E’ ora disponibile il numero 42 della Rivista di Scacchi gestita da Lucio Rosario Ragonese. E’ scaricabile da qui. Buona lettura: Rivista42
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Premessa e annotazione personale
Il 17 gennaio 2013 ho iniziato lo studio della letteratura latina: uno studio che si è dimostrato più difficile e lungo del previsto. È stato un percorso complesso, ma oggi posso dire di averlo concluso e di averlo approfondito adeguatamente. In questo articolo conclusivo, con cui saluto definitivamente questa branca della letteratura, lo staff di scuolafilosofica.com vuole darvi tutti i punti storici della letteratura latina, con annessa bibliografia interna al sito, dove possibile. La parte più lacunosa è stata, per soli motivi di tempo, la parte sulla prima età imperiale, dove mancano all’appello importanti articoli su Quintiliano, Tacito, Svetonio e Apuleio. Cercheremo comunque altrove sul web, articoli di qualità da consigliarvi. Ma non tutto è perso: il sito, come sapete, è sempre alla ricerca di collaboratori che completino la nostra ricerca enciclopedica e ben venga, se qualcuno di voi lettori, voglia aiutarci in questa missione. Buona lettura.
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Leggi la scheda L’evoluzione verso le pòlis
Con l’articolo precedente riguardante l’Atene di Pisistrato e Clistene abbiamo chiuso il discorso per ciò che riguarda la storia della Grecia arcaica, che abbiamo visto essere composta di importanti tappe a partire dalla storia della civiltà Micenea, punto di partenza storico essenziale per il centrale sviluppo della società greca nell’VIII secolo a.C.. Da adesso in poi analizzeremo i fatti che si succedono dal V secolo a.C. in poi, periodo considerato l’apogeo delle poleis, soprattutto della polis Atene, dove la democrazia si è radicata a livello sociale e inquadrata a livello istituzionale grazie alle riforme di Efialte: Atene costituirà un modello per lo sviluppo di molte città stato. Atene vivrà un periodo di grande prestigio e di dominio sul Mar Egeo. È il periodo in cui fioriscono le grandi arti letterarie che ci sono giunte intatte fino ai giorni nostri, come le tragedie di Euripide, Sofocle e Eschilo, le commedie di Aristofane, e ancora in cui nascono i grandi storiografi greci vale a dire Tucidide ed Erodoto. La successiva Guerra del Peloponneso determinerà la fine degli equilibri del “secolo di Pericle”.

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Veniamo al tema della nascita umana in quanto espressione, non più a livello cosmico e piuttosto individuale e collettivo, della vittoria dell’essere sul non-essere, della luce sulle tenebre. Il legame tra la singola esistenza e il Tutto, o l’insieme di tutte le esistenze, sembra essere molto stretto secondo il pensiero vedico. Per capirlo basta analizzare la motivazione con cui si attribuisce la proprietà della sacralità all’atto di generazione e nascita dell’uomo.

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Come nella storia arcaica della maggioranza delle polis, anche quella di Atene è caratterizzata dalla debolezza dell’organizzazione statale e dal predominio delle famiglie aristocratiche. Nelle mani dell’aristocrazia c’era il più importante collegio formato dai nove arconti, così come un organismo di circa trecento membri denominato Areopago, così detto dal nome della collina dedicata ad Ares dove si tenevano le assemblee, al quale spettavano la giurisdizione dei reati di sangue, la custodia delle leggi e il controllo sui magistrati stessi. La forza dell’aristocrazia emerse a partire dalla metà del VII secolo a.C. precisamente fra il 636 o il 632 a.C., durante la quale ad Atene il giovane Cilone cerca un gruppo di seguaci per imporre la tirannia nella polis. Ma la casata degli Alcmeonidi, destinata ad essere protagonista per diverso tempo, fermerà Cilone (che riuscirà a fuggire) e truciderà i suoi seguaci, causa di una damnatio memoriae da parte delle fonti storiografiche di Erodoto e di Tucidide.

Guerra economica e Intelligence è un saggio di Giuseppe Gagliano edito da Fuoco edizioni nel 2013. Il lavoro tratta del contributo della riflessione francese all’intelligence economica nei suoi vari aspetti, in particolare rispetto al suo inquadramento rispetto alla nuova forma di guerra totale o senza limiti che è la guerra economica. Giuseppe Gagliano, direttore del CESTUDEC, già autore di autorevoli e notevoli studi della disciplina, offre un’analisi piuttosto precisa e articolata dello stato dell’arte della riflessione sulla guerra economica:
Nel complesso, la guerra finanziaria è sostanzialmente una forma di guerra non militare il cui potere distruttivo però è analogo a quello delle guerre tradizionali. Proprio per la sua potenza ed efficacia la guerra finanziaria sarà destinata ad acquisire sempre più importanza nell’ambito della sicurezza nazionale degli stati moderni, e questa dimostra in modo evidente come sul piano strategico ci si trovi oggi di fronte a una guerra onnipresente o senza limiti, poiché è possibile pianificare una guerra sia in una sala da computer sia in una borsa. E dunque alla domanda dove sia il campo di battaglia nella strategia attuale la risposta non può che essere: dappertutto.[1]
Il tema principale è la nuova forma di guerra totale, se con ʽguerra totaleʼ vogliamo intendere una guerra senza limiti, riprendendo il termine (presente nel passo precedente) degli strateghi cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Il principale merito del lavoro è quello di riuscire a mostrare, sotto varie angolature differenti, la natura e la pratica della guerra economica, in riferimento a quella che è la riflessione e la letteratura di vari specialisti francesi (gen. Jean Pichot-Duclos, Éric Denécé, Christian Harbulot giusto per citarne alcuni). La guerra economica si sostanzia su pratiche di intelligence economica, guerra informativa e lo sfruttamento a proprio vantaggio della legislatura del diritto delle singole nazioni piuttosto che del diritto internazionale. Gli attori della guerra economica sono le imprese, le nuove unità combattenti del nuovo teatro di guerra: “Attori principali dell’economia, in quanto generatrici della ricchezza, le imprese sono necessariamente i primi ʽsoldatiʼ della guerra economica”.[2]

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Sebbene Persio e Giovenale abbiano vissuto in due momenti del principato diversi l’uno dall’altro, (infatti il primo scrisse sotto Nerone, il secondo sotto Nerva e Adriano), essi hanno in comune diverse caratteristiche. Prima di tutto entrambi si ricollegano stilisticamente e spiritualmente, anche per quelli che erano i valori, alla poetica di Lucilio e soprattutto di Orazio. Ma aldilà di queste somiglianze e richiami coi due letterati a loro antecedenti, essi hanno il merito di rivoluzionare un genere letterario molto in voga nella Roma del principato. Una volta confrontate le due poetiche satiriche le innovazioni sono vistose sia nella forma che nel tipo di discorso che Persio e Giovenale utilizzano.
Prima di tutto cambia l’oggetto di riferimento a cui si indirizzavano i due satiri: se Orazio e Lucilio indirizzavano le loro opere a una ristretta cerchia di amici letterati, non era così per la nuova avanguardia satirica. Ora si scrivevano satire dirette a un pubblico generico di lettori-ascoltatori, di fronte ai quali il poeta si comporta come risolutore di vizi e virtù. Il poeta è assolve la funzione di moralizzatore al quale l’ascoltatore si affida. La satira oraziana, seppur prevedendo la critica dei cattivi costumi, era di indulgente comprensione verso le debolezze dell’essere umano e vedeva tutto con un sorriso autoironico. Ciò a differenza della satira di cui stiamo trattando perché risulta caratterizzata da un rigido sistema valoriale stoico contro i vitia.
Dal punto di vista linguistico, entrambi le satire utilizzavano il sermocotidianus, nel periodo del principato, adornato sempre più dai grecismi: d’altronde, la lingua latina conoscerà diverse fasi del suo sviluppo, passando da quella arcaica a quella classica, da quella post-classica (che comincia a far la sua comparsa in questo secolo, I sec. d.C.) a quella volgare. Analizziamo ora singolarmente le figure letterarie di Persio e Giovenale.

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Leggi la scheda su Il deserto dei tartari
“Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma nel luglio del 1957. Il suo capolavoro, Il Gattopardo, fu pubblicato un anno e mezzo dopo la sua morte; era rimasto a lungo inedito, anzi era stato rifiutato da molti editori, ma al suo apparire fu subito riconosciuto come una delle massime opere letterarie del nostro secolo [XX n.d.R.]. (…) lettore accanito, interprete raffinato della letteratura francese dell’ottocento, Lampedusa non ebbe in realtà militante vita di letterato. Ufficiale effettivo fino al ’25 (tra l’altro, nella prima guerra mondiale era stato protagonista di una romanzesca fuga dal campo di prigionia di Polsen), visse sdegnosamente appartato durante il ventennio e soggiornò a lungo all’estero. Oltre al Gattopardo ha lasciato alcuni racconti e abbozzi di opere narrative incompiute, saggi e appunti di critica letteraria”.[1]
Il Gattopardo è considerato un classico della narrativa italiana del XX secolo, edito nel 1958, quando ormai l’autore doveva aver perso le speranze di poter pubblicare il volume (ma questa è una nostra congettura…). Come si conviene, dunque, alla prassi dell’accademia di fronte ai libri postumi vincenti, si applica una retrospettiva immediata per rivalutare la vita e l’opera di un autore che, incomprensibilmente, è stato ignorato in vita. Come se, naturalmente, quegli stessi critici che hanno prontamente ʽriabilitatoʼ il testo fossero o sarebbero molto diversi rispetto a quelli che lo avevano ignorato.