Come sempre siamo lieti di riportare l’uscita della Rivista di Scacchi, arrivata al 52° numero. Buona lettura a tutti! Rivista Scacchi 53
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Come sempre siamo lieti di riportare l’uscita della Rivista di Scacchi, arrivata al 52° numero. Buona lettura a tutti! Rivista Scacchi 53
“Scacchi, Informatica e Conoscenza” è una conferenza tenuta a Cagliari il 2013 da Giangiuseppe Pili e Stefano Sabatini durante l’evento Turisport, considerato anche nella storia ufficiale del…
Che ci sia un nuovo giochino dei Pokemon è un fatto del tutto irrilevante, almeno per chi non si interessi in prima persona o per lavoro di videogiochi. È così irrilevante che faccio fatica fisica anche solo a parlarne [*].
Ora, se questa deve essere un’occasione di riflessione, lo sia non tanto sull’introduzione del gioco e sul fatto che sta avendo particolare successo, ma sul fatto che troppe persone – tra i miei conoscenti, circa due su tre – parla a sproposito, come pure spesso succede, commentando con luoghi comuni difficili da digerire. L’impressione è quella di essere davanti ad un implacabile esercito di filosofi che, digiuni da tempo di ispirazione critica sui temi della morale, del buon gusto e dell’ontologia, all’improvviso trovino le parole (inadatte) ad esprimere il loro genio lungamente represso.
Premetto di essere un grande amante dei videogiochi. Quelli per console in particolare. E mi son sempre chiesto, quasi con timore, “cosa succederà se un giorno la Nintendo dovesse iniziare a vendere giochi per cellulari?”
Sapevo in cuor mio che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Una conseguenza quasi ovvia del mercato, tutti possiedono almeno un cellulare e in tanti trascorrono svariate ore con giochi come Candy Crush e simili. Le conseguenze di quel mio timore le ho viste alcuni giorni fa in un video su Youtube. Inizialmente non volevo crederci, pensavo fosse un falso. Decine, forse centinaia di persone che camminavano e correvano come Zombie a Central Park alla ricerca di un Pokémon. L’ho guardato più volte, non poteva essere davvero così, invece era la realtà. La realtà aumentata. Viene chiamata così questa tecnologia che, attraverso la fotocamera del telefono, fa apparire i Pokémon nello schermo dei giocatori nei luoghi che sono inquadrati in quel momento. Con Pokémon Go, in sostanza, bisogna camminare e controllare nella mappa della propria città dove appaiono i Pokémon, per andar poi a catturarli. L’idea in sé è anche brillante. Tra l’altro esisteva già nel 2011 con il Nintendo 3DS dove inquadrando delle carte speciali apparivano dei mostri che prendevano vita nell’ambiente ripreso.
Le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere una “Cronaca della Seconda Guerra Mondiale”, oltre quarant’anni dopo l’opera con titolo analogo di Hillgruber e Hümmelchen, sono facilmente comprensibili.
Quell’opera, come manuale di pratica e rapida consultazione degli eventi di quei terribili sei anni era sempre, a mio avviso, un punto di riferimento valido per studiosi e appassionati, pur essendo stata scritta negli anni Sessanta.
Tuttavia, una radicale riscrittura appariva opportuna: determinati teatri e scacchieri, come quello mediterraneo e soprattutto del Pacifico, non erano stati oggetto della stessa attenzione riservata, ad esempio, al fronte orientale. Alcuni avvenimenti erano descritti con una cura dei dettagli che mancava totalmente in altri, ben più importanti sia per l’entità delle forze impegnate che per le conseguenze strategiche o tattiche.
For my Bachelor’s dissertation I have delved into the approach to International Relations Theory based on Complexity studies, grounding the account into what Robert Jervis proposes in his book System Effects. This understanding of international relations puts classic conceptions of levels of analysis into question. A long-lasting debate on which should be the fundamental unit of analysis for an IR (International Relations) theory has characterized the discipline and any theoretical proposal has provided its views and assumptions regarding this problem[1]. Thus, in presenting the complexity approach to IR, it is necessary to make clear its stance on that as well.
The historical debate has considered mainly three levels of analysis: individuals, states and system. These ones go from the lower level to the higher, and even if the second one is sometimes eluded[2], the logic of such scheme can be easily grasped. On one extreme, liberalism[3] has historically preferred the first level, as people express and act accordingly to their preferences and interests and then form higher levels’ behavior and effects. Gender approaches[4] second these liberal assumptions, focusing on individuals’ issues and relative power of different genders.
Nel 1766 nasceva a Parigi Germaine Necker, più nota come Madame de Staël. Nel 250° anniversario della sua nascita Bibliosofica Editrice pubblica un volume costituito da due saggi, di cui il secondo inedito in italiano, che donano nuova luce alla complessa e affascinante figura dell’autrice.
L’introduzione, a cura di Livio Ghersi, ci offre le coordinate storiche fondamentali. Anne-Louise Germaine Necker, è stata una scrittrice francese di origini svizzere vissuta tra la seconda metà del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Figlia di Jacques Necker, Controllore generale delle finanze sotto il regno di Luigi XVI, acquisisce il cognome de Staël in seguito al matrimonio con il barone de Staël-Holstein, ambasciatore svedese presso il governo francese.
Le motivazioni alla base di quest’opera [Cronaca della guerra del Vietnam 1961-1975 ndr.] sono sostanzialmente tre:
la mia generazione (quelli nati negli anni Sessanta e appena prima) è stata segnata dalla guerra nel Vietnam in modo almeno altrettanto profondo di quanto le generazioni giovani siano state segnate dall’11 settembre 2001 e la successiva guerra al terrorismo in tutte le sue diramazioni. Anzi, penso sicuramente di più. Ogni sera c’era al telegiornale una specie di bollettino di guerra aggiornato che proveniva dagli Stati Uniti, a volte direttamente dal Presidente in persona, che spiegava, con bastoncino e cartina del sud-est asiatico in evidenza, lo sviluppo delle operazioni.
Gli Stati Uniti d’America ne sono stati segnati in maniera addirittura straziante. Anche dopo la fine del conflitto, per almeno trent’anni la filmografia americana (e non solo quella americana) e addirittura la produzione di serial televisivi è stata quasi inevitabilmente scandita da storie i cui personaggi, principali o secondari, avevano almeno un “passato” in Vietnam che ne spiegava certe ruvidezze o certe ossessioni o follie. Questo malgrado la guerra vera, quella combattuta, fosse stata vissuta, rispetto ad altre avventure militari americane, da un’esigua minoranza della popolazione, percentualmente parlando. Pensate, solo per fare qualche esempio noto al pubblico italiano, all’”Anno del Dragone” di Michael Cimino (qui era Mickey Rourke il “reduce”) o alle serie TV poliziesche “Miami Vice” (qui era il detective Crockett, interpretato da Don Johnson, che aveva all’attivo 2 turni in Vietnam con la 101a divisione e con le Special Forces), o “Magnum P.I.” (qui era tutta la combriccola dei tre amici), da film come “Un mercoledì da leoni” di John Milius o “Fandango” con Kevin Costner (l’ultima “zingarata” con gli amici prima della partenza per il Vietnam), all’ovvia serie di film di Rambo, o i film d’azione con Steven Seagal, o film d’autore, da “Non è un paese per vecchi” a “Tra cielo e terra” a “Regole d’onore”, o ancora i film comico-polizieschi della serie “Arma letale” in cui il personaggio interpretato da Mel Gibson era addirittura un ex-membro della famosa (almeno agli addetti ai lavori) “Operazione Phoenix” della CIA in Vietnam.
15 luglio 2016, ore 22:00 (ora italiana), Turchia.
Ad Istanbul i ponti sul Bosforo vengono chiusi da cordoni di sicurezza della Jandarma (polizia militare turca) isolando così la capitale dal continente asiatico. In pochi minuti ad Istanbul e ad Ankara, i due cuori della Repubblica Turca, colonne di militari si muovono verso i centri nevralgici del potere con l’appoggio di mezzi blindati e mezzi aerei. Carri armati sfilano per le strade e Istanbul è sorvolata da elicotteri d’assalto. Sembrerebbe anche che alcuni F-16 sorvolino la capitale.
Alle 22:16 il governo turco annuncia che è in atto un tentativo di colpo di stato da parte di alcuni reparti delle FF.AA. turche.
Sembra il tentativo possa andare a buon fine. I golpisti puntano verso il parlamento ad Ankara. Nella stessa città viene occupata la sede della rete televisiva turca TRT ed interrotte le trasmissioni. Si annuncia che un non meglio definito “Consiglio di Pace” formato da militari sta prendendo il controllo del paese. L’obiettivo dichiarato è formare un nuovo governo per fermare la deriva autoritaria portata avanti dal presidente turco Erdogan.
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Considerando la mia esperienza, ti consiglio di non smettere di sognare, perché i sogni indicano la strada da percorrere, ma di accettare pur sempre la realtà.
Carlo Alberto Cavazzoni
Il piccolo cavaliere del Re degli scacchi è un libro di Carlo Alberto Cavazzoni, edito nel 2016. Si potrebbe dire che si tratti di un libro per ragazzi o, anche per più giovani. In fondo, la storia è quella di un bambino, Dario, che sogna di diventare un cavaliere. Egli è orfano di entrambi i genitori e vive con la nonna, Pina, semplice, arguta e cuoca. Tuttavia, la nonna è molto preoccupata per il futuro del piccolo, perché sogna sin troppo. Soprattutto sembra avere i sogni sbagliati: essere cavalieri costa e i soldi non ci sono. Inoltre, il cavaliere è pur sempre un uomo d’arme, cioè segue gli eserciti, asseconda i regnanti e deve sacrificare anche la vita per questo. E oltre a sacrificare la sua, estrema ratio non desiderata, la toglie agli altri.
Ma Dario non demorde. Non demorde neppure quando alla casa della nonna Pina giunge un viaggiatore stremato, uno scultore importante che andava verso Firenze. Costui sarebbe morto di freddo, se nonna Pina non l’avesse ospitato. Giorgio, così si chiamava, in cambio dell’ospitalità impartisce importanti lezioni a Dario, gli insegna a scrivere e, soprattutto, gli mostra il gioco degli scacchi.