attente d’être recousus, tickets du teinturier, les clés du voisin qui nous demande d’arroser ses plantes pendant son absence, etc. C’est un vide-poches dont nous aurons à reparler dans quelques moments»[5]
(Trachsler 2010: 43)
Una metafora certo affascinante, e molto efficace per l’immediatezza dell’immagine che presenta, ma che non racchiude, e sicuramente non pretendeva di farlo, la complessità della genesi di un manoscritto di recueil. Le considerazioni dietro un progetto manoscritto in epoca basso-medievale – epoca in cui si colloca anche il nostro dit – spaziano dai costi certo non indifferenti dietro la confezionatura di un manoscritto, anche qualora si tratti di un semplice quadernetto (i cui costi erano certo ben minori ma non azzerati), alla ragionata progettazione dietro la mise en recueil. Un tema affascinante, e che merita una sua trattazione approfondita, anche e specialmente per il caso del dit Du Chevalier Tort, e a futuri sforzi di ricerca si rimandano ulteriori considerazioni.
L’intento generale di questo ciclo di lavori non si limita a dare dignità critica a un testo certamente meritevole, e troppo a lungo ignorato, ma si prefigge come ulteriore scopo quello di allargare la lente di indagine: un testo di tale fattura ben si presta a un esame metrico approfondito, essendo un componimento di alessandrini monorimati privo di alcun tipo di stanza piuttosto eslege nella tradizione; si presta anche, soprattutto in forza della sua brevità, a un esame specifico del lessico impiegato, che riflette una mentalità simil-cavalleresca e dinamiche di coppia e di “furto d’amore”; infine, la brevità del testo permette anche di indagare, potenzialmente, le capacità delle intelligenze artificiali, oggi più che mai prossime a divenire sussidi insostituibili nell’ambito della ricerca accademica, di rapportarsi con un esperimento poetico antico-francese. Sarà senz’altro affascinante sottoporre il dit in questione alla prova delle intelligenze artificiali, per comprendere potenzialità e limiti di un esame filologico e di un tentativo di traduzione.[6]
Conclusioni provvisorie e nuove prospettive di indagine:
Il presente lavoro non si premurava di portare ai lettori un’esaustiva disamina filologica del dit Du Chevalier Tort, ma solamente di aprire la strada a lavori futuri e diversi, che potranno dare il giusto risalto di ricerca a un prodotto tanto singolare quanto affascinante. Il testo – lo ricordiamo, un componimento di alessandrini monorimati, per la quasi interezza, e diviso in due redazioni differenti – è giunto a noi in quattro manoscritti testimoni. Il numero potrà sembrare assai ridotto se paragonato a tradizioni imponenti o sovrabbondanti, ma rende necessario un caveat: certamente la sua conservazione è stata favorita dall’inserimento in recueils, il che ne ha garantito una trasmissione più stabile, in quanto singolo ingrediente di un amalgama di testi assai eterogeneo e complesso, ma la sua attestazione in quattro codici, e questi sono solo quelli ad oggi conservati, è indice di un interesse piuttosto strutturato da parte sia dei copisti che del pubblico lettore. Se il testo fosse stato osteggiato, vittima di una più o meno feroce detrazione, o anche solo semplicemente ignorato, è indubbio che i quaranta-sessanta versi che occupa sarebbero stati destinati ad altro. Ma di questo si avrà modo di discorrere ben più ampiamente.
BIBLIOGRAFIA AGGIORNATA[7]
Bachtin 1979 = Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, trad. italiana a cura di M. Romano, Torino, Einaudi, 1979.
Barbazan 1756 = Étienne Barbazan, Fabliaux et contes des poètes françois des XIe, XIIe, XIIIe, XIVe et XVe siècle, tirés des meilleurs auteurs, Amsterdam, Arkstée et Merkus, 1756, vol. III.
Barbieri 2012 = Beatrice Barbieri, Le contexte manuscrit du Lai du cor et la réception tardive des lais (avec une note sur Renart le Contrefait), in Études Françaises, 48/3 (2012), Montréal, pp. 115-125.
Bec 1977 = Pierre Bec, La lyrique française au Moyen Age (XIIe-XIIIe siècles). Contribution a une typologie des genres poétiques médiévaux. Études et textes, 2 voll., Paris, Picard, 1977.
Bédier 1894 = Joseph Bédier, Les fabliaux. Études de la littérature populaire et d’histoire littéraire du moyen âge, Paris, Champion, 1894.
Bédier 1929 = Joseph Bédier, La tradition manuscrite du «Lai de l’ombre». Réflexions sur l’art d’éditer les anciens textes, Paris, Champion, 1929.
Bossuat 1955 = Robert Bossuat, Manuel bibliographique de la littérature française du Moyen Âge: Supplément (1949-1953), Parigi, Libraire D’Argences, 1955.
Bourdillon 1896 = Francis William Bourdillon (curatela di), Cest Ducasī et de Nicolete. Reproduces in photo-facsimile and type-transliteration from unique MS. in the Bibliothèque nationale at Paris, fonds français, 2168, Oxford, Clarendon Press, 1896.
Brusegan 1980 = Rosanna Brusegan, Fabliaux: racconti francesi medievali, Torino, Einaudi, 1980.
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Busby 2002 = Keith Busby, Codex and Context: Reading Old French Verse Narrative in Manuscripts, vol. 1, Boston, Leida, Brill, 2002.
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Canettieri 2012 = L’alba di Fleury da un’altra specola, in Romance Philology, 66/2 (2012), pp. 211-308
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Corrie 1999 = Marilyn Corrie, Further information on the origins of Oxford, Bodleian Library, MS Digby 86, in Notes and Queries, 46/4 (1999), Oxford, pp. 430-433.
de Tubièeres 1753 = Anne-Claude-Philippe de Tubières, Mémoire sur les fabliaux, in «Mémoires de Littérature, tirés des registres de l’Académie Royale des Inscriptioins et Belles-Lettres», XX (1753), pp. 352-376.
Dean, Bulton 1999 = Ruth J. Dean, Maureen B. M. Boulton, Anglo-norman literature. A Guide to Texts and Manuscripts, Londra, Anglo-norman text society (Birkbeck College), 1999.
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Dinaux 1863 = Arthur Dinaux, Les trouvères cambrésiens, de la Flandre et du Tournaisis, artésiens, barbançons, hainuyers, liégeois et namurois, Paris-Bruxelles, Techner-Heussner, 1863, vol. III.
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Fein 2019 = Susanna Fein, Interpreting MS Digby 86: A Trilingual Book from Thirteen-Century Worcestershire, York, York Medieval Press, 2019.
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Gautier de Coinci = Gautier de Coinci, Miracles, Music and Manuscripts, ed. by Kathy M. Krause and Alison Stones, Turnhout, Brepols, 2006.
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Långfors 1917 = Arthur Långfors, Les incipit des poèmes français antérieurs au XVIe siècle; répertoire bibliographique, établi à l’aide de notes de Paul Meyer, Parigi, Champion, 1917.
Léonard 1996 = Monique Léonard, Le dit et sa technique littéraire. Des origines à 1340, Parigi, Champion, 1996.
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Nykrog 1973 = Per Nykrog, Les Fabliaux, Genève, Droz, 1973.
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Pichon 1846 = Jérôme Pichon (curatela di), Le ménagier de Paris: traité de morale et d’économie domestique composé vers 1393 par un bourgeois parisien, Parigi, Crapelet pour la Sociétè des bibliophiles françois, 1846.
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Rozza 2020 = Silvia Rozza, Il sistema dei generi nella poesia lirica romanza medievale [Tesi di Dottorato], Siena, Università degli Studi di Siena, Santiago de Compostela, Universidade de Santiago de Compostela, 2020.
Simpson 2012 = James R. Simpson, Aucassin, Gauvain and (re)ordering Paris, BnF, fr. 2168, in French Studies, LVXI/4 (2012), Oxford, Oxford University Press, pp. 451-466.
Stengel 1871 = Edmund Stengel, Codicem Manu Scriptum Digby 86. In Bibliotheca Bodleiana Asservatum. Descripsit, Excerpsit, Illustravit Dr. E. Stengel, Halis, Libreria Orphnotrophei, 1871.
Schinz 1907 = Albert Schinz, L’art dans Les Contes Dévots de Gautier de Coincy, in PMLA, vol. 22, nr. 3, Modern Language Association, 1907, pp. 465 – 520.
Trachsler 2010 = Richard Trachsler, Observations sur les «recueils de fablaiux», in Yasmina Foehr-Jannsens, Olivier Collet, Le recueil au Moyen Âge, vol. 8, Brepols, 2010, pp. 35-46.
Väänänen 2012 = Veikko Väänänen, Des fames, des dez et de la taverne. Poème satirique du XIIIe siècle mêlant français et latin, in Neuphilologische Mitteilungen, 47/3 (1946), pp. 104-113.
Vising 1923 = Johan Vising, Anglo-norman language and literature, Londra, Oxford University Press, 1923.
Watson 1984 = Andrew G. Watson, Catalogue of dated and datable manuscripts c. 435-1600 in Oxford libraries, Oxford, Clarendon Press, 1984.
[1] Per tutti e quattro i codici, si adottano le sigle stabilite dal Nouveau Recueil Complet des Fabliaux (cfr. NRCF).
[2] La traduzione dal francese è a cura di Simone Di Massa.
[3] La traduzione dall’inglese è a cura di Simone Di Massa.
[4] «Il testo ha avuto menzione anche nel volume di Susanna Fein che, nella scheda di presentazione dei testi contenuti nel manoscritto, scrive a riguardo «Two Twisted Knights, a comic monologue of contradictions» (2019: xvii). Nel medesimo volume, Jenni Nuttall (2019), nel suo saggio sulle scribal poetics del ms. Z, si limita tuttavia ad osservare che «thirty-seven of the fifty lines of Les Deus Chevalers torz ke plederent a Roume end with the word tort (and the remaining lines end in words which assonate with tort)» (2019: 197)» (Di Massa 2024: 24).
[5] «Per comprendere dove voglio arrivare, dovete sapere che, all’ingresso del nostro appartamento, vi è una specie di ciotola, piuttosto ornamentale, che serve essenzialmente a depositarvi oggetti di cui non si sa cosa fare nell’immediato, ma che, siamo certi, serviranno ancora: bottoni strappati da vestiti che attendono di essere ricuciti, scontrini della lavanderia, le chiavi del vicino che ci ha chiesto di innaffiare le sue piante durante la sua assenza, ecc. È un contenitore porta-oggetti di cui dovremo riparlare tra qualche momento» (trad. di Simone Di Massa).
[6] Esperimenti in questa direzione stanno affiorando nella critica filologica e letteraria, con risultati sempre più affascinanti. Interessanti prove di lavoro sono raccolte nel volume 16 (2023) di Cognitive Philology (Roma, Università La Sapienza), depositario degli Atti delle Giornate di Studio Fra Antico e Futuro. La filologia nell’era dell’intelligenza artificiale, ospitate dall’ateneo romano nei giorni 26-27-28 giugno 2023. Il volume raccoglie i contributi di: Marianoemi Bova (Conon de Béthune: questioni di traduzione e intertestualità alla prova di ChatGPT); Antoni Rossell (Del Análisis Factorial de Correspondencias (AFC) a la Inteligencia Artificial en la obra del trovador limusin Gaucelm Faidit (…1170-1199…); Margherita Bisceglia, Elisa Verzilli (ChatGPT, cosa puoi fare per noi? Esperimenti orientativi); Simone Palmieri («Facciamo finta che…». Esplorando le capacità cretive di ChatGpt-3.5); Emanuele F. Di Meo (ChatGPT tra lirica ibero e galloromanza: l’intelligenza artificiale alla prova con Jaufre Rudel, Don Denis e Thibaut de Champagne); Mariangela Distilo (Beatriz de Dia e altre voci femminili del Medioevo Romanzo. Esperimenti in ChatGPT 3.5); Paolo Maninchedda (Prime prove ermeneutiche con ChatGpt); Giuseppe Noto (Contemporaneità e bisogni formativi nella contemporaneità: dalle filologie come discipline alla “filologia diffusa” come metodo?); Stefano Rapisarda (Tentativo, provvisorio e malriuscito, di utilizzazione per la stesura di un manuale accademico (al 26 giugno 2023)); Lucilla Spetia (Intelligenza artificiale e filologia: un connubio possibile?); Mariagrazia Staffieri (GPT-3.5: la linguistica nelle mani dell’AI. Esperimenti di analisi sintattica su Guglielmo IX e Raimbaut d’Aurenga). Si segnala inoltre il contributo di Federico Guariglia (Il franco-veneto alla prova dell’AI (ChatGPT 3.5 e Gemini), in DIGItalia, 19 (2), 2024, pp. 212-237), di taglio prettamente linguistico.
[7] La risistemazione bibliografica si è resa necessaria in forza dell’aggiunta di nuove voci essenziali, che hanno fornito indicazioni preziose circa il testo e la sua modalità di presentazione e studio critico. A tale scopo, si ripropongono le voci bibliografiche che erano già citate nel Saggio di edizione critica (Di Massa 2024) presentato come tesi di laurea, a seguito di una revisione ed espunzione di voci non necessarie. L’intento è dunque di fornire una bibliografia che, nella sua estensione e nel suo insieme, sia in grado di dare una prospettiva quanto più completa del dit Du Chevalier Tort, della sua realtà filologica e letteraria. Di seguito, alcune indicazioni utili all’orientamento tra le voci bibliografiche:
- Le voci Barbazan 1756; Bossuat 1955; Bourdillon 1896; Busby 2002; Corrie 1997, 1999; Dean, Bulton 1999; Dinaux 1863; Facsimile of Oxford, Bodleian Library, ms. Digby 86; Fara 1934; Fein 2019; Långfors 1917; Lunardi 2012; Meyer 1872; Nuttall 2019; Rainville, Du Chevalier tort; Simpson 2012; Stengel 1871; Schinz 1907; Vising 1923; Watson 1984 fanno riferimento a studi, saggi critichi, riproduzioni facsimile che contengono o menzionano il testo o alcuno dei manoscritti della sua tradizione;
- Le voci Bachtin 1979; Barbieri 2012; Bec 1977; Burgio 2003; Buzzoni, Cammarota, Francini 2013; Canettieri 2012; Jakobson 1975; Jeanroy 1904; Mariani 2019; Pichon 1846; Väänänen 2012 fanno riferimento a studi critici concernenti il pubblico ideale della letteratura poetica medievale francese, e più nello specifico dell’orizzonte d’attesa di un pubblico clericale o laico, e di un pubblico lettore di dits, lais e fabliaux;
- Le voci Bédier 1894, 1929; Brusegan 1980; de Tubièeres 1753; Leclanche 2003, 2006; Léonard 1996; Nykrog 1973; Rozza 2020; Trachsler 2010;
- Infine, la voce FEW intende presentare un utile strumento di supporto primario alla traduzione del testo e a uno studio del suo affascinante repertorio lessicale: lo strumento è, da solo, insufficiente a completare un soddisfacente studio del lessico del dit, ma rappresenta un’accurata banca dati di partenza. Ulteriori strumenti saranno esaminati e menzionati in seriori studi concernenti il lessico e la traduzione delle redazioni del testo.



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